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"La coscienza del cristiano è impegnata a proiettare nella sfera civile i valori del Vangelo" ____________________________________________________________________________________________________________________

mercoledì 19 dicembre 2012

Con la Palestina nel cuore

Con la Palestina nel cuore
AFFRETTARSI CON LE ISCRIZIONI (anche se non definitive!) TERRA SANTA CON LA SAMARIA E MASADA 27 febbraio - 6 marzo 2013 Sono aperte le iscrizioni (entro Natale per bloccare posti aereo): inviare un'email a walter.fiocchi@tin.it e riceverete comunicazioni per il versamento della caparra di Euro 500. Oppure telefonare al 335 5818 204 Mercoledì 27 febbraio - Milano/Tel Aviv/Nazareth. Partenza da Alessandria per Milano-Malpensa. Partenza per Tel Aviv. All'arrivo, trasferimento a Nazareth. Cena e pernottamento. Giovedì 28 febbraio - Nazareth/MonteTabor/Nazareth In mattinata, partenza per il Monte Tabor, salita in taxi. Visita alla Chiesa della Trasfigurazione e Messa. Rientro a Nazareth per il pranzo. Nel pomeriggio, visita della città: la Basilica e la grotta dell'Annunciazione, il Museo Francescano, la Chiesa di San Giuseppe, la Sinagoga, il Pozzo della Vergine nella cripta della chiesa greco-ortodossa di San Gabriele e la Fontana. Pensione completa. Venerdì 1 marzo - Nazareth/Lago di Tiberiade/Monte delle Beatitudini Mattinata dedicata alla visita dei luoghi della predicazione di Gesù nei pressi del Lago di Tiberiade. A Tabgha visita alla Chiesa benedettina che ricorda il miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci e alla vicina Chiesa del Primato di Pietro. A Cafarnao visita della grande Sinagoga e del villaggio con i resti della casa di Pietro. Salita al Monte delle Beatitudini dove sorge la chiesa che ricorda il Discorso della Montagna. Messa per la Pace. Pranzo alle Beatitudini. Nel pomeriggio visita di Acco. Rientro in hotel per cena e pernottamento. Sabato 2 marzo - Nazaret/Samaria/Gerico Partenza per la Samaria, la regione situata tra la Galilea a nord e la Giudea a Sud percorrendo la “Carovaniera dei Monti”. Nei pressi di Jenin visita della chiesa di Burqin. Il villaggio di Burqin si trova 3km a ovest di Jenin. La chiesa è situata sulle colline a nord rivolte verso Wadi Burqin. La chiesa è ancora usata dalla comunità cristiana Greco Ortodossa del villaggio. La tradizione suggerisce che Gesù, in viaggio per Gerusalemme, passò di qui e miracolosamente curò i lebbrosi. Pranzo. Trasferimento a Ramallah. Proseguimento per Gerico. Messa nella Chiesa del Buon Pastore. Cena e pernottamento. Domenica 3 marzo - Deserto di Giuda/Mar Morto/Masnada/Betlemme In mattinata, sosta al luogo del Battesimo di Gesù e proseguimento lungo il Mar Morto per Masada. Pranzo. Nel pomeriggio partenza per Betlemme. Pensione completa. Lunedì 4 marzo - Betlemme/Gerusalemme/Betlemme In mattinata visita alla Basilica della Natività. Messa. Pranzo al Grotto. Nel pomeriggio Gerusalemme: salita al Monte degli Ulivi con visita all'Edicola dell'Ascensione e alla Chiesa del Pater. Scendendo verso il Getsemani, sosta alla Cappella del Dominus Flevit. Visita alla Chiesa della Tomba della Vergine, alla Grotta del Tradimento, all'Orto degli Ulivi e alla Basilica delle Nazioni. Pensione completa. Martedì 5 marzo - Betlemme/Gerusalemme/Betlemme In mattinata, visita alla Spianata delle Moschee e visita delle Moschee. Sion cristiana con la Chiesa di San Pietro in Gallicantu, il Cenacolo e la Chiesa della Dormizione di Maria. Pranzo. Nel pomeriggio visita alla Chiesa crociata di Sant'Anna e resti della Piscina Probatica. Percorso della Via Dolorosa partendo dall'arco dell'Ecce Homo e arrivo al Golgota nella Basilica del Santo Sepolcro. Messa. Rientro a Betlemme. Cena e pernottamento. Mercoledì 6 marzo – Betlemme/Tel Aviv/Bergamo Trasferimento all'aeroporto di Tel Aviv e partenza per Bergamo. Proseguimento in pullman per Alessandria. N.B. Per ragioni organizzative l’itinerario e le visite potrebbero essere modificati. QUOTE NETTE INDIVIDUALI Voli di linea/speciali Hotel 3 stelle sup. (Nazareth, Rimonim Hotel – Gerico, Jericho Resort - Betlemme, Shepherd Hotel o similari) Camera doppia/tripla € 1.300,00 Supplemento singola € 350,00 Eventuale supplemento carburante DA COMUNICARE LA QUOTA DI PARTECIPAZIONE COMPRENDE: Passaggi aerei con voli di linea/speciali - Kg. 20 bagaglio in franchigia/5 kg il bagaglio a mano – tasse aeroportuali e carburante ad oggi - sistemazione in alberghi della categoria indicata in camere doppie con servizi - trattamento di pensione completa, dalla cena del primo giorno alla prima colazione dell’ultimo - escursioni, tours, ed entrate (ove previste) come da programma, compreso Masada - Bus Gt con autista - guida autorizzata parlante italiano per tutta la durata del tour – assicurazione medico/ bagaglio fino a Euro 5.000,00 – documenti di viaggio e materiale di cortesia – mance e facchinaggi. LA QUOTA DI PARTECIPAZIONE NON COMPRENDE: Trasferimenti per/da l’aeroporto in Italia - eventuale modifica al supplemento carburante - bevande - assicurazione integrativa facoltativa annullamento ELVIA pari al 3,5% della quota di partecipazione oppure prodotto Globy (da richiedere non oltre il mese prima della partenza) - tutto quanto non specificato alla voce “la quota comprende” DOCUMENTI PER I CITTADINI ITALIANI E' RICHIESTO IL PASSAPORTO REGOLARMENTE BOLLATO CON VALIDITA’ RESIDUA NON INFERIORE AI 6 MESI DALLA DATA DI PARTENZA DEL VIAGGIO. NON OCCORRE VISTO.

sabato 31 marzo 2012

Pausa prolungata...

Mi scuso con gli amici che seguivano il mio blog per i lunghissimi tempi morti nell'aggiornamento... Prima o poi, quando gli impegni me lo permetteranno conto di riprendere un dialogo più costante de puntuale... Forse conta anche un po' di pigrizia.
Mi dedico molto di più, soprattutto ora che ha migliorato alcune funzioni (ad esempio la lunghezza dei post), a esprimere le mie opinioni e i miei pensieri su Facebook. Chi lo desidera mi trova sotto il mio nome: Walter Fiocchi.
Nella speranza di ritrovarvi!
dwf

martedì 22 novembre 2011

PELLEGRINAGGIO IN TERRASANTA E PETRA dal 6 al 13 Marzo 2012


PROGRAMMA

1° GIORNO – 6 Marzo – Martedì
ALESSANDRIA / BERGAMO / TEL AVIV / AMMAN
Partenza in pullman riservato per l’aeroporto di partenza. Volo speciale per Tel Aviv. Arrivo a Tel Aviv. Partenza per frontiera Sheikh Hussein arrivo ad Amman, sistemazione in hotel, cena e pernottamento.

2° GIORNO – 7 Marzo – Mercoledì
AMMAN / PETRA / AMMAN
Partenza per la visita di Petra. Pranzo e rientro ad Amman, cena e pernottamento.

3° GIORNO – 8 Marzo - Giovedì
AMMAN / MONTE NEBO / GERICO
In mattina partenza per il Monte Nebo, con sosta a Madaba. Proseguimento per la frontiera al ponte di Allenby; arrivo a Gerico. Pranzo al Temptation. Visita al luogo del Battesimo di Gesù. Tour in Città. Visita al Mosaic Centre. Messa nella parrocchia cristiana del“Buon Pastore”. Cena e pernottamento a Gerico.

4° GIORNO – 9 Marzo – Venerdì
GERICO / RAMALLAH / NABLUS / BETLEMME
Partenza per Ramallah con sosta a Taibeh. Visita al Centro di Ricamo. Pranzo a Ramallah. Trasferimento a Nablus, conosciuta anche come Sichem e visita al Pozzo di Giacobbe e/o della Samaritana. Si prosegue per Sebastia e visita. Trasferimento a Betlemme. Cena e pernottamento.

5° GIORNO – 10 marzo - Sabato
BETLEMME / HEBRON / BETLEMME
Visita di Betlemme. S. Messa alla Natività. Pranzo. Trasferimento a Hebron e visita alle Tombe dei Patriarchi. Rientro a Betlemme. Cena e pernottamento.

6° GIORNO – 11 marzo – Domenica
BETLEMME / GERUSALEMME / BETLEMME
Giornata dedicata alla visita di Gerusalemme. In mattinata Monte Sion, il Cenacolo e la chiesa della Dormizione con Messa, S. Pietro in Gallicantu. Pranzo. Nel pomeriggio visita alle Vetrate di Chagall nella Sinagoga dell’università ebraica e a Yad Vashem. Rientro a Betlemme. Cena e pernottamento.

7° GIORNO - 12 marzo – Lunedì
BETLEMME / GERUSALEMME / BETLEMME
Spianata delle Moschee, Chiesa di S. Anna, Flagellazione, Via Dolorosa, Santo Sepolcro. Messa al Santo Sepolcro. Pranzo. Monte degli Ulivi: Dominus flevit, Getsemani e Tomba della Vergine. Rientro a Betlemme. Cena e pernottamento.

8° GIORNO - 13 marzo – Martedì
BETLEMME / TEL AVIV / BERGAMO / ALESSANDRIA
Trasferimento all’aeroporto di Tel Aviv. Imbarco con volo speciale. Arrivo in Italia. Rientro ad Alessandria.

QUOTA DI PARTECIPAZIONE
In camera doppia € 1.370,00
Supplemento camera singola € 320,00

ISCRIZIONI: telefonare al più presto a don Walter
(335 5818204 o per email: walter.fiocchi@tin.it ) per la pre-iscrizione.
Per la conferma (entro la metà di dicembre) è richiesta una caparra di € 400

LA QUOTA DI PARTECIPAZIONE COMPRENDE: Passaggi aerei con voli speciali da Bergamo; Tasse di Frontiera, Israele/Giordania e Visto (€ 45,00); kg. 20 bagaglio in franchigia; assistenza aeroportuale in Italia e all’estero; sistemazione in alberghi di buona categoria in camere doppie con servizi; trattamento di pensione completa; escursioni, tours, entrate, come da programma; mance, facchinaggi ed extra in genere; Bus Gt con autista; Guida autorizzata diversa per Israele e Giordania parlante italiano per tutta la durata del tour; Assicurazione medico - bagaglio Mondial Assistance; omaggio ad ogni partecipante.

LA QUOTA DI PARTECIPAZIONE NON COMPRENDE: - Trasferimento in pullman per/da l’aeroporto di Bergamo - Assicurazione integrativa facoltativa annullamento MONDIAL ASSISTANCE: 3,50% del costo del pacchetto (contratto 2008); tutto quanto non espressamente menzionato nel programma.
Il viaggiatore può annullare il contratto in qualsiasi momento corrispondendo all’organizzatore di viaggi un’indennità di importo pari: alla tassa d’iscrizione (€ 40) se l’annullamento viene portato a conoscenza dell’organizzatore di viaggio fino a 40 giorni lavorativi prima della partenza; al 25% del prezzo oltre alla tassa d’iscrizione se l’annullamento viene portato a conoscenza dell’organizzatore di viaggio nel periodo compreso fra i 39 ed 15 giorni lavorativi anteriori alla partenza; al 70% del prezzo oltre alla tassa d’iscrizione se l’annullamento viene portato a conoscenza dell’organizzatore di viaggio nel periodo compreso fra i 14 ed i 3 giorni lavorativi prima della partenza; al 100% del prezzo oltre alla tassa d’iscrizione se l’annullamento viene portato a conoscenza dell’organizzatore di viaggio nel periodo compreso fra i 2 giorni lavorativi prima della partenza e fino alla data della stessa.
Documenti
Per i cittadini italiani e' richiesto il passaporto regolarmente bollato ed in corso di validità di almeno 6 mesi dopo la data di inizio del viaggio.

Modifiche al programma potranno essere necessarie per condizioni ed esigenze che si presentino in Terrasanta e comunicate successivamente o in loco. I luoghi delle celebrazioni sono solo indicativi.

Organizzazione tecnica: "Eteria" s.r.l. - Fidenza
Condizioni generali come da catalogo Eteria 2011

giovedì 27 ottobre 2011

Stato palestinese? IL DISCORSO DEL PRESIDENTE

di Walter Fiocchi - www.appuntialessandrini.wordpress.com

Un Presidente debole e indebolito che fa un coraggioso discorso all’Assemblea Generale dell’Onu; un Primo Ministro potente dal punto di vista economico e militare che fa un roboante e ipocrita discorso nella stessa sede; potremmo aggiungere il retorico e vergognoso discorso di Obama, con un unico orizzonte: quello dei calcoli elettoralistici. Avevamo sperato ben diversamente! L’unica positività mi pare stia nel discorso di Abu Mazen e nella sua richiesta al Consiglio di Sicurezza: il popolo palestinese chiede il riconoscimento di uno Stato sovrano e indipendente, a pieno titolo parte della comunità internazionale e delle sue istituzioni, e la totale applicazione della Risoluzione ONU del 4 giugno 1967.
Ora sono tre le soluzioni sottoposte sulle quali l’Assemblea generale dovrà pronunciarsi.
La prima è la possibilità di concedere alla Palestina uno status di “Osservatore permanente” come per la Santa Sede, che consentirebbe all’Autorità palestinese di partecipare alle decisioni – e ai fondi - delle agenzie Onu e di poter ricorrere alla Corte Internazionale dell’Aja per denunciare crimini e soprusi perpetrati da Israele. Per questa ipotesi si sono chiaramente schierati tra gli altri, la Francia e l’Italia.
La seconda consiste nella ferma e risoluta applicazione della Risoluzione Onu del 1967 che prevedeva la costituzione di due Stati sovrani definendone anche i confini territoriali, da allora ripetutamente violati dai coloni israeliani. Governi come Svezia, Portogallo, Belgio e Spagna non fanno mistero della loro predilezione di questa ipotesi.
Infine, sostenuta dagli Usa e dallo stesso Ban KiMoon, resta la terza via che prevede il ritorno al tavolo dei negoziati per trovare un “compromesso” tra le richieste di Israele e quelle dei palestinesi. A questa ultima ipotesi ha aderito David Cameron, premier inglese dando così l’ennesima dimostrazione della scarsa credibilità politica della Unione Europea.
Per la prima volta, e non era scontato, Abu Mazen ha avuto il coraggio di dire tutto in faccia al mondo. Non ha eluso, come ha sempre fatto, le questioni fondamentali: il diritto al ritorno dei rifugiati, la colonizzazione razzista, selvaggia e violenta della Cisgiordania, il destino di Gerusalemme est e l’occupazione militare dei territori palestinesi. Ha dichiarato che
“l’occupazione è in corsa contro il tempo per ridisegnare i confini del nostro territorio e imporre un fatto compiuto sul terreno che mina il potenziale realistico per l’esistenza dello stato di Palestina”. Ha denunciato con forza la violenza dei coloni in Cisgiordania, le incursioni, le limitazioni, gli arresti e gli assassinii che l’esercito compie anche nelle aree formalmente sotto il controllo dell’Autorità palestinese, oltre che in quelle che Israele gestisce direttamente (nei Territori
occupati). Non si torna al tavolo dei negoziati sino a quando il Governo di Tel Aviv non avrà messo fine all’occupazione “colonialista e militare” perpetrata dai coloni; non eliminerà il muro costruito sui confini dei due Stati; non rilascerà i prigionieri politici detenuti nelle sue carceri; non riconoscerà i pieni diritti dei rifugiati palestinesi dentro lo Stato israeliano;
non accetterà la sovranità dello Stato palestinese con capitale Gerusalemme Est.
L’unica strada percorribile penso sia quella di tener duro sulla linea del riconoscimento internazionale, perché ogni trattativa diretta con gli israeliani non ha prodotto né una sola strada in più, né un goccio d’acqua in più, non un prigioniero libero, nessuna libertà di movimento e nessuna sicurezza per i Palestinesi. Mahmud Abbas (Abu Mazen) si è intestardito nella ricerca di trattative dirette, ma è ormai chiaro anche a lui che gli israeliani hanno lavorato per indebolirlo sempre di più e convincendolo a fare per essi il “lavoro sporco”: spesso è la sicurezza palestinese che esegue gli arresti e le retate dei militanti (non armati!) in nome e per conto di Israele! Il tema dei rifugiati (ormai 5 milioni) è stato toccato, ma
molti Palestinesi ritengono che l’eventuale riconoscimento sui confini del 1967 cancellerebbero il diritto al ritorno e arduo sarebbe trovare un compromesso accettabile.
Mahmoud Abbas ha fatto un discorso brillante, ma ora deve costruire un accordo di riconciliazione tra le diverse fazioni politiche e creare un Consiglio Nazionale realmente rappresentativo di tutte le anime politiche. Deve promuovere senza ambiguità e riserve la resistenza nonviolenta popolare con la forza della convinzione e non con la forza della polizia.
E Israele? Il discorso di Netanyahu ha solo confermato la sua pochezza.
L’editorialista di Ha’aretz, Ari Shavit, noto per il suo incondizionato supporto al governo quando è attaccato da Paesi esteri, sembra spaventato dalla cecità di Netanyahu e del suo team: “Sotto la leadership di un premier testardo e di un ministro degli Esteri irresponsabile, la politica di sicurezza nazionale sta cadendo a pezzi.” Il governo israeliano si ostina in una doppia negazione: la negazione della “primavera araba”, che modifica e modificherà tutti i rapporti nella regione
e i rapporti internazionali, e la negazione degli effetti regionali e internazionali dell’Operazione Piombo Fuso, il massacro orchestrato dall’ esercito israeliano a Gaza tra il 2008 e il 2009. Scrive il giornalista di Ha’aretz, Gideon Levy: “Israele sta ora mangiando i frutti amari di Piombo Fuso che è stata la più importante svolta nelle relazioni con il mondo e con la
regione a causa di una politica brutale e violenta. Il risultato è che i soli due Paesi che l’hanno sempre accettata, Turchia ed Egitto, stanno ora bruciando le loro relazioni con Israele".

La morte di Fernando Charrier. Il vescovo del lavoro e della pace

Da http://www.adistaonline.it/index.php

«Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno», diceva il Vangelo di domenica scorsa. Non ho potuto fare a meno di ricordare proprio sotto questo aspetto il Vescovo Fernando Charrier che ha concluso il suo itinerario terreno la mattina del 7 ottobre. Mi pare davvero una delle “cifre” di lettura del ministero e del magistero di mons. Charrier, prima e durante l’episcopato. “Addio al vescovo del lavoro Charrier, il coraggio della sfida ai potenti” titolava un giornale. Forse non era per lui importante il coraggio della “sfida”, ma il coraggio della parresia, della franchezza, il coraggio della verità, il coraggio di parlare senza sottintesi né calcoli opportunistici, con il linguaggio della profezia e non con quello della diplomazia, senza tener conto dei moti­vi di opportunità, delle convenienze, degli interessi, degli equilibri, dei giochi politici e degli interessi “ecclesiastici”. L’unico interesse di Gesù è il bene dell’uomo. E quando l’unico interesse è il bene dell’uomo si può annunziare la via di Dio secondo la verità. E chi mette il bene dell’uomo al centro del suo interesse annunzia la via del Vangelo secondo verità; perché questo era il senso del “Vangelo sociale” come lo leggeva Mons. Charrier; “prima di tutto l’uomo”, il bene dell’uomo, perché se non si parte di qui, se pure pensassimo di mettere al centro “l’interesse di Dio”, rischieremmo di annunciare quelle che sono espressioni del proprio potere religioso o politico, della propria sete di prestigio, della ricerca del proprio interesse, personale o di gruppo.
Per Charrier era indispensabile, come Vescovo, immedesimarsi nell’azione amorevole di Dio; lieto annunzio ai poveri, proclamazione di liberazione per i prigionieri, messa in libertà degli oppressi, promulgazione dell’anno di misericordia. Il servizio episcopale esigeva per lui un cuore dilatato dall’amore per tutti coloro ai quali era stato mandato, credenti, non credenti, mal credenti, cercatori comunque di Dio anche se e quando non se ne rendevano conto... Questo “primato dell’uomo” faceva sì che fosse in lui radicata la tolleranza, il rispetto di tutte le idee: proponeva la sua, ma ascoltava e onorava quelle degli altri, con deferenza, con amicizia, con una sensibilità che lo portava a non imporsi mai, a vivere le vicende degli altri con partecipata amicizia e talora con angosciata condivisione. Il rispetto dei valori creduti da altri, anche quando lo lasciavano pensoso e perplesso, ne facevano un uomo ed un pastore libero; e in questa prospettiva di libertà si radicava la sua scelta sincera di rispetto dei laici e delle loro libere opzioni in politica. Radicalmente convinto che in ordine ai problemi della politica i laici dovessero ascoltare dai pastori i principi, ma dovessero affrontare la presenza nelle istituzioni con la fatica, l’intelligenza, l’impegno della loro autonomia. Ricordo gli anni della crisi politica seguita a “mani pulite”, la crisi dei partiti, la crisi e la morte della stessa Democrazia Cristiana, il partito dei cattolici e non come qualcuno pensava e/o sogna ancora oggi “il partito cattolico”: questo sì di parte, settario, integralista e integrista, dato che “partito” e “cattolico” sono due termini inconciliabili, se è vero che “cattolico” significa “universale”, per tutti, a favore di tutti, “dalla parte dell’Uomo” ancora una volta. In quel versante ripeteva spesso: «Mi importa poco che finisca l’esperienza del “partito dei cattolici”, forse un periodo storico semplicemente si conclude. Quello che mi preoccupa e mi opprime è che vada piuttosto dispersa l’esperienza politica dei cattolici, il loro impegno nella Politica (“forma alta della Carità cristiana”, come si esprimeva Paolo VI), l’esperienza e il ricco patrimonio culturale e di vita del “cattolicesimo democratico”».
I drammi del mondo lo angosciavano; l’orrore della guerra lo segnava quasi visibilmente in una tristezza intrisa di umana sofferenza; quando quasi tutti in occasione della “guerra del Golfo” prendevano le distanze dalla posizione profetica di Giovanni Paolo II, e i più nella Chiesa usavano il cauto linguaggio della diplomazia, volle che il settimanale diocesano aprisse a tutta pagina con un titolo e un editoriale che suonava: “Noi stiamo con il Papa!”, e non fu apprezzato... Le iniziative per la pace, le marce per la pace di capodanno, volevano essere una testimonianza ecumenica, un segno di attenzione alle sofferenze degli uomini, senza discriminazione alcuna né verso credenti di altre fedi, né verso i non credenti o, come diceva, coloro che ”non ritengono di condividere la mia fede”... Come quasi nessun apprezzamento riscosse il suo chiaro e franco intervento, condiviso con Mons. Valentinetti allora Presidente di Pax Christi: «Desideriamo riaffermare, come comunità cristiana, la necessità di opporsi alla produzione e alla commercializzazione di strumenti concepiti per la guerra. Ci riferiamo, in particolare, alla problematica sorta recentemente sul nostro territorio piemontese relativa all’avvio dell’assemblaggio finale di velivoli da combattimento da effettuarsi nel sito aeronautico di Cameri (Novara)... Abbiamo, la speranza che si arrivi ad un ripensamento». Insorse allora il mondo politico, quello imprenditoriale e sindacale, e anche, purtroppo, quello ecclesiale o, meglio, “ecclesiastico”, forse affrettando il suo “pensionamento”; mentre fu evidente una certa “afasia” all’altro estensore della presa di posizione, Mons. Valentinetti...
“Vescovo sociale”, lo chiamò papa Woitiła durante un’udienza: definizione che per molti volle invece significare “Vescovo di parte”! Ma sì, era di parte! Come lo è il Vangelo, come lo era quello che lui chiamava “il mio Maestro”: nato tra gli ultimi, tra gli emarginati, straniero seppur in patria, nato “nel verso della storia”; vissuto camminando tra gli ultimi, frequentando “mele marce”, amico degli “scomunicati” del suo mondo religioso e politico; morto come l’ultimo degli ultimi, con il supplizio della “feccia dell’umanità”. Tutto per l’uomo, dalla parte dell’uomo, “prima di tutto l’Uomo” era un suo slogan, che voleva però tradurre in scelte, anche della sua Chiesa, senza farla diventare “crocerossina dell’umanità”, ma “Chiesa del grembiule”, Chiesa che “lava i piedi”, Chiesa che non ha paura di macchiarsi gli abiti di sangue soccorrendo l’uomo ferito sulla strada da Gerusalemme a Gerico rendendosi “impura” per il culto, Chiesa che sa sporcarsi camminando nel fango dell’alluvione, Chiesa che ha il coraggio di prendere posizione a favore dell’accoglienza, del rispetto di ogni fede religiosa, della pace, della giustizia... Come Gesù: dalla parte dell’uomo, pena l’insignificanza e la vacuità di una Chiesa rinchiusa nel culto, nelle devozioni o nei devozionismi, nei cerimoniali che non trovano poi “incarnazione” nei fatti e nelle scelte.
Forse molti non se ne rendono conto, ma dagli anni ’70 ad oggi pagine preziose di lettura e di annuncio del “Vangelo sociale” (ma ne può esistere uno diversamente aggettivato?) sono state scritte attraverso e da Mons. Charrier, pagine importanti per la Chiesa e per la società italiane. Spero che questa eredità non vada perduta.
don Walter Fiocchi

UN VESCOVO SULLA STRADA DI GERICO - L’eredità di Mons. Charrier

Ancora un ricordo di Mons. Charrier. Su www.issuu.com/appuntialessandrini.

Credo che il destino degli uomini grandi sia quello di non essere capiti e accettati; e credo che ciò valga ancor più per un grande Vescovo.
Della grandezza di Mons. Charrier dice a sufficienza la sua biografia, per quanto scarne e scevre da ogni magniloquenza siano le biografie di cui disponiamo.
Per ciò che attiene al non essere capito e accettato lo dicono tanti episodi, tante prese di posizione, tanti ossequi formali e un po’ ipocriti che spesso sono stati la costante del suo ministero e del suo magistero. Nulla hanno a che fare con la “genetica” solitudine di un Vescovo, anche di un Vescovo che pure fa della sua vita una continua comunicazione, un continuo entrare in relazione vera e profonda con le persone che incontra, il tormento del dialogo con tutti, il “farsi tutto a tutti”... Molti, anche laici, senza un particolare rapporto con la vita ecclesiale, non hanno mancato di rilevare l’impressione che Mons. Charrier sia stato capito, stimato, ascoltato e apprezzato più al di fuori del cosiddetto “mondo cattolico” che nel suo ambiente “vitale”: in altre occasioni – lo confesso - con un po’ di cattiveria ho affermato che spesso il “mondo cattolico” sa più di “sottobosco cattolico”, un sottobosco dove l’altezza massima è quella dei cespugli e delle felci, che crescono e vegetano nell’umido e nell’ombra, ma in un orizzonte assai ristretto; solo le piante di alto fusto vedono lontano, vedono il complesso del bosco e, se piante di montagna vedono un vasto panorama.
In taluni ha prevalso l’ottusità personale o la malafede o l’inconsistenza culturale: costoro l’accusavano di essere “uomo di parte”, intendendo per parte una parte politica. Lui ribatteva: «Io credo nella democrazia; in questo versante della storia credo fermamente che la democrazia sia la “miglior forma di governo”»; del resto era un principio che praticava anche nel governo della Chiesa locale. L’evento sinodo (XVI Sinodo diocesano) ne fa testimonianza: con i fatti e con le scelte ci ha fatto comprendere che se l’ultima parola era del Vescovo, le decisioni maturavano nel dibattito, nel confronto, nella raccolta delle varie opinioni, nella sollecitazione di idee e suggerimenti. Richiamava la responsabilità di tutti: aveva ben chiaro il principio che “il Vescovo non ha l’insieme di tutti i carismi, ma il carisma dell’insieme”, e al di là dell’evento straordinario del Sinodo, questa esperienza hanno potuto fare coloro che hanno con lui collaborato nei vari Consigli diocesani. E in questo modo e in questa direzione agiva anche nei confronti delle Istituzioni civili e politiche: nella chiara e rigorosa distinzione dei ruoli, nella ricerca di dialogo, nella denuncia delle carenze, nell’offerta di cordiale collaborazione senza invasioni di campo né ricerca di privilegi. Ma sì, era di parte! Come lo è il Vangelo, come lo era quello che lui chiamava “il mio Maestro”: nato tra gli ultimi, tra gli emarginati, straniero seppur in patria, nato “nel verso della storia”; vissuto camminando tra gli ultimi, frequentando “mele marce”, amico degli “scomunicati” del suo mondo religioso e politico; morto come l’ultimo degli ultimi, con il supplizio della “feccia dell’umanità”. Tutto per l’uomo, dalla parte dell’uomo, “prima di tutto l’Uomo” era un suo slogan, che voleva però tradurre in scelte, anche della sua Chiesa, senza farla diventare “crocerossina dell’umanità”, ma “Chiesa del grembiule”, Chiesa che “lava i piedi”, Chiesa che non ha paura di macchiarsi gli abiti di sangue soccorrendo l’uomo ferito sulla strada da Gerusalemme a Gerico rendendosi “impura” per il culto, Chiesa che sa sporcarsi camminando nel fango dell’alluvione, Chiesa che ha il coraggio di prendere posizione a favore dell’accoglienza, del rispetto di ogni fede religiosa, della pace, della giustizia... Come Gesù: dalla parte dell’uomo, pena l’insignificanza e la vacuità di una Chiesa rinchiusa nel culto, nelle devozioni o nei devozionismi, nei cerimoniali che non trovano poi “incarnazione” nei fatti e nelle scelte.
Ricordo gli anni della crisi politica seguita a “mani pulite, la crisi dei partiti, la crisi e la morte della stessa Democrazia Cristiana, il partito dei cattolici e non come qualcuno pensava e/o sogna ancora oggi “il partito cattolico”: questo sì di parte, settario, integralista e integrista, dato che “partito” e “cattolico” sono due termini inconciliabili, se è vero che “cattolico” significa “universale”, per tutti, a favore di tutti, “dalla parte dell’Uomo” ancora una volta. In quel versante ripeteva spesso: «Mi importa poco che finisca l’esperienza del “partito dei cattolici”, forse un periodo storico semplicemente si conclude. Quello che mi preoccupa e mi opprime è che vada piuttosto dispersa l’esperienza politica dei cattolici, il loro impegno nella Politica (“forma alta della Carità cristiana”, come si esprimeva Paolo VI), l’esperienza e il ricco patrimonio culturale e di vita del “cattolicesimo democratico”». Posizione ben diversa e, credo, ancora di piena attualità, quando nella Chiesa risuonano altre e autorevoli voci che affermano: «Il “cattolicesimo democratico”? Quella è una “cosa” che deve morire!». Pochi anche su questo versante l’hanno compreso. Ancor meno hanno raccolto il messaggio. Pochissimi l’hanno seguito...
Ma ora inizia il tempo della “distillazione”, del discernimento. Ci ha lasciato un patrimonio enorme, in gran parte ancora inesplorato. Accettiamo la sua eredità. dwf

“IO VENERO IL VESCOVO CHE È IN ME”


La voce alessandrina 14 ottobre 2011

Eravamo agli inizi degli anni ’70; da poco ero in seminario a Venegono; erano tempi “caldi” dal punto di vista sociale ed ecclesiale, facendo seguito al Concilio, al ’68, e ai prodromi degli “anni di piombo”. Mi è rimasta sempre impressa nella mente e nel cuore una frase pronunciata, quasi gridata, nel Duomo di Milano gremitissimo per una celebrazione, dal Card. Giovanni Colombo, che disse: «Io venero il Vescovo che è in me!».
Poche settimane trascorse con Mons. Charrier dopo il suo ingresso in Diocesi, anzi potrei dire pochi giorni di collaborazione, e subito mi tornò in mente quella frase del Cardinale, che mi sembrava, e col tempo è diventata una certezza, ben si attagliasse per il Vescovo.
Io posso immaginare quel che avviene nell'intimo di qualcuno che è nominato Vescovo di una diocesi: il suo cuore si dilata a misura del compito ricevuto e la sua vita cambia. Quando il Papa chiama un sacerdote all’ordinazione episcopale si rinnova la chiamata di Gesù a uno di quegli uomini che poi divengono suoi apostoli. E la convinzione, la certezza, che i Vescovi succedono agli apostoli come pastori e hanno la missione di perpetuare l’opera di Cristo, divenne quasi un abito indossato da Mons. Charrier in ogni momento, un abito mai smesso, come invece smetteva celermente gli abiti solenni ed esteriori che il ruolo gli assegnava.
Nel “Vescovo che era in lui” non venerava tanto l’autorità, l’ufficio di governo che gli era stato assegnato; lo infastidiva il fatto che qualcuno in sua presenza ringraziasse le Autorità civili, politiche, militari e religiose! “Ma quale Autorità religiosa? Il Vescovo è servitore, non Autorità!”. Per lui il Vescovo era piuttosto pastore, colui che si prende cura di un gregge, uno chiamato a essere profeta come Isaia, a esserlo come Gesù che riferì a sé, nella sinagoga di Nazareth, le parole del libro: «Lo Spirito del Signore è su di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione, e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; per rimettere in libertà gli oppressi e predicare un anno di grazia del Signore» (Lc 4, 18-29). “Predicare un anno di grazia”, cioè di misericordia, è la parola che Gesù pronuncia prima di chiudere il volume del profeta Isaia. Non aggiunge l’espressione più aspra: «Un giorno di vendetta per il nostro Dio» (cf Is 61,2). Per Mons. Charrier era indispensabile, come Vescovo, immedesimarsi nell’azione misericordiosa di Dio; lieto annunzio ai poveri, proclamazione di liberazione per i prigionieri, messa in libertà degli oppressi, promulgazione dell’anno di misericordia. Sentiva che l’opera di Dio nella sua missione consisteva nel rivelare la misericordia del Padre, nell’essere davanti agli uomini annuncio del perdono, della salvezza che vengono da Gesù Cristo, una salvezza che per il Vescovo Fernando era prima di tutto pienezza di umanità. Come Vescovo aveva in mano il bastone dei pastori del popolo di Dio e al dito un anello, segno dello sposalizio con la Chiesa alla quale era stato inviato; aveva ricevuto il Vangelo sulle spalle, il libro della Parola; nella potenza dello Spirito santo si sentiva mandato a tutto il mondo, per predicare il Vangelo di quell’amore manifestato nella passione e nella morte di Gesù. Il servizio episcopale esigeva per lui un cuore dilatato dall’amore per tutti coloro ai quali era stato mandato, credenti, non credenti, mal credenti, cercatori comunque di Dio anche quando non se ne rendevano conto...
Tante volte ha parlato del primato della carità, ma più che parole era per lui sentirsi immerso nel vortice di questo amore che aveva invaso la sua esistenza e che voleva diventare, a partire da lui, calore e fuoco che riscaldasse tutti coloro che incontrava. Era questo stesso amore che predicava quando parlava della sua famiglia, dalla sua comunità, del suo cammino vocazionale, iniziato entrando in Seminario, ma sviluppatosi poi lungo le strade su cui lo Spirito lo aveva condotto, nella sua Pinerolo prima, poi a Roma, poi nelle Acli, e nel mondo del lavoro, nel Movimento Operaio, alla Cei con la pastorale sociale e del lavoro, la giustizia e la pace. Era questo amore che vedeva presente nei suoi genitori, nella sua mamma, in coloro che lo amavano dentro e fuori i legami familiari. Un amore che sentiva come contestazione del mondo, delle sue incertezze, delle sue diffidenze, delle apostasie che minacciano ogni cammino quotidiano; vissuto non come “giudizio e rifiuto” del mondo, che amava con passione, ma come necessità di “andare controcorrente” per aiutare il mondo – gli uomini e le donne – a non percorrere “sentieri interrotti”, ma a realizzare un progetto di società alternativo, secondo il “sogno di Dio”. Essere Vescovo lo sentiva come necessità di donare un amore che è dono della vita.
Questo era “l’abito” che il Vescovo non smetteva mai di indossare: nell’ufficialità degli incontri e delle celebrazioni, nelle udienze in Vescovado come nelle visite pastorali, nei convegni, nelle conferenze, nelle infinite riunioni in Diocesi o a Roma, quando qualcuno gli strappava un sorriso o una aperta risata, come nei momenti di tristezza e dolore, nei momenti di svago, di incontro con qualche amico di una vita, ma anche nel privato del suo studio, della sua camera, della cucina del Vescovado (luogo di incontro, di chiacchierate libere, di affetti, di amicizia, di “casa di tutti”): sempre, anche nei lunghi viaggi, nel fare il punto delle cose con il suo segretario, nel momento della tavola condivisa con Elena... sempre emergeva questo sentirsi “portatore del Vescovo”. Non era né burbero, né severo (e ben lo sa chi avrebbe potuto aspettarsi dure reprimende o punizioni da lui), non serioso né freddo, come pure diceva di essere (fosse stato freddo non avrebbe sofferto per l’ulcera), non distaccato né mai indifferente: «Io venero il Vescovo che è in me!», da questo pensiero – mai espresso a parole – era abitato, sempre, in ogni momento pubblico o privato.
“Abito” che gli faceva dire parole che risuonavano tristi, ma che erano invece parole che rappresentavano l’essenza dell’inculturazione del messaggio cristiano nella società contemporanea, una società bisognosa di conforto, di speranza, di fraternità così insanguinata, com’era e com’è dalle contraddizioni e dall’odio. Parole profetiche in una Chiesa che dopo il Concilio sentiva ancora alla ricerca di un’identità. Parole sempre intrise di un umanesimo cristiano che anteponeva la centralità, la dignità e la libertà dell'uomo a quelli che talvolta sentiva come rigidi dogmi della Chiesa, stilati pure da uomini fragili e perfettibili (spesso diceva di fronte a certe situazioni: “Pazienza... questo è il lato umano della Chiesa...). Parole per far camminare la sua Chiesa sulle strade degli uomini proponendo essenzialmente il Vangelo come base di una vita buona, non ricette univoche, astratte dalla vita, pensate a tavolino e calate dall’alto, perché la vita buona, ne era profondamente convinto, nasce dal rispetto della libertà e dalle scelte adulte delle persone: “Dalla libertà e dalla volontà” era una sua frequente espressione.
«Vi ho amati e vi amerò sempre» abbiamo letto sul numero speciale di Voce. Qualcuno ha scritto, parlando di un carissimo amico di Mons. Charrier, Mons. Tonino Bello: «Vorrei dire a tutti, ad uno ad uno, guardandolo negli occhi: “Ti voglio bene”, così come, non potendo stringere la mano a ciascuno, però venendo vicino a voi così personalmente, vorrei dire: “Ti voglio bene”. Sono, queste, le ultime parole rivolte da un vescovo alla sua chiesa. Parole che hanno dato luce ad un cammino non sempre facile. “Ti voglio bene”: è l'espressione finale di un impegno personale (capace di annullare qualsiasi barriera convenzionale) mai esauritosi».
Un corpo fragile ma inesausto perché sempre, in ogni momento, doveva lasciar agire e parlare “il Vescovo che era in lui”.
dwf

martedì 7 giugno 2011

Il dopo-voto e la svolta mite di un paese stanco delle urla

Il dibattito su vincitori e sconfitti, l'insofferenza dei cittadini, il tramonto di un ciclo ventennale fondato su valori privati e mito dell'individuo: così è cambiato il clima d'opinione. E ha favorito candidati normali
di ILVO DIAMANTI

È in pieno svolgimento il terzo turno di questa lunga stagione elettorale. Il dopo-voto. Coincide con la proclamazione dei vincitori e degli sconfitti. Il confronto politico, in questa fase, riguarda gli attori, ma anche le ragioni che hanno prodotto il risultato. Ebbene, sugli sconfitti, ci sono pochi dubbi. Berlusconi, il Pdl, la Lega. Mentre sui vincitori le interpretazioni appaiono meno convergenti. In particolare, si è fatta largo una spiegazione extraparlamentare. Ben espressa, fra gli altri, da uno studioso autorevole come Luca Ricolfi, sulla Stampa. Il vero vincitore di queste elezioni, secondo questa lettura, sarebbe il "partito di Santoro". Dove militano gli ospiti eccellenti di "Annozero". Di Pietro e Vendola. Sullo sfondo: Beppe Grillo. Una spiegazione condivisa e rilanciata, immediatamente dallo stesso Berlusconi. Il quale ha attribuito la sconfitta ai media ostili. Che avrebbero silenziato il centrodestra (!). Se l'è presa, in particolare, con le trasmissioni faziose della Rai. Sopra tutte, "Annozero". Appunto.
Il risultato delle amministrative, in questo modo, viene ricondotto al paradigma dominante. Che tutto riassume nell'antagonismo tra il berlusconismo e il suo reciproco. L'anti-berlusconismo. Nell'onnipotenza dei media, del marketing. E della personalizzazione. Il solito film, insomma. Protagonisti, Berlusconi e Bossi contro Santoro accanto ai magistrati. Con il Pd e Bersani a far da portaborracce a Vendola e Di Pietro. Perfino a Grillo.
Ammetto che questa narrazione non mi convince. Mi pare poco fondata. E inattuale. Nel teatro diretto da Santoro, negli ultimi mesi, hanno recitato in tanti. Con assiduità. La Russa e Gasparri, Castelli e Salvini. Stracquadanio e Cicchitto. E ancora: la Santanché, Belpietro e Sallusti. Cioè, gli sconfitti. "Annozero", inoltre, ha un pubblico molto ampio. Non solo di sinistra. Ma "fedele". E "politicizzato". Comunque consapevole. Sa già cosa e come votare. Santoro ne rafforza le convinzioni. E poi, se "Annozero" va in onda da anni, perché proprio oggi ha prodotto questi risultati?
Questa "spiegazione", insomma, non "spiega" le novità. Anzi, ne rifiuta l'esistenza. Mentre, a mio avviso, in questa occasione è andato in onda un film nuovo. Ispirato da un clima d'opinione profondamente diverso dal passato recente. Perché risente di una somma di atteggiamenti diffusi da tempo. Che, però, si sono cumulati, fino a giungere a un punto critico. Fino a produrre un brusco mutamento (come ha suggerito Francesco Ramella).
A) L'insoddisfazione sociale nei confronti del mercato e del lavoro. E di chi governa le politiche economiche da un decennio - con una breve pausa.
B) Il divario fra le preoccupazioni dei cittadini e le priorità del governo. Riassunte in una sola. I problemi di Berlusconi con (e contro) la legge.
C) Il fastidio verso il modo in cui vengono affrontate le crisi internazionali.
D) E verso le brillanti avventure di Berlusconi con le ragazze, più e meno giovani.
E) Mentre la crisi economica si acuisce.
All'indulgenza verso tutto ciò è subentrata una crescente insofferenza. E una crescente stanchezza. Verso la vita e la politica, sempre in diretta. Sui media.
Questo clima d'opinione è stato interpretato, quasi somatizzato, dai principali candidati di centrosinistra che si sono affermati. Pisapia: mite di aspetto e nelle parole. Definirlo estremista, agli elettori non viziati da pre-giudizi, è apparso ridicolo. E Fassino. Qualcuno si sentirebbe di definirlo un ultrà? Un gregario dei No Tav e della Fiom? Pare difficile perfino immaginare che sia stato comunista, in passato. Appare, invece, il giusto seguito di Chiamparino. Un sindaco apprezzato perché misurato. E realista. E Merola? Tanto poco pop da non sospettare che il Bologna calcio giocasse in serie A. Un amministratore sotto-traccia e quasi anonimo. Dopo l'esperienza di Cofferati e Delbono: un pregio. Roberto Cosolini, nuovo sindaco a Trieste. Proviene dall'associazionismo economico. È uno "normale". Non un super-imprenditore, come Riccardo Illy. Infine Massimo Zedda, nuovo sindaco di Cagliari. Un altro estremista (vendoliano), si è detto. Sarà. Ma a vederlo sembra Harry Potter. Tanto timido che da Santoro non aprirebbe bocca. Mentre da Floris, dove l'ho intravisto dopo l'elezione, la bocca non l'ha proprio aperta. (E anche per questo mi è piaciuto...). Certo, c'è il caso De Magistris a Napoli. Ma Napoli è proprio un "caso". Un'iperbole. De Magistris: un leader senza partito. Certo, non è il gregario di Di Pietro, visto che i rapporti fra i due, per usare un eufemismo, non sono buoni. (Come quelli con Grillo, d'altronde.)
A me pare, insomma, che sia cambiato il clima d'opinione. Che si stia chiudendo un ciclo ventennale fondato, per evocare Albert Hirschman, sui valori privati. Sul mito dell'individuo, della competitività e del mercato. Su un linguaggio aggressivo, carico di paure. Dove parole come solidarietà e bene comune sono tabù. Sulla sfiducia e il distacco verso tutte le istituzioni e dallo Stato. Questo ciclo si sta chiudendo e forse si è chiuso. Per stanchezza e per fatica. In fondo, lo straordinario consenso di cui gode il presidente Giorgio Napolitano ne è prova. Testimonia una diffusa domanda di unità e di riconoscimento. Ma anche di dignità.
Non lo aveva capito il centrodestra. Ha gestito la campagna come uno scontro personale. Berlusconi contro tutti. Non lo ha capito la Moratti, a Milano. Lei, algida e blasée, nel faccia a faccia con Pisapia, si è berlusconizzata a sua volta. Così ha allontanato definitivamente i dubbiosi. E ha segnato la svolta, nella campagna elettorale. Non solo a Milano.
Quanto al presunto trionfo di Sel e dell'Idv, bisogna chiarire. Sel ha effettivamente ottenuto un risultato notevole (come le altre formazioni di Sinistra). Riportando al voto molti elettori delusi. Ma l'Idv ha subito un sensibile arretramento, rispetto alle Regionali dell'anno scorso. Nei comuni maggiori (oltre 15.000 abitanti) ha quasi dimezzato i voti: dal 7,5% al 3,8% (stime di Demos su dati Ministero Interni). A Bologna, Milano, Torino: non ha superato il 5%. Il Movimento 5 Stelle ha ottenuto un buon successo. Soprattutto nelle grandi città del Nord. Nel complesso, è salito dal 2,5% al 3,2%. I suoi elettori hanno votato "contro" tutti, nel primo turno. Non nel secondo. A dispetto dell'indicazione di Beppe Grillo, gran parte di essi ha sostenuto i candidati del centrosinistra. Il 93% a Napoli, il 75% a Milano (flussi elettorali calcolati dall'Istituto Cattaneo).
Infine il Pd. Mi pare francamente singolare il tentativo di ridimensionarne il risultato. In Italia e nel Nord, nei maggiori comuni al voto, oggi è il primo partito. Anche a Milano, fino a ieri capitale del Nord e del centrodestra, ha eguagliato il Pdl. Il capolista Stefano Boeri, sconfitto alle primarie, ha ottenuto un risultato personale importante. Il Pd oggi appare in grado di cementare la sinistra e di linkare con il Terzo polo. Il profilo basso, imputato a Bersani, la sua difficoltà di "fare il capo": è divenuta una risorsa. Anche la sua immagine mite. Certo, resta l'impressione di un partito incompiuto, che non ha risolto i suoi problemi, anzitutto interni. Ma in questa occasione il Pd ha dimostrato potenzialità indubbie - e perfino inattese. Ha promosso e sostenuto candidati propri ma anche quelli dei partiti alleati. Con successo. (Come sarebbe stata possibile la vittoria di Pisapia, Zedda e dello stesso De Magistris, altrimenti?) Senza rimetterci voti (salvo che a Napoli). Al contrario. A conferma della sua vocazione di asse "coalizionale".
Per queste ragioni, personalmente, penso che il risultato del voto amministrativo rifletta un cambiamento d'opinione. Maturato lontano da - e perfino "contro" - "Annozero", Santoro e le televisioni. Segno di una "svolta mite". Che ha reso inutili e perfino controproducenti i comportamenti "vistosi" che fino a ieri garantivano successo. Una "svolta mite". Riflette una domanda di normalità, interpretata da leader politici normali. Poco mediatici. Che non gridano e non urlano, non insultano e non minacciano. Una svolta mite. Confermarla non sarà facile né automatico. Tuttavia, per verificare se il clima d'opinione sia davvero cambiato, c'è un'occasione immediata. I referendum di domenica prossima. Il quarto turno di questa stagione elettorale di svolta.

(06 giugno 2011)

giovedì 31 marzo 2011

La primavera araba

Pubblicato su Supplemento Appunti alessandrini - marzo 2011

Tutto è iniziato il 4 gennaio quando Mohamed Bouazizi, un giovane tunisino di 27 anni, venditore ambulante si è dato fuoco in segno di protesta dopo che la polizia gli aveva confiscato la sua unica fonte di sostentamento. Le proteste, la “Rivoluzione dei gelsomini”, hanno provocato la fine del regime di Ben Ali, costretto ad abbandonare il Paese. Il movimento si è poi esteso all'Egitto (la “Rivoluzione dei giovani”), costringendo il Presidente Mubarak a dimettersi, innescando poi alte manifestazioni e proteste, con repressioni più o meno violente, in Marocco, Algeria, Yemen, Iran, Bahrein, Libia e Oman. Ma non farò la cronaca di quanto accaduto e di quanto accade, anche perché andrebbe aggiornata di ora in ora. Propongo ai nostri lettori solo alcuni punti di riflessione.
1. E’ la rivoluzione di Internet! Spesso nata attraverso una mobilitazione attraverso la rete, con uno scambio di messaggi e comunicazioni tra giovani che hanno familiarità con il mondo e la cultura dei loro coetanei europei ed occidentali con i quali dialogano e scambiano idee e impressioni e gusti e sogni attraverso Facebook, Twitter, i Blogs... Questi movimenti sono più o meno nati in modo spontaneo. C'è una maggioranza di giovani, non ci sono né partiti politici né gruppi organizzati. É una reazione di massa, del popolo.
2. Questi movimenti sono diretti contro regimi che durano da decenni, com'è il caso di Tunisia (21 anni), Egitto (quasi 30 anni), Libia (42 anni), Yemen (21 anni), ecc... La gente è stufa, vuole un cambiamento. I cartelli e gli striscioni inalberati dicono “Vattene!”, come a dire “Basta, adesso”.
3. La motivazione: essenzialmente il fatto di poter trovare un lavoro, formare una famiglia, vivere con un minimo di decenza. In Egitto ci sono circa 30 milioni di egiziani che vivono con meno di due dollari al giorno, una cifra che non permette di vivere. E questa situazione un po' dappertutto anche negli altri Paesi. Mentre i governanti e i loro familiari e accoliti conducono una vita lussuosa, ed hanno accumulato milioni o addirittura miliardi di dollari
4. Non c'è stata aggressività, contro nessuno. Nessuno ha attaccato l'America, o l’Occidente, non si è calpestata la bandiera americana o quella israeliana. Non hanno neppure tentato di uccidere o di mettere in prigione i capi: li condannano ma li lasciano andar via, o addirittura gli permettono di restare nel Paese, come per Mubarak. E’ cioè un movimento che non è “contro” ma è per la vita, per una vita decente, dignitosa. E’ una vera primavera del mondo arabo!
5. Ho negli anni scorsi più volte insistito su un concetto, parlando allora soprattutto dell’Iran: l’Iran, ma ciò vale per tutto il “mondo arabo” (l’Iran non è arabo!), ha una popolazione che quasi per il 70% è fatta di giovani sotto i 30 anni. Giovani con un alto tasso di scolarizzazione e ancor più di formazione universitaria (un livello ben più alto del nostro!), giovani come ho già sottolineato avvezzi all’uso della “rete”, molti con parenti e amici che vivono nella vicina, vicinissima Europa e che possono godere di un sistema di vita per loro inimmaginabile e precluso per la bramosia di accumulo di pochi. Ho sempre detto che questa massa di giovani è come il magma ribollente di un vulcano che sta cercando di farsi strada in qualche bocca con il diaframma più fragile: il diaframma ora sta saltando.
6. Da noi si continua a “insinuare”, mi pare il verbo adeguato, di un pericolo di “estremismo islamico”. Vedendo le foto e i video è chiaro che non sono manipolati da movimenti radicali, da estremisti. In Egitto per esempio musulmani e cristiani erano mano nella mano, e gli estremisti non sono riusciti a metterli gli uni contro gli altri. Tutti desiderano più democrazia, e non quella “esportata” da noi in Iraq e Afghanistan! La gente è consapevole che il mondo arabo sta molto male ed è fortissima l'aspirazione a poter vivere come negli altri paesi. I movimenti radicali (che siano religiosi, oppure comunisti, o altro) non sono affatto rappresentativi in questa rivoluzione. E infatti non sono rappresentati. Scorrendo qualche blog è facile trovare dominante un desiderio di operare una distinzione tra religione e Stato, è un sentimento comune. La religione è una cosa buona in sé purché rimanga nel suo ambito. La gente comincia a distinguere tra la religione, che ha dei principi etici, ed i diritti che sono la base fondamentale della vita, sia per l'individuo che per la comunità. Ai diritti umani non possiamo rinunciare. E se la legge religiosa va contro i diritti umani, allora preferiamo i diritti umani anziché la sharia.
7. Un’ultimo pensiero. Ascoltare la gente e leggere i giornali in questi giorni mi conferma in un pensiero che da molti anni mi porto dentro e che ho anche espresso più volte facendo irritare più di uno. Noi guardiamo al mondo arabo attraverso il filtro di lettura dello stereotipo dell’arabo: intabarrato in abiti strani, con una kefia in testa, con la barbetta appuntita, con un naso adunco e occhi fanatici e spiritati! Un personaggio di cui diffidare e di cui avere paura perché o vuole farti esplodere o pugnalarti alle spalle. L’arabo colto, che studia, che ha le nostre stesse professionalità, che legge i nostri stessi libri, credente e non fanatico, religioso ma non bigotto e integralista, rispettoso della donna, desideroso di un amore per la vita, che vive i nostri stessi sentimenti, sogni, desideri, aspirazioni, razionale e ragionevole per noi non si dà! Perché? Perché negli anni abbiamo sostituito al colonialismo sostenuto dagli eserciti che portavano la civiltà a popoli che consideravamo inferiori, il colonialismo del “capitale”, che opportunamente usato a sostegno di dittatori malleabili ai nostri interessi economici, ci ha permesso di continuare lo sfruttamento di popoli interi a nostro esclusivo vantaggio. Il ventesimo secolo non ha visto la scomparsa del colonialismo, ma una sua astuta (per noi) trasformazione. Ed è questo sguardo colonialista che ci portiamo dentro che ci impedisce di cogliere la bellezza di quanto sta accadendo. Dovremo finalmente trattare alla pari anche il mondo arabo soffocando la nostra spocchia colonialista e razzista.

venerdì 28 gennaio 2011

Il limite di una degenerazione

C’è da chiedersi se c’era bisogno di questo: se c’era bisogno di un sospetto (sul piano penale tutto da dimostrare: siamo garantisti) di un’imputazione tanto grave come quello della “prostituzione minorile” per accorgersi che, ai vertici dell’esecutivo, sussistono comportamenti non proprio coerenti con lo spirito sobrio che dovrebbe contraddistinguere i titolari di tanta responsabilità. C’è da chiedersi se pareggiava il risultato, il silenzio o il mormoricchio sulla banalizzazione mediatica dei problemi drammatici del Paese con il contraccambio, promesso (?), della difesa dell’istituto familiare, solo perché si voleva e si vuole ignorare la situazione di fatto delle emergenze affettive. C’è da chiedersi se il piatto di lenticchie di qualche finanziamento alla scuola non statale, valesse la condiscendenza o addirittura l’intervento sempre benevolo verso una parte politica.
Tutto questo è da chiedere non solo al giornale che rappresenterebbe, almeno in via ufficiale, la comunità cristiana che è in Italia (“vulgo dictus” dei vescovi italiani), ma anche a quei vertici ecclesiali che si sono incartati in un atteggiamento fin troppo scoperto verso una parte politica: le dichiarazioni in contrario sono smentite dagli atteggiamenti.
Sia chiaro; non abbiamo mai sottovalutato né i problemi connessi all’unità dell’istituto familiare, né quelli della libertà della scuola. Diciamo solo che forse serviva un po’ più di fiducia nel lasciare ai Laici, la responsabilità degli strumenti della politica, come auspicherebbe la realizzazione, nel merito, del Concilio Vaticano II. Ma dove sono finite le proposte che ne erano scaturite? Quali effetti deriveranno alla Chiesa italiana dall’essersi coinvolta e lasciata coinvolgere nei conflitti delle parti politiche?
Veniamo però al problema di questa degenerazione della vita pubblica, della vicenda di una nazione allo sbando, perché di questo si tratta in prima istanza.
Certo, per quanto grave sia l’immagine di sconvolgente immoralità che investe il Paese, questa non sarebbe stata possibile senza il consenso affidato dall’elettorato al premier in carica. Sarà vero, e noi per primi lo abbiamo spesso affermato che l’espressione dei vertici è radicata in una concezione, mentalità e costume consumistici in cui il valore morale risulta irrilevante (altro che contestualizzazione dei comportamenti!) E tuttavia è anche vero che nel nostro tessuto sociale manca anche un minimo di orgoglio nazionale che ci permetterebbe di reagire alla caduta di immagine di fronte al mondo. Altri Paesi, infognati come noi nella mentalità godereccia, reagirebbero a fronte di un degrado di immagine, proprio perché convinti della loro tradizione nazionale da difendere nei rapporti internazionali e con attenzione alla memoria storica. Inutile mediare: qui da noi questo manca. Quale reazione alla batosta internazionale del “caso Battisti”? quale dissenso alla dissacrazione istituzionale della compra/vendita dei deputati, avvenuta sotto l’indifferenza dell’opinione pubblica? quale interesse alle varie vicende europee in cui molti accordi bilaterali vedono scarsamente presente quando non escluso il nostro Paese? Quale prospettiva di sentire comune si è manifestata nella nostra storia?
Di qui forse bisognerà ripartire e tener presente che col passato bisogna fare i conti. Il nostro Stato è nato anche in un contesto di frattura fra una classe dirigente, sicuramente illuminata, ed un popolo del tutto disimpegnato dal processo di unificazione. Si potrà obiettare, ed a ragione, che sono le elite a promuovere i grandi processi storici, ma in altri paesi c’è stata la capacità di coinvolgere, di socializzare le masse; non tutti gli effetti sono stati positivi, ma la presenza popolare nello spirito delle nazioni ha avuto i suoi effetti. Da noi l’unità dello Stato si è accompagnata ad un processo di separatezza tra popolo e nazione.
A questa separatezza, faticosamente recuperata, si è aggiunta una seconda frattura col fascismo: la frattura tra nazione e libertà. Si è realizzato un consenso, ma un consenso senza protagonismo dei ceti popolari e delle vere elite intellettuali, controllati da un sistema autoritario e dittatoriale. Anche il movimento, per tanti aspetti glorioso, di riscatto e liberazione dalla dittatura, l’atto di “ribellione” all’ autoritarismo ed alle sue prepotenze, che ha visto un largo coinvolgimento popolare, sia pure a diversi livelli, è apparso, a torto o ragione, come appannaggio di una parte politica.
Non si tratta di ricercare dei colpevoli si tratta solo di capire perché non c’è nel nostro popolo l’orgoglio di appartenere ad una nazione. Anche gli sforzi fatti dagli ultimi Presidenti della Repubblica per rimediare, hanno sortito effetti molto scarsi
Ora si raccolgono i frutti; non solo i comportamenti ambivalenti o meglio ambigui (il giudizio è semplicemente etico e politico; non spetta a noi intervenire nelle inchieste relative alle responsabilità penali) della classe dirigente, si mimetizzano in una omologazione perversa di natura consumistica, ma non c’è neppure, né potrebbe esserci, un sussulto di orgoglio nazionale. Non c’è perché c’è scarso senso della nazione e dei suoi valori unificanti, al di sopra della dialettica fra le parti.
Potrebbe essere una spiegazione alla indifferenza che non intacca il consenso ad un esecutivo tanto contestato dagli avvenimenti che fanno scandalo. Potrebbe essere, ma il dubbio rimane e lo sconcerto anche di più.
Certo si potrà dire, e lo abbiamo già sottolineato fin troppo, per ritornarci anche in questa sede, che purtroppo non si definiscono alternative valide, che l’opposizione annaspa alla ricerca di un progetto ancora assente; resta il fatto che certe degenerazioni dovrebbero almeno suscitare una reazione generalizzata. Non mi pare che stia succedendo.
Agostino Pietrasanta

sabato 11 dicembre 2010

Forte presa di posizione del Vescovo di Novara contro la costruzione e l'assemblaggio degli aerei da combattimento F35

Mons. Renato Corti ha presieduto sabato 27 novembre in Cattedrale la Veglia di Preghiera per la vita nascente che Benedetto XVI aveva proposto a tutta la Chiesa al fine di mettere in evidenza quanto sia fondamentale per i credenti in Cristo avere uno sguardo nuovo sull’uomo, uno sguardo di fiducia e di speranza che si trasformi in un atteggiamento che fin dal concepimento della vita sia decisamente a favore della creatura umana insidiata dalla piaga dell’aborto. Se la Veglia d’inizio Avvento e l’intervento di Mons. Corti in Cattedrale ricalcavano così uno dei temi più cari alla sensibilità cattolica come la difesa della vita dal suo concepimento, una vera sorpresa è stata l’omelia che lo stesso Mons. Corti ha svolto nel Seminario di Novara il lunedì seguente durante il conferimento dei Ministeri del Lettorato e dell’Accolitato a otto giovani chierici. Prendendo lo spunto dal celebre brano di Isaia in cui si legge: “Forgeranno le loro spade in vomeri e le loro lance in falci, un popolo non alzerà più la spada su un altro popolo e non si eserciteranno più nell’arte della guerra” ha espressamente rivolto un invito ad essere costruttori di pace proprio per realizzare il “Sogno di Isaia” ai giorni nostri. Entrando nel vivo di quello che in terra novarese è un nervo scoperto che lacera anche il tessuto diocesano, ovvero il problema dell’assemblaggio degli F35: aerei da combattimento predisposti al trasporto di ogive nucleari, Mons. Corti ha ribadito la contrarietà già espressa in precedenza da Mons. Fernando Charrier a questo progetto. Ricordiamo che la Commissione Diocesana Giustizia e Pace di Novara il 1° gennaio del 2007 aveva stilato una nota in cui partendo dalle affermazioni del Magistero esprimeva la propria contrarietà al progetto della costruzione degli F35, di cui l’Italia si era impegnata ad acquistarne 131 esemplari al costo di oltre cento milioni di euro l’uno! Con un’enorme sperpero di soldi pubblici, soldi sottratti alle spese sociali, alla sanità e all’istruzione, settori certamente più bisognosi di finanziamenti. Mons. Charrier allora presidente della Commissione Regionale della Pastorale del lavoro, aveva fatto proprio quel documento trasformandolo in una presa di posizione della Commissione regionale del Piemonte. Il vescovo di Novara riprendendo quella nota ha sottolineato la propria posizione riaffermando come pastore della comunità novarese: “la necessità di opporsi alla produzione e alla commercializzazione degli strumenti concepiti per la guerra, in particolare alla problematica sorta recentemente sul territorio novarese relativa alla costruzione degli F35”. Ha poi proseguito dicendo che: “Abbiamo la speranza che si arrivi ad un ripensamento, che fin’ora non è avvenuto, che permetta una riflessione più allargata e approfondita capace di incidere nella mentalità delle persone e delle Istituzioni”. Su un argomento così delicato, Mons. Corti in questi anni non ha mai fatto mancare il proprio sostegno alla Commissione Giustizia e Pace di Novara che dovendo esprimersi sull’argomento, si è trovata il più delle volte sola in queste prese di posizione. Il fatto che, pur nella pacatezza dei termini, Mons. Corti si sia espresso con molta chiarezza in una celebrazione pubblica contro il progetto degli F35, parificando l’impegno in difesa della vita all’impegno per la promozione della giustizia e della pace, lascia intravedere prospettive pastorali nuove tutte da percorrere, ma tutte significativamente degne di essere assunte e promosse dai credenti e dagli uomini di buona volontà.
Don Mario Bandera
Responsabile Commissione Giustizia e Pace della diocesi di Novara
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mercoledì 1 dicembre 2010

Scuola e democrazia

A proposito di riforma Gelmini...

Non riesco a capire che cosa succeda alla scuola; meglio, non riesco a comprendere che cosa vogliano fare del sistema scolastico. Il governo, ogni tanto, dice che serve una riforma. Siamo dello stesso parere, lo hanno affermato tanti altri governi, non esclusi quelli della cosiddetta “Prima Repubblica” e non si contano i fallimenti. Ora però non capisco proprio che cosa abbiano in testa; non mi raccapezzo perché non posso credere che intendano per riforma il taglio degli organici, la banalizzazione degli insegnamenti, il “dirottamento” nella formazione professionale di alunni, ritenuti non interessati alla scuola, per farli completare l’obbligo scolastico. Questi, quand’anche fossero condivisibili, e non lo sono affatto, sarebbero da considerarsi interventi scoordinati, certamente non funzionali ai fini di una riforma. Ed invece si tratta di atti assolutamente peggiorativi del già traballante sistema scolastico, incapace, allo stato, di dare a tutti i cittadini la formazione indispensabile per essere tali; ed ovviamente mi limito a pensare al settore scuola, non entro nel merito degli interventi sull’Università.
Ribadisco non c’è neppure l’idea di un progetto, ma mi viene il dubbio che un’intenzione implicita a tutti gli interventi ci sia. In fondo distruggendo il sistema formativo si rende possibile lo scardinamento della democrazia concreta o, se si vuole la democrazia semplicemente. Da una parte si afferma, in nome della sovranità popolare che le regole sono di intralcio all’azione di governo, dall’altra si rende la volontà popolare omogenea agli interessi, non già della classe dirigente che non esiste, ma solamente delle “famiglie” dominanti.
Si arriva così ad una ferita mortale alla democrazia, vuoi delle regole, vuoi della concreta capacità del cittadino di usarne; non si tratta più di limitare la democrazia alla sua concezione liberale (magari!), ma di scardinare del tutto l’impianto democratico, la cui fondazione trova nella scuola un presupposto costitutivo. In fondo se la democrazia (troppe volte lo abbiamo richiamato) necessita prima del consenso popolare, della dialettica dei progetti e dei programmi e se di tale dialettica i protagonisti sono tutti i cittadini, costoro devono essere in grado di confrontarsi con consapevolezza nella costruzione della città dell’uomo, devono essere posti nella condizioni di partecipare al confronto delle varie opzioni possibili alla formazione (successiva!) del consenso.
Di qui il contributo essenziale della scuola, costitutivo dell’impianto democratico: la dialettica consapevole, contro la dittatura dell’omologazione. Si tratta, sia detto di sfuggita, dell’unico totalitarismo oggi temibile: la dittatura che crea ossequio, al posto del consapevole confronto. Altro che dittatura del relativismo!
Ed allora: o scuola organica ad una formazione funzionale al confronto dialettico (relativismo o libertà concretamente realizzata?) o fine dell’impianto democratico dello Stato.
Ci sono in ogni caso dei problemi. Non c’è dubbio che anche i governi della “Prima Repubblica” hanno, in gran parte, eluso il problema di un sistema scolastico fondativo della democrazia. Tuttavia, mi pare, lo hanno avuto presente e qualcosa sembrano aver tentato. Intanto, sia pur tra molte difficoltà, hanno realizzato la scuola media unica, tra altre difficoltà hanno pensato alla formazione dei diversamente abili, tra le contraddizioni dell’ideologia hanno creato alcune (poche in verità) condizioni favorevoli ai capaci e meritevoli; penso al famoso, sia pure inadeguato presalario. Resta il fatto che alcune riserve vanno poste, perché alcune contraddizioni mi sembrano cariche di effetti negativi sul lungo periodo.
Mi spiego con un esempio, fra i tanti possibili. Certamente si ricorda le tesi sostenuta da molti movimenti ed associazioni scolastiche, di diversa estrazione culturale, della pari dignità degli insegnamenti e delle discipline. Su questo roboante assioma si è caricata la scuola di ogni possibile impegno. Ora, per farla breve, io non credo che la scuola sia l’unica responsabile dell’educazione stradale, penso invece che la scuola sia l’unica garante dell’insegnamento del leggere e dello scrivere. Sarà anche bello che a scuola si impari a cantare (magari “la vispa Teresa”), ma penso più formativo l’insegnamento della matematica. Sarà sicuramente importante dare spazio all’osservazione dei fenomeni, ma è compito imprescindibile della scuola far ragionare su quanto osservato. Insomma giratela come volete: c’è disciplina che deve essere affrontata, c’è insegnamento che sarebbe opportuno affrontare; c’è una graduatoria. Di conseguenza, quando si è alle strette, magari sul piano finanziario bisogna privilegiare le discipline indispensabili alla formazione e rimandare a tempi migliori quelle opportune. Una riforma non può non tenere conto di questo presupposto perché ne derivi un impianto disciplinare conseguente.
C’è di più. Ho parlato delle contraddizioni che hanno ritardato la promozione del merito; ribadisco ciò che tante volte mi è capitato di affermare: l’ideologia ha confuso l’egualitarismo con la pari opportunità data a tutti i cittadini di pervenire ai gradi più alti degli studi. Ora mi preme chiarire con qualche osservazione più puntuale e ricorro al metodo contrastivo.
Mi spiego. La classe dirigente risorgimentale e poi lo stesso fascismo avevano affidato alla scuola un duplice compito: formare la classe dirigente e in parallelo socializzare le masse per un adeguato controllo e, in funzione di questo secondo fine, la formazione doveva puntare al minimo indispensabile di indottrinamento, anche attraverso l’insegnamento del leggere e dello scrivere. In ogni caso classe dirigente e masse popolari dovevano essere ben distinte, già nei primi passi della formazione. Il fascismo, rispetto alle elite liberal/risorgimentali, con la riforma Gentile, seppe dare al progetto una realizzazione organica. Nel sistema repubblicano (qui c’è il vero contrasto) il sistema formativo non può limitarsi al minimo indispensabile, per di più in funzione dei piani della classe dirigente, ma deve puntare al massimo possibile di formazione, in considerazione delle capacità di tutti e di ciascuno. Ne deriva che tutti hanno diritto, costituzionalmente garantito, al massimo possibile, in ragione delle proprie capacità personali. E non solo per un principio personalistico, ma per una ragione di natura costitutiva della convivenza civile in cui le migliori risorse umane, adeguatamente promosse, vanno poste al servizio della comunità.
Da queste premesse la promozione del merito, a qualsiasi costo, perché ne va di mezzo lo stesso fisiologico processo della democrazia realizzata.
Ci sono state delle contraddizioni sempre, ma ora, non so fino a che punto ci sia reale capacità di capire ciò che si sta facendo (lo sa Maria Stella?), si vuole scardinare lo stesso impianto culturale di una scuola a servizio di tutti. La consapevole partecipazione alla vita della nazione, con le capacità personali promosse al massimo possibile, è precisamente il contrario all’omologazione dei comportamenti, indotta dalla tirannide mediatica, dalla dittatura del conformismo; altro che dittatura del relativismo!
Un’ultima osservazione, proprio per concludere. La promozione del merito, attraverso il sistema formativo, è possibile solo se la didattica viene aggiornata ai risultati della ricerca; in caso contrario l’insegnamento, obsoleto e manualistico, non promuove né il merito, né le capacità più sofisticate.
Per questo (e so di ripetermi, ma lo esige la completezza del ragionamento) l’aggiornamento degli insegnanti va posto come elemento costitutivo della professione, ma va realizzato in stretto rapporto coi risultati della ricerca. L’alternativa è la ripetizione manualistica, e magari per l’intera vicenda personale di ogni docente, di ciò che si è appreso all’Università; al massimo con l’aggiunta (ma, oggi mi pare senza più quello) di qualche trovata da metodologismo didattico, sempre caro ai burocrati dell’Istituzione.
Ora non mi angoscio più di tanto, ma un tempo, quando sentivo parlare di didattica delle discipline, ero quanto mai interessato, ma stavo attento al possibile trucco.
Agostino Pietrasanta

lunedì 29 novembre 2010

Il testamento di Padre Christian De Chergé

Testamento di Padre Christian De Chergè, priore dell’Abbazia di Tibhirine, ucciso con 6 monaci trappisti da fondamentalisti islamici in Algeria, probabilmente il 21 maggio 1996. Alla vicenda di padre Christian De Chergè e dei suoi confratelli è stato dedicato il film Les hommes et les Dieux, malamente tradotto in Italia con Uomini di Dio.

Se mi capitasse un giorno - e potrebbe essere oggi - di essere vittima del terrorismo che sembra voler coinvolgere ora tutti gli stranieri che vivono in Algeria, vorrei che la mia comunità, la mia Chiesa, la mia famiglia, si ricordassero che la mia vita era “donata” a Dio e a questo paese.
Che essi accettassero che l’unico Signore di ogni vita non potrebbe essere estraneo a questa dipartita brutale.
Che pregassero per me: come essere trovato degno di una tale offerta?
Che sapessero associare questa morte a tante altre ugualmente violente, lasciate nell’indifferenza dell’anonimato.
La mia vita non ha valore più di un’altra. Non ne ha neanche meno. In ogni caso non ha l’innocenza dell’infanzia.
Ho vissuto abbastanza per sapermi complice del male che sembra, ahimè, prevalere nel mondo, e anche di quello che potrebbe colpirmi alla cieca. Venuto il momento, vorrei poter avere quell’attimo di lucidità che mi permettesse di sollecitare il perdono di Dio e quello dei miei fratelli in umanità, e nello stesso tempo di perdonare con tutto il cuore chi mi avesse colpito.
Non potrei augurarmi una tale morte. Mi sembra importante dichiararlo. Non vedo, infatti, come potrei rallegrarmi del fatto che questo popolo che io amo venisse indistintamente accusato del mio assassinio.
Sarebbe pagare a un prezzo troppo alto ciò che verrebbe chiamata, forse, la “grazia del martirio”, doverla a un Algerino, chiunque sia, soprattutto se egli dice di agire in fedeltà a ciò che crede essere l’Islam.
So di quale disprezzo hanno potuto essere circondati gli Algerini, globalmente presi, e conosco anche quali caricature dell’Islam incoraggia un certo islamismo. E’ troppo facile mettersi la coscienza a posto identificando questa via religiosa con gli integrismi dei suoi estremismi.
L’Algeria e l’Islam, per me, sono un’altra cosa, sono un corpo e un anima.
L’ho proclamato abbastanza, mi sembra, in base a quanto ho visto e appreso per esperienza, ritrovando così spesso quel filo conduttore del Vangelo appreso sulle ginocchia di mia madre, la mia primissima Chiesa proprio in Algeria, e, già allora, nel rispetto dei credenti musulmani.
La mia morte, evidentemente, sembrerà dare ragione a quelli che mi hanno rapidamente trattato da ingenuo, o da idealista: “Dica, adesso, quello che ne pensa!”.
Ma queste persone debbono sapere che sarà finalmente liberata la mia curiosità più lancinante. Ecco, potrò, se a Dio piace, immergere il mio sguardo in quello del Padre, per contemplare con lui i Suoi figli dell’Islam così come li vede Lui, tutti illuminati dalla gloria del Cristo, frutto della Sua Passione, investiti del dono dello Spirito, la cui gioia segreta sarà sempre di stabilire la comunione,giocando con le differenze.
Di questa vita perduta, totalmente mia e totalmente loro, io rendo grazie a Dio che sembra averla voluta tutta intera per questa gioia, attraverso e nonostante tutto.
In questo “grazie” in cui tutto è detto, ormai della mia vita, includo certamente voi, amici di ieri e di oggi, e voi, amici di qui, insieme a mio padre e a mia madre, alle mie sorelle e ai miei fratelli, e a loro, centuplo regalato come promesso!
E anche te, amico dell’ultimo minuto che non avrai saputo quel che facevi. Sì, anche per te voglio questo “grazie”, e questo “a-Dio” nel cui volto ti contemplo.
E che ci sia dato di ritrovarci, ladroni beati, in Paradiso, se piace a Dio, Padre nostro, di tutti e due.
Amen! Inch’Allah.
Algeri, 1 dicembre 1993
Tibhrine, 1° gennaio 1994

Sfascio Italia

da Adista - Segni nuovi - 27 novembre 2010

Se ci fosse bisogno di un’immagine simbolo della miserevole condizione dell’Italia di questi tempi, la natura stessa si è incaricata di fornircela: il crollo della Casa dei Gladiatori a Pompei, le alluvioni in Veneto e in Campania, i cumuli di monnezza a Napoli, le manifestazioni anti-discariche, gli immigrati “appesi” ad una gru a Brescia o a una ciminiera a Milano... Oppure le foto delle varie D’Addario, Noemi, Ruby...
L’Italia sta vivendo uno dei suoi momenti più bui. Il peggio è che non se ne vede la
fine, nonostante il precipitare degli eventi degli ultimi giorni con le prese di posizione di Fini, le contestazioni sempre più diffuse al premier, la perdita della prosopopea e arroganza dei ministri berlusconiani, le sempre più frequenti manganellate delle polizia a contestatori e manifestanti di diverso colore politico o senza alcun colore! Si fatica a immaginare un futuro migliore in tempi ragionevoli.
Già questa commistione tra azione di governo o, meglio, “inazione” di governo, e vita privata di Berlusconi è un’anomalia. Un governo dovrebbe essere giudicato per ciò che fa, non per la vita privata del premier. Ma da troppo tempo Berlusconi ha passato il segno. Si dice che molto di buono il governo ha fatto e fa, e questo “buon fare” avrebbe due nomi: Maroni e Tremonti. Che ha fatto Tremonti? Ha usato la “crisi” come strumento per aumentare gli squilibri sociali, per dare ai ricchi e togliere ai poveri, ha messo le mani sui fondi provenienti dal 5 per mille che gli italiani hanno destinato al cosiddetto Terzo settore, ma nel frattempo ha trovato i soldi per le scuole private, in gran parte cattoliche. Nulla da eccepire sul diritto della Chiesa di avere una sua proposta educativa attraverso scuole private ma, in una visione evangelica, testimonianza vera sarebbe in questo dissestato momento, dissestato economicamente e moralmente, un “No, grazie! Aspettiamo tempi migliori e decisioni non strumentali!”. E Maroni? Resta il principale artefice della “fortezza Italia”, il gestore del pacchetto sicurezza costruito sulle paure della gente, sapientemente create ad arte, il teorico di una sostanziale “nuova schiavitù”, colui che rende criminali i poveri e disperati.
Ma poi, è proprio vero che la vita privata di Berlusconi non c’entra con l’azione di governo? Quando un capo di governo difende e rivendica il suo stile di vita immorale e amorale secondo ogni giudizio etico, non solo di un’etica “religiosa”, e lo sbandiera come un “bel vivere” e come esempio di vita riuscita e realizzata, questo è un atto politico! E se il bel vivere si misura dalla volgarità del linguaggio e dei giudizi (barzellette sulle donne condite magari di bestemmie, contestualizzate, per carità, come chiede un illustre prelao della nostra Chiesa); dalle frequentazioni di escort (in chiaro: prostitute!), di minorenni, di personaggi almeno discussi e discutibili, dall’ostentazione offensiva della ricchezza, (sulla cui origine tanti dubbi, anche giudiziari, permangono); dal potere gestito con superficialità e spregiudicatezza, alla maniera dei sultani ottomani o dei “padroni delle ferriere”, tutto questo non è politica? Chi è immorale e amorale nella vita privata inesorabilmente è immorale e amorale anche nella vita pubblica. E la sua immoralità e amoralità diventano costume, diventano l’ethos di un popolo intero abbagliato e manipolato con un uso sapiente e spregiudicato dei mezzi di comunicazione, operazione che il Nostro ha ben condotto a partire dagli anni ‘80.
Di certo, sarà più facile ricostruire la Casa dei Gladiatori che ridare un’anima all’Italia.
Walter Fiocchi

domenica 28 novembre 2010

PELLEGRINAGGIO DI PACE E GIUSTIZIA IN TERRASANTA dal 28 febbraio al 7 marzo 2011

Noi siamo quelli dell’Europa. È vecchia, ma spesso si dimentica che è ancora piccina rispetto a «mamma Gerusalemme». Chi ha già fatto l’esperienza di uno dei nostri pellegrinaggi nella Terra del Santo sa che non ci accontentiamo di incontrarci con la fonte della fede attraverso ciò che sta sotto la terra: gli scavi, l’archeologia, la memoria. Nemmeno di ciò che sta sopra: i santuari, i luoghi santi, le celebrazioni. Ci interessiamo di chi vive nella terra: le pietre vive! Ci stiamo rendendo conto che in oriente, il passato che ci accomuna e il presente con la sua complessità, sono così importanti che disgiungerli significherebbe perdere qualcosa di fondamentale, proprio di ciò che andiamo cercando, ogni volta che andiamo a questa fonte. Spesso i pellegrini tornano mancanti, fruitori di una esperienza di turismo religioso, sinceri nel loro atto di fede, sicuramente toccati in qualche modo dallo Spirito ma con il rischio che «non sono stati dei veri pellegrini», non hanno incontrato la fonte, oppure ne hanno bevuto ben poco rispetto a quello che avrebbero potuto (la fonte è anche il testo, la Bibbia, e il rischio è di incontrare la terra della Bibbia anche senza aprirla nemmeno!). Abbiamo avviato uno stile di peregrinare, con una continuità dopo il viaggio. Abbiamo dei contatti con le pietre vive, per essere ponti, per avviare, promuovere e poi custodire forme di condivisione. Vogliamo far crescere i contatti con le risorse locali e positive di ciascuna delle religioni rivelate, per imparare a sentirci ospitati da tutti, per sentire voci differenti, perché la Terra del Santo non è la nostra terra, non la possiamo frequentare da «europei», esportare uno stile incompatibile con quella terra: essa è abitata non solo da minoranze e da una maggioranza, essa è del Santo sia per chi ci abita, sia per chi ci passa. La terra è ricca di colori e suggestioni, di memorie e di tradizioni, la terra è luogo di complessità e conflitto, ma anche ricca di possibilità, di testimoni, di fede, di tanta fede vissuta in modalità che non riusciamo mai a conoscere fino in fondo, eppure ne rimaniamo evangelizzati. Questo modo di viaggiare fa bene ai nostri pellegrini, e fa bene a chi abita la Terra del Santo, a chi ci accoglie con tanta gioia e si racconta. Da una parte questi ultimi non si sentono abbandonati, dall’altra i pellegrini si aprono al mondo dei fratelli nella fede di Gesù, o di Abramo, per accorgerci di un mondo altrimenti sconosciuto, per non tornare uguali a come si è partiti. Il pellegrinaggio è occasione ecumenica, occasione per conoscere quella situazione in una giusta prospettiva, per dare sostegno, incontrare le pietre vive, per uscire dai parametri di un certo turismo religioso, anche nelle scelte più concrete che spesso si fanno. Ci sono pellegrinaggi frutto di «pacchetti già pronti», un «mordi e fuggi» a volte dal prezzo insidioso, allettante, ma che sono mossi solo da interessi economici che non sfiorano nemmeno le tematiche di attualità. È «pellegrinaggio» un viaggio organizzato così? È il viaggio per incontrare le pietre vive o il viaggio per forgiare i mattoni della torre di Babele? C’è il rischio di andare in Medio Oriente, organizzati, poco essenziali, spesso disinteressati alla situazione locale, e molto interessati alle pietre morte, a trattare la terra come un museo. In questo caso siamo rischiamo di essere figli della torre di Babele; rischiamo di essere come quei mattoni, tutti uguali; se questi sono i mattoni che abbiamo a disposizioni per costruire la storia, allora non possiamo che parlare di una storia fallimentare. Possiamo, invece, ascoltare un invito dal Medio Oriente, sentirlo vivo, dove le comunità locali sono pronte ad accoglierci con il loro stile, con le loro risorse, con il loro entusiasmo, con la storia, l’archeologia, la memoria, la parola fatta carne proprio presso la terra, ma ancora pulsante proprio nei volti, nella gente: non solo eco di una’esperienza legata alla memoria del passato, ma eco di incontri con la realtà presente, religiosa, sociale e politica.
don Walter
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PROGRAMMA

1° GIORNO – 28 febbraio – lunedì
Alessandria / Milano / Tel Aviv / Betlemme
Partenza in pullman riservato per l’aeroporto di Milano Malpensa. Volo ElAl per Tel Aviv. Arrivo a Tel Aviv. Partenza per Betlemme, sistemazione in hotel, cena e pernottamento.

2° GIORNO – 1 marzo – martedì
Betlemme / Hebron / Betlemme
Visita della Basilica della Natività. S. Messa. Pranzo. Nel primo pomeriggio trasferimento a Hebron e visita alle Tombe dei Patriarchi. Rientro a Betlemme. Cena e pernottamento.

3° GIORNO – 2 marzo – mercoledì
Gerusalemme / Monte Sion / Betlemme
A Gerusalemme Visita della Spianata delle Moschee e Muro Occidentale (“Muro del Pianto”), poi visita al “Monte Sion Cristiano”: Cenacolo, Dormizione e S. Pietro in Gallicantu. Pranzo.
Nel pomeriggio Chiesa di S. Anna, Flagellazione, Via Dolorosa. Santo Sepolcro. Messa al Santo Sepolcro. Cena e pernottamento a Betlemme.

4° GIORNO – 3 marzo – giovedì
Betlemme/ Ramallah / Gerico / Betlemme
Partenza per Ramallah. Visita al Centro di Ricamo. Pranzo. Nel pomeriggio alla parrocchia di Taibeh, unico villaggio interamente cristiano, dove incontreremo don Raed Abusahlia, il parroco della comunità. Messa a Taibeh. Rientro a Betlemme per cena e pernottamento.

5° GIORNO – 4 marzo – venerdì
Betlemme / Sebastia / Nablus / Betlemme
Partenza per Sebastia: è la città fondata da Erode il Grande, sul luogo dell’antica Samaria, in onore dell’imperatore Augusto. Sull’acropoli di Sebastia oggi sono ancora visibili i resti della città romana, parzialmente scavata nel secolo scorso, tra cui il foro e la basilica, il teatro, il tempio ad Augusto, la strada colonnata e parte delle mura. Nel periodo bizantino, sopra un luogo di sepoltura romano fuori dalle mura, sotto l’attuale moschea, fu costruita una chiesa, a ricordo della sepoltura di Giovanni Battista che le fonti cristiane della Terra Santa ricordano in questo luogo sin dal IV secolo. L’edificio attuale fu ricostruito dai Crociati quando giunsero in Terra Santa nella seconda metà del XII secolo ed era secondo in grandezza solo alla Chiesa del S. Sepolcro. Pranzo.
Visita di Nablus: conosciuta anche come Sichem è una delle più grandi città della Palestina. È situata a circa sessanta chilometri a nord di Gerusalemme tra le montagne di Ebal e Garizim molto vicino alla biblica Sichem. La popolazione è in grande maggioranza araba. La città fu fondata dai romani nel 72 e venne chiamata Flavia Neapolis (nuova città dell'imperatore Flavio). Dopo la conquista araba avvenuta nel 636, venne chiamata Nablus. I crociati la chiameranno Napoli e diventerà una delle principali città del Regno di Gerusalemme. Nel 1202 verrà distrutta dai crociati stessi. In seguito riedificata da parte degli Arabi. Rientro a Betlemme, cena e pernottamento.

6° GIORNO - 5 marzo – sabato
Betlemme / Gerusalemme / Yad Vashem / Betlemme
Mattinata dedicata alla visita di Gerusalemme. Monte degli Ulivi, Dominus flevit con Messa, Getsemani e Tomba della Vergine. Pranzo.
Visita allo Yad Vashem (Museo della Shoah) e al Museo del Libro. Rientro a Betlemme. Cena e pernottamento.

7° GIORNO – 6 marzo – domenica
Betlemme / Gerico / Betlemme
Trasferimento a Gerico. Visita al luogo del Battesimo di Gesù. Tour in Città. Visita al Mosaic Centre. Messa nella parrocchia cristiana del “Buon Pastore”. Saluto al Sindaco della Città gemellata con Alessandria. Pranzo. Nel pomeriggio visita di Qumran e sosta al Mar Morto. Cena e pernottamento a Betlemme.

8° GIORNO - 7 marzo – lunedì
Gerusalemme / Tel Aviv / Milano / Alessandria
Al mattino tempo libero. Pranzo. Partenza per Lod e visita della Chiesa che custodisce la tomba di San Giorgio. Trasferimento all’aeroporto di Tel Aviv. Imbarco con volo ElAl. Arrivo a Milano Malpensa. Rientro ad Alessandria.

QUOTA DI PARTECIPAZIONE
In camera doppia € 1.290,00
Supplemento camera singola € 270,00

ISCRIZIONI: telefonare al più presto a don Walter (335 5818204) per la preiscrizione.
Per la conferma (entro il 20 di dicembre) è richiesta una caparra di € 400
(Fino al 31 gennaio i posti cancellati saranno soggetti a penale di Euro 150; dal 1° al 10 febbraio, i posti cancellati saranno soggetti a penalità di Euro 400,00; dal 20 febbraio al giorno della partenza, penalità totale per ogni cancellazione).

LA QUOTA DI PARTECIPAZIONE COMPRENDE:
- Trasferimento in pullman per/da l’aeroporto di Milano Malpensa; passaggi aerei con voli ElAl; tasse aeroportuali e di dogana in Israele e percentuali di servizio; kg. 20 bagaglio in franchigia; assistenza aeroportuale in Italia e all’estero; sistemazione in albergo di buona categoria in camere doppie con servizi; trattamento di pensione completa, dalla cena del primo giorno al pranzo dell'ultimo; escursioni, tours, entrate, come da programma; mance, facchinaggi ed extra in genere; Bus Gt con autista; Guida autorizzata parlante italiano per tutta la durata del tour; Assicurazione medico - bagaglio Mondial Assistance; omaggio ad ogni partecipante.

LA QUOTA DI PARTECIPAZIONE NON COMPRENDE:
- Assicurazione integrativa facoltativa annullamento MONDIAL ASSISTANCE: 3,50% del costo del pacchetto (contratto 2008); tutto quanto non espressamente menzionato nel programma.

Documenti
Per i cittadini italiani e' richiesto il passaporto regolarmente bollato ed in corso di validità di almeno 6 mesi dalla data di inizio del viaggio.

Modifiche al programma potranno essere necessarie per condizioni ed esigenze che si presentino in Terrasanta e comunicate successivamente o in loco. I luoghi delle celebrazioni sono solo indicativi.


Organizzazione tecnica: "Eteria" s.r.l. - Fidenza
Condizioni generali come da catalogo Eteria 2010

sabato 6 novembre 2010

La difficile identità

Da ttp://www.cittafutura.al.it/web2009/_pages/sommario.php?URL=cittafutura.al.it&LNG=IT&L=2&C=11&T=news&D=IT%7BC9D016CA-A0E1-E0C7-826C-AB55861F66A5%7D&A=0

Le opinioni concordi ritengono che Berlusconi sia al capolinea e ritengono che la maggioranza di centro/destra sia ormai alla dissoluzione finale. Il giudizio è sul serio quello delle “campane a morto”; per altro a fronte di un’assenza totale di scelte razionali dell’esecutivo, che tira a campare nell’emergenza, di fronte all’evidente protrarsi di problemi di cui si era decantata la rapida soluzione (i rifiuti nel centro di Napoli e non solo!), di fronte ad una condotta censurabile del premier, che dalla sfera del privato invade la stessa correttezza istituzionale, di fronte alle evidenti indebite ingerenze dell’esecutivo in tutti gli ambiti della vita della nazione non si fa fatica a prevedere una svolta, nonostante i toni da resistenza del cavaliere e dei suoi cristallizzati fedelissimi cortigiani.
Tuttavia accanto alle campane a morto rivolte non solo all’esecutivo, ma molto spesso alla stessa esperienza di un centro/destra, tanto populista quanto privo di cultura delle regole e di fisiologica fondazione democratica, si rileva la stupore di larga parte degli opinionisti sulla inefficienza e sulla latitanza dei protagonisti di una possibile (?) alternativa, vuoi dell’opposizione (Bersani in particolare), vuoi dell’area che si sta opponendo, ormai da mesi, all’interno del centro/destra alla deriva delle regole democratiche (Fini per l’appunto).
Sinceramente (si tratta ovviamente di un’opinione) penso ormai inutili le analisi critiche e credo invece urgente un’indicazione di eventuali alternative in positivo. Queste risentono di una macroscopica carenza; ed il motivo, sicuramente complesso, deriva in ogni caso dalla mancata o abortita costituzione di un partito di centro/sinistra. Le stesse valutazioni che si sono confrontate in questa sede rilevano una difficoltà che sembra insormontabile: trovare obiettivi comuni e programmi condivisi dagli eredi di tradizioni diverse.
Dico subito che, quando parlo di convergenza tra tradizioni diverse, non intendo affatto riproporre improbabili soggetti centristi o post/democristiani che qualcuno sembra temere: potrebbero forse servire a chiudere l’infausta esperienza berlusconiana, ma poi? come si procederebbe nel governo del Paese?
Sono certo di ripetermi, ma il problema, fino a soluzione (se sarà praticabile) rimane aperto. Io continuo a ritenere che l’esperienza del cattolicesimo/democratico e quello della sinistra italiana possano e debbano intendersi su due pilastri fondamentali: in alternativa non vedo che una deriva antidemocratica, peraltro già in atto.
I due pilastri attengono la laicità e l’autonomia della politica e l’incontro tra gli obiettivi della solidarietà e quelli del merito.
La laicità. C’è una forte componente di pensiero popolare cattolico che ha sempre sostenuto l’autonomia della politica dalla religione e la non compromissione del livello religioso con quello della dialettica tra le parti. Grazie a questa componente la legittimazione delle parti politiche (i partiti) non è mai stata posta in discussione ed i tentativi di formazione di uno Stato cattolico e dunque non pluralistico sono stati bloccati. Eppure i tentativi messi in opera da settori importanti della Chiesa nel secondo dopo/guerra erano stati di notevole rilievo. Resta indubbio merito della D.C. aver salvato lo spirito laico della Costituzione sul punto specifico e di aver convogliato lo stesso consenso elettorale in senso democratico, quando avrebbe potuto orientarsi, a fronte di una presenza prestigiosa (per una serie di motivi in quegli anni era fuori discussione: ed è riconosciuto da una storiografia autorevolissima) della Chiesa su versanti filo/autoritari.
Ricuperare questa tradizione dopo averla riconosciuta, anziché limitarsi a valutare la funzione anti/comunista del partito di cattolici, significa concorrere alla fondazione di una laicità indispensabile alla vita delle istituzioni democratiche e significa cogliere la componente filo/costituzionalista della D.C. anche dopo la Costituente, nonostante la caduta di stile in alcuni passaggi della storia repubblicana. Certo si tratta forse di una componente minoritaria nella presenza dei cattolici nella vita politica: minoritaria, ma culturalmente più cospicua e, per diversi aspetti vincente.
Solidarietà e merito. Anche qui so di ripetermi, ma siamo in presenza della questione più urgente. Troppi ritengono ancora che la solidarietà significhi egualitarismo: su questi presupposti non si arriva ad alcuna convergenza e ad alcuna identità di un partito riformista di sinistra.
Inviterei i difensori dello spirito e della lettera della Carta costituzionale a rivedere l’importanza ed i compiti che dalle nostre istituzioni viene data alla promozione del merito come essenziale ai rapporti di solidarietà; li inviterei a tener conto delle possibilità date a tutti se i capaci e meritevoli sono messi a servizio della nazione.
Di qui nascono obiettivi essenziali e programmi coerenti per una presenza riformista ed innovativa. In caso contrario resta inutile la critica, in sé giusta, ad un governo che bistratta il sistema formativo, che permette organici di cattedre per trentacinque allievi, che sopprime di fatto le borse di studio (l’ineffabile Maria Stella, ossequiente e fedele al ministro del Tesoro!), che taglia la già esigua risorsa della ricerca (e qui sì che ci sono anche responsabilità di tanti governi democristiani) che manda a spasso i giovani in tutti i rami della cultura (ed ovviamente non solo!).
Non c’è alternativa: o si promuove la ricerca ed una formazione attenta ai risulti della ricerca o non si diventa competitivi, a fronte di una globalizzazione che apre ai mercati internazionali solo se migliori degli altri; qualcuno propone di alzare le barriere!
Il Partito democratico, sullo specifico, è in grado di una proposta capace di programmi di governo? Per ora non abbiamo visto nulla: l’unica preoccupazione, al livello nazionale, ma anche a quello locale attiene gli assetti di potere, uniti a confluenze trasformistiche scandalose.
Agostino Pietrasanta