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"La coscienza del cristiano è impegnata a proiettare nella sfera civile i valori del Vangelo" ____________________________________________________________________________________________________________________

sabato 5 dicembre 2009



JERUSALEM -PATRIARCHATUS LATINUS
بطريركية القدس للاتين

Venite a fare con me Natale a Gaza!
“O Bambino di Betlemme, lunga si è fatta la nostra attesa,
e siamo stanchi di questa situazione, stanchi anche di noi stessi”.
Così, carissimi fratelli e sorelle,
supplicavo il Dio-Bambino durante gli interminabili giorni di guerra
che hanno insanguinato lo scorso Natale nella Striscia di Gaza.
Le nostre armi, per resistere alla rassegnazione e allo sconforto,
sono state la preghiera e la comunione tra le Chiese e i cristiani di tutto il mondo.
Un enorme numero di vittime, tra cui centinaia di bambini,
e la distruzione di case e città, hanno trasformato la festa della vita nascente
nel lutto di tanta desolazione e morte.
E dopo un anno, purtroppo, non è certo migliorata la vita della gente di Gaza!
Anche quest'anno, allora,
prendiamo le stesse armi della preghiera e della comunione
per sentirci uniti a chi più soffre e
accogliere “la Grazia di Dio, apportatrice di salvezza!”
Io stesso mi recherò domenica 20 dicembre nella Parrocchia di Gaza per celebrare il Santo Natale e mi piacerebbe portarvi tutti con me quel giorno...
Per questo VI INVITO A FARE ANCHE VOI NATALE A GAZA
raccogliendovi in questa domenica nella comune supplica al Dio della Pace
† Fouad Twal,
Patriarca latino di Gerusalemme

Ritorna ancora a Gaza, Signore!

«Il terrore piomberà su di voi come un turbine» (Proverbi 1,27)

Signore nostro Dio, a Natale, un anno fa, un disastro si è abbattuto su di noi come una tempesta.
Sotto i bombardamenti eravamo affamati e assetati. I nostri bambini piangevano.
Non trovavamo pane per loro nè acqua per placare la loro sete.

Tutti: «Perché, Signore, stai lontano,
ti nascondi nel tempo dell’angoscia?» (Salmo 10,1)

Le finestre e le porte delle nostre case sono state distrutte dalle detonazioni delle bombe
e noi deperivamo nel freddo di dicembre e dell’inverno che avanzava.
I nostri corpi raggelati dalla paura, dalla sete e dalla fame,
non potevano consolare i piccoli che si rannicchiavano su di noi.

Tutti: «Perché, Signore, stai lontano,
ti nascondi nel tempo dell’angoscia?»
«Quello sarà un giorno di tribolazione e d’angoscia,
giorno di calamità e di miseria (Sofonia 1,5)

Morivano gli innocenti, soprattutto i bambini, le donne e i vecchi.
Chi resisteva viveva all’addiaccio, per le strade e nei cimiteri, sotto le bombe, piangendo e urlando,
mendicando pietà, consolazione e protezione.

Tutti: «Voglio dar libero sfogo al mio lamento,
voglio parlar nell’amarezza dell’anima mia.» (Giobbe 10,1)

Ma Il mondo restava indifferente alla nostra pena, muto e lontano da noi.
I carri armati e le bombe ci massacravano e noi ci sentivamo profondamente umiliati.

Tutti: «Voglio dar libero sfogo al mio lamento,
voglio parlar nell’amarezza dell’anima mia.»

«Gioite nella speranza, siate pazienti nella tribolazione,
perseveranti nella preghiera» (Romani 12,12)

E’ trascorso un anno e ancora soffriamo per la fame, la sete, gli stenti,
l’assedio, l’umiliazione e la paura. Tra la schiavitù e la morte non c’è davvero scelta.
E se la morte si imporrà a noi, i nostri cuori ritroveranno il coraggio necessario per affrontare la morte.

Tutti: Signore della Pace, fa piovere la pace su di noi!

Signore, fa che impariamo a sentire il grido delle vittime di tutti i conflitti
come oggi sentiamo quello delle voci che si levano da Gaza.
Perdona la nostra sordità, apri le orecchie e i cuori all’angoscia del nostro prossimo.

Tutti: Signore della Pace, fa piovere la pace su di noi!

E anche noi, con la consolazione che riceviamo da Dio,
fa che possiamo consolare chi si trova in qualsiasi genere di afflizione!» (2 Cor 1,4)

Signore Gesù, quando sei passato da Gaza, fuggendo la minaccia di Erode, noi ti abbiamo protetto.
Ti abbiamo nutrito. Abbiamo riscaldato il tuo corpo indebolito. Ti supplichiamo: ritorna ancora a Gaza!
Non dimenticare il tuo popolo di più di tremila cristiani e un milione e mezzo di musulmani.
Signore della Pace, dona la pace alla nostra terra.
Siamo assetati di giustizia: Vieni Signore Gesù.
Preghiera di Padre Manuel Musallam, 5 novembre 2009

domenica 29 novembre 2009

Recintati a morte. La voce di Padre Musallam, ex parroco di Gaza

giovedì 26 novembre 2009

Il chierichetto e il Padre predicatore

Da ragazzino facevo il chierichetto; servivo la messa e numerose altre celebrazioni liturgiche. Il mestiere era praticato, almeno al mio paese, da circa l’ottanta per cento della popolazione maschile della mia età, le ragazze erano rigidamente escluse. Non erano però esclusi neppure i figli (maschi, s’intende) di coloro che per effetto del decreto del S.Ufficio del 1949 sui comunisti, non avrebbero potuto ricevere i sacramenti, ma che in pratica, raramente venivano privati della comunione dai loro parroci; ed il mio parroco era, sullo specifico, di manica larga, né mi risulta che sia incorso nelle sanzioni canoniche che oggi, in alcune diocesi, abbondano.
Il risultato era inevitabile: eravamo una bella schiera, sempre pronti a truffare le ostie disposte per la consacrazione ed a mangiarne in gran quantità, annaffiandole con un gustoso moscato che avrebbe dovuto servire per la messa: il sacrestano aveva un bel da fare ad aggiungere vino nelle ampolline (si chiamano così le minute bottigliette che lo contengono), all’ora della messa il vino non c’era mai e noi ci presentavamo al “servizio” con un punta di spensierata allegria.
Ora è ben noto: l’anzianità fa grado e quando un mio cugino ed io, dalle elementari siamo passati a frequentare le medie (allora non certo obbligatorie: eravamo nel 1951), abbiamo preteso la leadership del gruppo. Non ci fu contestata, ma i patti comportavano che a maggior autorità corrispondesse maggiore impegno; così i servizi più gravosi gravavano su noi due.
Avvenne che, in corrispondenza con l’anno giubilare (celebrato a Roma nel 1950 e ripetuto nelle parrocchie nel 1951), fu organizzata una missione parrocchiale con la presenza di cinque frati cappuccini. Tra le altre iniziative era prevista una messa per le 6 (le sei del mattino!), per le ragazze dai diciotto ai trent’anni, fidanzate, giovani spose o in attesa (non so quanto preoccupata) del principe azzurro. Ovviamente il parroco, per il servizio, si rivolse a me ed a mio cugino: chi sta sopra lo stia per servire!
Dieci minuti prima dell’ora stabilita, mentre vestivamo la talare con la cotta di rigorosa ordinanza, assistemmo ad una vivace polemica tra il parroco ed il frate che doveva celebrare la messa e fare la predica alle fanciulle che già affollavano la chiesa, ciondolando per il sonno. Il problema nasceva dal fatto che il cappuccino non voleva ammettere la nostra presenza, mentre il parroco gli faceva osservare che difficilmente avremmo potuto servire messa, senza rimanere in chiesa. Alla fine il compromesso: saremmo rimasti, ma durante la predica saremmo dovuti uscire, avrebbe poi provveduto il parroco a richiamarci al momento opportuno. Noi, che non avevamo mai ascoltato una predica, fummo presi da un’insolita curiosità: perché non potevamo ascoltare?quale segreto era da custodire nelle parole che il buon frate avrebbe rivolto alle ragazze?
Va detto che accanto e a fianco dell’altare, era posta una nicchia che conteneva una statua della madonna assunta in cielo; nicchia di buone proporzioni con una cupoletta, la cui parte concava era interna alla chiesa, ma quella convessa andava a modificare, sopra la soffitta, il pavimento della sede dell’oratorio di Azione cattolica, in allora anche sede della D.C. (democrazia cristiana, alla faccia della laicità della politica). Sulla curvatura convessa avevamo, da tempo, notato una grata (forse uno sfiatatoio?) dalla quale si sentiva benissimo, meglio che non avvenisse in chiesa, ciò che si diceva all’altare e noi ne approfittavamo: quando veniva l’ora di correre al servizio di chierichetto (dalla grata controllavamo), mollavamo il biliardo o altri simili diporti e correvamo al nostro dovere, pena qualche rimbrotto, peraltro sempre bonario del parroco.
Quella volta però la grata servì a ben diverso scopo; poteva essere usata, in contemporanea, da tre persone e noi eravamo in due. Non ci perdemmo una parola di una predica da manuale. Con voce stentorea, inflessioni urlate, ben intenzionate ad incutere spavento, il predicatore continuò, per più di mezz’ora a richiamare l’importanza della purezza, della verginità prematrimoniale, ma anche della castità sponsale (disse proprio così: non capivamo, ma mandavamo a mente senza problemi): stessero le giovani virtuose sempre lontane da ogni tentazione ed anche (e soprattutto) le fidanzate non permettessero mai confidenze ed intimità di qualunque tipo da parte dei loro amici maschi, sicuramente sempre pronti all’attacco. I risultati dell’improvvida eventuale accondiscendenza, oltre ad indurre malattia e disonore, avrebbero condotto di sicuro, alle fiamme infernali.
Terminata la predica, non ci fu bisogno che il parroco ci richiamasse; ci catapultammo in chiesa un po’ storditi ed un po’ curiosi. Dalla grata non potevamo vedere le fanciulle oggetto della reprimenda; appena entrati osservammo una scena curiosissima: le giovincelle, prima addormentate si scambiavano sguardi di malizia, occhiate divertite, sorrisi di chiara allusione. Sentimmo anche il parroco che diceva al suo vicario (si diceva vice/parroco): se prima non ci pensavano neppure adesso lo faranno. Non capimmo e continuammo a servire messa.
Alla fine, come al solito, quando affrontavamo un turno tanto scomodo, andammo in canonica, invitati per la colazione, mentre il parroco stava battibeccando (ma non sentimmo cosa si dicevano) col santo frate. Poco dopo, mentre la perpetua, una compita signora che di nome faceva Domitilla, ci versava latte e cioccolato, il parroco con la sua solita espressione burbera ci redarguì: avete ascoltato bene tutto? Funziona la sfiatatoio? Incassammo e continuammo a consumare la nostra insolita, quanto ricca colazione.
A me però è sempre rimasto impresso il giudizio del mio parroco di allora: se prima non ci pensavano nemmeno, ora lo faranno. Ed ora che capisco (?!) un pochettino di più, la condivido pienamente: la condivido quando ascolto le ripetute condanne della chiesa, i suoi ripetuti rifiuti di aprire le sue porte alla fragilità dell’uomo, le sue esclusioni tanto ribadite quanto inefficaci.
Mi ha colpito ad esempio che un vescovo ritenga di dover rendere pubblica l’esclusione di un Kennedy dall’eucarestia, per la sua politica in tema di aborto. Mi chiedo: è proprio necessario? Siamo tutti convinti che l’aborto non può essere ammesso, che i cattolici impegnati in politica debbono fare il possibile (la politica non può fare di più) perché il fenomeno venga contenuto, perché la vita sia difesa in ogni caso; lo sappiamo bene! Bisogna proprio ripeterlo, con l’espressione della condanna e col rischio di riaprire dei fronti di scontro politico dai dubbi risultati, in presenza di opinioni prevalentemente laiciste tanto a destra, quanto a sinistra? E non vogliamo proprio affidare il difficile compito della mediazione possibile ai laici, perché possano puntare al massimo di bene rispetto ad un valore che conoscono benissimo ed in cui credono?
Benedetta autonomia dei laici! Araba fenice: che ci sia ognun lo dice, dove stia nessun lo sa!
Agostino Pietrasanta

lunedì 23 novembre 2009

Venti anni di Intifada: radiografia del massacro

Riprendo da L'Unità di oggi (http://www.unita.it/news/mondo/91655/venti_anni_di_intifada_radiografia_del_massacro) questo illuminante bilancio di di Umberto De Giovannangeli. Almeno per rompere il silenzio tombale caduto in Italia e nel mondo sul conflitto israelo-palestinese...

Bilancio di un conflitto lungo venti anni. Gli anni della prima e della seconda Intifada. Bilancio di sangue. Astilarlo è B’Tselem, la più autorevole associazione israeliana per i diritti umani. Secondo il rapporto il conflitto israelo-palestinese ha fatto almeno 8.900 morti in due decenni, la gran parte dei quali erano palestinesi. I militari israeliani hanno ucciso 7.398 palestinesi, tra i quali 1.537 minori, sia in Israele che nei Territori occupati; i palestinesi, dal canto loro, hanno ucciso 1.483 israeliani, tra i quali 139 minori. Questi anni sono stati contrassegnati dalla prima Intifada (1987-1993), dalla seconda Intifada che è iniziata nel 2001 e dall’offensiva «Piombo fuso » di Israele contro la Striscia di Gaza.

BILANCIO DI SANGUE
Il 2009 è stato l’anno più sanguinoso con la morte di 1.433 palestinesi, di cui 315 minori, quasi tutti uccisi nel corso dell’operazione «Piombo fuso» (27 dicembre 2008 - 18 gennaio 2009). B’Tselem ha valutato che sono stati 1.387 (di cui 320 minori e 111 donne) i palestinesi uccisi in tre settimane. Il 1999 è stato l’anno meno sanguinoso per i palestinesi (8 morti) B’Tselem precisa che tra le vittime israeliane 488 erano membri della polizia o dell’esercito, le altre 995 sono state uccise in seguito agli attentati in Israele o nei territori occupati. Per Israele l’anno più duro è stato il 2002 con 420 morti e il 1999 il meno violento (4 morti). 335 i palestinesi agli arresti amministrativi senza processo (contro 1.794 nel 1989).

DEMOLIZIONI
Nel corso di questi 20 anni le autorità israeliane hanno demolito, sia perché erano state costruite senza permesso, sia per infliggere una misura punitiva alle famiglie degli attentatori 4.300 case palestinesi in Cisgiordania, in particolare a Gerusalemme est, così come nella Striscia di Gaza fino all’evacuazione di Israele nel 2005. In più, B’Tselem stima che 6.240 case siano state distrutte nel corso dell’operazione militare nella Striscia di Gaza (3.540 solo nell’operazione «Piombo fuso »). Se si abbraccia un arco di tempo più lungo, dal 1967 al 2008, le case palestinesi demolite sono state 24.125. In 20 anni il numero di israeliani che vivono in Cisgiordania o a Gerusalemme est è triplicato per arrivare a 500.000, secondo le cifre ufficiali riprese da B’Tselem.

SEGREGAZIONE
Il rapporto spiega che la città di Hebron è sottoposta˘alla distruzione delle fonti di reddito a causa delle restrizioni alla libertà di movimento imposte dall’esercito israeliano, in particolare dopo lo scoppio della seconda Intifada. Tali restrizioni comprendono il divieto totale di camminare o viaggiare sulle strade principale della città, la chiusura dei negozi in base a un decreto militare. Nel rapporto si sottolinea che la città di Hebron, in Cisgiordania, vive «una politica di segregazione su base razziale». Nelle aree vicino alle case dei coloni, le autorità di occupazione hanno costretto i cittadini palestinesi a evacuare più di 1014 unità abitative, cioè, il 41,9% del totale delle case della zona. Dal settembre 2000 fino ad oggi, rileva B’Tselem, «i palestinesi sono stati cacciati via da più di 1000 appartamenti e 1829 negozi commerciali nel centro di Hebron, a seguito delle pressioni praticate dall’esercito di occupazione israeliana, dalla polizia e dai coloni».

CHIUSURE E BLOCCHI
Ampio spazio è dato poi nel rapporto agli effetti deleteri per la popolazione palestinese causati dal blocco della Striscia di Gaza e dalla costruzione della barriera di separazione: entrambi stanno provocando gravi sofferenze ai civili. Nella Striscia di Gaza, inoltre, la disoccupazione ha ormai toccato il 50 per cento, e il 79 per cento delle famiglie vive sotto la soglia di povertà. Senza contare la penuria di elettricità e acqua potabile (sono 228 mila le persone che non vi hanno accesso in Cisgiordania), con gravi conseguenze anche sulla salute. Atutto questo si aggiungano le restrizioni nei movimenti, con l’installazione di decine di check-point (18 nella sola Hebron), e il divieto assoluto di transito per i palestinesi lungo 137 chilometri di strade.

sabato 14 novembre 2009

Ora di Islam nella scuola?

La proposta di introdurre nelle scuole italiane, pubbliche e private, un’ora di religione islamica, alternativa a quella cattolica, per gli alunni di fede musulmana, non ha fatto breccia né nella politica né nella Chiesa… In verità, la proposta ha subito ricevuto un sì autorevole nel mondo cattolico, quello del presidente del Pontificio Consiglio per la Giustizia e la Pace, card. Renato Martino: «A meno che gli islamici non scelgano di convertirsi al cristianesimo – perché la libertà di religione è un principio sancito dalla Dichiarazione dei diritti dell’uomo – se scelgono di conservare la loro religione hanno diritto ad istruirsi nella loro religione. Con i debiti “controlli”, inoltre, l’insegnamento nelle scuole eviterebbe che i giovani di religione islamica finiscano nel radicalismo». Sulla stessa linea il card. Georges Cottier, secondo il quale “per milioni di immigrati la conoscenza è antidoto al fondamentalismo”. D’altra parte, in passato, aveva manifestato una posizione di apertura nei confronti della medesima problematica lo stesso Benedetto XVI, quando il dibattito aveva coinvolto il suo paese natale, la Germania. In un’intervista del ’99 l’allora cardinal Ratzinger specificava che le organizzazioni islamiche richiedenti quell’insegnamento avrebbero dovuto attestare “una piena adesione alla Costituzione” tedesca e dare garanzie che non venisse a realizzarsi “un indottrinamento ma un’informazione equilibrata e oggettiva sull’Islam” (e in effetti in alcuni Länder tedeschi l’insegnamento è stato poi sperimentato secondo questi principi).
Il mondo politico con argomentazioni più o meno etnocentriche e difensive dell’identità cristiana, ha bollato la proposta come espressione di un “malinteso pluralismo culturale”. Una secca smentita delle posizioni del card. Martino è invece giunta dal presidente della Cei, card. Bagnasco: «L’ora di religione cattolica nelle scuole di Stato si giustifica in base all’articolo 9 del Concordato, in quanto essa è parte integrante della nostra storia e della nostra cultura. Pertanto, la conoscenza del fatto religioso cattolico è condizione indispensabile per la comprensione della nostra cultura e per una convivenza più consapevole e responsabile. Non si configura, quindi, come una catechesi confessionale, ma come una disciplina culturale nel quadro delle finalità della scuola. Non mi pare che l’ora di religione ipotizzata corrisponda a questa ragionevole e riconosciuta motivazione». Dichiarazione formalmente ineccepibile; io stesso ho in più occasioni difeso la “necessità” dell’insegnamento della religione cattolica nella scuola e continuo a difenderlo, anche se non ritengo corretto porlo in maniera esclusiva. Condivido quanto ha scritto Franco Monaco: «La questione, di portata epocale, dell’immigrazione e, segnatamente, le politiche tese all’integrazione dentro una società multiculturale e multireligiosa sono un terreno singolarmente congeniale a un confronto che trascenda gli schieramenti. Nello specifico, la proposta ha il merito di riaprire una discussione su tre problemi di rilievo tra loro connessi: come fare i conti con la società multireligiosa; come svolgere in concreto l’idea di una “laicità positiva e del confronto”, che muova cioè dalla convinzione che le religioni rappresentano una risorsa più che un problema per la vita culturale e civile; come ovviare al problema – sostanzialmente negletto – degli studenti che non si avvalgono dell’insegnamento della religione cattolica e che spesso se ne stanno in oziosi o se ne tornano a casa».
Se la proposta è politicamente impraticabile, al momento attuale credo urgente e importante aprire un dibattito culturale, libero da logiche di parte e da rigidità ideologiche, per ripensare l’intero assetto scolastico del discorso religioso; e intanto, nei prevedibili tempi lunghi di attivazione di una nuova e adeguata risposta della scuola alla “domanda religiosa” della società, qualificare l’attuale offerta scolastica in materia.
Intanto poiché le attività scolastiche per i “non avvalentisi” dovrebbero avere attinenza all’area etico-religiosa, potrebbero proporre, quale oggetto di studio, la religione islamica o/e la religione ebraica o/e un’etica sociale… Sicché, la proposta di un’ora facoltativa di religione islamica potrebbe, in primo luogo, contribuire a coprire “l’ora del vuoto” come è stata definita l’ora alternativa. Si tratterebbe di un’ora rivolta non solo agli eventuali studenti musulmani ma anche ai “non avvalentisi”, che potrebbero scegliere tra le varie opportunità offerte dalla scuola. Capisco che una difficoltà nascerebbe dallo statuto stesso di queste religioni “teocratiche”, nelle quali è faticoso distinguere il sapere dal credere, la religione dalla fede. Se fa difficoltà per la scuola la “confessionalità” della religione cattolica (che però riconosce la laicità delle istituzioni pubbliche), a maggior ragione diventa incompatibile una religione che si identifica con la propria fede. Ma, poi, perché offrire questo necessario approfondimento culturale solo ai “non avvalentesi”?
La provocazione della proposta va allora accolta per aprire un cantiere di riflessione e di rielaborazione dell’intero assetto del discorso religioso nella scuola. Penso che non risponda alle attese di una educazione interculturale l’attivazione di tante “ore” quante sono le religioni professate nella società, tantomeno se destinate, ciascuna, ai fedeli di quelle religioni. Ma nello stesso tempo penso che il diritto di scelta educativa rivendicato per i cattolici debba valere anche per chi cattolico non è, secondo i principi della nostra Costituzione. Ma selezionare gli studenti sulla base della loro anagrafe confessionale, creerebbe e aumenterebbe non l’integrazione ma la ghettizzazione delle diverse appartenenze religiose; le materie di studio, anche quelle religiose, vanno offerte a tutti gli studenti e devono rientrare pienamente nel curricolo scolastico di ciascuno. La moltiplicazione degli insegnamenti confessionali – l’ora islamica oggi, poi quella ortodossa e così via – confermerebbe la tesi che alla religione va riservato un insegnamento particolare e, per di più, mantenuto all’interno dei recinti confessionali; ciò non favorirebbe la reciproca conoscenza, il dialogo tra le fedi e le culture diverse. In questa prospettiva si pone la proposta di attivazione autonoma, da parte della scuola, di un corso curricolare di cultura interreligiosa per tutti declinato sulle tre religioni, ebraica, cristiana, islamica, da articolare su base storico-comparata e con impianto fenomenologico-ermeneutico.
Mi sembra perciò decisamente più persuasiva, e soprattutto più conforme allo statuto ideale di una scuola pubblica compiutamente formativa, l’idea – avanzata vent’anni or sono da Pietro Scoppola e Luciano Pazzaglia, ripresa di recente da Massimo Cacciari – di un insegnamento aconfessionale di cultura religiosa obbligatorio per tutti naturalmente affidato a insegnanti vincitori di regolare concorso pubblico. Non è impossibile mettere a fuoco contenuti e metodi di una tale disciplina, che certamente dovrebbe privilegiare le grandi religioni monoteiste così decisive nel forgiare la civiltà occidentale. Sarebbe altresì uno stimolo a reintrodurre lo studio della teologia e delle scienze religiose nelle università pubbliche, presenza che si è interrotta all’inizio del secolo scorso. A fondamento di tale “terza via” sta il convincimento che il vero, grande problema che ci affligge è l’analfabetismo religioso, l’ignoranza dei grandi Libri sacri. Si attesterebbe, per questa via, la rilevanza delle religioni nella cultura e dunque nella formazione culturale delle nuove generazioni. Ci si porrebbe al riparo dell’insidia dello slittamento di insegnamenti confessionali nella direzione impropria dell’indottrinamento e del proselitismo. Conosco le resistenze della Chiesa di fronte a tale ipotesi. Ma oggi la società multireligiosa è già una realtà. Con le opportunità e i problemi, anche pastorali, che essa porta con sé. Condivido l’auspicio di Franco Monaco: «La Chiesa farebbe bene a rifletterci e a raccogliere positivamente la sfida. Senza timori. Essa ha i mezzi e la forza per farlo. Nessun altra istituzione dispone delle sue risorse umane, culturali, organizzative per forgiare gli insegnanti. Il Concordato è uno strumento e non un fine e, nel suo preambolo, che ne fissa l’ispirazione di fondo, sta scritto che Stato e Chiesa si impegnano a cooperare per la promozione della persona e il bene del paese. In questo caso, il bene della scuola, della cultura, dell’integrazione socio-culturale». dwf

lunedì 9 novembre 2009

Dialogo sul Crocifisso

Riprendo dal blog di Sandro Magister http://magister.blogautore.espresso.repubblica.it/2009/11/04/effetto-valanga-col-croficisso-via-anche-le-chiese-bach-leonardo-da-vinci/ questo "simpatico" dialogo sulla sentenza anti-crocifisso della corte europea dei diritti dell’uomo che ha seminato scompiglio nelle scuole italiane.
Ecco qui di seguito come se ne è discusso in un consiglio d’istituto di un non precisato liceo romano. I personaggi:
P: preside,
PA: professore di storia dell’arte,
PM: professore di musica,
PF: professore di filosofia.
*
P: Oggi è venuta a trovarmi la madre di un allievo, un po’ agitata. Mi ha detto che si rifiuta di mandare il figlio a visitare la piazza e la basilica di San Pietro la prossima settimana. Ha sentito della sentenza della corte europea dei diritti dell’uomo sul crocifisso e sostiene che questa visita sarebbe un condizionamento religioso emotivamente troppo forte per un quindicenne.

PA: Me se devo dare il compito in classe sul Bernini!

P: Io però non voglio prendermi esposti, denunce, eccetera. Ho già troppe gatte da pelare!

PA: Ho capito, ma allora dove li porto i ragazzi? Al Pantheon?

P: Magari. E insisti sul fatto che è una prodigiosa dimostrazione del genio architettonico dei romani.

PA: È vero, ma devo pure far cogliere i motivi di continuità con i successivi sviluppi cristiani, dovrò pure dire che nel VII secolo il Pantheon è stato trasformato in una chiesa, Santa Maria ad Martyres.

P: Ci risiamo! Voglio una visita neutrale, non religiosa!

PA: Ma che significa? Qui tutto ricorda il cristianesimo! Allora stiamocene chiusi in aula e lasciamo perdere! E poi i ragazzi avranno pure diritto a essere istruiti, a sapere.

P: Ma il diritto di chi non vuole subire la non richiesta ostensione di simboli religiosi prevale.

PA: Ah sì? E perché non se ne sta a casa lui, allora?

P: Collega, ma cosa dici? Un diritto è un diritto!

PM (interrompe con ansia): Scusami, preside, ma io domani farò ascoltare Bach: la Messa in si minore.

P: Mamma mia, per carità!

PM: Come “per carità”? È un capolavoro sommo!

P: Ma è una Messa!

PM: E che significa? L’sutore non era neppure cattolico!

P: Era protestante. Sempre cristiano era. Scegli qualcosa di più tranquillo, vai sul Novecento, a Stravinskij.

PM: Bene. Farò ascoltare “Sinfonia di Salmi”.

P: Ma sei un fissato! Metti la “Sagra della primavera”, quella sì, è sufficientemente pagana, non disturba nessuno, ci si può fare pure una lezione di antropologia culturale. E comunque, se proprio devi fare un po’ di Bach, non insistere troppo sul cristianesimo.

PM: Ma se scriveva “Soli Deo Gloria” in calce alle sue composizioni!

P: Ma mica siamo al Conservatorio, che importa agli allievi di questi dettagli?

PM: Pensa che volevamo fare col collega di filosofia un’ora interdisciplinare sull’estetica nel pensiero religioso del Novecento, sull’influsso di Bach e Mozart su von Balthasar e…

P (irato): Ma siamo matti! La teologia si fa nell’ora di religione per chi la chiede, e basta! Mi vuoi rovinare?

PF: Preside, ma cosa dici! Posso parlar bene di Agostino, o no?

P: Ma sì, digli che ad Agostino tutto il pensiero moderno deve molto, anche l’ermeneutica, la fenomenologia…

PF: Però non posso dire che era cristiano?

P: Accennalo appena.

PF: Ma che accenno e accenno! Secondo te le “Confessioni” sarebbero state scritte se l’autore non si fosse convertito al cristianesimo? E poi scusa, quando parlo del concetto di persona in filosofia, come evito un accenno al dogma della Trinità e ai primi concili ecumenici? Non esisterebbe il concetto di persona senza…

P: No e poi no! Questo è catechismo! Prudenza ci vuole…

PF: Ma se persino Benedetto Croce….

P: Basta! Colleghi, dobbiamo capire che viviamo in una società multiculturale, dobbiamo rispettare le diversità, non possiamo pretendere…

PA: Ma abbiamo pure il dovere di istruire, di far conoscere. Se gli allievi guardano il Cenacolo di Leonardo, mica gli possiamo dire che era una cena qualunque tra amici!

P: Ma che esempi mi fai? Qualcosa va detto loro, ma con prudenza, con neutralità…

PA: Ma a me il Cenacolo piace tanto, mi appassiona…

P: Troppa passione nell’insegnamento non va bene. Ci vuole anche un po’ di neutralità emotiva.

PF: E allora mettiamoci un automa, sulla cattedra, e cambiamo mestiere! Ma poi, senti, non sarebbe molto più interessante far capire la grandezza filosofica di san Tommaso collegandolo al pensiero musulmano, ad Avicenna… Non cancelliamo né l’uno né l’altro, li studiamo entrambi.

P: Ma ci sono anche gli atei, gli agnostici…

PF: Ma anche loro dove vivono? Se vivono in mezzo a noi, è giusto che conoscano, che vedano le mille chiese nelle strade di Roma, che rappresentano la città, o dobbiamo demolire pure quelle? Quelle non sono per nulla neutrali!

P: Colleghi, sono sfinito. Aggiorniamoci a domani. Magari la notte ci porterà consiglio…

(Dialogo messo per iscritto da Francesco Arzillo, Roma, 4 novembre 2009).

venerdì 6 novembre 2009

Pellegrinaggio in Terrasanta - Dal 3 al 10 marzo 2010

“Terra santa, terra di tutti, terra nostra!”, è l’espressione del Patriarca emerito di Gerusalemme mons. Michel Sabbah, utile per presentare la proposta dell’annuale pellegrinaggio in Terrasanta.
Noi abbiamo scelto di cambiare il modo di organizzare i pellegrinaggi in Terrasanta. In molti casi sono solo “turismo religioso”, legato agli aspetti storico-archeologici o ad una proposta “spirituale” disincarnata e sostanzialmente indifferente alle persone che in quella terra vivono, lavorano, soffrono, combattono, amano, odiano: la “lectio biblica” che si propone potrebbe essere proposta tale e quale anche in una delle nostre parrocchie! Ci sono pellegrinaggi che non vedono l’occupazione militare della Terrasanta, non si accorgono del “Muro”, non “sentono” la paura quotidiana degli israeliani e l’umiliazione dei palestinesi, lo stridente contrasto tra ricchezza e povertà; il rischio di taluni pellegrinaggi è quello di vivere in una condizione al di fuori del tempo e del luogo; non c’è nessun incontro con le altre due grandi esperienze religiose (l’ebraica e l’islamica) perché molti camminano per la Terrasanta pensando che noi (cristiani, cattolici) siamo i “buoni” e gli altri sono i “cattivi”. Il pellegrinaggio è anche incontro con la Chiesa Madre di Gerusalemme e vicinanza e sostegno ai cristiani di Terrasanta, che però hanno “la sventura” di essere cristiani arabi, palestinesi e perciò segnati dal “sospetto” con cui guardiamo gli arabi e i palestinesi, vittime come siamo della scandalosa e menzognera informazione massme¬diale. “Dovete aiutarci anche voi ad essere cristiani secondo il vangelo! Questo sia il vostro impegno e non solo continuare a sostenere progetti particolari. Aiutateci nella crescita della fede. Noi da parte nostra non possiamo aspettare domani per cercare di amarci tra cristiani e quindi non dobbiamo aspettare che finisca il conflitto...” ci diceva mons. Sabbah.
Perciò ripropongo anche quest’anno il pellegrinaggio in Terrasanta, con le caratteristiche che è venuto assumendo in questi anni:
- pellegrinaggio di credenti e non credenti, entrambi comunque in ricerca... La condivisione di domande e la partecipazione anche a momenti “religiosi”, aiuta gli uni e gli altri a conoscersi e ad andare a fondo nell’interrogazione di sé e della propria realtà più profonda: la Bibbia è la nostra guida;
- pellegrinaggio di solidarietà con tutti coloro che soffrono (e per la situazione della Terrasanta è tutto il mondo che soffre e vive in un perenne e pericoloso conflitto), per proporre a tutti la strada della pace nella giustizia;
- pellegrinaggio incarnato nella storia di oggi, per certi versi molto simile a quella della Palestina di Gesù e della Chiesa delle origini.
Andremo prima in Galilea, là dove sono state gettate le basi dell’avventura cristiana nella storia, un frammento di terra dove tutto ha avuto inizio! E poi nel cuore della Terrasanta: Betlemme e Gerusalemme. Proponiamo alcune esperienze inusuali, ma importanti per capire: la residenza a Betlemme per condividere l’esperienza e i disagi dell’occupazione militare; l’incontro di amicizia con Gerico che nel 2010 celebra i suoi 10.000 anni di storia, con la speranza di uscire dal suo opprimente isolamento; la solidarietà con le amiche del centro Melkita di Ramallah e la realtà “atipica” di questa città, “capitale” della Palestina inesistente; la visita a Taibeh, unico villaggio totalmente cristiano della Palestina e l’incontro con la sua Comunità; e infine l’esperienza di Gerusalemme, la Città tre volte santa, il cuore pulsante (e malato) del monoteismo, che da “valore” quale dovrebbe essere, appare oggi come “problema” che sembra rendere instabile il mondo e talvolta dimenticare i suoi principi originari e fondamentali che affermano il valore universale di ogni essere umano. Chiunque condivide questi principi è allora benvenuto e sarà un gradito compagno di viaggio. Sono certo che per tutti, come sempre sarà un’esperienza indimenticabile. don Walter
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PELLEGRINAGGIO DI PACE E GIUSTIZIA IN TERRASANTA
dal 3 al 10 marzo 2010

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I – 3 marzo – mercoledì - Alessandria / Tel Aviv / Nazareth
Partenza in pullman riservato per l’aeroporto di Bergamo. Volo speciale per Tel Aviv. Arrivo a Tel Aviv. Partenza per Nazareth, sistemazione in hotel, cena e pernottamento.
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II – 4 marzo – giovedì - Nazareth / Lago Tiberiade / Tabor
Visita della Basilica dell’Annunciazione e di Nazareth. Pranzo.
Nel primo pomeriggio trasferimento al Tabor, monte della trasfigurazione di Gesù. Messa. Durante il rientro a Nazareth sosta a Cana, cena e pernottamento.
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III – 5 marzo – venerdì - Zippori / Haifa / Akko
Trasferimento al Lago di Tiberiade: visita di Tabga, della chiesa del Primato di Pietro, di Cafarnao “città di Gesù”. Monte delle beatitudini. Messa e pranzo alle Beatitudini. Partenza per Akko (S. Giovanni d’Acri). Lungo il percorso visita di Zippori (Sephoris) ritenuto il villaggio natale di Anna, madre della Vergine. Qui i crociati hanno edificato una chiesa a suo nome, sul sito di una bizantina risalente al III sec. Proseguimento per Akko. Visita della città con la sua imponente cinta muraria. Tutta la cittadella entro le mura rappresenta il più bell’esempio dell’architettura crociata in Israele. Se possibile visita della chiesa di S. Andrea e della Moschea di El-Jazzar. Rientro a Nazareth. Cena e pernottamento.
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IV – 6 marzo – sabato / Nazaret / Betlemme
Partenza per Gerusalemme e Betlemme lungo la Valle del Giordano. Se possibile sosta al Giordano nei pressi di Gerico e memoria del Battesimo. A Betlemme sistemazione in hotel e pranzo. Visita della Basilica della Natività e Messa. Cena e pernottamento.
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V – 7 marzo – domenica - Gerusalemme
Mattinata dedicata alla visita di Gerusalemme. Monte degli Ulivi, Dominus flevit, Getsemani e Tomba della Vergine. Pranzo. Visita allo Yad Vashem (Museo della Shoah) e al Museo del Libro. Rientro a Betlemme. Cena. S. Messa al Getsemani. Rientro a Betlemme e pernottamento.
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VI - 8 marzo – lunedì - Ramallah / Gerico
Partenza per Ramallah. Visita al Centro di Ricamo. Poi alla parrocchia di Taibeh dove incontreremo don Raed Abusahlia, il parroco della comunità. Il villaggio è uno dei pochi se non l'unico che si è mantenuto completamente cristiano in Palestina, tanto da definirsi l'ultima città discendente dall'epoca dei primi cristiani. A Taibeh sul piano storico due visite: le rovine di una vecchia chiesa e la casa delle parabole, una casettina rimasta intatta come tante altre nel circondario costruita secondo i dettami di centinaia di anni fa. Grazie a questa casa possiamo immaginarci in che condizioni vivevano le persone all'epoca di Cristo e nei secoli seguenti. Pranzo (se possibile a Taibeh). Nel pomeriggio trasferimento a Gerico. Messa nella parrocchia cristiana del “Buon Pastore”. Saluto al Sindaco della Città gemellata con Alessandria. Cena. Rientro a Betlemme per il pernottamento.
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VII – 9 marzo – martedì - Gerusalemme
A Gerusalemme Visita della Spianata delle Moschee e Muro Occidentale (“Muro del Pianto”), poi visita al “Monte Sion Cristiano”: Cenacolo, Dormizione e S. Pietro in Gallicantu. Pranzo. Nel pomeriggio Chiesa di S. Anna, Flagellazione, Via Dolorosa. Santo Sepolcro. Messa. Cena e pernottamento a Betlemme.
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VIII - 10 marzo – mercoledì - Gerusalemme / Tel Aviv / Alessandria
Al mattino visite. Partenza per l’aeroporto di Tel Aviv. Imbarco con volo speciale. Arrivo a Bergamo. Rientro ad Alessandria.
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QUOTA DI PARTECIPAZIONE
In camera doppia € 1.270,00
Supplemento camera singola € 250,00

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ISCRIZIONI: telefonare al più presto a don Walter (335 58 18 204) per la pre-iscrizione. Per la conferma (entro la metà di dicembre) è richiesta una caparra di € 400 (Fino al 31 gennaio i posti cancellati saranno soggetti a penale di Euro 150; dal 1° febbraio al 19 febbraio, i posti cancellati saranno soggetti a penalità di Euro 300,00; dal 20 febbraio al giorno della partenza, penalità totale per ogni cancellazione).

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LA QUOTA DI PARTECIPAZIONE COMPRENDE: Trasferimento in pullman per/da l’aeroporto di Bergamo; passaggi aerei con voli speciali da Bergamo; tasse aeroportuali e di dogana in Israele e percentuali di servizio; kg. 20 bagaglio in franchigia; assistenza aeroportuale in Italia e all’estero; sistemazione in alberghi di buona categoria in camere doppie con servizi; trattamento di pensione completa, dalla cena del primo giorno al pranzo dell'ultimo; escursioni, tours, entrate, come da programma; mance, facchinaggi ed extra in genere; Bus Gt con autista; Guida autorizzata parlante italiano per tutta la durata del tour; Assicurazione medico - bagaglio Mondial Assistance; omaggio ad ogni partecipante.
LA QUOTA DI PARTECIPAZIONE NON COMPRENDE: Assicurazione integrativa facoltativa annullamento MONDIAL ASSISTANCE: 3,50% del costo del pacchetto (contratto 2008); tutto quanto non espressamente menzionato nel programma.
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Documenti
Per i cittadini italiani e' richiesto il passaporto regolarmente bollato ed in corso di validità di almeno 6 mesi dalla data di inizio del viaggio.
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Modifiche al programma potranno essere necessarie per condizioni ed esigenze che si presentino in Terrasanta e comunicate successivamente o in loco. I luoghi delle celebrazioni sono solo indicativi.
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mercoledì 4 novembre 2009

Il crocifisso è dei Crocifissi

Ripropongo come contributo al dibattito e alla riflessione - oltre le sterili polemiche - un mio vecchio articolo del 2002 che, mi pare, mantenga tutta la sua attualità dopo la sentenza della Corte Europea.

Un senso di “fastidio”: è il sentimento dominante, che continua ad accompagnarmi, ogni volta che sento o che leggo posizioni pro o contro nell’autunnale grande dibattito… quello sul crocifisso, intendo. Ma è forse lo stesso senso di fastidio che provo ogni volta che si parla dei “valori cattolici” e li si vuole imporre per legge; perché “democrazia”, “pluralismo culturale e sociale”, “libertà di pensiero e di espressione”, non le sento come parole vuote o retoriche.
Tutto è nato da una presa di posizione del Ministro alla pubblica Istruzione Letizia Moratti, che ha auspicato che il crocifisso torni al suo posto, poiché nessuna legge aveva stabilito che fosse tolto. Cosa ha detto il ministro? “Il crocifisso tornerà presto a occupare il suo posto nelle aule delle scuole italiane, perché rappresenta il simbolo della civiltà cristiana, della sua radice storica e universale” e ha ricordato il parere del Consiglio di Stato: “Il Crocifisso o, più comunemente, la Croce, a parte il significato per i credenti, rappresenta il simbolo della civiltà e della cultura cristiana, nella sua radice storica, come valore universale, indipendentemente da specifica confessione religiosa”.
Qualcuno è subito intervenuto a favore di questa presa di posizione, argomentando che “c'è da chiedersi perché molti temono che il crocifisso torni al suo posto. Non si tratta di accendere la miccia di una guerra di religione, né di affermare una supremazia della cultura cattolica sulle altre. Si tratta di affermare che questa cultura c'è, che non si può pensare al futuro, ad un'integrazione di culture diverse, senza conoscere la propria storia e soprattutto senza amarla. Non si sa chi abbia impartito l'ordine, sta di fatto che in molte scuole il crocifisso è sparito dalla parete sulla quale era appeso, in alcuni casi è sparita anche la foto del Capo dello Stato.
I due simboli se ne stavano buoni ad assistere alle lezioni, appesi con un chiodo sopra alla lavagna, non avevano mai turbato la crescita degli alunni, né offeso i ragazzi di altre religioni.
Non si trattava di simboli di una supremazia, rappresentavano la storia a cui apparteniamo”. Non mi sento di condividere buona parte di queste affermazioni, soprattutto quell’accostamento tra il Cristo in croce e il Presidente Ciampi; avverto una certa disparità nella simbologia e un forte richiamo ad accostamenti superati dalla storia, oltre che dalla teologia del Vaticano II e, in particolare, dalla sua Dichiarazione sulla libertà religiosa.
Mi sembra invece condivisibile la forte presa di posizione dei Missionari Saveriani che in un loro documento scrivono: “Non possiamo esimerci dal manifestare la nostra contrarietà ad una proposta che intende ridurre il simbolo religioso cristiano per eccellenza ad un mero “simbolo della civiltà e della cultura” dell’Italia e dell’Europa. La croce, lo ricorda San Paolo, è “scandalo per i Giudei e stoltezza per i gentili” (1 Cor 1,23), ma è simbolo di salvezza per tutti i credenti che la venerano nei luoghi di culto riconoscendo in essa la manifestazione dell’amore divino. Volerla presentare nei termini di “simbolo culturale” del continente europeo, significa riesumare la logica di quell’antica e tragica commistione tra potere e croce che ha segnato il periodo del colonialismo europeo ai danni degli altri popoli” - e molto ci sarebbe da dire sul nuovo colonialismo in atto -. “Non si vuole con questo sostenere che il rispetto dell’altro, della sua diversa cultura e religione, implichi il disconoscimento o la sospensione della propria. Si intende invece ricordare che la proposizione della propria identità religiosa e culturale non deve mai essere raggiunta a scapito di una miglior convivenza tra culture e fedi diverse e che anzi ciascuna identità va promossa nel pieno rispetto di tutte per il bene comune. Riteniamo perciò urgente intensificare l’impegno per un’educazione interculturale”.
Mi pare che quella del crocifisso sia una di quelle questioni inventate di proposito per far male e provocare lacerazioni profonde in seno alle chiese cristiane e nella società italiana. Lo scopo è quello di strumentalizzare sentimenti e simboli che sono molto lontani da ciò che i partiti sostenitori della campagna sul crocifisso praticano quotidianamente nelle loro azioni di governo. Che dire del fatto che sia la Lega a chiedere di segnalare (denunciare?) i nomi di tutti coloro che dovrebbero provvedere ad esporre il crocifisso (presidi, sindaci, personale sanitario, giudici…)? Proprio chi è propugnatore di leggi in radice anticristiane, come la legge sull’immi¬gra¬zione (sì, la Bossi-Fini); proprio coloro che, rappresentando il potere pubblico, anziché cercare il bene comune e in speciale modo quello dei deboli e degli ultimi preferiscono tutelare e proteggere gli interessi dei forti e potenti. Qualcuno - non ricordo chi - ha scritto recentemente: “Il crocifisso appartiene ai nuovi crocifissi, É loro, perché lui ha scelto di stare con loro. É nascosto tra le donne di Kabul; o tra i bambini schiavi del sesso in tante parti dove si celebra il turismo sessuale per gli annoiati dei paesi opulenti; o nei campi profughi abitati da chi ha dovuto abbandonare tutto per cercare di salvarsi almeno la vita. É in Armenia, in Kurdistan, in Iraq a subire l'embargo. É sulle carrette piene di disperati che solcano il mediterraneo per cercare in Europa un po' di speranza. É morto, in fondo al mare, con quelli che il mare si è portato via nella loro ricerca di un luogo dove poter vivere dignitosamente”. Mettiamo pure dovunque il Crocifisso, a condizione che chi lo espone voglia, con quel gesto, accettare di incontrarlo e di onorarlo nella persona dei tanti che ogni giorno sono costretti a salire sullo stesso Golgota.
Non sentirò più il fastidio di questi dibattiti, quando vedrò anche molti dei nostri bravi cattolici praticanti non più assenti, non più indifferenti, quando non addirittura d'accordo con frasi, con scelte, con leggi, con comportamenti che riducono il crocifisso a un oggetto. Quando la preoccupazione dominante è quella della tutela del proprio benessere, ponendo le cose prima delle persone, rubiamo il Crocifisso ai crocifissi, rischiamo di trasformare in idolo anche quello che si trova in chiesa. Come richiama il Vescovo nell’ultima lettera pastorale, “quello che siamo grida più forte di quello che diciamo”: diamo onore al Crocifisso con scelte che davvero dimostrino che abbiamo imparato la sua Lezione, non con l’appello a leggi e circolari. dwf

lunedì 26 ottobre 2009

Tradizioni per una identità

Benedetta identità! Sembra che se ne discuta senza venirne a capo; sembra che tutti ne vogliano dire senza la possibilità di un confronto: quasi che la questione fosse arenata sul confine di una cristallizzata incomunicabilità. Succede soprattutto per il Partito democratico (PD). Molti ribattono che ci vuole un progetto, che urge un programma, che necessita un metodo di organizzazione. Tutto vero; resta il fatto che per un qualunque progetto, un qualunque programma e per una linea di organizzazione, sarà necessaria la priorità dell’esserci: per fare bisogna esistere e non si esiste senza un’identità che, soprattutto in politica, non può essere che di distinzione.
Non sono nuovo a questi ragionamenti, perché ho sempre sostenuto che nelle culture politiche di un possibile PD, assolutamente plurali e di tradizione non priva di elementi inconciliabili, c’era tuttavia un collante: la proposta della solidarietà come elemento fondante la promozione democratica. Aggiungevo che era necessaria la coniugazione di tale proposta con quella della sussidiarietà, capace di responsabilizzare individui, soggetti collettivi e istituzionali, nella libertà.
Non mi ripeterò, ma date le attuali circostanze e tenuto conto delle surrettizie motivazioni che stravolgono nello scontro un confronto politico, molto spesso insensato e urlato, mi proverò a proporre altre ragioni di un’augurabile identità. Anche perché mi chiedo, quasi a margine del ragionamento: se non la troviamo, se non la fondiamo in modo condiviso questa benedetta identità, come lo facciamo il PD? E senza PD, quale alternativa sufficiente da confrontare e contrapporre al centro/destra? E senza questa alternativa, senza dialettica a quale fisiologia democratica si può pensare? In soldoni: dove finisce la democrazia?
Giratela come volete: ne va di mezzo il sistema democratico!
Provo allora a richiamare tre questioni che sento con particolare urgenza, anche per effetto dei miei (scarsi, molto scarsi!) riferimenti formativi.
C’è una prima osservazione, richiamata da molti, ma non sufficientemente recepita. Si dice (e lo dice soprattutto il sovrano della maggioranza): non devo rendere conto se non al popolo ed all’elettorato, le regole della istituzione democratica sono di impedimento; e ne trae una conseguenza immediata: in politica la rappresentanza si esprime nell’interpretazione diretta della volontà popolare, i partiti sono inutili soggetti di rissa e di freno.


Una posizione non compatibile con la tradizione democratica che fonda la nostra Repubblica; per un presidente del consiglio non c’è male.
Non voglio incorrere, però, nelle ire di chi urla all’intiberlusconismo; il problema è di ben altra natura: per tutte le tradizioni di cultura politica che hanno ispirato la Carta costituzionale, l’esistenza dei partiti è funzionale ed indispensabile almeno per due motivi: la possibilità data ai cittadini di organizzarsi liberamente per concorrere alla politica nazionale, lo spazio per il confronto dialettico fra parti contrapposte. Non stupisce, di conseguenza, che qualcuno voglia chiudere con la Costituzione.
Eppure qui sta un primo problema identitario per un possibile PD: le culture politiche che lo dovrebbero costruire credono tutte quante in una fondazione della politica sulle parti, sui partiti; ci crede sicuramente anche la componente liberal/democratica, tanto che il riferimento a tale componente da parte della destra italiana o ad una ampia frangia di essa mi pare del tutto improprio.
Per quanto riguarda la mia formazione aggiungerò un’ ulteriore riflessione. Proprio Sturzo ha sostenuto con forza l’idea di politica come divisione, come rappresentanza di interessi settoriali, capaci di confronto e legittimazione di interessi concorrenti e dialettici. Mi dicono i cattolici schierati nel centro/destra, come fanno ad accordarsi con il loro capo carismatico, quando affermano di essere loro (!?) gli eredi di Sturzo? La loro scelta va considerata e, per quanto mi riguarda la considero, del tutto legittima, ma come possono conciliare la loro eredità sturziana con l’idea di una politica che vuol fare a meno delle regole e delle parti in dialettica fra di loro?
Lasciamo stare; la conclusione che mi interessa sul punto è molto semplice: l’identità di un possibile PD trova su questo comune filone tradizionale, la democrazia come possibilità di confronto tra le parti, un terreno fondamentale.
Veniamo alla seconda, breve osservazione. Stando così le cose la politica necessita di reciproca legittimazione: soprattutto la legittimazione di chi non la pensa come noi. Confronto sì, lotta di idee e programmi sì; delegittimazione no! Anche qui farei riferimento alla mia componente di proposta politica; proprio De Gasperi, anticomunista nei programmi e nelle scelte di governo, resistette con l’appoggio delle istanze democratiche del socialismo e con le forze liberal/democratiche ad ogni tentativo di delegittimazione del PCI degli anni quaranta/cinquanta e ciò gli fu imputato a colpa non irrilevante da “fonti autorevoli”. Lotta al programma del PCI sì, delegittimazione di una parte che raccoglieva parecchi milioni di voto popolare, no!
Anche qui una piccola domanda ai cattolici schierati col centro/destra; come conciliare la tradizione degasperiana con un attacco sistematico, quanto incomprensibile, al comunismo ed alla sua residuale (ma dove?) esistenza. Come fanno a dichiararsi su questo preciso versante, gli eredi di De Gasperi?
Resta inteso, in ogni caso, che interessa prima di tutto, ed anche su questo versante, la constatazione di una comune possibile esperienza per un augurabile decollo del PD.
E vengo ad un’ultima osservazione che non attiene tanto il presente dello scontro politico, quanto un dibattito che viene ribadito nelle più diverse sedi del cattolicesimo contemporaneo, con il coinvolgimento stesso della Chiesa. Si tratta di capire quanto possano contribuire alcune componenti della modernità per la costruzione della “Città dell’uomo”, e cosa vogliamo fare di tali componenti. Da parecchi anni il giudizio, su aspetti di pensiero essenziali alla modernità, risulta particolarmente negativo; sembra escluso lo spazio per una comprensione più complessa ed articolata. Eppure, proprio De Gasperi, per ritornare ad una tradizione a me vicina, sottolineava che il trinomio del 1789 francese, “libertà, fraternità, uguaglianza” fondava nello spirito del Vangelo la sua ispirazione di fondo. Spogliate certe esperienze, a cominciare dalla Rivoluzione francese, dai suoi eccessi giacobini e dalle derive della violenza, le componenti del trinomio introducono nella modernità un’ispirazione religiosa che potrebbe contribuire, ed in alcuni passaggi ha contribuito, alla organizzazione di una società più giusta, anche nei processi democratici.
C’è la possibilità di un recupero corretto e fisiologico dei valori, legati al trinomio enfatizzato da De Gasperi? Ed anche qui chi saranno i possibili eredi nella costruzione della città dell’uomo?
Agostino Pietrasanta

lunedì 14 settembre 2009

I cattolici e il potere: intervista a Mino Martinazzoli

Riprendo da Famiglia Cristiana n. 37 questa interessante intervista di Francesco Anfossi a Mino Martinazzoli, in occasione dell'uscita del suo libro "Uno strano democristiano".

Nella premessa alla sua autobiografia scritta in collaborazione con Annachiara Valle, l’ex senatore, ministro e segretario del Partito popolare Mino Martinazzoli allude a un paradosso della politica dell’età berlusconiana: «Oggi noi sappiamo poco di un potere che si rivela ancora opaco e sappiamo tutto della vita privata dei personaggi, peraltro non eccelsi, che popolano il panorama politico». Il mistero si annida nelle stanze del Palazzo, più che negli uomini. «Del resto Giuliana Ferrara ha scritto pagine mirabili sul corpo di Berlusconi». Uno strano democristiano, edito da Rizzoli, da poco in libreria, è quindi una cavalcata nella politica ricca più di retroscena del potere che di "visti da vicino".

Ma allora è giusto criticare Berlusconi anche per i suoi scandali sessuali, per lo "sventolio di mutande"?
«Direi proprio di sì. Però, più che sulla iettatura del moralismo, punterei sul fatto che alcune regole devono essere rispettate. Come quella di non mentire. In America Clinton è stato messo in crisi non dalle sue attitudini sessuali, ma dal fatto che era bugiardo».

Anche Machiavelli, il primo scienziato della politica, raccomandava al Principe, nel nome della ragion di Stato, di non dire sempre la verità.
«Berlusconi mi pare più un bugiardo goldoniano che machiavellico».

Il premier come Mirandolina?
«Un minimo di rispetto per la verità è necessaria per lo svolgimento fisiologico della democrazia».

Lei apre il libro parlando della Costituzione, in particolare del lavoro dei costituenti nel costruire la parte dei diritti fondamentali della persona. Pensa che quei diritti oggi siano a rischio?
«Penso di sì. I costituenti ebbero questa grande capacità di costruire le fondamenta dell’ordinamento democratico. Qualcuno scrisse che erano malati di presbiopia, perché ebbero la straordinaria capacità di prevedere i problemi futuri».

La Corte costituzionale potrebbe fermare le recenti leggi che stravolgono questa prima parte?
«È la mia speranza. Continuo ad avere fiducia e rispetto nella Corte anche se le procedure di formazione dei giudici costituzionali e altri episodi come la cena di due giudici con Berlusconi, hanno subito una presa molto invadente della politica».

Però giuristi di vaglia hanno spiegato che non vi è nulla da eccepire.
«Mi permetto di obiettare che la giustizia è fatta anche di prassi, di galatei, qui clamorosamente violati».

Un’eventuale sentenza di incostituzionalità del lodo Alfano potrebbe riaprire per Berlusconi la via giudiziaria e portare alla sua fine politica?
«Può darsi, pero ci andrei molto cauto, perché abbiamo potuto constatare che Berlusconi è una salamandra. Anche per la ragione che la sua forza d si fonda su una sorta di egemonia in senso gramsciano, ovvero non solo la capacità di comandare i suoi, ma di imporre la sua agenda anche ai suoi avversari. Nel ’94 mi veniva facile parafrasare Gobetti, e cioè che il berlusconismo era l’autobiografia della nazione. Oggi mi verrebbe da dire che è la nazione ad essere l’autobiografia di Berlusconi. C’è un sentire comune che oggi l’asseconda. Anche da parte dei bravi borghesi democratici»

L’attacco del Giornale ad Avvenire che impressione le ha fatto?
«Il primo pensiero è alla libertà di stampa del Paese. Il 26 aprile del 1945 la mia prima sorpresa fu quella di trovare tanti giornali in edicola. Fino al giorno prima non c’erano. L’altra mattina assistevo alla rassegna stampa in Tv e mi accorgevo che le testate fuori dal coro berlusconiano sono poche, davvero poche. Però penso che questa vicenda uno slancio positivo lo possa dare».

Stefano Folli, sul "Sole 24 ore", ha scritto che stiamo vivendo un 24 luglio permanente.
«In una intervista su "Diario" ho anche esagerato rispetto a Folli, ma lo dicevo analogamente: sembra di capire che in Italia tutto finisce a Piazzale Loreto. Per fortuna in modo meno cruento perché non si usano più certi metodi e anche perché le persone sono meno nobili di quelle di allora. Però questa idea di una frana c’è».

Lo schiaffo ai vescovi italiani il giorno in cui avrebbe dovuto partecipare alla Perdonanza e incontrare il segretario di Stato Bertone, non è un’operazione politicamente miope? Avrebbe incassato un rilancio politico e di immagine. Invece è saltato tutto.
«Evidentemente ritiene di essere in grado affrontare un conflitto di questo tipo. All’epoca del fascismo vi sono molti episodi così. Il manganello di carta c’era anche allora. Il giro di direzioni recenti nei giornali filo berlusconiani sembra la replica della cacciata di Montanelli. L’idea che si debba andare di nuovo ai materassi, come nel Padrino. Ma quello che mi inquieta è nell’altro campo, tra i cattolici, nella Chiesa: che significa l’intervista del direttore dell’Osservatore Romano Vian al Corriere che si dissocia da Boffo?».

Lo dice con ironia?
«Tutt’altro, ma è come se si dicesse: da una parte ci sono i cattolici e i loro vescovi, con i loro giornali e così via. Questi si arrangino e facciano la loro battaglia. Dall’altra c’è la potenza straniera che spiega che Stato e Chiesa sono due ordinamenti sovrani e autonomi ciascuno. Ma si dà il caso che questa formula bellissima deve vivere nella realtà quotidiana, e che si tratta di due ordinamenti che governano lo stesso popolo. Nel libro ho spiegato che i cattolici italiani sono stati importanti non quando si sono sentiti rappresentanti dell’Italia cattolica ma quando si sono sentiti rappresentanti dei cattolici in Italia. Questa contraddizione è una delle ragioni della difficoltà attuale e del fatto che i cattolici, dal tempo della fine della Dc, salutata per molti, anche vescovi, come una liberazione, in realtà ha segnato il fatto che i cattolici sono politicamente insignificanti, ovunque siano dislocati. L’unità politica dei cattolici, nella Dc, era un valore, non un disvalore».

Con le dimissioni di Boffo finisce il "ruinismo", ovvero la non rappresentanza dei cattolici in un partito unico?
«Guardi che Ruini non ha masi sponsorizzato quel progetto. Ruini ha solo gestito bene l’uscita dei cattolici dalla Dc prendendo atto della situazione. Ma anche per lui l’unità politica era un valore. Per quanto mi riguarda, anche quando ero segretario del Ppi, considerato l’erede della Dc, ho sempre ricevuto aiuto e solidarietà. Ricordo una cena in Laterano con De Rita, che il cardinale auspicava potesse essere un buon candidato alle elezioni del sindaco del ’93, quelle in cui Berlusconi scaldando la discesa in campo si dichiarò a favore di Fini. Mi ricordo che la sua cuoca cucinava delle ottime fratte. De Rita si tirò indietro, col suo tipico fare romanesco disse: « È una questione di chimica e la chimica non corrisponde». Alla fine la sfida fu tra Fini e Rutelli. Ruini appoggiava il progetto del Ppi a patto che ci fosse anche Buttiglione. Ma Buttiglione entra nella direzione perché io dico di no a Franceschini. Seppi poi che era un allievo di Zaccagnini. Ma io non lo volevo perché era uomo di De Mita. Tanto è vero che per quel motivo litigai con Ciriaco. Fui io a spiegare a Ruini a un certo punto, quando perdevamo dappertutto: eminenza ci lasci perdere, siamo una palla al piede. Ma per l’oggi non sono pessimista. Qualcosa succederà. Arriverà una generazione di persone come quelle della costituente che vedevano le cose per la prima volta, come un fulgore mattutino. Come quella del 25 aprile 1945, che all’edicola trovò dei nuovi giornali».

domenica 13 settembre 2009

A tutti gli Amici

Chiedo scusa per la latitanza e il silenzio, ma sono in via di trasloco! Dal 27 settembre sono a Castelceriolo; poi riprenderò ad essere presente...
Ringrazio tutti per i molti messaggi ricevuti a seguito della lettera in cui spiego le ragioni del trasferimento.

sabato 22 agosto 2009

Nè guelfo nè ghibellino

Ripropongo per gli amici l'ottimo intervento di Agostino Pietrasanta pubblicato da http://www.cittafutura.al.it a proposito delle mai sopite e sempre irrisolte polemiche legate alla presenza dell'ora di religione nella scuola pubblica. Molte polemiche, al di là delle opinioni sul Concordato - garantito dall'art. 7 della nostra gloriosa Costituzione - nascono a mio avviso dal fatto che siamo nell'ambito del dialogo tra sordi... Come sempre l'equilibrio di Agostino Pietrasanta può fornire un punto di conprensione, di dialogo vero e anche di incontro di posizioni. E' questo in fondo l'apporto più importante alla vita politica italiana (e non solo) del "cattolicesimo democratico". E' un importante capitolo di riflessione (il "cattolicesimo democratico") anche per il cantiere del PD, pena la mancanza di un'anima e di una identità.

Non mi ritengo né guelfo, né ghibellino: a parte il significato dei termini, storicamente determinato, essi richiamano oggi categorie e posizioni, non solo fra loro incompatibili, ma incomunicabili, chiuse al dialogo, al confronto delle opzioni e dunque assolutamente sgradevoli al mio modo di intendere. Preferisco, cristiano e credente, quale mi ritengo, sostenere con forza la distinzione tra ciò che costituisce la vita di fede e la presenza attiva nella città dell’uomo: distinzione non separazione.
Ciò comporta, tra le varie e logiche conseguenze, la difesa della laicità dello Stato e delle istituzioni pubbliche, nonché l’aconfessionalità della politica. Resta inteso che, ciò posto, la laicità non può che essere un metodo corretto di intendere il ruolo dell’intervento pubblico, per cui non può essere concepita che come fatto positivo; parlare di laicità buona costituisce una semplice tautologia: la laicità non può essere se non buona, in quanto tale.
Va da sé che non si tratta solo di definire dei concetti, si tratta di realizzare una condizione: nel concreto. Prendiamo, allora, come esempio, la questione dell’insegnamento della religione cattolica (IRC), nella scuola di Stato, ritornata all’attenzione del dibattito, dopo la sentenza TAR Lazio che ha limitato la partecipazione dei docenti IRC alle attività degli scrutini.
Al riguardo, il dibattito in corso ha chiarito alcuni elementi fondamentali di riferimento, ne ha passati altri sotto silenzio. Mi limito a riprendere un giudizio da me espresso molte volte in altra sede, forse con qualche libertà in più, grazie alla disponibilità del nostro sito.
Va detto innanzitutto che se IRC volesse significare un intervento catechistico, esso non sarebbe semplicemente ammissibile nel sistema scolastico, così come previsto dalle indicazioni della carta costituzionale. Non solo: non sarebbe ammissibile qualunque tipo di insegnamento che dovesse presupporre una scelta di fede religiosa o dovesse indirizzare direttamente ad un obiettivo di natura confessionale. L’insegnamento in parola, deve caratterizzarsi per la sua connotazione culturale, in quanto la religione cattolica e l’esperienza del fatto cristiano abbiano contribuito alla formazione di alcuni essenziali elementi della civiltà di appartenenza: elementi senza dei quali non si capirebbero tratti fondanti il lungo periodo della tradizione del nostro popolo e della nostra nazione.
Scendo nel concreto. Senza adeguata competenza degli influssi religiosi sarebbe quasi impossibile capire l’evoluzione dell’assolutismo e della sua fondazione sacrale; come dire che sarebbe incomprensibile la genesi dello Stato nazionale. Senza una conoscenza adeguata della fondazione religiosa dei diritti della persona, non si capirebbero i fenomeni di frattura fra le chiese cristiane ed i totalitarismi e di conseguenza alcuni degli aspetti più controversi delle dinamiche totalitarie; e ciò, indipendentemente dai compromessi delle autorità ecclesiastiche coi fascismi.
Allo stesso modo sarebbe difficile capire il contrastato cammino della libertà religiosa senza una disamina attenta non solo delle condanne magisteriali al riguardo e poi delle indicazioni in contrario del Vaticano II, ma anche della sensibilità religiosa prevalente nei secoli dell’età moderna. Resta inteso che, anche alla luce delle questioni accennate, il metodo di IRC, come qualunque altro metodo di insegnamento non potrà essere apologetico, ma coerentemente critico, le cui conclusioni non possono essere imposte agli alunni, ma, per quanto sia possibile, vanno lasciate alla sua libertà di opzione.
Certo, c’è lo spinoso problema dell’ insegnante di religione.
Procedo con inevitabile schematismo. Resta inteso che se IRC riguarda la trasmissione di cultura e se tale trasmissione riguarda l’iniziativa dello Stato (art. 9 della Costituzione), solo lo Stato ne può nominare gli insegnanti, con criterio analogo a quello degli altri insegnanti; la Chiesa non può e non deve essere coinvolta nel procedimento di assunzione dei docenti: qui ne va sul serio della laicità delle istituzioni. Ci si chiede. Con quali competenze?
La norma, a volte può aiutare. Noi non abbiamo facoltà teologiche di Stato; lasciamo stare ogni polemica sulla loro soppressione, nel periodo del conflitto risorgimentale. Ci sono però delle facoltà pontificie i cui titoli di studio sono riconosciuti, per patti concordatari e leggi dello Stato, dalla Repubblica italiana. Delle due l’una: o quel riconoscimento viene ignorato o le lauree rilasciate dalle facoltà pontificie potrebbero essere opportunamente vagliate nei concorsi pubblici per l’idoneità all’insegnamento della religione cattolica. Sarebbe un punto di partenza per ragionare sulla soluzione di un problema che, in ogni caso, deve riguardare solo la competenza dello Stato.
Una breve aggiunta. Un IRC, come lo abbiamo inteso, non lo capisco come facoltativo, almeno nella sostanza; tuttavia siamo di fronte ad una situazione tanto complessa ed ingarbugliata dalle opposte fazioni ideologiche, che non aggiungerei problema a problema. Per una questione di realismo, lasciamo pure la libertà di scegliere; tuttavia si tratta di tollerare, in condizioni di oggettiva difficoltà a diversa e più logica soluzione.
Agostino Pietrasanta

mercoledì 15 luglio 2009

Quando muore un soldato

Due ottimi interventi di Tonio Dell’Olio

Otto lunghissimi anni in Afghanistan avrebbero dovuto essere sufficienti a far comprendere che la presenza in armi in quel Paese da parte dell’occidente non solo non è utile a nessuno ma rischia di diventare dannosa o tragica per tutti. Se dopo otto anni ci ritroviamo a piangere la morte di un altro giovane e il sentimento del dolore si mescola a quello della rabbia, significa che la pressione militare non può essere l’unica risposta o che quanto meno da sola si rivela insufficiente.
Il corpo senza vita di Alessandro, 25 anni e tanta voglia di vivere, ci urla di rivedere le nostre risposte e gli strumenti del nostro intervento e della nostra presenza nelle zone di crisi del mondo. La risposta del ministro della difesa è vecchia, superata dai fatti, paradossale. Non si può pensare ancora che la soluzione possa consistere nell’aumentare l’efficienza di mezzi e strumenti di guerra.
Caro signor ministro e se invece questa volta giurassimo sulla vita di Alessandro di invertire la tendenza fin qui seguita e rafforzassimo la cooperazione? Se decidessimo di destinare alle popolazioni afghane le garanzie di sviluppo e di benessere che i Taliban non sono in grado di offrire, forse avremmo vinto insieme la prima battaglia. Taglieremmo l’erba sotto i piedi del terrorismo e creeremmo un consenso maggiore di quanto non riescano a fare le armi.

15 luglio 2009 (http://www.peacelink.it/mosaico/a/29932.html)


Ma cos’è sto G8?

G8 pacchetto azionario di maggioranza della Banca Mondiale in grado di condizionare l’economia e la finanza di tutti i Paesi. Di condannare a morte o richiamare in vita gli abitanti di un’intera regione del mondo.
G8 tappeto rosso del potere, Holliwood della politica, festival di quelli che contano per davvero o che credono di contare.
G8 che sa di non bastare più a se stesso perché la Cina non è vicina: è andata oltre; l’India s’è fatta strada; il Brasile è leader continentale.
G8 che detta le regole del mercato mondiale sempre a favore dei soliti noti e grandi elettori.
G8 di Genova 2001, due mesi prima della strage delle Torri Gemelle non fiuta l’aria, redige un documento finale nel quale la parola terrorismo non appare nemmeno di striscio.
G8 vetrina buona, club dei ricchi, status simbol del potere, buono per una foto ricordo e per dire “io c’ero!”.
G8 sfarzo e spreco.
G8 è l’automobilista romano incazzato, incastrato nel traffico che urla: “Buffoni, statevene a casa invece di rompere le palle alla gente che lavora”.
G8 in visita allo zoo umano della tragedia abruzzese e gli abruzzesi non sono d’accordo.
G8 novanta per cento della produzione e del commercio di armi.
G8 strette di mano e pacche sulle spalle.
G8: la gente, i drammi, la miseria ma anche le speranze sono altrove.

9 luglio 2009 (http://www.peacelink.it/mosaico/a/29901.html)

martedì 14 luglio 2009

Blog Internazionale: I Grandi Numeri dell'Aquila.

Blog Internazionale: I Grandi Numeri dell'Aquila.

Oggi sciopero!

"Adesione all'appello di Diritto alla Rete contro il DDl alfano che imbavaglia la Internet italiana".

venerdì 10 luglio 2009

Trasferimento... ma nulla cambia!

Poichè la Voce alessandrina ha pubblicato questa mattina l'annuncio del mio trasferimento, cambio parrocchia, del resto da me richiesto, pubblico la lettera di spiegazione che verrà consegnata ai miei parrocchiani per spiegarne il senso. Ma anche a Castelceriolo c'è - oltre al casello autostradale di Alessandria Est - la connessione internet!

Alessandria, 11 luglio 2009 Festa di San Benedetto

Carissimi Parrocchiani,

quando il 3 ottobre 1993 sono stato presentato dal Vescovo Mons. Charrier alla Comunità del Suffragio, a chi mi augurava di restare fino “alla pensione” rispondevo che mi sembrava più giusto restare per 10-12 anni, pena l’invecchiamento delle persone, delle idee, degli entusiasmi. Di anni ne sono passati sedici!
Sento perciò la responsabilità di far sì che vi sia “vino nuovo in otri nuovi”, come diceva il Vangelo nei giorni scorsi! Così già da qualche mese avevo dato la disponibilità al Vescovo per un cambio, utile per me e per la Comunità, dicendogli anche che non mi sarebbe dispiaciuto, né lo avrei sentito come una “diminuzione” o uno scendere “nella carriera”, andare a fare il parroco in un paese, un’esperienza che mi manca... Chi mi conosce sa anche che cosa penso della preoccupazione o dell’ansia di “far carriera” nella Chiesa! L’unica carriera che mi interessa è quella che permette a qualche persona – anche attraverso il mio servizio – di incontrarsi con il Signore Gesù e con il suo Vangelo... Fa carriera nella Chiesa chi sa accompagnare qualche persona – magari nel segreto – “sulla soglia di Dio”: questo credo sia il compito di un prete, compito che lì finisce, perché ciò che avviene dopo, il varcare o no quella soglia, riguarda solo il dialogo personale e filiale tra l’uomo o la donna e Dio stesso...
Al Vescovo che temeva “letture indebite” ho anche assicurato che avrei ben spiegato che lui stesso rispondeva ad un mio desiderio, anche per avere più tempo da dedicare ad altri interessi e iniziative che mi stanno a cuore e che mi portano spesso ad accettare impegni fuori da Alessandria.
Certo che è una scelta che mi costa! Tutti possono comprendere bene che in sedici anni si creano legami profondi e forti, che si consolidano quando si sono vissuti insieme momenti di gioia e di tristezza, quando si sono intrecciati dialoghi (magari più importanti e arricchenti per me che per gli altri, conoscendo i miei limiti), quando si sono avute generosissime collaborazioni e attenzioni, quando molti sono riusciti ad andare al di là dei miei silenzi (ho abbondanza di parole sono nelle omelie e nei dialoghi personali, ma ben poche parole di fronte alle incomprensioni o ai giudizi critici senza la volontà di dialogo vero). Penso che tutti potranno comprendere che cosa comporta a livello personale lo strappo che comunque si verifica – anche se si va a pochi minuti di distanza – negli affetti e nelle amicizie. In occasione della morte di mia madre, dodici anni fa, dissi che la mia unica famiglia (essendo mio fratello e tutti i miei parenti lontani da Alessandria), quella che sentivo come mia famiglia, era proprio la mia Comunità, e sapete che non amo dire frasi retoriche!
Negli anni scorsi, fino a due anni fa, molti altri impegni occupavano la mia vita, portandomi spesso fuori Parrocchia; sono stati gli anni in cui ho avuto la fortuna di poter collaborare intensamente – con quali risultati e quale utilità per gli altri lo dirà il futuro – con il Vescovo Charrier: ho avuto in quegli anni la fortuna di avere l’aiuto prezioso di don Paolo, don Pietro Gandolfo, don Attilio Goggi, don Carlo Gualco e ora anche di don Giovanni Ginevri: soprattutto a loro deve andare la gratitudine mia e della Comunità, perché hanno abbondantemente supplito ai miei limiti, alle mie assenze e anche alle mie trascuratezze. Come a tanti straordinari e competenti laici che sono stati veri collaboratori nell’attività pastorale della parrocchia, di più, persone che sentono una vera corresponsabilità, di cui il prete è servitore e collaboratore, perché l’annuncio del Vangelo e la sua testimonianza sono compito di tutti i battezzati.
Ma ora sento la stanchezza e la mia incapacità: la nostra Comunità ha grandi strutture adatte ai tempi in cui la Parrocchia era come un villaggio dove si viveva il più possibile e si usciva solo per le necessità della vita – il lavoro, la scuola e qualche momento di vita familiare; ora la Parrocchia è sempre più “la fontana del villaggio”, secondo l’immagine profetica di Giovanni XXIII, dove si va ad attingere l’acqua ma poi, sostenuti da questo indispensabile alimento, si vive altrove.
Oggi sento le strutture e gli sforzi che bisogna fare per il loro mantenimento come un peso insopportabile e fonte di ansia continua. Molto abbiamo fatto in questi anni: i portali della chiesa, tutti gli impianti rinnovati, la Cripta, la risistemazione di tutta l’area di nostra pertinenza, spesso spinti da urgenze: credo che quanto mi è stato affidato non sia certamente impoverito perché il valore delle strutture è accresciuto, ma sapete bene che non sono capace né di chiedere – se non per atti di carità – né di amministrare. Vorrei vivere con una sola ansia, quella di predicare il Vangelo, non con quella di pagare le bollette stratosferiche che una struttura così grande comporta...
Non possedevo nulla quando sono venuto al Suffragio; vado altrove vivendo la stessa povertà, anzi, senza neppure il supporto che allora avevo, della piccola pensione di mia mamma. Ma il Vangelo ci insegna che chi “ha due tuniche ne dia una a chi non ne ha”, senza attendere nulla in cambio se non, a volte, l’ingratitudine...
Perciò sento come necessario lasciare ad altri, più esperti, più competenti e con un nuovo entusiasmo, questi compiti che io non mi sento più in grado si svolgere. Ma credo che il far finta di nulla, il tirare a campare, il trovare piccole soluzioni di tamponamento, provocherebbe un riflesso negativo proprio sulla missione della Chiesa: io sono prete per pensare alla missione di annuncio, di celebrazione e di testimonianza del Vangelo, non per cercare una mia sistemazione: l’ansia della missione, con la necessità di rinnovamento che comporta, di nuove idee, di nuove proposte, di nuovo entusiasmo, deve prevalere sull’ansia di “sistemarmi” guardando alla vecchiaia!
Sono perciò grato al Vescovo per avermi proposto Castelceriolo come nuova Comunità: ha una grande storia, un generoso presente e un’apertura al futuro che diventano altrettanti stimoli al mio impegno. Nella chiesa parrocchiale c’è la tomba di don Carlo Torriani sulla quale è scritto: Giornalista, Sindacalista, Sacerdote. Chi mi conosce può immaginare quale condivisione e sintonia di interessi io vi possa trovare, con la consapevolezza di avere di fronte un gigante per me inarrivabile.
Ma penso anche con stima e affetto alla presenza a Castelceriolo di don Luigi Riccardi, figura luminosa e di riferimento tra i preti alessandrini, che già mi ha rassicurato sulla sua presenza, sulla sua disponibilità e, spero, sul suo consiglio.
Come dobbiamo essere grati al Vescovo per la nomina di un suo stretto e competente collaboratore a nuovo parroco del Suffragio: negli anni scorsi abbiamo condiviso molte attività, molti servizi alla Chiesa, abbiamo coltivato una preziosa amicizia. Don Gian Paolo saprà certamente supplire in molti campi alle mie incapacità o alle mie lacune e dare alla Comunità una ventata di novità. Spero che anche con lui tutti siano consapevoli che il passato è, appunto, “passato” prossimo o remoto. La pastorale della Chiesa è proprio l’arte di trovare vie nuove e adeguate ai tempi per far incontrare gli uomini e le donne di oggi, con la loro storia e la loro cultura, con il Vangelo.
Confido in un ricordo nella preghiera di tutti, un ricordo che diventa così sforzo per raccogliere ciò che di bello, di buono, di significativo posso aver seminato e, insieme, capacità di perdonare gli sbagli, le dimenticanze, le incomprensioni che pure sono una realtà della mia vita. Non voglio scrivere frasi da “testamento spirituale”, perché spero di aver ancora tempo per diventare migliore! Posso solo dire che al di là dei limiti e degli errori miei personali, non mi sono mai messo in un atteggiamento di critica o di giudizio nei confronti delle persone, ma solo ho cercato di voler bene a tutti; credo sia quanto basta per essere perdonato di tutto quello che posso aver sbagliato.
Con affetto per tutti e con fiducia nella mia vecchia e nella mia nuova Comunità, con affetto e fiducia nella Chiesa che più grande delle nostre personali povertà.

don Walter

Il mondo degli altri

Da "Famiglia cristiana" del 5.7.2009.
Intervista di Alberto Bobbio al Cardinale Oscar Rodriguez Maradiaga


Sul suo capo pende una condanna a morte. I narcos del Centro America, la mafia internazionale che gestisce il più importante business illegale del mondo, hanno deciso che il cardinale Oscar Rodriguez Maradiaga, arcivescovo di Tegucigalpa, in Honduras, e presidente della Caritas internationalis, deve morire, perché ha parlato chiaro e ha detto che «il narcotraffico è il più grande flagello dell’America centrale e latina». Ha viaggiato senza scorta, ha attraversato l’oceano col cuore in ansia per venire a Torino a raccontare ai delegati della Caritas italiana, che «il vecchio sistema economico basato sulla cieca cupidigia» va cambiato. Traccia la mappa di un mondo che non ha centrato uno solo degli Obiettivi del Millennio per la riduzione di fame e povertà. Nonostante in Honduras soffiassero venti inquietanti, sfociati nel più drammatico degli sviluppi – il golpe che ha destituito il presidente Manuel Zelaya – non ha voluto perdere l’occasione di parlare di crisi e povertà nel Paese che tra pochi giorni ospiterà il G8, prima di ritornare immediatamente nel suo Paese.

* Partiamo da qui, eminenza, dal G8.

«Mi lasci osservare che la riduzione del 56 per cento dell’aiuto allo sviluppo che il vostro Governo ha previsto per il 2009 non è affatto un buon segno per il summit del G8. Ma la compagnia è assai ampia: solo cinque Paesi al mondo hanno raggiunto l’obiettivo dello 0,7 per cento del reddito da destinare ai Paesi poveri preso 40 anni fa. Ai G8 i grandi della Terra si occupano solo dei propri interessi. Io domando chi si occupa del G168, cioè tutte le altre nazioni».

* Cosa teme?

«Senza giustizia sociale non c’è pace. Temo nuovi conflitti. Nell’agenda dei leader c’è solo la crisi delle grandi multinazionali dell’industria e della finanza. L’unico che parla un linguaggio diverso è Benedetto XVI. Aspettiamo con ansia la sua enciclica sociale».

* Secondo lei sono stati stanziati troppi fondi per le banche e le aziende?

«Solo il Governo americano ha previsto 800 miliardi di dollari, somme enormi gettate in un barile senza fondo. Non so dove arriveremo. Ma il punto, in realtà, non è questo».

* E allora qual è?

«Non sono stati cambiati gli uomini che hanno provocato e non hanno previsto la crisi. Adesso la gestiscono e stabiliscono come uscirne. Così non funziona. Anche i ministri dell’Economia sbagliano. Si concentrano solo a mettere in ordine i sedili sul ponte del Titanic, senza riparare gli squarci dello scafo. E così la nave affonda».

* Quindi l’errore non è stato commesso solo dalle banche?

«No. È l’intero sistema economico che non funziona più e la responsabilità maggiore è dei Governi, che sapevano. Oggi dovremmo tutti avere la saggezza di eleggere Governi che si distinguono perché risolvono i problemi della maggioranza della gente, cioè dei poveri».

* Anche Obama sbaglia?

«Obama ha detto molte cose nuove e positive in campagna elettorale. Ma quando è arrivato al Governo anche lui ha dovuto fare i conti con diversi interessi e fatica a raggiungere i suoi obiettivi ideali. Tuttavia ritengo che Obama ce la farà a cambiare qualcosa, perché ha buone intenzioni. Al recente vertice di Trinidad sull’America latina ha dimostrato un atteggiamento nuovo degli Stati Uniti. Per ora Obama sembra una voce che parla nel deserto. Ma vedo sempre più persone che lo ascoltano».

* Ha parlato anche di riduzione della spesa mondiale per gli armamenti.

«Il problema sono gli Stati Uniti, che spendono più di tutti. Ci vuole qualcuno che dia il buon esempio. Non sarà facile, perché l’industria militare non vede mai crisi, nemmeno, mi lasci dire, in tempi di crisi. È un business molto prospero e molto triste, fonte di scandali enormi e non solo morali, costruiti sul segreto e sulla mancanza di trasparenza. Non sono molto ottimista».

* Chi soffre di più oggi?

«Naturalmente l’Africa. Il 70 per cento del denaro per la sanità arriva da donatori esterni. Se si tagliano gli aiuti si sacrificano vite umane. Ma è solo un esempio. L’Africa sembra interessare solo alla Chiesa. Il Papa è stato una settimana in quel continente, nessun altro leader viaggia per l’Africa. La Chiesa cattolica dedica un Sinodo all’Africa a ottobre. Il resto del mondo ha deciso di abbandonarla al suo destino di morte. Bisognerebbe non dimenticare. Ma non è così ed è un bel guaio».

* Chi ha l’atteggiamento giusto?

«Il Papa e Obama. Sono uomini che dialogano e non dividono il mondo in bianco e nero, ma sanno riconoscere le diverse altre tonalità. Obama ha proposto nel discorso del Cairo un atteggiamento nuovo. Non ha mai pronunciato la parola terrorismo. Oggi chi dialoga è un genio».

* Dove funziona finora?

«In America latina. Noi eravamo ignorati da Bush. Oggi c’è un nuovo dialogo, anche se non tutto va bene. C’è chi tenta di riciclare un vecchio modello ideologico, anche se lo chiama socialismo bolivariano. Non è comunismo, ma solo capitalismo mascherato, perché a pagare sono sempre i poveri».

* C’è solo Chavez e il Venezuela che la preoccupano?

«No. Mi preoccupa il ritorno al pensiero unico, che è un nuovo stile di dittatura. Mi preoccupano gli eccessi infamanti contro la libertà di stampa».

* L’Iran?

«Temo che sia sangue versato inutilmente. Ma la repressione alla fine perderà. In gioco ci sono interessi strategici, più il petrolio che la questione del nucleare, ma su questo si preferisce stare zitti. Tra Teheran e Caracas, due Paesi petroliferi strategici, ci sono voli diretti. Servono per trafficare denaro e armi. Ma nessuno ne parla».

* Chavez non sarà contento.

«Io sono abituato a parlare chiaro. L’ho fatto anche sullo Zimbabwe circa la repressione del presidente Mugabe e non mi hanno dato più il visto».

* La questione ambientale torna nell’agenda internazionale.

«Deve tornare. Nel prossimo vertice internazionale dell’Onu, a Copenaghen a dicembre, è necessario trovare un accordo radicale sulla giustizia climatica: chi inquina deve pagare. Non è moda ecologica perché in gioco c’è la sopravvivenza del mondo. E le Chiese cristiane stanno in prima linea perché sono fedeli alla creazione».

* L’acqua è il problema primario?

«Certamente. L’acqua deve essere considerata un diritto. Non si possono privatizzare l’acqua e le fonti, perché sui diritti umani non si deve negoziare. Ci accusano di essere sovversivi quando parliamo di queste cose. Prima dicevano che eravamo comunisti, ma oggi il comunismo non c’è più. Su queste cose non si può scherzare».

* Anche quando la Chiesa difende gli immigrati finisce sul banco degli imputati.

«Ogni nazione ha il diritto di approvare le leggi che vuole. Ma deve rispettare i diritti dell’uomo. Se si alzano muri non si risolve nulla. L’unico modo di fermare l’immigrazione illegale è aumentare gli aiuti allo sviluppo. Il contrario di quanto ha fatto il vostro Paese».

* I muri non provocano più scandalo.

«Purtroppo è così. Il muro di Berlino era uno schiaffo alla libertà. Il muro in Palestina lo è altrettanto, uno scandalo di cui nessuno parla. Solo il Papa lo ha fatto. Evidentemente c’è una doppia morale. I palestinesi soffrono ed emigrano. Gli insediamenti israeliani in Cisgiordania sono un esempio di ingiustizia. Da 60 anni i palestinesi nascono e crescono in campi di concentramento. Ma si parla solo dei lager nazisti. Obama ha ragione quando dice che la soluzione è solo quella di due Stati. Ma due Stati che si rispettino a vicenda».

* La Cina oggi ha in mano le chiavi dell’economia mondiale. Lei teme il turbocapitalismo cinese?

«Io temo tutte le economie che fanno leva sulla speculazione finanziaria. Pechino tiene in pugno molte economie, a cominciare da quella americana. Finora il mondo ha guardato alla Cina come a un paradiso dal punto di vista finanziario. Io mi permetto di avvisare di stare attenti alle pentole a pressione, perché qualche volta possono esplodere. E oggi il mondo è più convinto che la libertà sia il bene più prezioso. La crisi e la recessione stanno convincendo tutti che non si può guadagnare senza limiti. Il guadagno deve avere limiti, altrimenti provoca l’impoverimento di altri, i quali prima o poi presenteranno il conto. Invece si possono stabilire guadagni equi, senza prendere per la gola i poveri e senza imporre una limitazione della libertà».

lunedì 6 luglio 2009

La gloria di Dio risplende sul volto di ogni persona - Dolore e orrore perchè il razzismo è ormai “a norma di legge”

“Ero straniero e mi avete accolto” (Mt 25,35). La Parola di Cristo porta a compimento la logica della Scrittura dal Levitico 19,33-34 –“Tratterete lo straniero che risiede fra voi come colui che è nato fra voi; tu l’amerai come te stesso”, al Deuteronomio 10,19 – “Amate lo straniero perché anche voi foste stranieri nel paese d’Egitto”, alla Lettera agli Ebrei 13,2 – “Non dimenticate l’ospitalità, perché alcuni, praticandola, hanno ospitato senza saperlo degli angeli”.

Dolore e orrore. Il 2 luglio 2009 è stata votata una legge che rompe l’unità della famiglia umana e ne offende la dignità, prende piede l’idea che esistano esseri umani di seconda e terza categoria , un popolo di “non-persone”, di esseri umani, uomini e donne invisibili. E’ una perdita totale di senso morale e di sentimento dell’umano; questo accade, nel nostro paese che ha prodotto milioni di emigranti. La legge “porterà solo dolore”, osserva Agostino Marchetto del Pontificio Consiglio dei Migranti.
Il dolore nasce dall’orrore giuridico e civile del “reato di clandestinità”, dall’idea del povero come delinquente e della povertà come reato. La legge votata non è solo contraria alla nostra Costituzione ma a tutta la civiltà del Diritto. Punisce una condizione di nascita, l’essere straniero, invece che la commissione di un reato. Dichiara reato una condizione anagrafica. Infermieri, domestiche, badanti, lavoratori (vittime spesso di morti nei cantieri) o persone in cerca di lavoro e di dignità diventano delinquenti. A questo punto, quanti stranieri frequenteranno un servizio sociale o si rivolgeranno, se vittime della “tratta”,ad associazioni volontarie o istituzionali, forze di Polizia comprese, oggi messe in un angolo dalla diffusione delle cosiddette “ronde”? Quanti stranieri andranno a far registrare una nascita, si presenteranno in ospedale per farsi curare? Quali gravi conseguenze questo potrà produrre sulla salute di tutti i cittadini è già stato evidenziato da moltissime associazioni di medici. Siamo il paese di Caino?Abbiamo una legge cattiva che ostacola i matrimoni, rompe l’unità delle famiglie. Si introduce il divieto per le donne straniere, in condizioni di irregolarità amministrativa, di riconoscere i figli da loro stesse generati che diverranno “figli di nessuno”, potranno essere sottratti alle madri e messi nelle mani dello Stato. Neanche il fascismo, hanno rilevato alcuni scrittori, si era spinto fino a questo punto. Infatti le leggi razziali del 1938 non privavano le madri ebree dei loro figli, né le costringevano all’aborto per evitare la confisca dei loro bambini da parte dello Stato. La legge è pericolosa perché accrescerà la clandestinità che dice di combattere, favorirà il “si salvi chi può”, darà spazio alla criminalità organizzata, aumentando l’insicurezza di tutti.
Non c’è futuro senza solidarietà. La legge, tra l’altro, è inutilmente crudele, ricorda don Ciotti. Ci fa tornare ai tempi della discriminazione razziale. E’ una forma di accanimento contro i poveri anche se la povertà più grande, oggi, è la nostra: povertà di coraggio, di umanità, di capacità di scommettere sugli altri, di costruire insieme una sicurezza comune. La sicurezza basata sulla paura sta diventando un alibi per norme ingiuste e dannose, per scaricare il malessere di molti italiani sugli immigrati, capro espiatorio della crisi, bersaglio facile su cui sfoghiamo il tramonto di ogni etica condivisa e della testimonianza cristiana. La tutela della vita e della dignità umana va assunta nella sua interezza per tutti e in ogni momento dell’esistenza. “Non c’è futuro senza solidarietà” scrive il cardinal Tettamanzi. Non c’è sicurezza senza l’aiuto reciproco, senza l’esercizio dei diritti e dei doveri dentro un’azione comune per il bene comune.
Costruire comunità e città conviviali. Benedetto XVI da tempo ci invita come comunità ecclesiale a diventare “casa ospitale per tutti, segno e strumento di comunione per l’intera famiglia umana”. Per il Papa ogni comunità cristiana deve “aiutare la società civile a superare ogni possibile tentazione di razzismo, di intolleranza e di esclusione […]. Solo nella reciproca accoglienza di tutti è possibile costruire un mondo segnato da autentica giustizia e pace vera” (Angelus 17 agosto 2008).
Invitiamo, quindi, le comunità cristiane e tutti gli operatori di pace a mobilitarsi per costruire la pace nella vita quotidiana spesso prigioniera di solitudini, governata dalla paura e coinvolta in progetti tribali e autoritari.
La gloria di Dio. Nessuno ci è straniero anche perché la distanza che ci separa dallo straniero è quella stessa che ci separa da noi stessi e la nostra responsabilità di fronte a lui è quella che abbiamo verso la famiglia umana amata da Dio, verso di noi, pronti a testimoniare la profezia del Risorto che annuncia la pace. “Dio non fa preferenze di persone” (Atti 10,34, Romani 2,11 e 10,12; Galati 2,6 e 3,28; Efesini 6,9; 1 Corinti 12,13; Colossesi 3,11) poiché tutti gli uomini hanno la stessa dignità di creature a Sua immagine e somiglianza. Poiché sul volto di ogni uomo risplende qualcosa della gloria di Dio, la dignità di ogni uomo davanti a Dio sta a fondamento della dignità dell’uomo davanti agli altri uomini (Compendio della dottrina sociale n. 144).
Questi nostri giorni sono difficili ed oscuri. E' stata oscurata la gloria di Dio.

Pax Christi, Domenica 5 luglio 2009
www.paxchristi.it info@paxchristi.it

giovedì 2 luglio 2009

Appello al Presidente della Repubblica

Supplemento straordinario de "La nonviolenza e' in cammino" del 2 luglio 2009

In questo numero:
1. Appello al Presidente della Repubblica contro il colpo di stato razzista
2. Appello degli intellettuali contro il ritorno delle leggi razziali in
Italia
3. Appello dei giuristi contro l'introduzione dei reati di ingresso e
soggiorno illegale dei migranti


1. APPELLO AL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA CONTRO IL COLPO DI STATO RAZZISTA

Il colpo di stato razzista compiuto dal governo Berlusconi con la complicità di una asservita maggioranza parlamentare puo' e deve essere respinto.
E' nei poteri del Presidente della Repubblica rifiutare di avallare l'introduzione nel corpus legislativo di misure palesemente in contrasto con la Costituzione della Repubblica Italiana, palesemente criminali e criminogene, palesemente razziste ed incompatibili con l'ordinamento giuridico della Repubblica.
Al Presidente della Repubblica in prima istanza facciamo ora appello affinché non ratifichi un deliberato illegale ed eversivo che viola i fondamenti stessi dello stato di diritto e della civilta' giuridica, che viola i principi fondamentali della Costituzione della Repubblica Italiana.
Il "Centro di ricerca per la pace" di Viterbo
Viterbo, 2 luglio 2009

2. APPELLO DEGLI INTELLETTUALI CONTRO IL RITORNO DELLE LEGGI RAZZIALI IN ITALIA

Le cose accadute in Italia hanno sempre avuto, nel bene e nel male, una straordinaria influenza sulla intera societa' europea, dal Rinascimento italiano al fascismo.
Non sempre sono state pero' conosciute in tempo.
In questo momento c'e' una grande attenzione sui giornali europei per alcuni aspetti della crisi che sta investendo il nostro paese, riteniamo, pero', un dovere di quanti viviamo in Italia richiamare l'attenzione dell'opinione pubblica europea su altri aspetti rimasti oscuri. Si tratta di alcuni passaggi della politica e della legislazione italiana che, se non si riuscira' ad impedire, rischiano di sfigurare il volto dell'Europa e di far arretrare la causa dei diritti umani nel mondo intero.
Il governo Berlusconi, agitando il pretesto della sicurezza, ha imposto al Parlamento, di cui ha il pieno controllo, l'adozione di norme discriminatorie nei confronti degli immigrati, quali in Europa non si vedevano dai tempi delle leggi razziali.
E' stato sostituito il soggetto passivo della discriminazione, non piu' gli ebrei bensi' la popolazione degli immigrati "irregolari", che conta centinaia di migliaia di persone; ma non sono stati cambiati gli istituti previsti dalle leggi razziali, come il divieto dei matrimoni misti. Con tale divieto si impedisce, in ragione della nazionalita', l'esercizio di un diritto fondamentale quale e' quello di contrarre matrimonio senza vincoli di etnia o di religione; diritto fondamentale che in tal modo viene sottratto non solo agli stranieri ma agli stessi italiani. Con una norma ancora piu' lesiva della dignita' e della stessa qualita' umana, e' stato inoltre introdotto il divieto per le donne straniere, in condizioni di irregolarita' amministrativa, di riconoscere i figli da loro stesse generati. Pertanto in forza di una tale decisione politica di una maggioranza transeunte, i figli generati dalle madri straniere "irregolari" diverranno per tutta la vita figli di nessuno, saranno sottratti alle madri e messi nelle mani dello Stato.
Neanche il fascismo si era spinto fino a questo punto. Infatti le leggi razziali introdotte da quel regime nel 1938 non privavano le madri ebree dei loro figli, ne' le costringevano all'aborto per evitare la confisca dei loro bambini da parte dello Stato.
Non ci rivolgeremmo all'opinione pubblica europea se la gravita' di queste misure non fosse tale da superare ogni confine nazionale e non richiedesse una reazione responsabile di tutte le persone che credono a una comune umanita'. L'Europa non puo' ammettere che uno dei suoi Paesi fondatori regredisca a livelli primitivi di convivenza, contraddicendo le leggi internazionali e i principi garantisti e di civilta' giuridica su cui si basa la stessa costruzione politica europea.
E' interesse e onore di tutti noi europei che cio' non accada.
La cultura democratica europea deve prendere coscienza della patologia che viene dall'Italia e mobilitarsi per impedire che possa dilagare in Europa.
A ciascuno la scelta delle forme opportune per manifestare e far valere la propria opposizione.
Roma, 29 giugno 2009
Andrea Camilleri, Antonio Tabucchi, Dacia Maraini, Dario Fo, Franca Rame,
Moni Ovadia, Maurizio Scaparro, Gianni Amelio

3. APPELLO DEI GIURISTI CONTRO L'INTRODUZIONE DEI REATI DI INGRESSO E SOGGIORNO ILLEGALE DEI MIGRANTI

Il disegno di legge n. 733-B attualmente all'esame del Senato prevede varie innovazioni che suscitano rilievi critici.
In particolare, riteniamo necessario richiamare l'attenzione della discussione pubblica sulla norma che punisce a titolo di reato l'ingresso e il soggiorno illegale dello straniero nel territorio dello Stato, una norma che, a nostro avviso, oltre ad esasperare la preoccupante tendenza all'uso simbolico della sanzione penale, criminalizza mere condizioni personali e presenta molteplici profili di illegittimita' costituzionale.
La norma e', anzitutto, priva di fondamento giustificativo, poiche' la sua sfera applicativa e' destinata a sovrapporsi integralmente a quella dell'espulsione quale misura amministrativa, il che mette in luce l'assoluta irragionevolezza della nuova figura di reato; inoltre, il ruolo di extrema ratio che deve rivestire la sanzione penale impone che essa sia utilizzata, nel rispetto del principio di proporzionalita', solo in mancanza di altri strumenti idonei al raggiungimento dello scopo.
Ne' un fondamento giustificativo del nuovo reato puo' essere individuato sulla base di una presunta pericolosita' sociale della condizione del migrante irregolare: la Corte Costituzionale (sent. 78 del 2007) ha infatti gia' escluso che la condizione di mera irregolarita' dello straniero sia sintomatica di una pericolosita' sociale dello stesso, sicche' la criminalizzazione di tale condizione stabilita dal disegno di legge si rivela anche su questo terreno priva di fondamento giustificativo.
L'ingresso o la presenza illegale del singolo straniero dunque non rappresentano, di per se', fatti lesivi di beni meritevoli di tutela penale, ma sono l'espressione di una condizione individuale, la condizione di migrante: la relativa incriminazione, pertanto, assume un connotato discriminatorio ratione subiecti contrastante non solo con il principio di eguaglianza, ma con la fondamentale garanzia costituzionale in materia penale, in base alla quale si puo' essere puniti solo per fatti materiali.
L'introduzione del reato in esame, inoltre, produrrebbe una crescita abnorme di ineffettivita' del sistema penale, gravato di centinaia di migliaia di ulteriori processi privi di reale utilita' sociale e condannato per cio' alla paralisi. Ne' questo effetto sarebbe scongiurato dalla attribuzione della relativa cognizione al giudice di pace (con alterazione degli attuali criteri di ripartizione della competenza tra magistratura professionale e magistratura onoraria e snaturamento della fisionomia di quest'ultima): da un lato perche' la paralisi non e' meno grave se investe il settore di giurisdizione del giudice di pace, dall'altro per le ricadute sul sistema complessivo delle impugnazioni, gia' in grave sofferenza.
Rientra certo tra i compiti delle istituzioni pubbliche "regolare la materia dell'immigrazione, in correlazione ai molteplici interessi pubblici da essa coinvolti ed ai gravi problemi connessi a flussi migratori incontrollati" (Corte Cost., sent. n. 5 del 2004), ma nell'adempimento di tali compiti il legislatore deve attenersi alla rigorosa osservanza dei principi fondamentali del sistema penale e, ferma restando la sfera di discrezionalita' che gli compete, deve orientare la sua azione a canoni di razionalita' finalistica.
"Gli squilibri e le forti tensioni che caratterizzano le societa' piu' avanzate producono condizioni di estrema emarginazione, si' che (...) non si puo' non cogliere con preoccupata inquietudine l'affiorare di tendenze, o anche soltanto tentazioni, volte a 'nascondere' la miseria e a considerare le persone in condizioni di poverta' come pericolose e colpevoli". Le parole con le quali la Corte Costituzionale dichiaro' l'illegittimita' del reato di "mendicita'" di cui all'art. 670, comma 1, cod. pen. (sent. n. 519 del 1995) offrono ancora oggi una guida per affrontare questioni come quella dell'immigrazione con strumenti adeguati allo loro straordinaria complessita' e rispettosi delle garanzie fondamentali riconosciute dalla Costituzione a tutte le persone.
25 giugno 2009
Angelo Caputo, Domenico Ciruzzi, Oreste Dominioni, Massimo Donini, Luciano
Eusebi, Giovanni Fiandaca, Luigi Ferrajoli, Gabrio Forti, Roberto Lamacchia,
Sandro Margara, Guido Neppi Modona, Paolo Morozzo della Rocca, Valerio
Onida, Elena Paciotti, Giovanni Palombarini, Livio Pepino, Carlo Renoldi,
Stefano Rodota', Arturo Salerni, Armando Spataro, Lorenzo Trucco, Gustavo
Zagrebelsky

giovedì 25 giugno 2009

La "parresia" di don Sciortino


Da Famiglia cristiana n. 26 del 28.6.2009: condivido totalmente e sottoscrivo!

«Il presidente del Consiglio non deve illudersi che la Chiesa taccia. La Chiesa non rinfaccia nulla a nessuno, per carità cristiana, ma è evidente che i vescovi hanno una precisa morale da difendere». Così comincia l’intervista a monsignor Ghidelli, vescovo di Lanciano e Ortona, noto biblista, apparsa domenica 21 giugno sul Corriere della Sera, a proposito delle vicende che hanno investito una delle più alte cariche istituzionali del Paese.
Il suo disagio e quello di altri vescovi hanno fatto eco all’editoriale di Avvenire, in cui si chiedeva al presidente del Consiglio «un chiarimento sufficiente a sgomberare il terreno dagli interrogativi più pressanti, che non vengono solo dagli avversari politici ma anche da una parte di opinione pubblica non pregiudizialmente avversa al premier».
Il vescovo di Mazara del Vallo, monsignor Mogavero, ha aggiunto: «Tra il livello pubblico, di governo, e quello privato e inviolabile, di coscienza, c’è un terzo piano: quello dell’immagine. I comportamenti di chi governa possono determinare maggiore credibilità oppure una delegittimazione, parziale o totale. Certi comportamenti possono incrinare la fiducia fino a una delegittimazione di fatto».
Chi ha l’onore e l’onere di servire il Paese (senza servirsene), per di più con una larga maggioranza, quale mai si era vista nella storia della Repubblica, è doveroso che si dedichi a questo importante compito senza "distrazioni", che un capo di Governo non può permettersi. L’alta responsabilità comporta restrizioni di movimenti e comportamenti adeguati alla carica, per servire a tempo pieno il Paese e dedicarsi totalmente al "bene comune" dei cittadini.
A maggior ragione oggi, che il Paese è alle prese con una delle più gravi crisi economiche (ma anche morali) che abbia mai affrontato, con moltissime famiglie sulla soglia della povertà, lavoratori senza più occupazione e giovani precari a vita, senza futuro e speranza. Che esempio si dà alle giovani generazioni con comportamenti "gaudenti e libertini", o se inculchiamo loro i valori del successo, dei soldi, del potere: traguardi da raggiungere a ogni costo, anche tramite scorciatoie e strade poco limpide?
Oggi il Paese più che di polveroni e distrazioni, necessita di maggiore sobrietà, coerenza e rispetto delle regole. E, soprattutto, chiarezza. Non solo a parole, ma concretamente, con i fatti. A poco servono imbarazzanti e deboli difese d’ufficio dei vari "corifei", "caudatari" o "maschere salmodianti" (come li ha definiti qualcuno), che ci propinano a ogni ora ritornelli e moduli stantii, a difesa dell’indifendibile. Onel tentativo "autolesionista" di minimizzare tutto, spostando la mira su altri bersagli. Ancora peggio, poi, quando "la pezza è più grande dello sbrego" come si dice, e si definisce il presidente del Consiglio «l’utilizzatore finale» di un giro di prestazioni a pagamento (ammesso che sia vero), e si considerano le donne "merce", di cui «si potrebbe averne quantitativi gratis». Naturalmente.
Non basta la legittimazione del voto popolare o la pretesa del "buon governo" per giustificare qualsiasi comportamento, perché con Dio non è possibile stabilire un "lodo", tanto meno chiedergli l’"immunità morale". La morale è uguale per tutti: più alta è la responsabilità, più si ha il dovere del buon esempio. E della coerenza, che è ancora una virtù, e dà credibilità alle persone e alle loro azioni.
Sull’operato del presidente del Consiglio oggi fanno riflettere certi silenzi "pesanti", anche all’interno della stessa maggioranza. La Chiesa, però, non può abdicare alla sua missione e ignorare l’emergenza morale nella vita pubblica del Paese. Nessuno pensi di allettarla con promesse o ricattarla con minacce perché non intervenga e taccia. I cristiani (come dismostrano le lettere dei nostri lettori) sono frastornati e amareggiati da questo clima di decadimento morale dell’Italia, attendono dalla Chiesa una valutazione etica meno "disincantata". Non si può far finta che non stia succedendo nulla, o ignorare il disagio di fasce sempre più ampie della popolazione, e dei cristiani in particolare.
Il problema dell’esempio personale è inscindibile per chiunque accetta una carica pubblica. In altre nazioni, se i politici vengono meno alle regole (anche minime) o hanno comportamenti discutibili, sono costretti alle dimissioni. Perché tanta diversità in Italia? L’autorità senza esemplarità di comportamenti non ha alcuna autorevolezza e forza morale. È pura ipocrisia o convenienza di interessi privati. Chi esercita il potere, anche con un ampio consenso di popolo, non può pretendere una "zona franca" dall’etica. Né pensare di barattare la morale con promesse di leggi favorevoli alla Chiesa: è il classico "piatto di lenticchie", da respingere al mittente.
Parlando di De Gasperi, grande statista trentino, Benedetto XVI l’ha indicato come modello di moralità per i governanti: «Il ricordo della sua esperienza di governo e della sua testimonianza cristiana siano di incoraggiamento e stimolo per coloro che reggono le sorti dell’Italia, specialmente per quanti si ispirano al Vangelo». «De Gasperi», ha aggiunto il Papa, «è stato autonomo e responsabile nelle sue scelte politiche, senza servirsi della Chiesa per fini politici e senza mai scendere a compromessi con la sua retta coscienza».
In una nota pubblicata dal Sir (Servizio informazione religiosa, cioè l’agenzia di notizie dei vescovi) del 26 maggio scorso, Riccardo Moro afferma che le vicende personali del premier offrono «un contributo sgradevole al sereno sviluppo dei rapporti democratici». E al premier che assicura di "chiarire in futuro" i dubbi sollevati dalla stampa nazionale ed estera, chiede: «Ma se nulla di quanto è ignoto è riprovevole, perché rinviare? Se non vi è nulla da nascondere, alimentare i misteri rinviando spiegazioni, rivela una considerazione della stampa e dell’opinione pubblica particolarmente irriguardosa». E aggiunge: «La libera stampa indipendente è uno dei fondamenti della democrazia per il controllo sull’azione del Governo e per veicolare informazione e dialogo democratico tra i cittadini, non un disturbo nell’azione democratica».
Di fronte all’Italia che arranca, di fronte al polverone mediatico sulle vicende del premier, i problemi reali del Paese (famiglia, lavoro, immigrati, riforme...) sono passati in secondo ordine. C’è da augurarsi, quanto prima, che da una "politica da camera da letto" si passi alla vera politica delle "camere del Parlamento", restituite alla loro dignità e funzioni. Prima che la fiducia dei cittadini verso le istituzioni prenda una via senza ritorno. A tutto c’è un limite. Quel limite di decenza è stato superato. Qualcuno ne tragga le debite conseguenze.

martedì 16 giugno 2009

Arcipelago Palestina



E' una cartina della Palestina pubblicata da Le monde diplomatique. (Cliccare sulla foto per vederla ingrandita)
Dopo le ultime affermazioni del Primo Ministro israeliano dice con chiarezza come vorrebbero alcuni lo Stato Palestinese: piccole riserve, o campi di concentramento, che come isole possano essere facilmente tenute in scacco, e senza alcuna possibilità di libertà, dall'esercito israeliano!

Elogio della dittatura

Riprendo da "Mosaico dei giorni" del 16 giugno 2009.
Questa è una delle perle del Grande Corruttore nei giorni scorsi. Oggi è andato a scodinzolare da Obama, dopo essere stato uno dei principali sostenitori e laudatori della politica di Bush, politica che - come è ben noto - Obama condivide totalmente! Lo stesso Obama che, come sostiene Libero, ha supplicato l'aiuto del nostro leader, altrimenti non saprebbe che e come fare... La speranza è che siano davvero le comiche... finali!


Parlando ai giovani industriali e riferendosi a Gheddafi, il presidente del consiglio ha affermato testualmente: “è un uomo intelligentissimo, come dimostra il fatto che sia alla guida da 40 anni di un Paese. Vuol dire che è uno che ci sa fare”.
La regola che se ne deduce è che il criterio per valutare il valore politico di un capo di Stato è il tempo in cui riesce a restare al potere. A questo punto è bene che il presidente sappia che il record in questa classifica è attualmente detenuto da Fidel Castro che ha guidato ufficialmente Cuba per 49 anni.
In Togo Eyadema sarebbe allo stesso livello di Gheddafi (40 anni dal 1965 al 2005) ma ha dovuto abbandonare la scena politica solo perché è morto, come Mao Tse-Tung (27 anni). Mobutu Sese Seko, è stato presidente del Congo solo 32 anni! Buone speranze per Mugabe da 29 anni alla guida dello Zimbawe.
Come Gheddafi anche loro hanno truccato le elezioni, ammazzato gli oppositori politici, represso nel sangue le proteste, imprigionato e torturato per reati di opinione.
Attendiamo invano che il presidente del consiglio chieda scusa ai familiari delle vittime del regime di Gheddafi per questa “svista”.
Da parte nostra richiamiamo le coscienze vigili a tenere gli occhi aperti sui dittatori che “ci sanno fare”.
Tonio Dell’Olio

http://www.peacelink.it/mosaico/a/29686.html

venerdì 12 giugno 2009

La Cosa Berlusconi

Non trovo altro nome con cui chiamarlo. Una cosa pericolosamente simile a un essere umano, una cosa che dà feste, organizza orge e comanda in un paese chiamato Italia. Questa cosa, questa malattia, questo virus minaccia di essere la causa della morte morale del paese di Verdi se un profondo rigurgito non dovesse strapparlo dalla coscienza degli italiani prima che il veleno finisca per corrodergli le vene distruggendo il cuore di una delle più ricche culture europee. I valori fondanti dell’umana convivenza vengono calpestati ogni giorno dalle viscide zampe della cosa Berlusconi che, tra i suoi vari talenti, possiede anche la funambolica abilità di abusare delle parole, stravolgendone l’intenzione e il significato, come nel caso del Polo della Libertà, nome del partito attraverso cui ha raggiunto il potere. L’ho chiamato delinquente e di questo non mi pento. Per ragioni di carattere semantico e sociale che altri potranno spiegare meglio di me, il termine delinquente in Italia possiede una carica più negativa che in qualsiasi altra lingua parlata in Europa. È stato per rendere in modo chiaro ed efficace quello che penso della cosa Berlusconi che ho utilizzato il termine nell’accezione che la lingua di Dante gli ha attribuito nel corso del tempo, nonostante mi sembri molto improbabile che Dante l’abbia mai utilizzato. Delinquenza, nel mio portoghese, significa, in accordo con i dizionari e la pratica quotidiana della comunicazione, “atto di commettere delitti, disobbedire alle leggi o a dettami morali”. La definizione calza senza fare una piega alla cosa Belusconi, a tal punto che sembra essere più la sua seconda pelle che qualcosa che si indossa per l’occasione. È da tanti anni che la cosa Belusconi commette crimini di variabile ma sempre dimostrata gravità. Al di là di questo, non solo ha disobbedito alle leggi ma, peggio ancora, se ne è costruite altre su misura per salvaguardare i suoi interessi pubblici e privati, di politico, imprenditore e accompagnatore di minorenni, per quanto riguarda i dettami morali invece, non vale neanche la pena parlarne, tutti sanno in Italia e nel mondo che la cosa Belusconi è oramai da molto tempo caduto nella più assoluta abiezione. Questo è il primo ministro italiano, questa è la cosa che il popolo italiano ha eletto due volte affinché gli potesse servire da modello, questo è il cammino verso la rovina a cui stanno trascinando i valori di libertà e dignità di cui erano pregne la musica di Verdi e le gesta di Garibaldi, coloro che fecero dell’Italia del secolo XIX, durante la lotta per l’unità, una guida spirituale per l’Europa e gli europei. È questo che la cosa Berlusconi vuole buttare nel sacco dell’immondizia della Storia. Gli italiani glielo permetteranno?

Josè Saramago
premio Nobel per la Letteratura

martedì 9 giugno 2009

PeaceReporter - video

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Sono le prime reazioni israeliane al discorso di Obama al Cairo!

L'ultima lettera di Padre Musallam, ex parroco di Gaza


Charles Colton disse una volta: "L'esperienza ci insegna due cose, la prima è di correggere molto, e la seconda è di non esagerare nel farlo". Israele ci sta correggendo molto. Israele, il nostro vicino a Gaza, non è stato capace di regolare le relazioni con i suoi vicini. Esso corregge il popolo palestinese specialmente perché sostiene che i palestinesi si oppongono al suo ritorno alla "Terra Promessa". Ci sta correggendo, noi palestinesi, con la guerra, i massacri, i crimini di guerra e la deportazione. Ha distrutto le nostre case, le nostre fattorie e i nostri villaggi, e ha stabilito insediamenti su di essi. Ha sradicato centinaia di migliaia di olivi e aranci produttivi, e ci ha proibito di fare il raccolto dai nostri campi. Ha aperto circonvallazioni e ha eroso le nostre terre. Ha distrutto, frammentato e isolato le nostre città, villaggi e campagne. Ha costruito e istallato centinai di checkpoints per scombussolare le nostre vite. Ci ha impedito di raggiungere i nostri santi luoghi di culto a El Aqsa, alla Natività e al Santo Sepolcro. Ha costruito il muro dell'apartheid intorno alla Cisgiordania, Gerusalemme e Gaza. Il muro non ci separa forse dagli altri e i ponti non sono forse luoghi di incontro? Ha spezzato le nostre ossa e proibito cure e medicazioni. Ha assassinato i nostri capi in diversi modi. Abbiamo vissuto sotto le tende, e ci ha proibito i mezzi di vita e di lavoro. Ci circonda con un assedio che blocca la nostra vita quotidiana. Ci ha gettati in un ghetto senza acqua, elettricità, medicine, cibo e lavoro. Stiamo morendo di una morte lenta. Dovevamo "diventare affamati e assetati fino alla soglia della morte senza oltrepassarla.
Sderot, un insediamento vicino a Gaza, è divenuto il Muro del Pianto dove tutti i leader del mondo e i turisti vengono per vedere le reliquie lasciate dai missili Qassam, che hanno ucciso 12 israeliani dal 2002. Mentre noi non osiamo costruire un monumento che perpetui la memoria di migliaia di palestinesi innocenti uccisi durante i crimini di guerra a Gaza, perché Israele non mancherebbe di distruggerlo durante la sua costruzione. Nella recente barbara guerra contro Gaza, centinaia di bambini, uomini, donne e vecchi innocenti sono stati bruciati in forni di bombe e missili sofisticati. Che differenza c'è tra i forni in cui gli ebrei morirono in Germania e i forni in cui noi moriamo a Gaza? Il mondo li ha visti attraverso i giornalisti e i canali satellitari. Persone di buona volontà, come l'Arcivescovo Desmond Tutu e organizzazioni dei diritti umani, avvocati e specialisti in crimini contro l'umanità, hanno incominciato a venirci a trovare. Israele ha impedito alle delegazioni di raggiungerci, umiliandoli, trattenendoli ai confini di Jenin, Rafah e Beit Hanoun, finché non sono riusciti a ottenere un permesso di ingresso. Israele ha distrutto molti segni dei loro crimini di guerra.
Il nostro popolo è incappato nei briganti. Lo hanno spogliato e percosso, e se ne sono andati lasciandolo mezzo morto. Il Sig. Bush ci ha visto, ma è passato dall'altra parte. Allo stesso modo i leader europei, sia il mondo islamico sia quello cristiano, sono venuti qui, e quando ci hanno visto, sono passati dall'altra parte. Quando verrà il Samaritano misericordioso che, vedendoci, avrà compassione di noi?
Gli Stati Uniti, con il loro diritto di veto, hanno respinto qualsiasi soluzione o impegno di diritto internazionale, sicché Israele si è comportato come se fosse al di sopra della legge. Ora l'America vuole cambiare il diritto internazionale, cosí che i leader di Israele non siano processati come criminali di guerra. Israele percorre la nostra terra, perché non ha confini. Ogni giorno, inghiottisce un appezzamento di terra, migliaia di metri quadrati. È possibile che il mondo riconosca uno stato senza confini dopo 60 anni dalla sua costituzione? Lo stato di Israele è l'unico modello di questo tipo nel mondo.

Noi non sappiamo dove andare. Nei 18 anni passati, abbiamo cercato la pace e la giustizia con Israele incontrandoci faccia a faccia, stringendoci le mani e scambiandoci baci. Ci siamo persi nell'abisso dei negoziati e degli accordi. Israele vuole la pace, ma la pace non può essere raggiunta senza la giustizia. Israele dice: "È concepibile che uno stato democratico tolleri il bombardamento delle sue città con razzi per 10 anni?", e ha 11 morti. E noi rispondiamo: "È concepibile che un popolo accetti di rimanere sotto 60 anni di occupazione senza resistere?". Il mondo ricorda i razzi fatti a mano di Hamas, ma non ricorda i missili al fosforo, da cui noi soffriamo ogni giorno. Se noi resistiamo, il mondo ci grida dietro e ci etichetta come terroristi, ma non grida dietro a quelli che ci hanno occupato per sei decenni. Non è un crimine contro l'umanità il fatto che noi viviamo sotto occupazione e umiliante assedio tutto questo tempo, 60 anni? Quando noi attacchiamo un insediamento che ha rubato la nostra terra e gli alberi che ci ci permettono di vivere, il mondo ci rimprovera e ci classifica come assassini di gente innocente, ma il mondo non alza un dito per rimuovere un insediamento che riconosce illegale ed è un crimine di guerra secondo il diritto. Ognuno grida: pace e sicurezza per Israele, ma nessuno sussurra: giustizia, Gerusalemme e ritorno per i palestinesi. La pace per gli israeliani è possibile se è possibile la giustizia per i palestinesi. La sicurezza per gli israeliani è possibile se è reciproca.
Il mondo pone una condizione inderogabile su una parte del popolo palestinese, Hamas e la Jihad islamica, se si vogliono aprire le trattative per un progetto di pace in Medio Oriente. La condizione comporta che Hamas e la Jihad islamica denuncino la violenza e riconoscano Israele. Oggi, bisognerebbe mettere la stessa condizione, se si può. Bisognerebbe chiedere a tutti gli Israeliani e al loro governo di estrema destra, che rifiuta tutti gli accordi e i trattati, di riconoscere il popolo palestinese e i loro legittimi diritti. Poi si possono prendere le decisioni internazionali, purché giuste e imparziali. Perché è sbagliato se noi deteniamo un prigioniero di nome Shalit per i negoziati? E non è sbagliato se Israele trattiene ventimila prigionieri palestinesi, che vivono in posti dove gli animali non possono vivere? E i prigionieri che lasciano la prigione escono handicappati. Ogni giorno Israele invade le nostre città e villaggi e ingiustamente detiene un sacco di innocenti. Perché è sbagliato che una famiglia in Israele soffre o uno dei suoi bambini è preso dal panico, e non è sbagliato se migliaia di famiglie palestinesi soffrono e un'intera nazione è colpita dal panico?
Noi non sappiamo dove andare, per cui come possiamo conoscere la strada? Tutti i negoziati sono falliti e abbiamo raggiunto un punto morto, perché abbiamo accettato di seguire una vaga decisione sul ritiro dai "territori occupati nel 1967". Abbiamo accettato Gaza e Gerico e prima abbiamo accettato Gerusalemme e gli insediamenti; abbiamo accettato Oslo, la road map, le "Tennet outlines" e gli accordi di Sharm el-Sheikh, invece delle risoluzioni internazionali e della legittimità. Abbiamo accettato l'assedio di Yasser Arafat e il suo assassinio per il motivo che non era un partner attivo nei colloqui di pace. Non abbiamo neppure chiesto un'inchiesta, come quella per l'assassino di Rafik El Hariri in Libano. Abbiamo accettato elezioni interne sulla base degli accordi di Oslo, nell'interesse dei palestinesi dentro il paese, invece di dare attenzione al popolo palestinese nel suo insieme. Abbiamo accettato le Intifade in Palestina invece di una rivoluzione popolare vasta quanto l'universo.

Dopo successive guerre, Israele ha anche lasciato indietro un intero popolo distrutto. Contadini i cui alberi e campi sono stati bruciati da sostanze chimiche; le loro terre non sono piú coltivabili. Lavoratori che sono rimasti senza lavoro e la fame dei cui figli non è saziata da pane intinto in acqua o tè. Commercianti i cui beni sono sequestrati nei porti israeliani; devono vendere i loro magazzini per pagare il deposito dei loro beni e poi vanno in fallimento. Impiegati i cui salari sono erosi da un immaginario aumento dei prezzi; avviene questo quando il salario viene loro consegnato un anno dopo la data dovuta. Disabili per i quali, dopo essere stati colpiti con sofisticate armi che hanno amputato i loro arti (che dolore e pena devono provare loro e quelli che li assistono!), non ci sono istituzioni o esperienza per curarli, non c'è riabilitazione per ricuperarli dalla loro disperazione e mutilazione. Bambini che sono stati smembrati e affetti da traumi e malattie psicologiche di paura, i loro corpi magri per malnutrizione. Alcuni sono morti di paura; alcuni sono stati rapiti da una violenza barbara, nazista mentre erano allattati, o sono morti per una pallottola che li ha trapassati nel ventre delle loro madri. Chi li cura? Chi li compensa per i loro diritti perduti? Chi cura i bambini che hanno visto le loro famiglie ferite e sanguinanti, i bambini che hanno visto i loro genitori morire nelle loro braccia e hanno sentito, per la prima volta, il crepitio del conflitto che non avevano mai sperimentato, uno strano e orribile suono che li accompagnerà nel sonno e nell'insonnia finché vivranno? Chi cura i bambini che dormiranno in preda al terrore, o con l'ansia negli occhi, che si fanno la pipí addosso o nel letto o nelle loro divise scolastiche in cui hanno dormito, perché i loro scarsi indumenti per la notte non si sono ancora asciugati. Vanno a scuola al mattino cercando di nascondersi e coprire l'odore del loro corpo. Il bambino che piangeva quando vedeva una goccia di sangue sul dito si è sentito affogare nel sangue; calpesta il sangue di suo padre e sua madre con amarezza e dolore nella disperata ricerca di qualcuno che possa fermare l'emorragia, cosí che i suoi genitori possano vivere. Chi guarirà questo bambino?
Il primo giorno dei bombardamenti, abbiamo sentito alcuni tristi e deplorevoli racconti sulle bombe al fosforo bianco, che sono internazionalmente bandite, dai dottori dell'ospedale Shifa e dai cronisti delle TV satellitari. Dopo che i dottori avevano prestato i primi soccorsi ad alcuni dei feriti e li avevano mandati a casa, quelli sono tornati all'ospedale con i loro corpi fumanti, dopo che il fosforo aveva reagito di nuovo nei loro corpi e e aveva preso fuoco.
Questo è il modo in cui Israele ha corretto i palestinesi. Non c'è poi da meravigliarsi se nasce la resistenza e si moltiplica finché si diffonde a tutto il popolo della Palestina. Non c'è da meravigliarsi se ci rivolgiamo ad Hamas, alla resistenza o agli elementi fondamentalisti alla ricerca di libertà dall'occupazione a dai nostri dolori. "Tutto sommato, la punizione indurisce e rende la gente piú insensibile; essa concentra, aumenta il senso di allontanamento; rafforza il potere di resistenza" (Friedrich Nietzsche). Quando capirà Israele che correggere la gente con la guerra, la violenza e l'occupazione è un errore morale e un crimine di guerra; un crimine contro l'umanità? Che la guerra non costruisce la pace? Che non può occupare un popolo per sempre? Noi speriamo che lo capisca. Oggi Israele esagera nella sua correzione. Sta andando troppo avanti nel correggere le case dei palestinesi, tanto da demolirle persino sulle loro teste e i loro bambini, donne e anziani senza scrupoli di coscienza. Sa che la casa significa pace e stabilità e la fine della dispersione. Perciò demolisce le case e sconvolge i suoi residenti in modo che nessuno possa riposare nella sua patria e fra la sua gente. Profana la santità del sorriso dei bambini, rendendoli orfani; la vitalità dei giovani, umiliandoli e trattandoli con disdegno; l'orgoglio e l'arroganza degli ulivi, degli aranci, dei limoni e dei fichi, distruggendoli con bulldozer militari. Gli dà fastidio agli occhi vedere lo splendore della terra che è diventata verde dopo essere stata lavorata da un contadino del mio paese, rendendola un deserto! Dopo tutto questo, la nostra resistenza diventa terrorismo e qualcuno dei nostri missili primitivi minaccia la sicurezza dello stato di Israele e la sicurezza del mondo civile. Perciò i confini sono chiusi e Gaza è dichiarata una zona ostile, proibita, che affoga nell'oscurità, con la sua gente assetata e affamata, navi dell'Atlantico pattugliano il nostro mare per controllare il nostro armamento e sorvegliare la demolizione delle arterie e dei tunnel, da cui noi siamo tenuti in vita.

Con notoria ipocrisia il carnefice e la vittima sono stati equiparati. La nostra causa passa per essere una questione di dialogo tra fazioni, come un conflitto per un pezzo di pane e un bicchier d'acqua, come una questione di indennizzo o di apertura di valichi di frontiera. Il mondo dimentica o fa finta di dimenticare che la nostra causa è la causa dell'emancipazione di un popolo, della sua terra e dei suoi luoghi santi.
Il suono di El Aqsa non può essere udito a causa del fracasso degli scavi sotto di essa e vicino ad essa; le grida della città di Betlemme per il dolore dello sviluppo degli insediamenti e il muro che avvolge il suo collo non può essere sentito a causa del rumore delle seghe e la costruzione a Jabal Abu Ghneim; e cosí pure le grida dei bambini di Jenin, Beit Hanoun e Rafah, che la Statua della Libertà non sente. Nessuno in Europa e negli Stati Uniti sente il fragore degli aerei israeliani, o il bombardamento dei suoi cannoni e delle sue navi da guerra quando distruggono Gaza sulle nostre teste; il mondo sordo sente solo il suono dei razzi Qassam e Katyusha.
Il terrorismo dello stato di Israele è diventato il diritto di proteggere i suoi confini e il suo popolo; ma quando noi chiediamo la libertà secondo le leggi divine e umane, la nostra resistenza diventa terrorismo distruttivo. O mondo, tu non hai il diritto di chiedere pace e sicurezza per Israele, occupante e aggressore, prima di darci tutti i nostri diritti nazionali persi, la giustizia e una completa compensazione per tutto ciò che i Palestinesi hanno perso a partire dalla Prima Guerra Mondiale.
C'è un proverbio cinese che dice: "Se vedi un fiore e non puoi darlo a una bella ragazza, fa' attenzione a non raccoglierlo". Ma Israele , che ha occupato la nostra terra 60 anni fa, non ha lasciato un fiore e neppure il loro profumo sulle nostre montagne. Noi siamo di fronte a un nemico che ha distrutto i fiori, i fichi, gli olivi, gli aranci, i limoni, i cipressi, le palme, i pioppi, le bacche, gli uccelli, il mare, la terra e gli uomini. O gente, Israele di chi è amico? È possibile costruire la pace con loro? Come possiamo predicare la pace al nostro popolo, quando loro hanno ucciso la pace? Come possiamo predicare l'amore, quando l'odio, l'assassinio e il terrorismo verso di noi riempie i loro cuori? Come possiamo predicare la speranza, quando sta morendo in tutti i nostri cuori? Israele ha strangolato le parole di riconciliazione, amore, perdono, speranza e clemenza nei nostri cuori. Ripetiamo le parole del Profeta: "Chi ha creduto al nostro messaggio? A chi è stato rivelato il braccio del Signore?" (Is 53:1).
Per gli adoratori di idoli e falsi dèi, l'odore del sangue umano era considarato un'offerta espiatrice, fragrante se versato con gioia e preghiere ai loro dèi. Noi oggi siamo di fronte al dio Moloc; coloro che versano il nostro sangue ai suoi piedi pensano che di immolare un sacrificio a Dio! Il tempio di Salomone fu distrutto dai Romani. Tremila chiese della Palestina furono demolite dai Persiani e l'Oriente fu bruciato dai Tartari. Siamo di fronte a un nuovo Tito che distrugge la chiesa, la moschea e la scuola? O siamo di fronte a un nuovo Hulagu la cui preoccupazione è di bruciare la storia di un popolo che ha scritto la storia della civiltà, della scienza e della religione per la Palestina e il mondo intero? Da quando è iniziata la storia, noi esistiamo, e la storia può testimoniare quanto è fragrante la nostra storia. Dal giorno in cui il popolo di Sion ha messo piede sulla nostra terra con Joshua Ben-Nun, poi con David Ben-Gurion, e oggi, la Palestina passa da una tragedia a un disastro, da un crimine di guerra e un crimine contro l'umanità e da un massacro a un genocidio. Gesú ha detto: "Si raccoglie forse uva dalle spine, o fichi dai rovi?" (Mt 7:16). Noi riconosciamo Israele dal suo frutto. Noi vediamo che il suo frutto è aspra uva selvatica, e che asprezza!
Noi giustamente preghiamo col profeta Geremia: "Orfani siamo diventati, senza padre; le nostre madri come vedove. L'acqua nostra beviamo per denaro, la nostra legna si acquista a pagamento. Con un giogo sul collo siamo perseguitati, siamo sfiniti, non c'è per noi riposo. All'Egitto abbiamo teso la mano, all'Assiria per saziarci di pane. Schiavi comandano su di noi, non c'è chi ci liberi dalle loro mani". (Lam 5:3-8). E ora, dov'è la tua solidarietà, o Chiesa di Gesú? Dov'è la vostra influenza, cristiani nei cui cuori e nelle cui bocche Gesú conserva parole di riconciliazione, amore, bontà, misericordia e compassione? A Vostra Santità, Papa Benedetto XVI, sono rivolte queste parole del Profeta: "Alzati e di' loro tutto ciò che ti ordinerò; non spaventarti alla loro vista, altrimenti ti farò temere davanti a loro" (Ger 1:17). La Palestina è stata calpestata dal mostro della giungla e la sua terra, le sue pietre, i suoi alberi e il suo popolo sono stati dati alle fiamme. Dovrebbe essere dichiarato un crimine di guerra e un crimine contro l'umanità e dovrebbero essere convocati nel tribunale del vostro cuore, preparandosi ad apparire davanti al giusto tribunale di Dio.
Voglio ricordarvi: "Chi prende a calci l'uomo, dall'uomo è preso a calci" (Bertold Brecht). E in Palestina, o Israele, "Duro è per te ricalcitrare contro il pungolo" (At 26:14). "Dal legno degli ulivi, aranci e limoni, che furono sradicati, divamperà un fuoco che non potrà essere spento. Il tiranno farà il suo tempo. Desidereranno venir fuori dal fuoco, ma non potranno. La loro sarà una rovina eterna" (Corano, Sura 37).
Chi ha occhi per vedere, veda. Tobi disse a suo figlio: "Non fare a nessuno ciò che non piace a te" (Tb 4:15). Guardate a ciò che fecereo loro i nazisti e al loro olocausto e paragonatelo con ciò che loro hanno fatto a noi a al nostro olocausto. Chi ha orecchi per intendere, intenda la voce di Gesú Cristo, che disse: "Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro" (Mt 7:12). E il profeta Isaia: "Si dirà: Spianate, spianate, preparate la via, rimuovete gli ostacoli sulla via del mio popolo" (Is 57:14).
La Palestina non è la Terra Promessa per gli ebrei, perché loro sono discendenti di Abramo. Ascoltate san Paolo: "La parola di Dio non è venuta meno. Infatti non tutti i discendenti di Israele sono Israele, né per il fatto di essere discendenza di Abramo sono tutti suoi figli. No, ma: In Isacco ti sarà data una discendenza" (Rm 9:6-7). "Ora è appunto ad Abramo e alla sua discendenza che furono fatte le promesse. Non dice la Scrittura: e ai tuoi discendenti, come se si trattasse di molti, ma e alla sua discendenza, come a uno solo, cioè Cristo" (Gal 3:16). La Palestina è la terra promessa per tutti quelli che credono nella fede di Abramo.

domenica 7 giugno 2009

Senza la profezia, rimane la complicità

di Paolo Farinella, prete
da http://domani.arcoiris.tv

Lettera aperta al cardinale Angelo Bagnasco

Egregio sig. Cardinale,

viviamo nella stessa città e apparteniamo alla stessa Chiesa: lei vescovo, io prete. Lei è anche capo dei vescovi italiani, dividendosi al 50% tra Genova e Roma. A Genova si dice che lei è poco presente alla vita della diocesi e probabilmente a Roma diranno lo stesso in senso inverso. E’ il destino dei commessi viaggiatori e dei cardinali a percentuale. Con questo documento pubblico, mi rivolgo al 50% del cardinale che fa il Presidente della Cei, ma anche al 50% del cardinale che fa il vescovo di Genova perché le scelte del primo interessano per caduta diretta il popolo della sua città.

Ho letto la sua prolusione alla 59a assemblea generale della Cei (24-29 maggio 2009) e anche la sua conferenza stampa del 29 maggio 2009. Mi ha colpito la delicatezza, quasi il fastidio con cui ha trattato - o meglio non ha trattato - la questione morale (o immorale?) che investe il nostro Paese a causa dei comportamenti del presidente del consiglio, ormai dimostrati in modo inequivocabile: frequentazione abituale di minorenni, spergiuro sui figli, uso della falsità come strumento di governo, pianificazione della bugia sui mass media sotto controllo, calunnia come lotta politica.
Lei e il segretario della Cei avete stemperato le parole fino a diluirle in brodino bevibile anche dalle novizie di un convento. Eppure le accuse sono gravi e le fonti certe: la moglie accusa pubblicamente il marito presidente del consiglio di «frequentare minorenni», dichiara che deve essere trattato «come un malato», lo descrive come il «drago al quale vanno offerte vergini in sacrificio». Le interviste pubblicate da un solo (sic!) quotidiano italiano nel deserto dell’omertà di tutti gli altri e da quasi tutta la stampa estera, hanno confermato, oltre ogni dubbio, che il presidente del consiglio ha mentito spudoratamente alla Nazione e continua a mentire sui suoi processi giudiziari, sull’inazione del suo governo e sulla sua pedofilia. Una sentenza di tribunale di 1° grado ha certificato che egli è corruttore di testimoni chiamati in giudizio e usa la bugia come strumento ordinario di vita e di governo. Eppure si fa vanto della morale cattolica: Dio, Patria, Famiglia. In una tv compiacente ha trasformato in suo privato in un affaire pubblico per utilizzarlo a scopi elettorali, senza alcun ritegno etico e istituzionale.
Lei, sig. Cardinale, presenta il magistero dei vescovi (e del papa) come garante della Morale, centrata sulla persona e sui valori della famiglia, eppure né lei né i vescovi avete detto una parola inequivocabile su un uomo, capo del governo, che ha portato il nostro popolo al livello più basso del degrado morale, valorizzando gli istinti di seduzione, di forza/furbizia e di egoismo individuale. I vescovi assistono allo sfacelo morale del Paese ciechi e muti, afoni, sepolti in una cortina di incenso che impedisce loro di vedere la «verità» che è la nuda «realtà». Il vostro atteggiamento è recidivo perché avete usato lo stesso innocuo linguaggio con i respingimenti degli immigrati in violazione di tutti i dettami del diritto e dell’Etica e della Dottrina sociale della Chiesa cattolica, con cui il governo è solito fare i gargarismi a vostro compiacimento e per vostra presa in giro. Avete fatto il diavolo a quattro contro le convivenze (Dico) e le tutele annesse, avete fatto fallire un referendum in nome dei supremi «principi non negoziabili» e ora non avete altro da dire se non che le vostre paroline sono «per tutti», cioè per nessuno.
Il popolo credente e diversamente credente si divide in due categorie: i disorientati e i rassegnati. I primi non capiscono perché non avete lesinato bacchettate all’integerrimo e cattolico praticante, Prof. Romano Prodi, mentre assolvete ogni immoralità di Berlusconi. Non date forse un’assoluzione previa, quando vi sforzate di precisare che in campo etico voi «parlate per tutti»? Questa espressione vuota vi permette di non nominare individualmente alcuno e di salvare la capra della morale generica (cioè l’immoralità) e i cavoli degli interessi cospicui in cui siete coinvolti: nella stessa intervista lei ha avanzato la richiesta di maggiori finanziamenti per le scuole private, ponendo da sé in relazione i due fatti. E’ forse un avvertimento che se non arrivano i finanziamenti, voi siete già pronti a scaricare il governo e l’attuale maggioranza che sta in piedi in forza del voto dei cattolici atei? Molti cominciano a lasciare la Chiesa e a devolvere l’8xmille ad altre confessioni religiose: lei sicuramente sa che le offerte alla Chiesa cattolica continuano a diminuire; deve, però, sapere che è una conseguenza diretta dell’inesistente magistero della Cei che ha mutato la profezia in diplomazia e la verità in servilismo.
I cattolici rassegnati stanno ancora peggio perché concludono che se i vescovi non condannano Berlusconi e il berlusconismo, significa che non è grave e passano sopra all’accusa di pedofilia, stili di vita sessuale con harem incorporato, metodo di governo fondato sulla falsità, sulla bugia e sull’odio dell’avversario pur di vincere a tutti i costi. I cattolici lo votano e le donne cattoliche stravedono per un modello di corruttela, le cui tv e giornali senza scrupoli deformano moralmente il nostro popolo con «modelli televisivi» ignobili, rissosi e immorali.
Agli occhi della nostra gente voi, vescovi taciturni, siete corresponsabili e complici, sia che tacciate sia che, ancora più grave, tentiate di sminuire la portata delle responsabilità personali. Il popolo ha codificato questo reato con il detto: è tanto ladro chi ruba quanto chi para il sacco. Perché parate il sacco a Berlusconi e alla sua sconcia maggioranza? Perché non alzate la voce per dire che il nostro popolo è un popolo drogato dalla tv, al 50% di proprietà personale e per l’altro 50% sotto l’influenza diretta del presidente del consiglio? Perché non dite una parola sul conflitto d’interessi che sta schiacciando la legalità e i fondamentali etici del nostro Paese? Perché continuate a fornicare con un uomo immorale che predica i valori cattolici della famiglia e poi divorzia, si risposa, divorzia ancora e si circonda di minorenni per sollazzare la sua senile svirilità? Perché non dite che con uomini simili non avete nulla da spartire come credenti, come pastori e come garanti della morale cattolica? Perché non lo avete sconfessato quando ha respinto gli immigrati, consegnandoli a morte certa? Non è lo stesso uomo che ha fatto un decreto per salvare ad ogni costo la vita vegetale di Eluana Englaro? Non siete voi gli stessi che difendete la vita «dal suo sorgere fino al suo concludersi naturale»? La vita dei neri vale meno di quella di una bianca? Fino a questo punto siete stati contaminati dall’eresia della Lega e del berlusconismo? Perché non dite che i cattolici che lo sostengono in qualsiasi modo, sono corresponsabili e complici dei suoi delitti che anche l’etica naturale condanna? Come sono lontani i tempi di Sant’Ambrogio che nel 390 impedì a Teodosio di entrare nel duomo di Milano perché «anche l’imperatore é nella Chiesa, non al disopra della Chiesa». Voi onorate un vitello d’oro.
Io e, mi creda, molti altri credenti pensiamo che lei e i vescovi avete perduto la vostra autorità e avete rinnegato il vostro magistero perché agite per interesse e non per verità. Per opportunismo, non per vangelo. Un governo dissipatore e una maggioranza, schiavi di un padrone che dispone di ingenti capitali provenienti da «mammona iniquitatis», si è reso disposto a saldarvi qualsiasi richiesta economica in base al principio che ogni uomo e istituzione hanno il loro prezzo. La promessa prevede il vostro silenzio che - è il caso di dirlo - è un silenzio d’oro? Quando il vostro silenzio non regge l’evidenza dell’ignominia dei fatti, voi, da esperti, pesate le parole e parlate a suocera perché nuora intenda, ma senza disturbarla troppo: «troncare, sopire … sopire, troncare».
Sig. Cardinale, ricorda il conte zio dei Promessi Sposi? «Veda vostra paternità; son cose, come io le dicevo, da finirsi tra di noi, da seppellirsi qui, cose che a rimestarle troppo … si fa peggio. Lei sa cosa segue: quest’urti, queste picche, principiano talvolta da una bagattella, e vanno avanti, vanno avanti… A voler trovarne il fondo, o non se ne viene a capo, o vengon fuori cent’altri imbrogli. Sopire, troncare, padre molto reverendo: troncare, sopire» (A. Manzoni, Promessi Sposi, cap. IX). Dobbiamo pensare che le accuse di pedofilia al presidente del consiglio e le bugie provate al Paese siano una «bagatella» per il cui perdono bastano «cinque Pater, Ave e Gloria»? La situazione è stata descritta in modo feroce e offensivo per voi dall’ex presidente della Repubblica, Francesco Cossiga, che voi non avete smentito: «Alla Chiesa molto importa dei comportamenti privati. Ma tra un devoto monogamo [leggi: Prodi] che contesta certe sue direttive e uno sciupa femmine che invece dà una mano concreta, la Chiesa dice bravo allo sciupa femmine. Ecclesia casta et meretrix» (La Stampa, 8-5-2009).
Mi permetta di richiamare alla sua memoria, un passo di un Padre della Chiesa, l’integerrimo sant’Ilario di Poitier, che già nel sec. IV metteva in guardia dalle lusinghe e dai regali dell’imperatore Costanzo, il Berlusconi cesarista di turno: «Noi non abbiamo più un imperatore anticristiano che ci perseguita, ma dobbiamo lottare contro un persecutore ancora più insidioso, un nemico che lusinga; non ci flagella la schiena ma ci accarezza il ventre; non ci confisca i beni (dandoci così la vita), ma ci arricchisce per darci la morte; non ci spinge verso la libertà mettendoci in carcere, ma verso la schiavitù invitandoci e onorandoci nel palazzo; non ci colpisce il corpo, ma prende possesso del cuore; non ci taglia la testa con la spada, ma ci uccide l’anima con il denaro» (Ilario di Poitiers, Contro l’imperatore Costanzo 5).
Egregio sig. Cardinale, in nome di quel Dio che lei dice di rappresentare, ci dia un saggio di profezia, un sussurro di vangelo, un lampo estivo di coerenza di fede e di credibilità. Se non può farlo il 50% di pertinenza del presidente della Cei «per interessi superiori», lo faccia almeno il 50% di competenza del vescovo di una città dove tanta, tantissima gente si sta allontanando dalla vita della Chiesa a motivo della morale elastica dei vescovi italiani, basata sul principio di opportunismo che è la negazione della verità e del tessuto connettivo della convivenza civile.
Lei ha parlato di «emergenza educativa» che è anche il tema proposto per il prossimo decennio e si è lamentato dei «modelli negativi della tv». Suppongo che lei sappia che le tv non nascono sotto l’arco di Tito, ma hanno un proprietario che è capo del governo e nella duplice veste condiziona programmi, pubblicità, economia, modelli e stili di vita, etica e comportamenti dei giovani ai quali non sa offrire altro che la prospettiva del «velinismo» o in subordine di parlamentare alle dirette dipendenze del capo che elargisce posti al parlamento come premi di fedeltà a chi si dimostra più servizievole, specialmente se donne. Dicono le cronache che il sultano abbia gongolato di fronte alla sua reazione perché temeva peggio e, se lo dice lui che è un esperto, possiamo credergli. Ora con la benedizione del vostro solletico, può continuare nella sua lasciva intraprendenza e nella tratta delle minorenni da immolare sull’altare del tempio del suo narcisismo paranoico, a beneficio del paese di Berlusconistan, come la stampa inglese ha definito l’Italia.
Egregio sig. Cardinale, possiamo sperare ancora che i vescovi esercitino il servizio della loro autorità con autorevolezza, senza alchimie a copertura dei ricchi potenti e a danno della limpidezza delle verità come insegna Giovanni Battista che all’Erode di turno grida senza paura per la sua stessa vita: «Non licet»? Al Precursore la sua parola di condanna costò la vita, mentre a voi il vostro «tacere» porta fortuna.
In attesa di un suo riscontro porgo distinti saluti.

Permesso di soggiorno "in nome di Dio"

 
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giovedì 4 giugno 2009

Con l'Islam un nuovo inizio

Venti anni fa...

Una lettera di Prodi: "Caduta di dignità per il Paese"


Care amiche e cari amici,
nel momento in cui ribadisco la mia già provata volontà di rimanere al di fuori della politica del nostro Paese, sento il dovere, come semplice cittadino, di sottolineare l’importanza del voto a cui noi italiani siamo chiamati.
Anzitutto un voto per l’Europa. In questa linea richiamo la necessità di rafforzare il Partito democratico ricordando come esso abbia sempre con convinzione sostenuto le grandi scelte europee quali l’euro e l’allargamento che, come si è dimostrato in questa fase di durissima crisi, sono la principale difesa per l’Europa e l’Italia.
La seconda ragione nasce dall’intensificarsi di numerosi segnali di allarme e di interrogativi da parte di tanti amici ed osservatori stranieri per la caduta di dignità e per la qualità democratica del nostro paese, segnali che ho colto con sofferenza nella mia attività internazionale.
Di fronte a questo il Partito democratico, pur nel suo non facile cammino, è l’unica concreta risposta.
Non è tempo né di astensioni né di sofisticate distinzioni. E’ il momento di dimostrare che l’Italia può essere diversa, che ha profonde radici etiche e che è ancora capace di contribuire alla crescita democratica di una nuova Europa.
Con amicizia
Romano Prodi

mercoledì 3 giugno 2009

Appello per il ritorno in Terra Santa di Mons. Hilarion Capucci


Sign for Appello per il ritorno in Terra Santa di Mons. Hilarion Capucci




Il Coordinamento provinciale per la Palestina di Alessandria, da tempo impegnato in azioni di solidarietà, di dialogo, di informazione, di ricerca della giustizia, della pacifica coesistenza dei due popoli che abitano la Terra Santa, aderisce e rilancia le varie iniziative già in atto, in Italia, in Terra Santa e altrove, finalizzate a chiedere un intervento del Santo Padre, della Segreteria di Stato della Santa Sede, delle Autorità politiche Italiane ed Europee perché lo Stato di Israele rimuova per sempre – o almeno temporaneamente – la condanna all’esilio perpetuo inflitta nel lontano 1978 a Mons. Hilarion Capucci, Arcivescovo Melchita greco-cattolico di Gerusalemme.
Già nel 1867 Paolo Mantegazza scriveva in riferimento all’ondata migratoria in atto dall’Italia verso il Sud America: «Non si lascia la patria senza una violenza; e l’emigrazione è sempre imposta dalla tirannia del governo, dalla passione o dalla fame. Non si lascia il proprio nido senza uno strazio sanguinoso del cuore». L’esilio è la costrizione o la volontarietà dell’allontanamento dalla patria. È dunque una pena tra le più traumatiche e dolorose.
Chi ha vissuto la “diaspora”, il massiccio movimento di fuga degli ebrei, degli “erranti eterni”, ma ha poi avuto la possibilità di rivivere l’esodo nella terra promessa, lontana dalla persecuzione e dall’odio dovrebbe essere predisposto a comprendere quanto l’esilio sia una pena inumana.
Mons. Capucci è un Vescovo della Chiesa cattolica e come tale – ne è segno l’anello che porta al dito – ha indissolubilmente sposato il popolo che gli è stato affidato; è stato chiamato a condividerne totalmente “le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce … dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono … e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel suo cuore”, comprese le aspirazioni alla libertà, alla giustizia, alla pace, alla pace nella giustizia che sono nel cuore di tanti uomini “di buona volontà” indipendentemente dal popolo cui appartengono o dalla fede religiosa che professano.
Ora Mons. Capucci ha 88 anni; da 33 anni vive in esilio, lontano dalla Città che ama fin nelle viscere e che lo ha amato, Gerusalemme, la Città Santa che alberga nel cuore di ogni credente nel Dio Unico, che permane come una nostalgia in chi ha la fortuna di vederla almeno una volta nella sua vita, di pregare nei suoi luoghi santi cristiani, ebraici e islamici. Neppure il poter tornare nella sua terra di origine secondo la carne, la Siria, sazia l’infinito rimpianto delle Mura di Gerusalemme e dei suoi abitanti.
“Me infelice: abito straniero in Mosoch, dimoro fra le tende di Cedar! Troppo io ho dimorato con chi detesta la pace. Io sono per la pace, ma quando ne parlo, essi vogliono la guerra” (dal Salmo 120).
“Quale gioia, quando mi dissero: "Andremo alla casa del Signore". E ora i nostri piedi si fermano alle tue porte, Gerusalemme! Gerusalemme è costruita come città salda e compatta. Là salgono insieme le tribù, le tribù del Signore, secondo la legge di Israele, per lodare il nome del Signore. Là sono posti i seggi del giudizio, i seggi della casa di Davide. Domandate pace per Gerusalemme: sia pace a coloro che ti amano, sia pace sulle tue mura, sicurezza nei tuoi baluardi. Per i miei fratelli e i miei amici io dirò: "Su di te sia pace!". Per la casa del Signore nostro Dio, chiederò per te il bene” (Salmo 122). Da 33 anni questa è la preghiera e questo è il sogno del Vescovo Capucci.
Uniamo tutte le forze per dare corpo alla speranza.
Facciamo appello al senso di umanità del Popolo e del Governo di Israele perché un uomo che anela a rivedere un’ultima volta – come pellegrino - in questa vita la sua Sposa amatissima, per la quale ha dato tutto ciò che ha e che è, in attesa di poterla abitare per sempre come Gerusalemme del Cielo quando giungerà il momento dell’incontro con il suo Dio, possa trovare comprensione, ascolto, benevolenza.
Chi più del popolo di Israele può comprendere questa pena e questo sogno?
Anche noi che abbiamo sovente camminato nei vicoli di Gerusalemme ci salutiamo e auguriamo a Mons. Hilarion Capucci: “L’anno prossimo a Gerusalem-me!”.

Promotori:

Maria Grazia Morando – Vicepresidente Provincia Alessandria
Maria Rita Rossa – Assessore Provincia Alessandria
Massimo Barbadoro – Assessore Provincia Alessandria
Mara Scagni – già Sindaco Alessandria, Consigliere comunale
Raniero La Valle – Giornalista, scrittore Roma
Don Gian Piero Armano – prete di Alessandria
Don Walter Fiocchi – prete di Alessandria – Ass. L’Ulivo e il Libro
Sabrina Caneva – Assessore Comune Ovada
Stefania Fusero – Associazione Rachel Corrier Ovada
Massimo Arata – Presidente Associazione Rachel Corrie Ovada
Ivana Stefani – Presidente Istituto Cooperazione allo Sviluppo Alessandria
Silio Simeone – Segretario FICA-CISL Alessandria
Teresa Gavazza – Coordinamento Nazionale Rete Radié Resh
Enzo Macrì – Libraio Alessandria
Pietro Moretti – Associazione Pace e non violenza Alessandria
Nicoletta Cavalchini – Associazione Pace e non violenza Alessandria
Francesco Tomaselli – Calebasse Bottega del Mondo Alessandria
Claudio Debetto – Consulta per la Pace, la Giustizia e la Cooperaz. Internaz.
Laura Colombo – Associazione L’Ulivo e il Libro Alessandria
Giancarlo Mandrino – Associazione L’Ulivo e il Libro
Roberto Foco – Associazione Il Porcospino Alessandria
Elisa Adorno – Istituto Cooperazione allo Sviluppo Alessandria
Giovanni Carpenè – Pensionato Alessandria
Luca Mandrino - Associazione L’Ulivo e il Libro Alessandria
Gabriele Mandrino - Associazione L’Ulivo e il Libro Alessandria
Elisabetta Mandrino - Associazione L’Ulivo e il Libro Alessandria
Carla Miglio - Associazione L’Ulivo e il Libro Alessandria
Lella Fossati – Pensionata Alessandria
Gianna Fossati – Pensionata Alessandria
Silvia Doglioli – Pensionata Alessandria
Franca Angiolini – Pensionata Alessandria
Elena Sassone – Cooperativa Equazione Casale Monferrato

La fede e i giovani La prima generazione incredula

Ecco una riflessione seria sullo stato attuale del rapporto giovani - Chiesa. Senza i soliti luoghi comuni, giudizi apodittici, ricerca di mezzucci per "trattenere" i giovani. Pubblicato da Adista n.63 del 6.6.2009 a firma di Emilio Carnevali. Sono cose, mi pare, di tutta evidenza da molti anni, ma nessuno ha il coraggio di dirle e di rifletterci sopra. Ho vissuto personalmente il cambiamento del rapporto giovani - Chiesa: per quasi cinque anni sono stato responsabile della pastorale giovanile della Diocesi (dal 1990 al 1994) con una attività intensa (per merito dei tanti collaboratori di pregio!), è stato subito evidente che dopo il 1995 qualcosa era cambiato nella condizione giovanile e avevo chiara la consapevolezza che quanto fatto negli anni precedenti non avrebbe più avuto possibilità di continuità...

I giovani si stanno disaffezionando alla pratica di fede. Le percentuali di coloro che frequentano corsi di catechesi post-cresimali sono scoraggianti, la disinvoltura con cui le nuove generazioni disertano l’assemblea eucaristica domenicale solleva più di una domanda circa l’effettiva interiorizzazione dell’annuncio di fede, le grandi associazioni cattoliche di antica data e i nuovi movimenti sembrano aver perso più di un colpo sul terreno della loro attrattiva sulle fasce giovanili”. Questo il punto di partenza dell’approfondita riflessione, pubblicata sulla Rivista del Clero Italiano (febbraio-aprile 2009) che don Armando Matteo, assistente ecclesiastico centrale della Fuci e docente di Teologia Fondamentale presso la Pontificia Università Urbaniana di Roma, ha dedicato all’annuncio cristiano verso quella che definisce “la prima generazione incredula della storia dell’Occidente”.
Un riflessione che, come premette lo stesso autore, richiede “coraggio, spezzatura, franchezza di spirito, autentico senso della responsabilità”, perché le cause di questa distanza tra i giovani e la Chiesa vanno ben al di là di mere strategie linguistico-comunicative e rimandano al rapporto stesso della Chiesa con il proprio tempo, un tempo caratterizzato dal tramonto dei meccanismi tradizionali di sedimentazione del sapere e dei codici di scomposizione e ricomposizione della realtà in universi di senso condivisi.
A questa trasformazione della cornice entro cui avviene l’annuncio del Vangelo ai giovani, la Chiesa ha risposto negli ultimi decenni con una strategia di ‘resistenza’ che non può avvicinare chi per questioni anagrafiche fa della propensione al futuro la propria cifra esistenziale. Don Armando Matteo riporta le parole di un celebre testo del card. Walter Kasper, Introduzione alla fede, secondo il quale – dopo la fase di “fioritura” del Concilio – “si ha ora di nuovo paura del rischio che libertà e futuro comportano, e ci si è votati in larga parte ad un’opera di conservazione e di restaurazione. Tuttavia se la Chiesa diventa l’asilo di quanti cercano riparo e riposo nel passato, non deve meravigliarsi se i giovani le voltano le spalle, e cercano il futuro presso ideologie e utopie di salvezza, che promettono di riempire il vuoto che la paura della Chiesa ha lasciato libero”.
Ecco perché una seria riflessione su questi temi richiede per don Matteo il “coraggio per distinguere ciò che è vivo e ciò che è morto nell’odierna prassi pastorale e nella relativa teologia pastorale che la giustifica”.
È sufficiente un “rapido sguardo” alla vita media delle parrocchie italiane per rendersi conto che “le forme più consuete di preghiera comunitaria risalgono all’Alto Medio Evo” e le “forme della crescita della fede coincidono sostanzialmente con quelle della diaconia ecclesiale (un giovane impegnato a decidersi per Gesù è un giovane che fa catechismo, uno cioè chiamato a trasmettere ad altri ciò per cui dovrebbe decidersi di vivere!)”. A tutto ciò corrisponde il paradosso di un “generale senso di ‘deserto ecclesiale’ che si respira nei luoghi che i giovani effettivamente abitano: i luoghi del lavoro e quelli della formazione, scuola e università”.
Come riuscire a costruire nuovi ponti di dialogo fra generazioni nell’annuncio del Vangelo? Per don Matteo la “comunità dei credenti” dovrebbe “oggi proporsi innanzitutto quale scuola della libertà, quale luogo in cui soprattutto i giovani, i grandi analfabeti della libertà, possano venire generati a tale esperienza e in questo avviati alla possibilità di una decisione per la fede”. Ciò significa, nel concreto, in primo luogo allargare gli spazi dell’ospitalità ecclesiale: “Non si può più pensare e agire come se l’essere cristiano coincidesse immediatamente con l’essere soggetto della diaconia ecclesiale”.
Prima ancora è però necessaria la responsabilità di non girare la testa di fronte al grande problema che la Chiesa si trova di fonte, quello di “Chiese sempre più vuote” ed “esistenze senza più Chiesa”.
Ma per fare ciò, conclude don Matteo rievocando le parole di Michel de Certeau, la Chiesa deve ricordare che “la tentazione è fissazione. Là dove Dio è rivoluzionario, il diavolo appare fissista”.

lunedì 1 giugno 2009

Card. Martini... Se gli tolgono la Parola di Dio...

Dove trovare i soldi per la ricostruzione dell'Abruzzo


venerdì 29 maggio 2009

Meglio educati da Silvio che da Dario

Ripropongo l'editoriale pubblicato oggi su giornal.it di Alessandria a firma eb, ovverossia Efrem Bovo, giornalista ed esponente di Comunione e Liberazione. Quello dell'educazione era ed è uno dei temi forti dell'impegno di CL. Ora sappiamo anche quali sono le linee guida. Comprendiamo anche che tema fondamentale che copre tante altre magagne è la posizione a riguardo dei "DICO" o come si chiamano ora. Che la donna sia ridotta ad oggetto da usare (come è nelle proprie possibilità...), non importa... Che ciò che conta sia l'aspetto fisico (o pensando alla Gelmini, almeno la proprietà nell'abbigliamento e nel profumo) poco importa dal punto di vista educativo... Che Berlusconi abbia già ampiamente educato i figli degli italiani, compresi i figli dei ciellini, e gli italiani sic et simpliciter, ciellini compresi, dovrebbe essere chiaro a tutti. Ai tempi di Tangentopoli un amico ciellino sosteneva: "Non importa da dove vengono i soldi; l'importante è come si usano!". La "Compagnia delle Opere" ed i suoi affari valgono una scelta di campo e soprattutto valgono la scelta di Berlusconi come educatore! dwf


Si, affiderei l'educazione dei miei figli a Silvio Berlusconi. Non a Dario Fransceschini, il pretino del Partito Democratico che ha fatto dell'attacco personale al Premier la sua unica vera (ma non efficace) arma di lotta politica. In tempo di guerra (elettorale), pensa Don Dario, ogni arma è lecita, pur di cercare di recuperare consensi. Se i bambini votassero Franceschini descriverebbe Silvio come l'orco cattivo che mangia i pargoli, dimenticando che erano i rossi a farlo.
Il democristiano ferrarese non ha trovato di meglio che copiare lo slogan anti-Nixon del Watergate (“Comprereste un'auto usata da quest'uomo?”) aggiungendo una caduta di stile da antologia, per aver chiamato in causa la prole berlusconiana, educata così male da gestire con profitto e successo le aziende di famiglia. Meglio il maestro Silvio: idee chiare, voglia di fare, ma anche capace di stemperare le tensioni con una battuta di spirito.
L'insegnante dell'ora di religione, quella del relativismo etico, Dario, invece, ha confermato più volte l'indecisionite acuta del centrosinistra e gli equilibrismi moraleggianti cui è costretto per tenere insieme un partito diviso internamente e incoerente nelle scelte.
Dico, testamento biologico, fecondazione assistita. Se il TeoDem nato dagli insuccessi di Veltroni vuole parlare di etica, ci spieghi le sue posizioni in merito. La "libertà di coscienza" sempre invocata, è la maschera dell'incoerenza tra le proprie convinzioni e la disperazione nella consapevolezza di dover rinunciarvi per evitare lo sfacelo del PD.
Fareste educare i vostri figli da chi non ha il coraggio di dire apertamente cosa pensa dei Dico, senza paura di perdere le persone del suo partito che ancora lo stanno a sentire?

Una conversazione tra il card. Martini e don Luigi Verzé

Carlo Maria Martini – Non so se sono sveglio o sto sognando. So che mi trovo completamente al buio, mentre un lento sciabordio mi fa pensare che sono su una barca che scivola via sull´acqua. Cerco a tastoni di stabilire meglio il luogo in cui mi trovo emi accorgo che vicino ame vi è un albero, forse l´albero maestro dell´imbarcazione. A poco a poco mi avvicino così da potermi aggrappare a esso con le mani, per avere un po´ di sicurezza e di stabilità nei sempre più frequenti moti della barca sulle onde. In questo tentativo incontro qualcosa che mi sembra come una mano d´uomo. Forse è un altro passeggero che sta cercando anche lui di appoggiarsi all´albero maestro. Non so chi sia, come non so io stesso come mi sia trovato su questa barca. Ma il tocco di quella mano mi dà fiducia: mi spingo avanti così da poterla stringere ed esprimere la mia solidarietà con qualcuno in quell´oscurità che mette i brividi. Vorrei anche tentare di dire qualcosa, pur non sapendo se il mio compagno di barca capisce l´italiano.
Ma nel frattempo lui inizia a farmi qualche breve domanda, a cui sono lieto di rispondere. Si tratta di una persona che non conoscevo, ma di cui avevo sentito parlare. Mi colpiva il suo interesse per me in quel momento difficile, in cui ciascuno avrebbe voglia di pensare solo a se stesso. Dialogando così nella notte fonda, in quel momento di incertezza e anche di pericolo si videro a poco a poco spuntare le prime luci dell´alba. Riconobbi il luogo in cui mi trovavo: eravamo noi due soli in barca. E usando alcuni remi che trovammo in fondo a essa, ci mettemmo a remare verso la riva, fermandoci ogni tanto per assaporare la tranquillità del lago. Ci siamo detti molte cose in quelle ore. È venuto chiaramente alla luce durante la conversazione che eravamo tanto diversi l´uno dall´altro. Ma ci rispettavamo come persone e ci amavamo come figli di Dio. Anche il fatto di trovarci sulla stessa barca ci permetteva di comprenderci e di accoglierci, così come eravamo. Tra le prime cose che ci siamo detti c´è naturalmente un poco di autopresentazione. Così ho appreso che il mio interlocutore aveva nientemeno che ottantanove anni, mentre io ne avevo ottantadue. Don Luigi Verzé (tale appresi poi essere il nome di colui che viaggiava con me) presentava la sua vita come quella di uno che aveva vissuto sessantuno anni di sacerdozio. (…)

Luigi Maria Verzé – Quanto è cambiata ora la valutazione etica ecclesiastica, rispetto a quella imposta ai tempi della mia infanzia. D´altra parte, poiché la moralità è imperativo categorico, la gente si fa una propria etica laica e la Chiesa resta con un´etica cristiana incongruente perché incondivisa dagli stessi devoti. Ricordo, per esempio, che nella mia visita alle favelas del Brasile frequentemente mi incontravo con povere donne senza marito con un bimbo in seno, un altro in braccio e una sfilza di altri che le seguivano, tutti prodotti di diversi mariti. Era giocoforza concludere che la pillola anticoncezionale andava consigliata e fornita. Il Brasile, totalmente cattolico fino agli anni Ottanta, ora è disseminato di chiese e chiesuole semicristiane, organizzate però sui bisogni anche spiccioli della gente. La Chiesa cattolica è troppo lontana dalla realtà, e le fiumane di gente, quando arriva il Papa, hanno più o meno il valore delle carnevalate e delle feste per la dea Iemanjà, l´antica Venere cui tutti, compreso il prefetto cristiano, gettano tributi floreali. La Chiesa, più che vivere, sopravvive sulle ossa degli eroici primi missionari. E poiché siamo in tema di morale pratica, che cosa dice, Eminente Padre, della negazione dei sacramenti a devotissimi divorziati? Io penso che anche ai sacerdoti dovrebbe essere presto tolto l´obbligo del celibato, poiché temo che per molti il celibato sia una finzione. E non sarebbe più vantaggioso che la consacrazione dei vescovi avvenisse su acclamazione del popolo di Dio, oggi così estraneo ai fatti della Chiesa? Forse non si è ancora maturi per tutto questo, ma Lei non crede che siano temi ai quali si dovrebbe pensare pregando lo Spirito?

Carlo Maria Martini – Oggi ci sono non poche prescrizioni e norme che non sempre vengono capite dal semplice fedele. Per questo, la Chiesa appare un po´ troppo lontana dalla realtà. Purtroppo sono d´accordo che le fiumane di gente che vanno a manifestazioni religiose non sempre le vivono con profondità. Occorre prepararle, e occorre dopo dare un seguito di riflessione nell´ambito della parrocchia o del gruppo. Non credo, però, che si possa dire che in Paesi come il Brasile, la Chiesa non vive ma sopravvive soltanto sulle ossa dei primi eroici missionari. La Chiesa vive là anche su gente semplice, umile, che fa il proprio dovere, che ama, che sa comprendere e perdonare. È questa la ricchezza delle nostre comunità. Tanti laici di queste nazioni e anche tanti laici vicino a noi sono seri e impegnati. Lei mi chiede che cosa penso della negazione dei sacramenti a devotissimi divorziati. Io mi so no rallegrato per la bontà con cui il Santo Padre ha tolto la scomunica ai quattro vescovi lefebvriani. Penso, però, con tanti altri, che ci sono moltissime persone nella Chiesa che soffrono perché si sentono emarginate e che bisognerebbe pensare anche a loro. E mi riferisco, in particolare, ai divorziati risposati. Non a tutti, perché non dobbiamo favorire la leggerezza e la superficialità, ma promuovere la fedeltà e la perseveranza.
Ma vi sono alcuni che oggi sono in stato irreversibile e incolpevole. Hanno magari assunto dei nuovi doveri verso i figli avuti dal secondo matrimonio, mentre non c´è nessun motivo per tornare indietro; anzi, non si troverebbe saggio questo comportamento. Ritengo che la Chiesa debba trovare soluzioni per queste persone. Ho detto spesso, e ripeto ai preti, che essi sono formati per costruire l´uomo nuovo secondo il Vangelo. Ma in realtà debbono poi occuparsi anche di mettere a posto ossa rotte e di salvare i naufraghi. Sono contento che la Chiesa mostri in alcuni casi benevolenza e mitezza, ma ritengo che dovrebbe averla verso tutte le persone che veramente la meritano. Sono, però, problemi che non può risolvere un semplice sacerdote e neppure un vescovo. Bisogna che tutta la Chiesa si metta a riflettere su questi casi e, guidata dal Papa, trovi una via di uscita. Dopo di ciò Lei affronta un problema molto importante, dicendo che ai sacerdoti andrebbe tolto l´obbligo del celibato. È una questione delicatissima. Io credo che il celibato sia un grande valore, che rimarrà sempre nella Chiesa: è un grande segno evangelico. Non per questo è necessario imporlo a tutti, e già nelle chiese orientali cattoliche non viene chiesto a tutti i sacerdoti. Vedo che alcuni vescovi propongono di dare il ministero presbiterale a uomini sposati che abbiano già una certa esperienza e maturità (viri probati). Non sarebbe, però, opportuno che fossero responsabili di una parrocchia, per evitare un ulteriore accrescimento del clericalismo. Mi pare molto più opportuno fare di questi preti legati alla parrocchia come un gruppo che opera a rotazione. Si tratta in ogni caso di un problema grave.
E credo che quando la Chiesa lo affronterà avrà davanti anni davvero difficili. Non mancheranno coloro che diranno di aver accettato il celibato unicamente per arrivare al sacerdozio. D´altra parte, sono certo che ci saranno sempre molti che sceglieranno la via celibataria. Perché i giovani sono idealisti e generosi. Inoltre ci sono nel mondo alcune situazioni particolarmente difficili, in alcuni continenti in particolare. Penso però che tocchi ai vescovi di quei Paesi fare presente queste situazioni e trovarne le soluzioni. Lei si domanda anche se non sarebbe più vantaggioso che la consacrazione dei vescovi avvenisse su acclamazione del popolo di Dio. L´elezione dei vescovi è sempre stato un problema difficile nella Chiesa. Nelle situazioni antiche in cui partecipava maggiormente il popolo, si verificavano litigi e molte divisioni. Oggi forse è stata portata troppo in alto loco. Mi ricordo che un canonista cardinale intervenne in una riunione per dire che non era giusto che la Santa Sede facesse due processi per la stessa persona: uno dovrebbe essere fatto in loco e il secondo dal Nunzio. Quanto alla partecipazione della gente, vi sono alcune diocesi in Svizzera e in Germania che lo fanno, ma è difficile dire che le cose vadano senz´altro meglio. In conclusione, si tratta di una realtà molto complessa. Però l´attuale modo di eleggere i vescovi deve essere migliorato. Sono temi sui quali si dovrebbe riflettere molto, e parlare anche di più. Nei sinodi qualcosa emergeva, ma poi non veniva mai approfondito. Il problema, però, esiste e deve potersi fare una discussione pubblica a questo proposito.

CARLO MARIA MARTINI e LUIGI MARIA VERZÉ
Corriere della Sera 19 maggio 2009

Tettamanzi, l’Expo e la solidarietà: «Milano smarrita, torni capitale morale»

(di Giangiacomo Schiavi, Corriere della Sera, 20 maggio 2009)

Una città smarrita, frantumata, in cattivita. Cadono i miti in questa Milano con poco orgoglio e molte paure. Era la città dell’accoglien za. Oggi si discute di apartheid in metrò. Soffia un vento di intolleranza: e a volte il Duomo sembra un fortino assediato. Tempo fa sventolava uno striscione della Lega: «Vescovo di Kabul». C’è chi esagera, anche con le minacce. Il cardinale Dionigi Tettamanzi considera gli immigrati una risorsa e parla a una città che ha perso un po’ della sua anima. «La diversità è sempre un problema — dice — ma noi dobbiamo avere la vista lunga dei profeti, preparare il domani. L’integrazione è più avanti di quel che si pensi: basta imparare dal mondo dei ragazzi, recuperare un po’ della loro saggezza». C’è una paura che nasce dal l’egoismo, dall’assenza di visione. «Alla Milano di oggi manca la consapevolezza del suo ruolo, della sua responsabilità verso i propri abitanti e il Paese, della sua vocazione europea». Non c’è futuro senza solidarietà, gli ha scritto una giovane studentessa. La lettera è diventata il titolo del suo ultimo libro. Con la crisi bisogna ritessere tessuti sociali sfilacciati, riscoprire la sobrietà, lavorare per una convivenza più umana. «Dobbiamo assumerci tutti le nostre responsabilità — spiega — chi non lo fa non è solo inutile, è anche dannoso». La notte di Natale ha messo a disposizione dei nuovi poveri e di chi ha perso il posto qualcosa di suo e poi ha detto: ai poveri le case dei preti. Certi immobili del clero sono troppo grandi, possono essere usati da chi ha più bisogno. È il concetto del buon samaritano. Si sono perse queste pratiche solidali nella città di Milano? «No. La solidarietà non si è persa a Milano. Ne ho prove concrete. Il Fondo Famiglia-Lavoro ha raccolto in poco più di quattro mesi 4,3 milioni di euro tra la gente. E al tempo stesso nelle parrocchie sono state donate ingenti quantità di denaro per i terremotati d’Abruzzo, in Quaresima dalle mille comunità della Diocesi sono scaturiti senza clamore altrettanti rivoli di solidarietà che hanno dissetato i bisogni di tanti poveri assistiti dai missionari ».

Questo è un Paese che riesce a dare il meglio nei momenti di difficoltà. Milano è risorta dalle macerie con un progetto di speranza e di accoglienza…
«Ricordo quei giorni, c’erano le macerie ma an che molti fermenti positivi. Oggi vedo tanta generosità, nonostante la crisi. Ma c’è una condizione che fonda la solidarietà: come si può essere solidali se non a partire da una prossimità offerta e da una condivisione sperimentata? È l’individualismo a minare la solidarietà. Questa forma di solitudine genera in sequenza paura, chiusura, rifiuto dell’altro, specie se portatore di una diversità. Come purtroppo accade verso gli immigrati».

Trova una maggior difficoltà nella borghesia di oggi a donare un po’ del superfluo per chi ha bisogno?
«Da sempre l’esercizio della carità — un esercizio discreto, silenzioso, evangelico — è patrimonio per tante famiglie di ogni estrazione sociale. È un modo per essere responsabili verso la società. Piuttosto mi domando se esista ancora la borghesia della Milano dei decenni scorsi…».

Dov’è Milano e dove sono i milanesi è una domanda ricorrente in questi giorni. Qual è la Milano che si vede dalla stanza del cardinale?
«Milano è una città che sfugge alle semplificazioni immediate e chiede tempo e perspicacia per essere conosciuta e amata. Io vedo una Milano generosa nell’aiutare ma talora diffidente ad aprirsi e a intrecciare legami di conoscenza e arricchimento reciproco, specie se l’altro è portatore di qualche diversità. Vedo anche una città piena di energia, di creatività, di risorse, con la fatica però a fare sistema, a dare piena espressione alle proprie potenzialità attraverso progetti concreti e condivisi di grande respiro e di corale coinvolgimento. L’Expo rappresenta, in questo senso, una grande chance».

Tra polemiche e ritardi, la partenza però non è stata incoraggiante. Bisognerebbe spiegare a Milano cos’è Milano, riunire le tante radici positive in un disegno comune…
«Ci sono oggi tante città impenetrabili: la città della fiera, la città della moda, della finanza, di un gruppo etnico, le periferie, il centro storico… Ma solo una città che ritrova l’ambizione della propria identità civica — pensata come sintesi viva delle sue tante originalità — può tornare a fare appassionare al bene comune e a suscitare il desiderio di una partecipazione responsabile. Una città così ritiene dovere fondamentale garantire un’abitazione decorosa ai suoi abitanti, si preoccupa di tutelare tutti e in modo particolare i deboli. Se invece si alimentano le contrapposizioni questa identità non si realizza, l’atteggiamento della corresponsabilità decresce e scompare, ad alcune categorie di persone non vengono riconosciuti tutti i diritti».

Esiste una vocazione per la Milano del futuro?
«Milano può e deve ritrovare la sua vocazione di capitale morale del Paese, di crocevia dei popoli e di laboratorio italiano della metropoli postmoderna».

Oggi sono più i segnali di allarme o quelli di speranza?
«Io dico che c’è una speranza Milano che può contagiare il Paese intero. Incontro la speranza visitando le parrocchie, seguendo il lavoro pastorale dei miei preti, delle associazioni, del volontariato. Ma questa speranza perché non ha visibilità? Perché non fa notizia? Perché anche i media non si assumono la responsabilità di far circolare la speranza? Servono occhi di speranza per ricono­scere quanto c’è di positivo e anche per suscitarlo».

Che cosa chiede il cardinale a chi governa una città complessa?
«Di stare vicino alla gente, alle necessità materiali e spirituali del vivere quotidiano; ma insieme di coltivare una grande apertura al senso alto della politica. Occorre ricondurre tutte le scelte amministrative ad una grande, organica visione di città, consapevoli che Milano è parte e protagonista del sistema Paese. La responsabilità della vita della città e del territorio non può ricadere solo sui suoi amministratori. Tutti sono responsabili di tutto. Ma è compito degli amministratori mettere i cittadini e le associazioni nelle condizioni di dare il proprio insostituibile contributo a beneficio di tutti ».

C’è a suo giudizio un rallentamento del processo di integrazione influenzato da calcoli elettorali?
«C’è una fatica della nostra società a confrontarsi con l’immigrazione, una realtà che è un problema ma che resta una opportunità. È all’immigrazione che Milano deve non poco della sua fortuna: questa città è frutto di ripetuti e successivi processi di integrazione. È una memoria da recuperare, una memoria che è incarnata anche dalla sapienza biblica nel libro del Levitico: ‘Tratterete lo straniero, che abita fra voi, come chi è nato fra voi; tu lo amerai come te stesso; poiché anche voi foste stranieri’ ».

Come dovrebbe essere la politica dell’accoglienza nella legalità?
«Occorre intervenire per regolare doverosamente il fenomeno migratorio, garantendo la legalità, attivandosi di concerto con le altre nazioni e le istituzioni sovranazionali, sempre nel rispetto dell’inviolabile dignità di ogni persona. Una dignità spesso umiliata nei paesi d’origine degli immigrati: non possiamo dimenticare da quali condizioni fuggono coloro che bussano alle nostre porte. La politica deve muoversi — ma qui le lacune sono evidenti — sul piano della progettazione, per immaginare e realizzare modelli di convivenza e di integrazione, aggregando tutte quelle forze sociali, culturali, educative, istituzionali che ne hanno competenza. Chiesa compresa».

In una recente omelia ha detto che da questa crisi si può uscire migliori. Ne è ancora convinto?
«Cito una frase dell’economista Marco Vitale che mi ha colpito. ‘Se la crisi aiuterà questa mutazione dovremo essere grati alla crisi, perché ci avrà aiutato a trasformare la paura in energia’. Sperimentiamo la paura perché sentiamo venir meno le facili certezze sulle quali abbiamo fondato tanto della nostra vita. Aiutare a trasformare la paura in energia è anche compito delle Istituzioni, della politica, delle agenzie educative, della Chiesa. E la solidarietà è un’energia che si sta già sprigionando. Vorrei che lasciasse il segno».

mercoledì 27 maggio 2009

Berlusconi è un pericolo per l'Italia

Dopo le patetiche scene di ieri sera a Ballarò, il canonico - ops, scusate - il ministro Bondi livido nella sua difesa della "purezza" dell'intrepido cavaliere senza macchia e senza paura, il dipendente Belpietro che come sempre parlava da politico in campagna elettorale e non come giornalista, mi stupisco che non sia balenata nè a Franceschini nè al Direttore di Repubblica una semplice obiezione: a detta dei due moralizzatori di cui sopra il giovane ex fidanzato di Noemi non sarebbe un testimone attendibile perchè ha avuto una condanna a due anni e sei mesi... Bene. Quanto sono attendibili e degni di stare in Parlamento la settantina di deputati e senatori della Destra che hanno condanne ben più gravi passate in giudicato, o svariati reati per cui sono inquisiti? E il Grande Corruttore è persona attendibile? Lui che si è salvato dalle condanne perchè si è fatto un cumulo di leggi che lo hanno salvato da tutti i processi, ma non dalle condanne di riflesso (vedi processo Mills-Berlusconi)! O che si è salvato perchè i suoi avvocati sono riusciti a far naufragare i processi nella prescrizione. Che sua moglie definisce, evidentemente già prima del caso Noemi, una "persona malata" che ha bisogno di essere aiutata?... L'ira funesta del Grande Corruttore si scatenerà ora anche sul Financial Times - di cui ripropongo l'editoriale -, come già su Repubblica e su tutti quelli che vede come ostacolo alla sua megalomania. Ciò non toglie che l'analisi sia giusta e condivisibile, ancorchè integrabile da una lunga serie di altri elementi. Odio contro Berlusconi? Lascio alla sua coscienza (se ce l'ha ancora) le valutazioni. Io non da oggi, ma da quindici anni affermo che lui è il Grande Corruttore di ogni spirito etico nel popolo italiano, prima con la cultura da ventre e sottoventre propugnata dal suo impero televisivo e poi con il potere acquisito. Ma ritengo anche che chi è amorale o immorale nella vita privata non può essere morale nella vita pubblica. Al massimo è un ipocrita! dwf

Probabilmente il fascismo non è il futuro dell’Italia. Vale la pena accennarlo perché è quello che da alcuni viene previsto. Molti affermano che la crisi finanziaria più Silvio Berlusconi diano come risultato il ritorno al fascismo. Dopotutto, in effetti il fascismo iniziò proprio con una crisi.
Ma oggi il ritorno del regime è un risultato improbabile. Nei primi anni ’20, quando Benito Mussolini salì al potere, l’Italia era uscita traballante dalla brutale vittoria di Pirro sugli austriaci del 1918, dal degrado della classe politica e dalla minaccia sempre più incombente del totalitarismo di sinistra. Certamente Berlusconi non è Mussolini: lui ha squadre di starlet, non di camicie nere.
Il vero pericolo si trova da un’altra parte. Durante i 15 anni della sua carriera politica – sempre come primo ministro o come leader dell’opposizione – Berlusconi ha avuto un’ampia e incondizionata occasione di spostare gli animi nazionali verso destra. E tutto questo l’ha fatto non con una rigida propaganda, ma con la regolare concentrazione di sfoggio, di sbrilluccichio e ragazze, e dello stile iperbolico dei media, ormai adattati alla retorica che vede tutta l’opposizione come comunista e lui stesso come la vittima.
Ora, mentre vengono poste stringenti domande sul suo rapporto con un’adolescente aspirante starlet – sollevate innanzitutto dalla moglie – Berlusconi si sta scagliando contro il più ostinato dei suoi interrogatori, il quotidiano di centro-sinistra “La Repubblica”, e ha lanciato una minaccia velata attraverso un suo collega e ha cercato di rendere invalide le domande perché sarebbero politicamente contaminate.
Berlusconi ha dimostrato la stessa belligeranza contro i magistrati – che hanno giudicato che il premier ha pagato l’avvocato inglese David Mills per non essere accusato di corruzione – chiamandoli “attivisti di sinistra” , nonostante il Parlamento lo abbia reso immune dalle azioni giudiziarie.
Non soddisfatto neanche di un Parlamento così utile, lo ha pure chiamato “inutile” e ha affermato che dovrebbe essere ridotto drasticamente a 100 membri e dovrebbero essere aumentati i suoi poteri. E’ riuscito a risvegliare le masse a suo favore incoraggiando un’ “iniziativa popolare” per raccogliere le 500mila firme necessarie per fare la riforma.
Ma il vero pericolo di Berlusconi è di diverso ordine rispetto a quello di Mussolini. Il pericolo è che i media indeboliscano il contenuto serio della politica e lo sostituiscano con il divertimento. Il pericolo è quello di demonizzare senza pietà i nemici e di rifiutarsi di garantire una base indipendente ai poteri in competizione. Il pericolo è di mettere una fortuna al servizio della creazione di un’immagine smisurata, composta da affermazioni di successo senza fine e di sostegno popolare.
Il fatto che Berlusconi sia così dominante è colpa, in parte, di una sinistra vacillante; di istituzioni deboli e, talvolta, politicizzate; di un giornalismo che troppo spesso ha accettato uno status subalterno. Ma soprattutto è colpa di un uomo ricchissimo, potentissimo e sempre più spietato. Non è fascista, ma è comunque un pericolo in primo luogo per l’Italia e, per tutti, un esempio deleterio.
(Traduzione di Fabrizia B. Maggi)

venerdì 22 maggio 2009

La deriva di Israele - Ebrei contro l'occupazione


Noi della rete Ebrei Contro l’Occupazione denunciamo la deriva illiberale e razzista dello Stato di Israele, che molto preoccupa chi abbia a cuore giustizia, libertà e pace. Dopo la strage compiuta a Gaza dall’esercito israeliano, sotto la guida del governo del partito Kadima presieduto da Olmert, la deriva militaresca, razzista ed illiberale di Israele è proseguita con il nuovo governo della coalizione di destra, presieduta da Netanyahu. I propositi decisamente razzisti sono ora apertamente dichiarati, soprattutto dal ministro degli affari esteri, il signor Lieberman, e sembrano diffusi largamente tra i giovani delle scuole medie superiori, quelli che si apprestano ad entrare nell’esercito.
Due fatti particolarmente gravi:
1) la persecuzione dell’associazione pacifista New Profile, di cui alcuni membri sono stati fermati e perquisiti ed i loro computers sequestrati. Dopo liberati, sono stati diffidati dal comunicare tra loro e con altri.
2) la preannunziata legge che proibisce il racconto e la commemorazione della Nakba (la Catastrofe), la cacciata di oltre 700mila palestinesi dalle loro case e dalle loro terre avvenuta nel 1948-49, e, a diversa intensità, in tutti gli anni successivi fino ai nostri giorni. Il ricordo della Nakba viene vietato a tutti, Israeliani Arabi (il 20% circa della popolazione) ed Ebrei, l’80% circa. La pena prevista per i contravventori sarà di tre anni di carcere! Si vuole cioè stabilire che la fondazione dello Stato Ebraico, che ha coinciso con la cacciata dei Palestinesi arabi dalle loro case e la completa distruzione di centinaia dei loro villaggi (detta, a buona ragione, El Nakba dai Palestinesi) è una festa per i vincitori, e gli sconfitti e chi difende i loro diritti non debbono aver libertà di parola, per non rovinare la festa. Questo atteggiamento inumano, e le leggi atrocemente ingiuste che lo attuano, suscitano la indignazione nostra e di chiunque abbia senso di giustizia, e desiderio di veder la pace finalmente instaurata tra il Mediterraneo ed il Giordano.
L’avvento della pace richiederà comunque molto tempo, forse generazioni, dopo tanti decenni di ingiustizie, guerre e persecuzioni: per questo crediamo che sia urgente iniziare il disarmo delle inimicizie e del disprezzo subito: subito dare inizio al cambiamento radicale di atteggiamento umano verso le vittime delle ingiustizie da parte dei persecutori.
Non è certo negando queste elementari verità, e peggio ancora togliendo la libertà di parola a chi le proclama, che Israele potrà esser considerato un Paese civile e tantomeno potrà vivere in pace.

giovedì 21 maggio 2009

Una lettera con 5 miliardi di firme...

"Cari lombardi ed emiliani, bianchi cristiani ed ariani, forse è meglio parlarvi con chiarezza prima che accada l’irreparabile. Noi siamo cinque miliardi. Yoruba e pashtun, azeri e moldavi, tamoul e roma, banghal e dogon guarani e alawit. Insomma negri, ma tanti. E non smettiamo di crescere di numero mentre voi lombardi ed emiliani bianchi cristiani ed ariani tendete verso l’estinzione, quanto a numero forza e intelligenza.
Abbiamo sentito il viso pallido che avete scelto come dittatore, dichiarare che l’Italia non è un paese multietnico. La stirpe italiana di pura razza ariana non deve contaminarsi? Spiace dovervelo dire, ma le vostre nonne e bisnonne hanno già concepito milioni di figli con saraceni libanesi e turchi. Ma non è questo il punto. In realtà quello che vi spaventa è l’idea di spartire la ricchezza che avete accumulato nei vostri forzieri e nei vostri frigoriferi con noi, che siamo cinque miliardi e abbiamo fame.
Negli ultimi cinquecento anni avete invaso le nostre terre, sequestrato i nostri figli per farli lavorare come schiavi nei campi di cotone o nelle fabbriche, avete bruciato le nostre capanne e violentato le nostre donne. Ci avete sfruttati rapinati e uccisi e sulla nostra miseria e morte avete costruito la vostra civiltà. Ma non vogliamo rinvangare il passato. Facciamo finta di niente. Parliamo di adesso.
Adesso le frontiere sono aperte per i vostri capitali, che vengono nei nostri paesi a farci lavorare duro per salari di fame, e in cambio a noi non resta niente perché il profitto va nelle vostre banche. Noi avevamo capito che le frontiere fossero aperte anche per gli esseri umani, invece ci arrestate appena arriviamo nella vostra terra, ci chiudete in campi di concentramento, addirittura ci respingete in mare, senza rispettare neppure le vostre leggi, e ci mandate a morire in qualche campo di sterminio.
Allora abbiamo deciso di scrivervi questa lettera.
Ci sono due possibilità a questo punto.
La prima è che facciamo uno sforzo di comprensione reciproca. Noi siamo disposti a venire nei vostri paesi per lavorare con le nostre braccia giovani dato che voi non siete più in grado neppure di reggervi in piedi. Siamo disposti a occuparci dei vostri vecchi che perdono la memoria e il senno in numero crescente. Siamo disposti a collaborare per rendere la convivenza più civile, siamo disposti a scambiarci esperienze e conoscenze, a imparare la vostra lingua se ci permettete di frequentare le vostre scuole, siamo disposti a rispettare le vostre regole se tengono conto del fatto che ci siamo noi, e che abbiamo gli stessi diritti che avete voi.
Ma se non riuscite a capirlo rapidamente, se insistete nel volerci sfruttare senza darci in cambio neppure un letto, un permesso di soggiorno, il diritto alla scuola e alle cure mediche, se continuate a comportarvi come dei nazisti, che è esattamente quel che sta facendo il vostro presidente del consiglio e quella banda di razzisti analfabeti che vanno in giro con le camicie verdi, se continuate a diffondere odio razzista ed ammazzare i nostri fratelli, allora le cose andranno a finire molto male. Finora siamo stati pazienti perché sappiamo che gli italiani sono poveracci che fino a qualche anno fa emigravano come noi, ma da qualche tempo vi siete montati la testa e credono tutti di essere diventati divi della TV, mentre non siete che foruncolosi miserabili coglioni terrorizzati perché sapete bene di essere solo i più poveri tra i ricchi, o forse i più ricchi tra noi poveri.
Se volete la guerra l’avrete, ma sappiate che noi siamo abituati a soffrire, a vivere in condizioni difficili, a tollerare il caldo e il freddo, a sopportare cose che nessuno di voi sa neppure immaginare. Se volete la guerra molti di noi moriranno, ma molti di noi stanno già morendo adesso. Voi non siete abituati a quello che potrà capitarvi, e non ci soffermiamo sui particolari.
Ritirate le vostre leggi razziste, aprite le vostre frontiere a chi è costretto a fuggire dai territori che il colonialismo ha devastato. Concedete agli stranieri che lavorano un permesso di soggiorno. E fate presto perché il vostro tempo sta per scadere.."
Seguono cinque miliardi di firme

martedì 19 maggio 2009

Per stomaci e cuori forti... da Gaza...

http://www.bubbleshare.com/album/524700/overview

lunedì 18 maggio 2009

Berlusconi candidato al Nobel per la pace!

Leggo su Virgilio news: "Non è una boutade. Il premio Nobel per la pace a Silvio Berlusconi "per il suo impegno umanitario in campo nazionale ed internazionale". Non è una vignetta di Vauro, nè una battuta impertinente di Crozza. E' l'obiettivo del Comitato per la candidatura del presidente del Consiglio al prestigioso premio, costituito il 30 aprile scorso e guidato dall'avvocato Emanuele Verghini, proveniente dal Movimento dei Popolari-liberali di Carlo Giovanardi. Verrebbe da dire, anche l'eccesso di zelo ha dei limiti.
Perché una candidatura al Nobel per il Cavaliere? "Ha rinsaldato - viene spiegato tra l'altro nella lettera che sta per partire alla volta dei 'palazzi della politica - il legame con gli Stati Uniti, ha mediato nella crisi in Georgia dell'agosto 2008 (impegno garantito dal calciatore-politologo Kahka Kaladze), e tra Usa e Libia (degli amici Gheddafi e Bush); ha svolto un ruolo riconosciuto e autorevole per giungere a una pace duratura tra Israele e palestinesi; ha ricreato tra Stati Uniti e Federazione Russa (è noto il legame personale con l'amico Vladimir) lo stesso clima di dialogo e di amicizia che era sfociato nel vertice di Pratica di Mare del 2003 e che pose definitivamente fine alla Guerra Fredda". Insomma il corifeo di un nuovo francescanesimo a livello planetario, e attenti a pensarla diversamente, si potrebbe essere portatori di una strategia dettata nientemeno che da ''invidia e odio''. Parola di comitato ecumenico."
E pensare che io mi vergogno da dirmi italiano quando vado all'estero da quando Lui ci governa! Fortunatamente incontro solo gente intelligente che mi rasserena dicendomi che un conto sono "tanti" italiani (non posso dire "gli" italiani) e altro è chi li governa, considerato poco meno di un protagonista di una farsetta teatrale...

domenica 17 maggio 2009

Quando i negri eravamo noi

Riprendo da "Controvento", il blog di Ettore Grassano - ottimo e libero Direttore di http://www.corriereal.it, quanto segue! Nulla è cambiato! Anche oggi i barconi portano sulle nostre coste "persone senza arte nè parte", di più, anche "malvestite e maleodoranti" come ci istruisce il piccolo genio (incompreso) di Arcore...

Ognuno di noi è sempre il negro di qualcun altro, e la storia si ripete spesso, magari senza insegnare gran che.

Da una relazione dell’Ispettorato per l’immigrazione del Congresso americano (ottobre 1912):
“Generalmente sono di piccola statura e di pelle scura. Non amano l’acqua, molti di loro puzzano anche perché tengono lo stesso vestito per molte settimane.
Si costruiscono baracche di legno e alluminio nelle periferie delle città dove vivono, vicini gli uni agli altri. Quando riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti. Si presentano di solito in due e cercano una stanza con uso di cucina. Dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci. Tra loro parlano lingue a noi incomprensibili, probabilmente antichi dialetti. Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l’elemosina ma sovente davanti alle chiese donne vestite di scuro e uomini quasi sempre anziani invocano pietà, con toni lamentosi o petulanti. Fanno molti figli che faticano a mantenere e sono assai uniti fra di loro. Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolati, violenti. Le nostre donne li evitano non solo perché poco attraenti e selvatici ma perché si è diffusa la voce di alcuni stupri consumati dopo agguati in strade periferiche quando le donne tornano dal lavoro. I nostri governanti hanno aperto troppo gli ingressi alle frontiere ma, soprattutto, non hanno saputo selezionare fra coloro che entrano nel nostro Paese per lavorare e quelli che pensano di vivere di espedienti o, addirittura, attività criminali”.
“Propongo che si privilegino i veneti e i lombardi, tardi di comprendonio e ignoranti ma disposti più di altri a lavorare. Si adattano ad abitazioni che gli americani rifiutano pur che le famiglie rimangano unite e non contestano il salario. Gli altri, quelli ai quali è riferita gran parte di questa prima relazione, provengono dal sud dell’Italia. Vi invito a controllare i documenti di provenienza e a rimpatriare i più. La nostra sicurezza deve essere la prima preoccupazione”.

venerdì 15 maggio 2009

Ha ragione Berlusconi: tutta invidia!

http://ilrusso.blogspot.com/2009/05/ha-ragione-berlusconi-tutta-invidia.html

giovedì 14 maggio 2009

"Ero straniero e mi avete accolto" (Mt 25,35)


"Ero straniero e mi avete accolto" (Mt 25,35). La Parola di Cristo porta a compimento la logica conviviale della Scrittura dal Levitico 19,33-34 - "Tratterete lo straniero che risiede fra voi come colui che è nato fra voi; tu l'amerai come te stesso", al Deutoronomio 10,19 - "Amate lo straniero perchè anche voi foste stranieri nel paese d'Egitto", alla Lettera agli Ebrei 13,2 - "Non dimenticate l'ospitalità, perchè alcuni, praticandola, hanno ospitato senza saperlo degli angeli".
Alcuni eventi drammatici concomitanti interpellano fortemente la nostra fede cristiana e il nostro laico civile impegno:
- il ripetuto "respingimento" di migranti intercettati nel canale di Sicilia e rispediti alla Libia, che non aderisce alla Convenzione internazionale dei diritti umani, presentato come "svolta storica" dal Ministro dell'Interno ma respinto come preoccupante da organismi dell'Onu e già sanzionato dalla Corte europea nel 2005;
- il suicidio di Mabrouka Mimoni nel Centro di identificazione e di espulsione di Ponte Galeria a Roma, sconvolta per il rimpatrio in Tunisia;
- il decreto sicurezza, ritoccato rispetto alla stesura originale, ma pesantemente inquinato dal reato di clandestinità, quindi dall'idea del povero come delinquente e dalla povertà come delitto, con ricadute pesanti, anche mortali, su molte famiglie e sui loro bambini;
- la tragicomica proposta di uno dei capolista della Lega Nord alle elezioni europee, noto per aver paragonato i rom ai topi da "derattizzare" e per l'attacco costante alla logica del dialogo promossa dall'arcivescovo di Milano, di carrozze della metropolitana riservate solo ai milanesi;
- in generale, il linguaggio aggressivo, violento e volgare presente in questo e in altri campi della vita politica e sociale.
Siamo alle prove di apartheid. Non possiamo tollerare l'idea che esistano esseri umani di seconda e terza serie e che dentro e fuori l'Italia si formi un popolo di "non-persone". Per noi le normative in atto e allo studio violano la Dichiarazione universale dei diritti umani basata sul principio non negoziabile della dignità umana e sulla prospettiva della fratellanza (art. 1), così come la Costituzione italiana, gli articoli 2, 3, 4, 10, 11, soprattutto quelli che prevedono il nostro conformarci alle norme del diritto internazionale e la promozione delle organizzazioni internazionali dei diritti umani. Disposizioni così cattive e incivili, oltre che controproducenti ai fini della pace e della sicurezza, hanno a che fare con il nostro essere credenti e cittadini.
Il Concilio Vaticano II ci invita a esercitare la nostra funzione profetica, sacerdotale e regale ("Lumen gentium" 31-36), ad affermare "la dignita' e la libertà dei figli di Dio, nel cuore dei quali dimora lo spirito Santo come in un tempio" ("Lumen gentium" 9). Parlando della "grande responsabilità della comunità ecclesiale, chiamata ad essere casa ospitale per tutti, segno e strumento di comunione per l'intera famiglia umana", il papa Benedetto XVI ritiene importante che ogni comunità cristiana intervenga per "aiutare anche la societa' civile a superare ogni possibile tentazione di razzismo, di intolleranza e di esclusione" e per "organizzarsi con scelte rispettose della dignita' di ogni essere umano. Una delle grandi conquiste dell'umanità è, infatti, proprio il superamento del razzismo [...]. Solo nella reciproca accoglienza di tutti è possibile costruire un mondo segnato da autentica giustizia e pace vera" (angelus 17 agosto 2008).
A tal fine, riteniamo utile riprendere le indicazioni episcopali degli anni '90 sulla cittadinanza responsabile ("Educare alla legalita'", "Educare alla socialità", "Educare alla pace") sviluppando con coerente determinazione i percorsi aperti dalla dottrina sociale della Chiesa.
Oggi per noi si pone seriamente la questione se la comunità cristiana non debba sfidare le diffuse tendenze xenofobe e razziste con la disobbedienza civile.
Il cristiano rispetta la legge ma sa che la pienezza della legge e' l'amore (Rom 13,1-10), pensa quindi che debba opporsi a leggi ingiuste e a sistemi che opprimono l'essere umano, fatto a immagine di Dio, e che colpiscono i piu' deboli (Is 10,1-4 e Ger 7,1-7).
E' necessario reinventare o aggiornare la tradizione biblico-cristiana del diritto d'asilo, di essere cioè "santuario di protezione e difesa" (movimento presente negli Stati Uniti e in altri paesi) per i poveri e i deboli sottoposti ad abusi o che rischierebbero la vita se rimandati in alcuni paesi d'origine. Secondo il diritto internazionale nessun respingimento è possibile prima di valutare le singole situazioni dei migranti.
Come credenti cittadini del mondo, dell'Europa e dell'Italia, intendiamo riaffermare la civilta' del diritto tramite il fare creativo della nonviolenza. E' urgente realizzare l'articolo 10 della Costituzione riguardante la legge sul diritto d'asilo e istituire finalmente la Commissione nazionale indipendente per la promozione e la protezione dei diritti umani che puo' essere sostenuta e accompagnata da realtà associate nei modi previsti dalla Dichiarazione delle Nazioni Unite sui difensori dei
diritti umani (risoluzione 53/144 dell'8 marzo 1999), il cui articolo 1 dice che "tutti hanno il diritto, individualmente ed in associazione con altri, di promuovere e lottare per la protezione e la realizzazione dei diritti umani e delle liberta' fondamentali a livello nazionale ed internazionale".
Utile strumento puo' diventare al riguardo il progetto delle Citta' dei diritti umani in un mondo libero promosso, tra gli altri, dalla Tavola della pace, dal Coordinamento degli enti locali per la pace e i diritti e da Libera, realta' dove Pax Christi e' variamente presente. In tal modo può anche camminare il progetto dell'"Onu dei popoli" e molte scuole, fin dal prossimo anno scolastico, con la definizione delle attivita' di "Cittadinanza e Costituzione", potrebbero chiamarsi Scuole delle Nazioni Unite, promotrici di diritti umani nelle loro città.
Invitiamo, quindi, tutti gli operatori di pace, cominciando da noi stessi, dagli aderenti ai punti pace di Pax Christi, a mobilitarsi per costruire la pace nella vita quotidiana e nelle nostre città spesso prigioniere di solitudini, governate dalla paura e coinvolte in progetti tribali e autoritari dove si gioca il futuro della cittadinanza. Nessuna cultura della pace è possibile se non si realizzano il disarmo delle menti, la smilitarizzazione dei cuori e dei territori, se non si promuove il cantiere della cittadinanza attiva che è fatto di buone pratiche sociali e amministrative orientate al bene comune e alla sicurezza comune, alla liberazione dalle paure, all'educazione ai conflitti per una positiva loro gestione, al fiorire di spazi e momenti di riconoscimento reciproco, di integrazione-interazione, di contemplazione e di preghiera.
Nessuno ci è straniero anche perchè la distanza che ci separa dallo straniero è quella stessa che ci separa da noi stessi e la nostra responsabilità di fronte a lui è quella che abbiamo verso la famiglia umana amata da Dio, verso di noi, pronti a testimoniare la profezia del Risorto che annuncia la pace e ci dice di non temere perchè sarà con noi "tutti i giorni, sino alla fine del mondo" (Mt 28,20).
Pescara 10 maggio 2009
Consiglio nazionale di Pax Christi

mercoledì 13 maggio 2009

Centenario della nascita di Giuseppe Lazzati

Il prossimo mese ricorrerà il centenario della nascita di Giuseppe Lazzati, importante figura della cultura e del mondo cattolico italiano. Lo ricorda un bell'editoriale di p. Bartolomeo Sorge sul numero di maggio di Aggiornamenti Sociali. L'attualità della figura di Lazzati risiede nella sua concezione della laicità, ancora oggi non pienamente recepita nella Chiesa.

Lazzati fu uno studioso eminente. Negli scritti, nelle lezioni e nelle conferenze non temeva di confrontarsi con gli argomenti più impegnativi. Le sue riflessioni più innovative, però, rimangono forse quelle relative alla laicità. In particolare insisteva su due acquisizioni teologiche del Concilio Vaticano II: a) la «secolarità» come spiritualità specifica del laico cristiano; b) il principio dell'«unità dei distinti» nell'evangelizzazione.

a) La specificità della vocazione laicale
La prima riflessione teologica, sulla quale Lazzati insistette molto, fu il riconoscimento che i laici partecipano a pieno titolo all'unica missione evangelizzatrice della Chiesa. Tra Gerarchia e semplici fedeli, cioè, non vi è differenza di dignità e identiche sono la missione e la vocazione alla perfezione; diversa invece è la funzione: i membri della Gerarchia «per volontà di Cristo sono costituiti dottori e dispensatori dei misteri e pastori per gli altri» (Lumen gentium, n. 32), mentre i laici, vivendo nel secolo e implicati negli affari temporali, «sono da Dio chiamati a contribuire, quasi dall'interno a modo di fermento, alla santificazione del mondo» (ivi, n. 31). Un impegno genuinamente «secolare» - ripeté mille volte a voce e nei suoi scritti - deve evitare gli errori opposti in cui molti oggi cadono: da un lato, i nostalgici della «cristianità», che rimpiangono il tempo quando il trono e l'altare, la spada e la croce si sovrapponevano (prospettiva ormai superata non solo storicamente, ma anche teologicamente); dall'altro, coloro che, scoraggiati dalla crisi dei valori e della fede, cercano rifugio in uno spiritualismo disincarnato.
Quante battaglie abbiamo combattuto insieme per fare luce su questo problema, divenuto centrale negli anni del postconcilio! Esso fu lo scoglio principale contro il quale urtò anche il Convegno «Evangelizzazione e promozione umana». Conservo una lunga lettera dei leader di Comunione e Liberazione (datata 10 febbraio 1977 e sottoscritta da don Luigi Negri, don Angelo Scola, Rocco Buttiglione e Roberto Formigoni) critica nei confronti del Convegno ecclesiale di Roma. Secondo i firmatari, i gruppi di CL non potevano riconoscersi nelle conclusioni del Convegno, per il fatto di non avere «ricevuto dal Convegno [come invece si attendevano] la conferma che il problema oggi è quello del recupero di una identità ecclesiale di fronte al mondo, e quindi quello di un apporto specificatamente cristiano ed ecclesiale alla soluzione dei problemi umani della nostra società».
«Si tratta - scriverà Lazzati - di atteggiamenti ancor oggi molto diffusi, alla base dei quali sta appunto una non chiara impostazione circa le modalità che devono ispirare l'azione dei laici cristiani nelle realtà temporali. A essi - è il caso di precisare - non è chiesto, in prima istanza, di convertire il mondo, ma di rimanere fedeli nel pensiero, nell'azione e nel metodo, alle esigenze della propria vocazione, se vogliono rendere efficace la loro presenza nel mondo quale sale e lievito del mondo stesso» (LAZZATI G., Laicità e impegno cristiano nelle realtà temporali, AVE, Roma 1985, 70).
In altre parole - egli spiega - si tratta di dare senso alle stesse realtà temporali, rispettando la loro legittima autonomia e laicità. Non si può fare un uso religioso o confessionale della politica, dell'economia, della scienza, delle arti. Dio creatore ha dato alle realtà «secolari» fini, valori, leggi e strumenti propri, che non si deducono dalla fede e dalla rivelazione. Questo significa animare da cristiani le realtà temporali nella loro «laicità». Da qui - conclude Lazzati - deriva la necessità per il laico cristiano di realizzare l'«unità dei distinti», attraverso una duplice fedeltà: al battesimo (e agli impegni assunti con esso) e all'indole secolare del suo essere laico. L'una fedeltà è complementare all'altra. La loro sintesi, mentre non snatura ciò che è proprio di ciascuna, rende efficace la testimonianza dei fedeli laici nel mondo.

b) Il principio dell'«unità dei distinti» nell'evangelizzazione
A tale principio Lazzati dedicò un'attenzione del tutto particolare. In base al criterio dell'unità - spiegava - va rigettato il dualismo che alcuni introducono tra piano temporale e piano religioso, quasi che la vita sociale, professionale, politica non abbia nulla a che vedere con la vita di fede. In base al criterio della distinzione va rigettata la confusione tra i due piani, temporale e religioso, quasi che la fede si possa identificare con la cultura e con la politica. Non è lecito strumentalizzare le realtà temporali a fini religiosi, né la fede a fini politici.
Partendo da questo principio, Lazzati si adoperò a spiegare che la chiara distinzione dei due piani non significa affatto indifferenza o disinteresse dei credenti e della Chiesa nei confronti della cultura, della politica e della costruzione della «città dell'uomo». Al contrario: i fedeli laici realizzeranno pienamente la loro vocazione e la loro missione vivendo la propria spiritualità di uomini immersi nel mondo, che dall'impegno secolare sono aiutati a mantenere vivo il contatto con Dio nella preghiera e nelle attività quotidiane.
Si spiega dunque perché Lazzati abbracciò subito con convinzione la «scelta religiosa», che negli anni '70 la Chiesa italiana fece sotto la guida di Paolo VI, assecondato dall'Azione Cattolica di Vittorio Bachelet. La «scelta religiosa» non fu mai sinonimo di fuga dalle realtà temporali, non doveva portare i fedeli laici a rinchiudersi in sacrestia; spingeva piuttosto la Chiesa intera a farsi presente in ogni campo dell'impegno temporale, restando però sul piano religioso ed etico che le è proprio: annunziando la Parola, comunicando la vita divina con i sacramenti, testimoniando la fede nel cuore dei problemi dell'uomo attraverso la diaconia della carità. La «scelta religiosa», cioè, rispondeva a un'esigenza pastorale molto sentita: dopo che il Concilio aveva fortemente sottolineato la natura essenzialmente religiosa (non politica, economica o sociale) della Chiesa e della sua missione, si avvertiva la necessità che la Chiesa italiana ricuperasse la piena libertà evangelica, dopo l'esperienza del collateralismo con la Democrazia Cristiana, durato anni a causa di circostanze storiche straordinarie.

lunedì 4 maggio 2009

Tre ore d'amore ogni notte!

Non voglio aggiungere commenti sulla vicenda Lario-Berlusconi. Solo riprendo la dichiarazione, come sempre intelligente, di Rosy Bindi. Che il premier chieda il rispetto della privacy è ridicolo! Le sue televisioni fanno sciacallaggio nel privato più intimo di tanta gente, hanno ingigantito la figura della donna oggetto, meglio della donna cosa, hanno solleticato in tutti i modi possibili i pruriti "sotto il cinto dell'epa" degli italiani con la cultura del "Grande fratello" (la cultura dei "guardoni"), ha osteso sulla pubblica piazza la sua vita sessuale (tre ore di sonno, tre ore di amore e tutto il resto al lavoro per gli italiani!)... Peccato che di quelle tre ore d'amore la moglie non ne sapesse nulla, visto che di solito lei sta a Macherio e lui a Roma o ad Arcore...! Che squallore!

«Berlusconi chiede il silenzio sulle sue vicende private. Però parla con i giornali e ripete la favola di una montatura della sinistra, condita anche con battute pesanti sulla mia persona. Non è la prima volta e anche se ci sono gli estremi per esigere le scuse non mi interessa. Non è né la mia carica né la mia persona che oggi devono essere risarcite. Il presidente del Consiglio ha un dovere di trasparenza e verità verso gli italiani a cui non può sottrarsi con depistaggi mediatici». Lo dice la vicepresidente della Camera ed esponente del Pd, Rosy Bindi.
«Non siamo stati noi - aggiunge - a interrogarci sulla moralità della vita privata del presidente del Consiglio. La ha fatto sua moglie che ha detto 'basta' e con coraggio ha chiesto a tutti di riflettere sul degrado della vita pubblica, sull'immoralità del potere e una politica trasformata in avanspettacolo. La signora Lario ha ragione, non possiamo far finta di nulla e nel Paese non possono restare i dubbi sulla natura dei rapporti tra il capo del Governo e una minorenne. Il presidente Berlusconi deve fare chiarezza e stavolta non basterà dire che era tutto uno scherzo. In qualunque altro Paese questa vicenda provocherebbe un sussulto di dignità delle istituzioni. Per molto meno - conclude Bindi - un presidente degli Stati Uniti ha dovuto rendere ragione ai suoi concittadini».

venerdì 1 maggio 2009

Identità ed appartenenze

UNUM MULTIPLEX - a cura di Pasquale Ferrara: Identita' ed appartenenze

Riprendo dal blog, che consiglio di visitare, di Pasquale Ferrara, questa riflessione che condivido totalmente e che ho anch'io più e più volte espresso in tanti miei interventi, articoli, tavole rotonde, conferenze.
In un tempo in cui c'è la corsa a difendere la "propria identità" - compresa l'identità cristiana - mi pare una riflessione urgente, necessaria: l'identità è diventata una "clava", un'arma letale. E' lo strumento per chiudere ogni spazio al dibattito e alla "critica" (nel senso etimologico del termine!). Si attua una identificazione tra la politica e identità, così che chi critica la politica americana è anti-americano, chi critica la politica del governo di Israele è anti-semita, chi critica certe "politiche ecclesiastiche" o è semplicemente anti-cattolico o si mette in dubbio la sua fede e il suo amore per la Chiesa!

giovedì 30 aprile 2009

Com'è difficile dialogare (E.Bianchi)


Quanto sono d'accordo e quanto condivido l'esperienza di Enzo Bianchi... nel mio piccolo, ovviamente! da Famiglia cristiana, 19 aprile 2009

Da anni vado ripetendo che con la fine della cristianità e lo sviluppo di una società civile sempre più consapevole della propria laicità e della molteplicità di culture e religioni che si incontrano e intrecciano nel quotidiano, la capacità di dialogo e di ascolto reciproco diventano condizioni indispensabili non solo per una crescita in umanità ma, in prospettiva, per la stessa sopravvivenza di una convivenza civile degna di tale nome. Ma accanto a questa convinzione se ne riafferma in me anche un’altra: nonostante i numerosi sforzi che da più parti si compiono in questo senso, restiamo ancora “all’età della pietra” per quello che concerne il dialogo, tuttora balbettanti nel definire e soprattutto nell’assumere una autentica “deontologia del dialogo”.
Ne ho avuto un’amara conferma nei giorni scorsi quando il mio ultimo libro, Per un’etica condivisa, è stato fin troppo benevolmente recensito dal “laico” Corrado Augias su queste pagine. Man mano che procedevo nella lettura, mentre riconoscevo le mie affermazioni – sempre correttamente virgolettate – le vedevo interpolate con considerazioni a me estranee e con precisazioni che ne snaturavano le intenzioni. Augias, gli va dato atto, non mi attribuiva frasi da me mai scritte, ma le sue chiose, quasi sempre laudative, allontanavano il lettore dall’humus in cui le mie affermazioni erano nate e ne facevano un’applicazione a soggetti ecclesiastici secondo i suoi giudizi e non secondo le mie intenzioni, intenzioni che una lettura maggiormente disposta all’ascolto non frammentario o preconcetto avrebbe potuto cogliere facilmente.
“Guàrdati dal criticare meschinamente e con amarezza, senza amore, la chiesa ... Nella chiesa non amare un’astrazione o una visione troppo personale, ma la comunità vivente in cui Dio attende il tuo impegno e il tuo ministero. Se devi criticare, fallo senza ferire le persone, con l’audacia evangelica, con la forza della parola di Dio, l’umiltà di chi critica per fare un servizio di purificazione nei confronti di sua madre. Altrimenti è meglio tacere”. Così recita la Regola di Bose, e a questi principi ho sempre cercato di attenermi nel mio prendere la parola in pubblico, a voce o per iscritto.
D’altronde è questo un tipo di disagio per me non nuovo – lo dico con rincrescimento – nel leggere Corrado Augias, uno dei più prolifici interpreti del dialogo tra pensiero laico e mondo cattolico. L’impressione che avevo ricevuto dai suoi due titoli precedenti – Inchiesta su Gesù, con Mauro Pesce, e Inchiesta sul cristianesimo, con Remo Cacitti – si è rinnovata in me alla lettura di Disputa su Dio e dintorni, scritto con Vito Mancuso e in libreria in questi giorni: la sensazione di vedere gli interlocutori liberi di formulare e articolare le proprie tesi, ma sempre incalzati e come invischiati in un intreccio dove i concetti e i preconcetti ostili alla fede cristiana hanno il sopravvento non per una maggiore consistenza oggettiva ma per la costante forzatura di affermazioni e la frequente parzialità con cui molti aspetti del dibattito vengono affrontati. Certo, anche Disputa su Dio e dintorni, come i ravvicinatissimi volumi precedenti, vuole mantenere un tono divulgativo, in cui discussioni sui massimi sistemi si intrecciano ora a riflessioni su fatti registratisi nella storia cristiana, ora su casi scottanti dell’attualità politica e sociale italiana; certo, il linguaggio vuole essere comprensibile al grande pubblico, ma ci si potrebbe comunque aspettare un più accurato rigore storico anche da parte della voce laica. Le caricature – il Dio dei cristiani tratteggiato come “un vecchio con la barba bianca e un triangolo dietro la testa che giudica ogni nostra azione e tenacemente impegnato a dividere i cattivi dai buoni” – e le affermazioni ad effetto sono sempre pericolose, quando non totalmente fuorvianti: come si fa, per esempio, a dire che “in una democrazia non esistono principi non negoziabili”? Come dobbiamo considerare allora la dichiarazione universale dei diritti dell’uomo?
Quanto a Mancuso, teologo che ama definirsi eterodosso, occorre riconoscere che le domande che pone nei suoi scritti sono urgenti e necessitano una risposta da parte delle teologia cattolica e della chiesa, ma a mio giudizio le risoluzioni che propone Mancuso si collocano nello spazio della gnosi in cui la storia è di per sé storia di salvezza e in cui non c’è da parte di Dio né rivelazione né grazia. È vero che qua e là nella discussione con Augias affiorano alcune affermazioni che correggono la “gnosi” presente nel precedente libro di Mancuso, Sull’anima e il suo destino, ma restano deboli. No, “il regno dei cieli” non è l’equivalente del “regno delle idee” di Platone o del “regno dei fini” di Kant come afferma il nostro teologo.
Il libro appare così una disputa con a volte i toni della chiacchierata tra un cristiano “che ha idee difformi rispetto a certe dottrine stabilite” e un ateo che con eccessiva disinvoltura annovera “tra i misteri della religione cattolica la famosa incongruenza di un Dio che è nello stesso tempo uno e trino” e afferma che “il cristianesimo nel IV secolo cambiò pelle e cessò di essere una fede per diventare una religione”, che legge l’eucarestia cattolica come “un residuo di antropofagia sacra”... Sì, lo dico con molto rispetto ma con tristezza: in un approccio simile c’è veramente poco ascolto dei cristiani e della loro fede.
Queste mie osservazioni non vogliono esprimere ingratitudine verso chi ha cercato e cerca di interloquire su tematiche etiche che stanno a cuore a molti oggi, dentro e fuori la chiesa, ma soltanto testimoniare il rincrescimento per un’altra occasione sfumata di dialogo autentico, in cui l’ascolto in profondità dell’altro resta più importante di qualsiasi riaffermazione delle proprie convinzioni. Sì, dobbiamo ancora percorrere molta strada per imparare a capirci e a farci capire perché non solo usiamo linguaggi a volte sfasati, quasi “non-contemporanei”, ma più spesso ancora travisiamo il “senso” di quanto l’altro dice: non il tanto significato, ma l’origine, la direzione, l’intenzione cui mira, lo scopo del suo pensare e parlare.
Enzo Bianchi

giovedì 16 aprile 2009

Quando la terra trema...

... i topi ballano. Mentre i cinegiornali luce lodano le imprese del messia Silvio che ridona le dentiere alle vecchiette (sue coetanee) e restituisce la cecita' ai vedenti lucrando sul dramma di migliaia di persone, il governo non trova altri fondi da destinare ai terremotati che qualche spicciolo e quelli del 5 per mille, togliendoli per altro proprio a tutte quelle associazioni che in prima persona stanno facendo qualcosa di concreto nelle terre colpite dal sisma: un capolavoro. Cosi' si accusa gli sciacalli sbagliati, da Santoro ai badanti rumeni arrestati per puro pregiudizio razziale, e si chiudono un paio di occhi sulle nuove clamorose leggi "ad aziendam" del messia di Arcore. Massimo Giannini su Repubblica. (da http://beffatotale.blogspot.com)

SEPOLTA dalle tragiche macerie del terremoto d'Abruzzo, un'altra legge ad personam, o per meglio dire ad aziendam, ha incassato silenziosamente il timbro del Parlamento. E' una norma che nasce all'ombra del conflitto d'interessi di Silvio Berlusconi: capo del governo e padrone di un impero mediatico. Tradisce una visione proprietaria del libero mercato: la regola generale al servizio di un'esigenza particolare. Sancisce una posizione gregaria delle autorità indipendenti: il "vigilante", debitamente sollecitato, obbedisce al "vigilato".
Mercoledì scorso il Senato ha approvato in via definitiva il cosiddetto decreto incentivi. Un pacchetto-omnibus nel quale c'è di tutto: dal raddoppio degli incentivi per l'auto ai bonus per gli elettrodomestici. Nel gigantesco garbuglio sono stati infilati un paio di articoli che prevedono "strumenti di difesa del controllo azionario delle società da manovre speculative", e introducono misure volte a prevenire "eventi di scalate ostili in una fase di mercato caratterizzato da corsi azionari molto al di sotto della media degli ultimi anni".
Nobile intenzione. Il legislatore, in piena crisi finanziaria, si preoccupa dei troppi "avvoltoi" stranieri che svolazzano sulla Borsa italiana. Vuole difendere almeno le spoglie dei pochi, grandi "campioni nazionali" rimasti su piazza: Eni ed Enel, Fiat e Telecom, Intesa e Unicredit. Con tre disposizioni specifiche. La prima prevede l'innalzamento dal 10 al 20% della quota di azioni proprie che ogni società può acquistare e detenere in portafoglio. La seconda prevede l'incremento fino al 5% annuo delle partecipazioni consentite a chi già possiede tra il 30 e il 50% di una Spa. La terza introduce la possibilità per la Consob di ridurre dal 2 all'1% la soglia valida ai fini dell'obbligo di comunicare alla Vigilanza l'avvenuto acquisto di un pacchetto azionario.
Non c'è male, per un governo che si professa liberale, anche se non più liberista. E nemmeno per un centrodestra che, fregandosene allegramente della cultura dell'Opa e della contendibilità delle aziende, ha già rimesso pesantemente in discussione la passivity rule, cioè quel complesso di regole volte a limitare le iniziative di contrasto consentite a una società su cui pende un'Offerta pubblica d'acquisto. In tempi di ferro, come dice Tremonti, ci si difende con tutti i mezzi. Ma il problema, nel caso di specie, non è solo questo: dietro la nuova crociata per salvare "l'italianità" si nasconde un interesse di bottega, molto più spicciolo: difendere Mediaset. Vediamo perché.
I titoli del Biscione, come la maggior parte del listino, soffrono da mesi e mesi un crollo verticale di valore. Al 31 dicembre 2007 un'azione Mediaset valeva 9,3 euro. Un anno dopo, a fine 2008, ne valeva 3,9. Attualmente staziona intorno ai 3,5 euro, con una capitalizzazione di circa 4,2 miliardi. Poco più di un terzo di due anni fa. Già a luglio dell'anno scorso Piersilvio Berlusconi denunciava: "Dall'inizio dell'anno abbiamo subito una perdita di valore del 41%". Anche il Cavaliere, ovviamente, è preoccupato.
L'8 ottobre 2008, in un'ormai leggendaria conferenza stampa, arringa le masse: "Abbiate fiducia, comprate azioni Eni, Enel e Mediaset". Nulla cambia, com'è ovvio, e un mese dopo il premier incurante delle polemiche insiste: "Le azioni di una società non possono mai valere meno di 20 volte gli utili prodotti". Tecnicamente non ha tutti i torti. Politicamente la sua posizione è indifendibile. Ma queste, per un "uomo del fare", sono questioni da legulei bizantini. Così, di fronte al progressivo tracollo della Borsa che nessuno riesce a fermare, il presidente del Consiglio e il suo inner circle usano tutte le armi a disposizione.
All'inizio del 2009 scattano i primi contatti riservati tra Gianni Letta e Lamberto Cardia, presidente della Consob. Il tema è: cosa si può fare per sostenere i corsi azionari e per evitare che qualche raider si faccia venire idee strane? In meno di un mese scatta una manovra di geometrica potenza. Ai primi di marzo, secondo un'indiscrezione raccolta a Piazza Affari, da Mediaset arriva agli uffici Consob una richiesta di parere sui limiti all'acquisto di azioni proprie. Il 12 marzo, in un'intervista al settimanale di famiglia, Panorama, Cardia fa il primo passo: "Serve una spinta in più per ritrovare la fiducia e ridare fiato alla Borsa - dice il presidente della Consob - il governo ha già fatto molto, però nella situazione attuale si può andare oltre... Si potrebbe, per un periodo prefissato e in tempi di crisi, dare la facoltà alle società quotate di comprare azioni proprie non più fino al 10 ma fino al 20%. Questo potrebbe servire a contrastare la volatilità e a rafforzare la presa sul capitale. Naturalmente tutte queste scelte spettano alla politica, governo e Parlamento. I miei sono solo contributi di pensiero".
Ben detto. Ma questo "contributo di pensiero" è esattamente il segnale che aspettano in casa Berlusconi. Nel giro di una settimana succedono due cose, per niente casuali. Il 17 marzo il cda Mediaset approva il bilancio 2008 ed esamina i primi tre mesi del 2009, che riflettono la crisi, tra una caduta del 12% dei ricavi pubblicitari a gennaio e un taglio dei dividendi, per la prima volta dopo sette anni, da 0,43 a 0,38 euro per azione. Nel comunicato finale, il Biscione comincia a mettere fieno in cascina e precisa che alla prossima assemblea sarà proposta la facoltà di "acquisire fino a un massimo di 118.122.756 azioni proprie, pari al 10% dell'attuale capitale sociale, in una o più volte, fino all'approvazione del bilancio 2009". Il 18 marzo due parlamentari del Pdl, Marco Milanese ed Enzo Raisi, presentano un emendamento al decreto incentivi, che prevede esattamente l'innalzamento dal 10 al 20% della quota di azioni proprie acquistabili da una singola azienda, l'incremento dei tetti per la cosiddetta Opa totalitaria e la riduzione dal 2 all'1% della soglia al di sopra della quale scatta l'obbligo di comunicazione. Ecco la norma ad aziendam.
Il blitzkrieg è scattato. Ha solo bisogno di una cornice presentabile sul piano etico e sostenibile sul piano politico. Alla prima esigenza provvede ancora Cardia, che il 19 marzo, in una prolusione alla Scuola Ufficiali carabinieri di Roma, chiude il cerchio: "E' di ieri la notizia della presentazione di un emendamento al decreto incentivi all'esame della Camera, che accoglie alcune proposte formulate dal presidente della Consob a titolo personale per sostenere le società quotate in un momento nel quale la grave depressione delle quotazioni potrebbe facilitare manovre speculative o ostili. Chi lavora in istituzioni pubbliche deve essere orgoglioso di lavorare al servizio della collettività...".
Alla seconda esigenza provvede lo stesso Berlusconi: il 31 marzo, in una dichiarazione a Radiocor, afferma pubblicamente che il governo punta ad aumentare il tetto per il possesso delle azioni proprie delle società quotate. E dichiara con assoluto candore di averne "parlato con il presidente della Consob", che si è detto "d'accordo su questa direzione". Nessuno lo nota, neanche i giornali specializzati. Ma è la smoking gun dell'ennesimo caso di conflitto di interessi.
Il resto è cronaca di questi ultimi giorni, con il Parlamento che approva definitivamente la norma ad aziendam. Nel silenzio assordante dei benpensanti. Si segnala una sola eccezione. Salvatore Bragantini, ex commissario Consob, in un commento nelle pagine interne del Corriere della Sera del 3 aprile scorso, critica giustamente il "decreto protezionista" corretto dagli emendamenti del Pdl, e si chiede: "Sarebbe interessante capire quale società potrà essere la vittima destinataria delle proposte". Ora lo sappiamo. Come temevamo, è la società del capo del governo.