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"La coscienza del cristiano è impegnata a proiettare nella sfera civile i valori del Vangelo" ____________________________________________________________________________________________________________________

giovedì 9 ottobre 2008

Proviamoci come cristiani

Questo è l’intervento con il quale Raniero La Valle ha presentato, sabato 4 ottobre, il nuovo movimento «Sinistra cristiana – laici per la giustizia» e il suo simbolo. Alla presentazione, nel centro congressi dei Frentani a Roma, c’erano almeno 200 persone. Oltre a Raniero La Valle hanno parlato il sindacalista Mario Agostinelli, l’ex presidente della Corte costituzionale Valerio Onida, il pastore evangelico battista Gioele Fuligno, il magistrato Domenico Gallo.
Le relazioni, e gli interventi del dibattito che le ha seguite, si possono inoltre ascoltare dal sito www.sinistracristiana.net.

Buongiorno. Shalom. Scusate se leggo questo discorso. Ci sono discorsi che non si possono improvvisare, alcuni per farli ci vuole una vita.
Sarebbe tempo che i politici si mettessero a scrivere i loro discorsi. Ciò per far sì che il pensiero preceda la parola, ciò che molto spesso non accade, non accade più.
In verità parlare senza leggere è considerata una virtù del buon politico; è un ingrediente del successo in tempi di grandi comunicatori. Nella campagna elettorale americana si vedono i candidati che parlano a lungo fissando negli occhi le telecamere; in realtà leggono il gobbo, che è un modo di leggere senza farsene accorgere.
C’è anche qualche infortunio. Una volta io leggevo in Senato il mio discorso. Si discuteva la legge 194 sull’aborto. Era un discorso delicato, perché come cristiani della Sinistra indipendente noi non volevamo solo agitare una bandiera – quello si poteva fare anche parlando a braccio – ma volevamo fare una legge equilibrata, che non tradisse nessun principio, ma che ci facesse uscire dalla logica punitiva della legge penale. Cercavamo di fare una legge diversa da quella già approvata alla Camera, dato che c’era il bipolarismo; lavoravamo a una legge che da un lato offrisse una chance alla vita, dall’altro scongiurasse la tragedia di tante donne già nel dolore. Come laici, ma anche come cristiani, cercavamo una soluzione persuasiva, che potesse durare nel tempo, e che un giorno perfino la Chiesa potesse accettare, e addirittura chiederne l’attuazione, almeno come «minor male», come poi infatti è accaduto. Si poteva fare, perché in realtà sulle questioni politiche, anche su quelle eticamente sensibili, c’è sempre una soluzione politica storicamente possibile.
Perciò leggevo il mio discorso. E a un certo punto il Presidente del Senato, Fanfani, mi interruppe e mi disse: Senatore La Valle, lei fa tante citazioni, ma dovrebbe conoscere anche il regolamento del Senato, che vieta di leggere i discorsi in aula. Infatti nel regolamento c’era una norma bizzarra di questo genere, non so se ci sia ancora; forse era il residuo di un tempo in cui in Parlamento si andava solo per parlare, perché a decidere ci pensavano gli altri; un po’ come si vorrebbe fare oggi offrendo qualche seggio agli esclusi come «diritto di tribuna», una tribuna fatta per i tromboni.
Quella norma del regolamento era giustamente in disuso, ed era la prima volta, che io sappia, che un Presidente redarguiva un senatore perché aveva preparato il suo discorso. Ma è chiaro che era un modo per prendere le distanze da quello che dicevo, non un cavillo regolamentare; anche quando si presiede il Senato si fa politica, non ci si limita a un ruolo di garanzia.
Dunque io leggo ora questo discorso. E la prima cosa che c’è scritta, perché io non la dimentichi, è di fare gli auguri a tutti quelli in quest’aula che si chiamano Francesco e si chiamano Francesca, perché oggi è San Francesco, patrono d’Italia e dunque è la loro festa e anche la nostra. Ed è bello vedere che oggi molti bambini di nuovo vengono chiamati Francesco, dopo l’orgia dei nomi esotici e improbabili ricavati dai modelli televisivi.

Non solo spettatori
La seconda cosa che c’è scritta è che oggi, 4 ottobre, c’è l’incontro al Quirinale tra il Presidente della Repubblica e il Papa, e noi vogliamo fare gli auguri anche per questo. E anzi abbiamo pensato di non fare solo gli spettatori, che poi cambiano canale, ma di partecipare anche noi come cittadini a questo evento: e per questo, anticipando quelli che pensavamo fossero i sentimenti di questa Assemblea, abbiamo scritto una lettera al Papa e una al Presidente della Repubblica per confidare loro quello che ci piacerebbe che si dicessero. Queste lettere sono nella cartellina, se siete d’accordo qui ci vuole un applauso [e si possono leggere sul sito www.sinistracristiana.net]

Gandhi e Dossetti
Per continuare sul filo delle coincidenze, diciamo che l’altro ieri, 2 ottobre, anniversario della nascita di Gandhi, era, indetta dalla Nazioni Unite, la giornata della Satyagraha, che è la ricerca gandhiana della verità e dell’amore, altrimenti detta nonviolenza. Io ricordo la commozione di Dossetti, quando fece sosta presso la tomba di Gandhi a Nuova Delhi, durante un viaggio in India. Dossetti è uno dei maestri che sta nella nostra tradizione; e quella visita alla tomba di Gandhi non era solo un omaggio a un altro grande maestro, era stabilire una comunione, forse una preghiera in comune.
Gandhi non è solo il liberatore dell’India; prima ancora è stato difensore e redentore degli immigrati, quando egli stesso era immigrato in Sudafrica, e come avvocato indiano era considerato meno che niente. Gandhi lottò non solo per sé, ma per dare dignità e parità di diritti agli immigrati: ed è proprio lì, nel ricco e bianco Sudafrica nero che egli ha cominciato ad essere quello che poi sarebbe diventato .
Perciò, amici, accogliete gli immigrati: perché in ogni immigrato che sbarca a Lampedusa o che viene dall’Est ci potrebbe essere un Gandhi, ci potrebbe essere un liberatore del suo popolo o di molti popoli. Anzi è proprio questa la nuova obiezione di coscienza da fare, contro le leggi antixenite; e le chiamo antixenite, e non xenofobe, perché non sono affatto leggi dettate dalla paura, ma sono leggi dettate dal razzismo, dall’odio e dal rifiuto, esattamente come lo erano le norme antisemite.

L’obiezione da fare
Questa è la nuova obiezione. In Italia non si può fare più l’obiezione di coscienza al servizio militare obbligatorio, perché quando l’obiezione passò da concessione del potere a diritto del cittadino, per buttare l’obiezione buttarono via l’esercito di leva.
Non si può fare e non si deve fare l’obiezione fiscale, perché quella l’ha fatta il governo, l’ha fatta la destra diffamando le tasse, definendo come un furto o come un borseggio ogni prelievo fiscale; lo ha fatto trasformando le elezioni in un referendum anticostituzionale sull’Ici; la destra non toglie le tasse, ma le delegittima, allo scopo di togliere allo Stato tutte le sue risorse, tutti i soldi per la spesa pubblica e così poter dire, per ragioni di cassa e non per ragioni ideologiche, che non si possono fare politiche sociali, che bisogna licenziare 87.000 insegnanti, che bisogna svuotare l’Istituto superiore per la sanità, che non ci sono i soldi per i comuni, non ci sono soldi per salvare l’Alitalia, non ci sono soldi per la cultura, per il teatro, per l’editoria e così finalmente riuscire a chiudere anche Liberazione e il Manifesto. L’attacco della destra al denaro pubblico è un attacco al cuore dello Stato. Senza denaro, e sperperando il poco denaro che si ha, non vivono le città. Senza più soldi, dopo l’amministrazione del dottore che cura Berlusconi, Catania era ridotta al buio e sepolta dalla spazzatura, anche se nessuno lo diceva e lo faceva vedere, perché non c’era da far perdere a Prodi le elezioni.
Allora l’obiezione da fare, e che noi proponiamo, è quella contro le leggi ingiuste che vietano di dare ospitalità allo straniero. Nella nostra laicità, se c’è una cosa che diciamo «sacra», cioè che non si può toccare, è l’ospitalità: ma così è in tutte le culture, o almeno lo era. Noi dobbiamo fare obiezione ospitando e dando asilo agli stranieri come facemmo ospitando gli ebrei nelle nostre case e nelle nostre chiese quando, altrettanto come ora, l’ospitalità era un delitto.
Naturalmente non vi chiediamo di fare un’obiezione spericolata, rischiando di farvi confiscare le vostre case come minacciano le leggi razziali del governo. L’art. 5 del decreto legge sulla sicurezza che introduce nella legislazione sullo straniero la norma anti-ospitalità, dice che si commina la reclusione da 6 mesi a 3 anni e la confisca dell’immobile a chi dà alloggio a uno straniero irregolare «a titolo oneroso al fine di trarne ingiusto profitto». Dunque per fare obiezione senza esporsi alla vendetta penale, basta ospitare lo straniero gratuitamente e senza «ingiusto» profitto, magari premunendosi col farne apposita dichiarazione presso un notaio. Così la norma finirà per colpire solo quelli che speculano sulla pelle dello straniero.

La patria è al di là del confine
Ma perché è così importante il rapporto con lo straniero, e non solo in Italia?
Perché il problema globale e imprescindibile di oggi è la riconciliazione di tutti i popoli che sono l’uno all’altro stranieri; il problema è che ciascuno ritrovi la sua patria, ma la trovi oltre i suoi confini, al di là del fiume, là dove sono altri uomini e donne, altri figli e figlie come lui; se questo non si farà, non ci sarà pace sulla terra, e forse un giorno non ci sarà nemmeno la terra. È stato dato già 2000 anni fa l’annunzio della caduta del muro tra giudei e greci, cittadini e barbari, romani e Sciti; è venuto il momento di dare attuazione a questo annuncio. Se non fa questo, la politica è perduta. È perduta in America, è perduta in Europa, è perduta in Israele.
Un barlume di luce è venuto in questi giorni da Israele quando il primo ministro uscente, Olmert, per la prima volta ha detto che non esiste l’ipotesi del grande Israele, dal mare al Giordano; che se Israele vuole rimanere uno Stato ebraico, e non divenire uno Stato in cui gli ebrei siano una minoranza, deve contrarsi per far posto accanto a sé a uno Stato palestinese; e per questo è stato presentato alla Knesset un disegno di legge che offre forti incentivi economici ai coloni ebrei insediati nei territori occupati, perché rientrino dentro i vecchi confini di Israele del 1967. Ciò significa dire: fin qui abbiamo sbagliato. È la rottura di un tabù, riguardo alla terra – Eretz Israel – finora vissuto in Israele come un assoluto religioso. Ma se non si rompe questo tabù, non c’è alcuna soluzione per la questione palestinese [vedete fin dove arriva la laicità!]; e se le religioni per prime non tolgono la copertura religiosa alle sacre are, ai sacri fiumi e ai sacri confini della Patria, ancora di più i popoli si contrapporranno gli uni agli altri, gli Stati gli uni agli altri e le culture le une alle altre, e non potrà esserci pace, e nemmeno diritto, e quindi nemmeno politica, su scala mondiale.
Perciò è importante l’obiezione di coscienza che nega obbedienza a tutto ciò che è contro la straniero, che si tratti di armi o di basi offensive, di leggi, di sanzioni o di dazi, di apartheid e di sfruttamento.

Per Vicenza, andare direttamente alla Casa Bianca
Per restare alle date, domani si terrà a Vicenza la consultazione popolare sulla base di dissuasione e di ritorsione nucleare che sta per essere installata nel centro della città. Berlusconi prima, il Consiglio di Stato poi lo hanno vietato: ma, come abbiamo sentito, con straordinario coraggio la città voterà lo stesso. In ogni modo così è diventato chiaro che la questione di Vicenza è una grande questione politica nazionale. Se il governo di centrosinistra di Prodi non è più lì, è anche perché non aveva capito questo. È una grande questione politica nazionale, perché è la scelta di due modi, per l’Italia, di stare al mondo, e di pensare il futuro del mondo, nella guerra nucleare o nella pace. In questa alternativa non c’è una città che possa farcela da sé, e non ci sono soluzioni giudiziarie: la magistratura che giudica su tutto, non giudica il potere, sulla guerra e le opere di guerra. E poiché non si dà altra motivazione nell’ordinanza del Consiglio di Stato se non quella che il terreno è stato già consegnato al sovrano americano, allora noi proponiamo di aprire la questione con questo preteso sovrano. Mettere una base nucleare nel cuore di una città europea è un errore anche per gli Stati Uniti. Non solo perdono l’immagine, ma quella identità per la quale hanno ancora un ascolto presso gli altri popoli. Obama questo lo può capire. Con Bush finisce nella sconfitta il sogno della destra americana di tenere buono il mondo dominandolo. L’Iraq insegna che il mondo non diventa un posto sicuro solo perché lo si invade. La sicurezza non sta nel delirio della solitudine presidiata dalla forza, ma nella forza di crearsi amicizie e di mantenerle. Se vince Obama, la sua stessa vittoria avrà un grandissimo impatto simbolico. Forse il cambiamento può cominciare da lì; e se cambia l’America cambia il mondo. Perciò io penso che si potrebbe fin da ora preparare una delegazione dei comuni e della città di Vicenza, di quei cittadini che non si vuole che esprimano il loro parere in Italia, perché lo vadano ad esprimere a Washington. C’è una diplomazia dal basso che il movimento della pace, ed anche i comuni e le regioni, hanno già sperimentato. E se alla Casa Bianca sono ricevuti i governi, possono essere ricevuti anche i popoli.

Come ristabilire il legame sociale, la «colla»
E così veniamo alla nostra iniziativa, perché è sorta e perché ha osato presentarsi con questo nome: per giustificarne l’esistenza basterebbe questo compito, che è di lottare per l’unità internazionale, politica, pacifica, della intera famiglia umana.
Mai l’umanità è stata così divisa come in questi tempi di globalizzazione. E questo ci getta nel cuore della crisi di oggi, una crisi che non è solo nostra, ma di tutti, non è della nostra o di altre nazioni, ma è una crisi globale. Il Dio Mammona ci sta per tradire. Non solo c’è la crisi della speculazione finanziaria che dai santuari dell’America e dell’Inghilterra si sta diffondendo in tutto il sistema, e anche da noi. Come dice Jeremy Rifkin ci sono tre crisi: la crisi del credito, perché si tratta di ripianare venti anni di spese pazze fatte con denaro virtuale, la crisi energetica perché il petrolio è agli sgoccioli, e la crisi del riscaldamento climatico, contro cui nessuno sa cosa fare. Sono tre elefanti, dice, che si muovono tutti e tre in una piccola stanza, con effetti devastanti. Occorre una riforma radicale del sistema (v. Repubblica del 30 settembre 2008, pag. 9). Come riconoscono ormai anche i più accaniti fautori del mercato, è la crisi della stessa globalizzazione e dell’attuale modo di produzione e di sviluppo.
Ma al di là dell’ordine economico, la crisi investe l’intero sistema delle relazioni umane. Come interpretare questo tempo della crisi? Io ricordo che proprio Dossetti, osservando lo stato del nostro Paese e del mondo, disse una volta: non c’è più la colla.
Cioè non c’è più il legame sociale che fa stare insieme sistemi complessi.
E infatti se noi guardiamo alle radici più profonde della crisi, noi vediamo che esse stanno in questo venir meno della capacità, della voglia e della gioia di vivere insieme, che è ciò in cui consiste la comunità politica, la polis.
E infatti non ci sono più o sono stati licenziati i grandi strumenti di aggregazione. Qualificandole come obsolete, sono state licenziate le ideologie. Come troppo invadenti sono stati licenziati i partiti. La scuola è rovesciata in azienda, per liquidare, come si dice esplicitamente, don Milani; il movimento della pace non può più nemmeno esporre in pubblico le proprie bandiere; la Chiesa si mobilita per battaglie certamente legittime, ma che non aggregano e anzi dividono; la Costituzione, fatta a pezzi, non è più la casa comune di tutti gli italiani; e sul piano internazionale il diritto è abbandonato, le Convenzioni di Ginevra sono ricusate, l’Onu vilipesa, le regole non ci sono più. «Deregulation» è stata l’ultima e definitiva ideologia del Novecento.
È come se avesse vinto l’«anomos», come lo chiama San Paolo, l’uomo senza legge, senza diritto, quello che annuncia la catastrofe; e l’unica idea, disperata, che sono stati capaci di avanzare finora i grandi poteri sovrani, è di risolvere tutto con la guerra.
Che fare invece per ridare una chance alla politica? Che fare per ristabilire il legame sociale, per ritrovare la colla, per prendere le vie della giustizia, prima di rotture irreparabili, prima che l’amore finisca?
Molti tentativi di riaggregazione sono finora falliti. E perciò abbiamo detto: proviamoci come cristiani.

Proviamoci come cristiani, con tutti gli altri che sono per la giustizia
Sappiamo che è una cosa temeraria. Perché giustamente non si usa più mettere la religione in mezzo alle cose politiche, perché ciò appare in contrasto con la laicità, e di fatto lo è, se a farlo sono le Chiese. Ma soprattutto è una cosa temeraria perché non impunemente ci si può dire cristiani; è un nome che non ci decora, ma che ci giudica, e richiederebbe da chiunque accetti di unirsi a questo titolo una capacità superiore di indignazione e di mitezza, di coraggio e di pazienza, di intransigenza e di indulgenza, di cui non so se tutti saremo capaci.
Sicché si è molto discusso durante l’estate e fino ad ora se dovessimo mantenere la dizione «sinistra cristiana» che stava in testa al nostro manifesto. Molti dicevano di no, perché cristiane si possono dire solo le persone, non è un’etichetta da mettere alle cose; ed avevano ragione. Molti dicevano di sì, perché rispetto a ciò che volevamo evocare con questa parola non c’era un altro nome superiore a questo nome, ed avevano ragione. Molti erano incerti, ma ricordavano le ferite profonde e le cicatrici lasciate nella storia dall’associazione della parola cristiana con democrazia, o dal dire cristiana una società, una politica, una dottrina sociale, ed avevano ragione.
Allora mi è tornato alla mente un apologo che Leonardo Sciascia ci raccontò nella Commissione parlamentare sul caso Moro, quando non si riusciva a venire a capo di quanto era accaduto e a stabilire la verità politica di quel delitto. C’erano tre discepoli, disse, che andarono da un maestro per sottoporgli una loro disputa, e chiedergli chi di loro avesse ragione. Il primo espose la sua tesi, e il maestro gli disse: figliolo, hai ragione. Il secondo gli espose la tesi opposta, e il maestro gli disse: figliolo, hai ragione. Allora il terzo obiettò dicendo: non è possibile che tutti e due abbiano ragione. E il maestro disse: figliolo, anche tu hai ragione. Questo vuol dire che la verità c’è, contro ogni relativismo, ma non subito si trova.
Così abbiamo mantenuto la dizione sinistra cristiana, aggiungendo però, perché nessuno si sentisse escluso (nessun ebreo, nessun musulmano, nessun ateo): Laici per la giustizia. Non abbiamo inteso dare una soluzione teorica alla disputa, né pretendiamo indicare un modello normativo sul giusto rapporto tra fede e politica e sui nomi che deve avere. Però non abbiamo voluto che l’abbondanza delle analisi fosse di paralisi per l’azione, e abbiamo tenuto questo nome perché giustamente non abbiamo trovato sinonimi o parafrasi: è vero che cristianesimo ha molti significati; però è anche vero che c’è qualcosa che può essere definita solo con questo nome; e abbiamo visto che proprio questo nome dava la speranza di qualcosa di nuovo; e abbiamo capito che se cadeva il nome cadeva anche la cosa.
La motivazione più umile e persuasiva, per prendere questo nome, è che si tratta di fronteggiare una situazione di emergenza. In tempi normali non lo avremmo adottato, ma qui si tratta di fare appello a tutte le risorse interiori, a straordinarie risorse di amore e di sacrificio, come diceva Claudio Napoleoni, e fare appello a tutte le energie, anche a quelle nascoste, a quelle non ancora esperite né chiamate in causa esistenti nella società e che magari, fuori della politica, sono all’opera nei girotondi e nei movimenti, nel terzo settore, nel volontariato, nella cosiddetta società civile; e forse con questo nome lo si può fare.
Può darsi che ci sbagliamo. Ma questa non è la proposta di una ideologia, tanto meno è la rivendicazione di una identità; è il ricorso a un rimedio: un pharmacon, come ha detto qualcuno. Un antidoto alla frantumazione sociale, in funzione di unità, e un antidoto anche all’appropriazione strumentale della fede, di cui la destra al potere fa largo uso, lei con i suoi atei devoti. Il pharmacon per gli antichi era insieme medicina e veleno. L’antidoto reca in sé una particella della tossina che vuole combattere. Non ci vogliono certezze, ci vuole umiltà per correre questo rischio.
Si tratta di una convocazione alla giustizia, dei cristiani che come tali sono laici, e dei laici anche se non sono cristiani. Non tanto per un incontro tra loro [questo già avviene in molti altri luoghi, ad esempio nel Partito democratico] quanto per dare aiuto all’incontro degli altri, per mettersi al servizio della società tutta intera, per rimettere in funzione quella colla che si è perduta, e che il denaro non è riuscito a rimpiazzare. Se deve essere, come abbiamo detto, un «Servizio politico», questo è nella direzione di una mediazione alta, che non è né il dialogo che un giorno si fa e l’altro si nega, né l’accordo tattico che snatura i contraenti, né il compromesso deteriore; ma è lo sforzo di promuovere i modelli sociali più alti, le soluzioni più attente agli interessi e ai valori di tutti. Una mediazione alta, proiettata sulle cose da fare, nella quale ogni singola parte possa trovare una ragione e crescere essa stessa.

Una riforma proporzionalistica del sistema elettorale e politico
Ciò nell’ambito della sinistra, di cui rivendichiamo la dignità, pur nelle sue divisioni, ma anche oltre la sinistra. La contraddizione tra destra e sinistra certamente non può essere oscurata. In politica non esistono cose che non sono «né di destra né di sinistra», e se ci fossero sarebbero anch’esse di destra perché pretenderebbero sottrarsi alla verifica della critica e al vaglio della giustizia. Noi assumiamo questa contraddizione, e perciò la nostra scelta di campo è a sinistra, ma la assumiamo con dolore, perché in Italia il conflitto è stato portato al parossismo da un sistema istituzionale ed elettorale che si è impiccato al bipolarismo, e che ha trasformato la dialettica tra destra e sinistra in una spaccatura verticale tra due Italie che si detestano e si odiano e rendono impossibile perfino il pensiero di un bene comune. La dialettica politica va mantenuta, ma questa lacerazione va sanata. Per questo ci vuole una mediazione alta. Ma essa non va affidata al buonismo, bensì a una riforma del sistema elettorale e politico che dia una più ricca articolazione e proporzionalità alla rappresentanza, che non cancelli le minoranze, che ristabilisca uno snodo tra governo e parlamento perché, se i governi passano, i parlamenti restino.

Il logo: l’ulivo della pace, l’emiciclo della Costituzione, la colomba della laicità
Ed eccoci al logo che vi proponiamo. Esso deriva da un vecchio logo di Pace e diritti, e consta di tre simboli: un emiciclo, una colomba, e un ramoscello d’olivo. Essi corrispondono alle tre nostre opzioni programmatiche: la Costituzione, la laicità, la pace.
La pace è il ramoscello d’olivo verde.
La Costituzione è l’emiciclo parlamentare, perché senza rappresentanza non c’è costituzione e non c’è democrazia. Costituzione vuol dire costituzionalismo, cioè diritti certi, garanzie efficaci, principi fondamentali e conquiste irreversibili, che nemmeno le maggioranze possono revocare. L’emiciclo, come è nella nostra tradizione, significa che c’è un vasto arco di forze, che si parlano tra loro, ma che poi convergono verso il polo della decisione comune, legislazione e governo; non è, come nella tradizione anglosassone, un’aula squadrata come un rettangolo di gioco dove due sole squadre combattono una partita ad oltranza, fino ai rigori. Il colore sui segmenti dell’emiciclo non c’è, perché i colori ce li devono mettere gli elettori; e quegli spazi bianchi da riempire col colore suggeriscono che a riempirlo non debba essere il nero.
La laicità, infine, è la colomba. La laicità, in positivo, non è solo un corretto rapporto tra istituzioni civili ed ecclesiastiche; più ancora è il rapporto, senza confusione e senza divisione, tra il divino e l’umano, senza che il divino assorba l’umano nel sacro e senza che l’umano profani il divino nel secolo. È lo spazio della libertà umana, che scocca come una scintilla tra il dito dell’uomo e il dito di Dio. Di conseguenza la laicità è stare nella condizione secolare e comune di tutti gli uomini e di tutte le donne, prima di ogni loro differenziazione di rango e di rito, e prendersi cura del mondo, perché non ci sia più alcun diluvio. La colomba è un simbolo adeguato di questa condizione comune, perché essa volò sulle acque per l’umanità tutta intera, per dirle di uscire di nuovo nel mondo a prenderne cura, prima di ogni religione e di ogni separazione, prima della divisione di Babele, prima del discrimine tra eletti e non eletti, tra tribù di laici e di leviti; essa è il simbolo dell’unità di tutte le creature, uomini e animali, salvati insieme dalle acque, ed è un simbolo interculturale e interreligioso, da Picasso alle piazze di tutto il mondo dove si manifesta per la pace.
La colomba è un simbolo adeguato della laicità, perché essa vola da una terra all’altra, da un pensiero all’altro, da Oriente a Occidente. C’è una bellissima definizione della laicità che viene dalla tradizione ebraica; l’ha proposta Emmanuel Lévinas in un libro del 1960, «La laicité et la pensée d’Israel». Dice: «Se il particolarismo di una religione si mette al servizio della pace, al punto che i suoi fedeli sentano l’assenza di questa pace come l’assenza del loro Dio, allora la religione raggiunge l’ideale della laicità». E il riferimento a Gandhi, che prima abbiamo fatto, ci porta a un’altra illuminazione. In un suo discorso del 1947, che nell’agosto scorso, per grazioso dono, la Telecom ha fatto pubblicare su tutti i giornali, il Mahatma denunciava la crisi e offriva per sanarla la saggezza che viene dall’Oriente, dall’Asia. L’Occidente, diceva, aveva imbottigliato la sua spinta universalistica nella conquista e nel dominio coloniale; dall’Asia doveva venire una nuova conquista, che sarebbe stata amata dallo stesso Occidente: la conquista della verità e dell’amore. Ciò sarebbe stato il frutto della saggezza, ma sorprendentemente Gandhi metteva in questa salvezza che viene dall’Oriente non solo Zoroastro o Budda, ma anche Mosè e Gesù, e dunque il cristianesimo nella sua forma nascente, apostolica ed evangelica, prima della «trasfigurazione» che, secondo Gandhi, aveva subito in Occidente. Dunque la laicità di una «sinistra cristiana», vuol dire rompere i limiti, anche culturali, dell’Italia e dell’Occidente, assumere un’istanza internazionalistica, rispettare e onorare il pluralismo delle religioni, e in prospettiva cercare di stringere «giovani legami», come diceva Italo Mancini, con altri cristiani e altri uomini e donne che in tutto il mondo lottano per una ridefinizione dei codici, degli usi e delle culture del rapporto umano e sociale a livello politico mondiale.

L’arancione, il colore delle vittime
Ma c’è l’arancione. Come simbolo della condizione laica e comune, il colore della colomba è arancione, perché è il colore delle vittime, e non c’è condizione umana più comune e diffusa di questa. Arancione è il colore della veste dei bonzi buddisti che vedemmo bruciare nelle vie di Saigon per resistere all’occupazione americana; è il colore dei monaci birmani e tibetani che lottano contro la repressione interna ed esterna; è il colore dei prigionieri musulmani illegittimamente detenuti a Guantanamo; la loro tuta arancione, che viene oscenamente mostrata in tv, è il nuovo «habeas corpus», il rovesciamento del vecchio istituto giuridico inglese che esigeva la visibilità dei prigionieri, perché ne fosse assicurata l’inviolabilità e la salvaguardia da ogni detenzione illegale.
Il mondo è pieno di vittime. Poveri, affamati, oppressi, profughi, musulmani, indù, cattolici, sans papiers, vittime del lavoro, vittime dei brevetti, 6 milioni di bambini ammalati: quella di vittima è una condizione trasversale ai mari e ai continenti, alle religioni e alle culture. La maggior parte di loro non sono vittime necessarie; esse sono sacrificate per noi, in base alla vecchia ideologia, riflesso di un sacro violento, secondo cui per il bene degli uni è necessario il sacrificio degli altri. È l’etica della ragion di Stato. Nella logica del potere, una detenzione illegale a Guantanamo o una strage di talebani in Afghanistan vuol dire che il Paese è sicuro.
L’arancione significa allora combattere per togliere ogni legittimazione politica, economica o religiosa al sacrificio, a cominciare da quel sacrificio di massa che è la guerra; significa assumere come problema politico la condizione delle vittime e, nel conflitto, stare dalla parte loro.
Una colomba arancione è una contraddizione, un ossimoro. Ma è la raffigurazione di una pace che è trattenuta dalla violenza, ed è la protesta contro il fatto che la condizione umana più comune sia rappresentata proprio dalle vittime. La nostra intenzione è di lottare perché la colomba possa tornare ad essere bianca. Allora l’arancione potrebbe essere solo il colore delle arance d’Israele della Palestina e della Sicilia, con cui disegnare un arco di pace tra le due rive del Mediterraneo, che è il luogo da cui la pace deve cominciare.

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