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mercoledì 12 novembre 2008

Nè separati, nè invisibili

L'Istituto per la cooperazione allo sviluppo mi ha inviato la riflessione (è anche qualcosa di più) che ripropongo per l'attualità e l'interesse.

L’integrazione degli alunni stranieri: quale modello
La proposta di realizzare classi di inserimento per gli alunni stranieri, contenuta nella mozione presentata e approvata alla Camera in questi giorni, ha riproposto all’attenzione della scuola, degli insegnanti e della società il tema dell’integrazione dei bambini e dei ragazzi immigrati. Vi è dunque l’occasione per discutere sul tema, proponendo le soluzioni più efficaci anche a partire dalle esperienze condotte in questi anni dalle scuole.
Soprattutto negli ultimi dieci anni le istituzioni scolastiche e gli insegnanti hanno costruito e sperimentato, con fatica, competenza e spesso scarse risorse, modalità di inserimento e strumenti didattici mirati, che possono essere diffusi e messi a disposizione di tutti.
L’integrazione è stata costruita anno dopo anno, soprattutto dalla “periferia” (dalle scuole e dagli Enti locali), contando tuttavia su normative nazionali che, in linea con gli altri Paesi europei, proponevano una scuola integrativa, accogliente, interculturale.
Tra i documenti più importanti, citiamo:
-il D.P.R. 394/99;
-le “Linee guida per l’accoglienza degli alunni stranieri” (emanato dal ministro Moratti), marzo 2006;
-“La via italiana all’integrazione e alla scuola interculturale”, ottobre 2007.
Le carenze che si sono evidenziate nel tempo riguardano, tra le altre: la necessità di poter contare su risorse stabili e competenti; la formazione dei docenti nella gestione delle classi eterogenee; la diffusione a livello nazionale degli strumenti didattici innovativi e delle buone pratiche fin qui sperimentate; la gestione /prevenzione delle situazioni in cui si vengono a formare scuole ad alta concentrazione di alunni stranieri.


Perché NON sono efficaci le classi per stranieri
Per quali ragioni riteniamo che le “classi di inserimento” non siano la risposta più efficace ai bisogni linguistici e di integrazione degli alunni stranieri?
Ne elenchiamo solo alcune, partendo da un dato di contesto che dà la misura della presenza dei bambini di nuova immigrazione “che non parlano una parola di italiano”.

• Quanti sono gli alunni stranieri non italofoni?
Gli alunni stranieri inseriti nella scuola italiana sono stimati per l’anno scolastico 2008/2009 in circa 640.000. Di questi:
- una buona parte è nata in Italia (più del 70% dei bimbi inseriti nelle scuole dell’infanzia; circa la metà di coloro che frequentano la scuola primaria) e presumibilmente diventeranno cittadini italiani de jure alla maggiore età;
- un’altra parte consistente è giunta in Italia da anni e ha già appreso la seconda lingua;
- circa il 10% del totale degli alunni stranieri è costituito da bambini e ragazzi di recente immigrazione, in situazione quindi di non italofonia.
Si tratta di circa 50.000 alunni (se si escludono i piccoli inseriti nella scuola dell’infanzia), la metà dei quali frequenta la scuola primaria, mentre la restante metà è distribuita fra scuola secondaria di primo e secondo grado.
L’integrazione dei bambini e dei ragazzi stranieri è quindi un tema più “largo”, che non riguarda solo l’apprendimento della lingua, ma che ci coinvolge tutti, nella gestione quotidiana della convivenza e dello scambio all’interno di classi eterogenee.

• L’italiano, lingua di contatto, si impara parlando
Gli alunni stranieri devono apprendere l’italiano per due scopi: per comunicare nella vita quotidiana (italiano lingua di contatto) e per apprendere attraverso la nuova lingua (italiano lingua veicolare). L’apprendimento della lingua per comunicare è, in genere, piuttosto rapido e avviene soprattutto grazie all’“immersione”, agli scambi quotidiani e al contatto con i coetanei. La classe di soli stranieri rischia quindi di rallentare questa fase di apprendimento, anziché favorirla.

• Imparare l’italiano studiando
L’apprendimento dell’italiano per lo studio e per imparare le diverse materie scolastiche richiede invece tempi più prolungati e avviene – con i dovuti supporti – insieme agli altri alunni della classe. Ricordiamo che una buona parte degli alunni stranieri proviene da sistemi scolastici “buoni e adeguati” e le loro competenze in logica-matematica, discipline scientifiche ecc. sono spesso paragonabili a quelle dei compagni autoctoni (in certi casi, perfino superiori).
La classe formata da soli stranieri, che raggruppa alunni di età e classe differenti con l’obiettivo dell’apprendimento della nuova lingua, non propone agli alunni immigrati i contenuti curricolari presentati nel frattempo ai compagni di banco, e rischia quindi di bloccare il loro apprendimento scolastico e di demotivarli, mentre invece si impara l’italiano anche studiando la matematica, la geografia, le scienze…

• L’esperienza degli altri Paesi
La maggior parte dei Paesi europei segue il modello integrato, che prevede l’inserimento da subito nella classe comune e contemporaneamente l’insegnamento mirato della seconda lingua per alcune ore settimanali (da 6 ore a 10 a seconda dell’età, della lingua d’origine, dei bisogni linguistici.), radunando in questi momenti “dedicati” gli alunni, anche al di fuori della classe, in piccolo gruppo.
Il cosiddetto modello “separato”, che prevede classi solo per stranieri per un tempo consistente (un anno e oltre) è pochissimo diffuso (alcuni Lander tedeschi) e sta di fatto rarefacendosi. Le ricerche dimostrano infatti che è decisamente più efficace il modello integrato. (Integrating Immigrant Children into Schools in Europe, UE, Eurydice 2004)

Oltre le semplificazioni e l’invisibilità
A proposito dell’inserimento degli alunni stranieri in Italia, si assiste talvolta alla formulazione di una logica binaria, che colloca le opzioni possibili su due polarità opposte:
- l’inserimento nella classe ordinaria, senza alcun sostegno (indifferenziazione /invisibilità);
- l’inserimento nella classe “ponte” per soli stranieri (differenziazione senza contatto).
Le esperienze della scuola italiana, il cammino fatto in questi anni e le scelte di altri Paesi suggeriscono invece che le modalità più efficaci sono quelle che prevedono l’inserimento da subito nelle classi comuni e la contemporanea offerta dei dispositivi di sostegno, per l’apprendimento linguistico e per l’aiuto allo studio, adeguati e specifici (si vedano, ad esempio: la proposta di un Piano nazionale di italiano seconda lingua elaborato dall’Osservatorio nazionale sull’integrazione degli alunni stranieri del Ministero della Pubblica Istruzione e l’esperienza realizzata in molte città nell’ambito di patti territoriali tra scuola e enti locali).
In questi piani e progetti, gli studenti non italofoni apprendono l’italiano seconda lingua grazie a moduli “dedicati” e intensivi, realizzati anche prima dell’inizio delle lezioni (ad esempio, da metà giugno a fine luglio e durante i primi quindici giorni di settembre) e che continuano poi nel primo e secondo quadrimestre con orario “a scalare”, accompagnando l’inserimento nella classe ordinaria.
Attualmente, maggiori attenzioni e risorse, qualificate e continuative, dovrebbero essere indirizzate soprattutto nei confronti degli alunni che arrivano in Italia in età pre-adolescenziale e adolescenziale (inseriti massicciamente negli istituti professionali), affinché il loro inserimento possa avvenire in maniera positiva, per sé e per gli altri. Inserimento che non deve avvenire in maniera separata, ma neppure negando i bisogni linguistici e di accoglienza /orientamento, specifici della prima fase, che sono spesso alla base degli insuccessi scolastici e dei ritardi.
Numerose sono oggi le consapevolezze acquisite e le esperienze - italiane ed europee - dalle quali partire e da portare a sistema per una scuola di qualità per tutti.
Senza semplificazioni dannose e senza minimizzare la portata delle sfide educative che la scuola multiculturale pone ai docenti, agli studenti, ai genitori.
Graziella Favaro
Pedagogista - Centro Come

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