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"La coscienza del cristiano è impegnata a proiettare nella sfera civile i valori del Vangelo" ____________________________________________________________________________________________________________________

venerdì 10 ottobre 2008

Afghanistan, cronache di un disastro

La Stampa di oggi, 10 ottobre, pubblica l'articolo che riprendo integralmente a firma Carla Reschia. E' sempre brutto dire: "Te l'avevo detto", ma a volte è una frase che attraversa la nostra mente. Nel marzo 2007 ho pubblicato su La Voce alessandrina un editoriale dal titolo "Missione di pace?" dedicato alla situazione della cosiddetta missione di pace in Afghanistan; c'è voluto più di un anno di indagine da parte di agenzie di spionaggio americane e l'esplicita denuncia di militari inglesi per giungere alle stesse conclusioni già delineate in quell'editoriale. Senza essere né geni né eccezionali analisti politici, bastava un po' di informazione, un po' di storia, un po' di buon senso... Ripropongo anche quell'editoriale. Va da sè che quelle riflessioni e quelle di questi giorni vanno in direzione opposta da quelle affermate a proposito della guerra in Afghanistan dai nostri incomparabili ministri degli Esteri e della Difesa; appena nominati si sono affrettati a dire che le "regole di ingaggio" andavano cambiate perché l'Italia potesse partecipare a pieno titolo alla "missione di pace" con una piena partecipazione alle azioni di guerra della NATO!



Pessime notizie dall'Afghanistan, e stavolta sono firmate Cia. Fa discutere un rapporto preparato dall'intelligence Usa (ben sedici agenzie hanno collaborato alla sua stesura) sulla situazione nel Paese, che offre un quadro allarmante della situazione. In sintesi: la corruzione dilaga nel governo amico di Kabul, i taleban sono più forti di prima e l'unica cosa che va alla grande, 50% del reddito nazionale - peccato che si stia lì anche per impedirlo - è il traffico di eroina.
Rapporto che arriva, forse non a caso, a ruota delle voci sulla necessità di una soluzione politica del rebus afghano. Una tesi sostenuta bipartisan
dal comandante delle truppe britanniche impegnate in Afghanistan, Mark Carleton-Smith - ha amesso che «la guerra in Afghanistan non si può vincere» - e dal presidente Karzai, che, complice forse un fratello compromesso con il business più redditizio del Paese, ha proposto negoziati con i taleaban, probabilmente già in atto. E ora accolta, a Budapest, dal segretario americano alla Difesa Robert Gates che, se non sarà smentito, ha annunciato il via libera alle trattative. I taleban non sono più banditi ma interlocutori.
E, tempestivamente, il rapporto dei servizi invoca un cambio di indirizzo, sollecita una revisione urgente della politica americana nel Paese asiatico e non risparmia critiche alla lentezza della reazione delle autorità Usa di fronte al crescere dei problemi sul territorio. Il tutto in un quadro più che fosco dove confluiscono i terroristi di Al Qaeda, i taleban, i nazionalisti del Kashmir, gli eserciti privati di alcuni signori della guerra e i gruppi tribali del Pakistan occidentale.
La soluzione adombrata è quella solita, usata recentemente in Iraq, e tempo addietro nello stesso Afghanistan: sostenere alcuni gruppi armati sperando che prevalgano e impongano ordine. Gli ultimi si chiamavano mujaddin e furono finanziati per combattere l'invasione sovietica. Sono gli "antenati" dei taleban, che ora potrebbero tornare, almeno in alcune loro componenti, in auge.
Funzionerà? Dall'Afghanistan arriva la voce, forte e sincera di un'altra donna coraggiosa. Si chiama Malalai, come la poliziotta uccisa pochi giorni fa. Nome che nel Paese rende omaggio a una Malalai leggendaria, eroina della Seconda guerra anglo-afghana, fra il 1878 e il 1880. Lei, Joya di cognome, è avvocato e l'anno scorso è stata sospesa dal Parlamento afgano per avervi denunciato la presenza di narcotrafficanti e signori della guerra.
Da Londra, dove l'organizzazione per i diritti umani Reach All Women in War le ha consegnato il premio Anna Politkovskaya, Malalai ha lanciato un atto d'accusa senza mezzi termini ai "salvatori" occidentali e ha detto com'è oggi il suo Paese: un disastro. «Il mio popolo sofferente -ha detto - è stato del tutto tradito in questi sette anni dagli Usa e dai loro alleati. È stato invaso e bombardato nel nome della democrazia, dei diritti umani e dei diritti della donna, ma i peggiori nemici di questi valori sono stati sostenuti e portati al potere. Il governo statunitense e i suoi alleati hanno "sfruttato" la piaga dell'oppressione delle donne afgane per legittimare l'intervento nel Paese, ma una volta rovesciato il regime talebano, invece di far affidamento sul popolo afgano, ci hanno fatto cadere dalla padella alla brace, portando al potere gli infami criminali dell'Alleanza del Nord». Ovvero «Nemici giurati della democrazia e dei diritti umani, oscurantisti, misogini e crudeli quanto i Taliban».
In più, ha aggiunto, il governo afgano «ha il controllo solo del 30% del territorio, e là dove taleban e signori della guerra locali hanno il potere non c'è legge». «La nostra nazione - ha testimoniato - sta ancora vivendo nell'oscurità della guerra, dei crimini e delle brutalità dei fondamentalisti, e le donne sono il primo e silenzioso sacrificio di questa situazione. La propaganda del mondo sulla liberazione dell'Afghanistan e la lotta contro il terrorismo sono bugie, le forze usa e Nato hanno ucciso più civili dei nemici del popolo afgano». «E mentre il Paeseha ricevuto 15 miliardi di dollari di aiuti - ha concluso - il 70% del mio popolo vive con meno di due dollari al giorno».



MISSIONE DI PACE?

Scrivo mentre è in corso il dibattito al Senato sul rifinanziamento delle missioni militari “di pace” italiane all’estero, ma sono assolutamente disinteressato al voto che concluderà il dibattito stesso. Avevo recentemente chiesto con una lettera aperta al Presidente del Consi-glio segni di “discontinuità” rispetto alla politica estera del Governo precedente; potrei ri-tenermi soddisfatto da quanto affermato in questi giorni dal capo della destra, che ha sotto-lineato con il suo solito modo “pacato e scevro da polemiche di parte” che questo Governo ha scelto una politica di “assoluta e totale discontinuità” in politica estera, scegliendo di stare dalla parte dei “terroristi, degli sgozzatori, di Hezbollah, di Hamas” e perdendo tutto quel credito e quel prestigio che gli scodinzolamenti precedenti avevano procurato al nostro Paese. È evidente che il disinteresse sta nel fatto che non è chi non veda come ogni dibattito parlamentare sia ormai strumentale, finalizzato solo a delegittimare il Governo in carica sognando una sua sostituzione in tempi brevi, che permetta il ritorno al potere di chi mal sopporta un ruolo di opposizione, sapendo qual è in una democrazia il vero ruolo dell’opposizione. Ma tralasciamo lo squallore e la mancanza di pudore di taluni politicanti nostrani e cerchiamo di capire qualcosa di più a proposito della guerra in Afghanistan.
Il cinquantasei per cento degli italiani vorrebbe il ritiro delle truppe italiane dall’Afghani¬stan, secondo un sondaggio commissionato dal quotidiano La Repubblica. Ma forse non sono molti quelli che hanno sufficiente conoscenza della materia per una propria valutazione che vada al di là degli slogans propagandistici dei sostenitori della “guerra ad oltranza”, anche se mascherata sotto la coperta della lotta al terrorismo di al-Qaeda e dei suoi alleati talebani. Una parte dell’opinione pubblica è probabilmente d’accordo con il farneticante pensiero (?) espresso da un “politico” nostrano in una sua lettera a seguito della liberazione di Mastrogiacomo: «…Dovrei, forse, scrivere che sono contento che hai avuto salva la vita ed invece dico no. Non sono contento perchè la tua vita, che da solo hai deciso di mettere in pericolo, penso per avidità di guadagno, è costata molto, troppo. Per prima cosa hai con-tribuito a far sgozzare un ragazzo che ti faceva da autista e che, probabilmente con il ricatto del denaro, hai costretto a condurti in luoghi pericolosi che gli sono costati la vita. Per seconda cosa hai fatto piegare al ricatto mezzo mondo con esborsi di risorse enormi sia come spese che, molto probabilmente, come pagamento di un riscatto. Per terza cosa, se pagamento c’è stato, perchè questo denaro verrà speso per mantenere e armare terroristi che spargeranno sangue di militari e, molto probabilmente, anche di innocenti. Per quarta cosa, che giudico la più grave, per salvarti la vita hanno dovuto liberare delle persone che già si erano macchiati di omicidi feroci e che, per colpa tua, ora sono liberi di ricominciare la loro attività di tagliagole e di colpire ancora … Forse un ragazzo, della mia o della tua cit¬tà che, non essendo un giornalista di grido come te, per guadagnarsi la vita e mantenere la sua famiglia ha indossato una divisa ed ha accettato di andare a combattere in quel Paese lontano dove questo Governo e il Governo precedente pensano di “portare” la democrazia e la libertà. E tu, giornalista con autista ed interprete, per uno scoop, per guadagnare più soldi, fai liberare i loro potenziali aguzzini. Ora sei libero dalle catene dei terroristi ma spero non dal rimorso. Se la Giustizia fosse giusta dovresti essere processato per collaborazionismo e futura strage. Se io fossi il pm al processo, chiederei per te la pena dell’erga¬stolo!». Non cito il suo nome, perché l’autore di tanta profondità sarà candidato alle prossime elezioni amministrative e sarebbe imbarazzante un qualsiasi commento e alla banalità delle affermazioni e all’italiano; senza dire della sua comprensione di quale ruolo una corretta informazione possa svolgere in una democrazia, anche e soprattutto in caso di guerra... Piuttosto dedichiamo un po’ più di attenzione al martoriato Afghanistan.
Un po’ di date e dati. 1979-1989: truppe sovietiche (e governative) contro guerriglia muja-hedin (sostenuta dagli Stati Uniti). 1989-1996: conflitti armati tra mujaheddin tagiki, uzbeki, hazari, pashtun. 1996-2002: talebani al governo (sostenuti da Pakistan e Arabia Saudita) contro la resistenza dei mujahedin tagiki, uzbeki e hazari uniti nell’Alleanza del Nord (sostenuta da Russia, India, Iran, Tajikistan e Uzbekistan). 2002-oggi: truppe americane e governative (del governo di Hamid Karzai) contro la resistenza dei talebani e dei miliziani dell’Hezb-i Islami nelle province sud-orientali al confine col Pakistan; milizie uzbeke contro milizie tagike (di Mohammad Atta) nelle province settentrionali del Paese. Troppo spesso si dimentica poi che l’Afghanistan attuale è e resta un coacervo di piccoli “feudi” tribali e di clan che nessuna forza nazionale o internazionale è mai riuscita ad unire in una unità statuale, ma solo ha potuto portare ad occasionali ed interessate alleanze temporanee. La guerra tra forze sovietiche e resistenza afgana (1979-1989), quella successiva tra le varie fazioni di mujahedin (1989-1996) e quella tra talebani e Alleanza del Nord (1996-2001) hanno causato la morte di un milione e mezzo di afgani, due terzi dei quali (un milione) civili. L’intervento armato Usa alla fine del 2001 ha provocato la morte di 14 mila afgani, di cui almeno 10 mila combattenti talebani e quasi 4 mila civili. A queste vanno aggiunti migliaia di civili afgani morti nei mesi successivi alla fine del conflitto per le malattie e la fame provocate dalla guerra. Dal 2002 a oggi la guerra ha causato altri undicimila morti, di cui seimila solo nel 2006. Dall’inizio del 2007 la guerra ha causato almeno 748 morti, di cui 230 civili, 360 talebani o presunti tali, 136 militari afgani e 22 soldati Nato.
L’Afghanistan è uno dei paesi più minati del pianeta. Secondo dati di una organizzazione non governativa britannica dal 1979 ad oggi sono state disseminate, ufficialmente, almeno 640 mila mine, tra antiuomo e anticarro. A queste vanno aggiunti milioni di ordigni inesplosi: le forze aeree Usa hanno sganciato sull’Afghanistan centinaia di migliaia di cluster bomb, la maggior parte delle quale rimaste inesplose. Solo nel 2003 ne sono state rinvenute e distrutte quasi 13 mila. Dal 1979 ad oggi 400 mila afgani (per l’80 per cento civili) sono rimasti uccisi o mutilati dalle mine. L’Afghanistan è il maggior produttore di oppio al mondo (l’eroina af-gana rifornisce i tre quarti del mercato occidentale) ed è ricco di smeraldi e risorse minerarie. Ma il valore strategico del Paese è legato ai gasdotti e ai corridoi commerciali (stradali e ferroviari) che lo attraversano, collegando gli Stati ex-sovietici dell’Asia centrale con il Pakistan e l’India. Inoltre la recente scoperta di immensi giacimenti di uranio potrebbe diventare una fonte potenziale di nuovi conflitti. L’esercito afgano è armato dall’Occidente (Usa e Gran Bretagna in testa), i mujahedin da Russia, India, Iran, Tajikistan e Uzbekistan. I talebani si finanziano col commercio illegale di oppio e grazie all’appoggio indiretto del Pakistan e dell’Arabia Saudita. Sono ormai passati sei anni dall’inizio dell’occupazione dell’Afghanistan, appoggiata dalla Nato, e la situazione ancorché migliorare degenera sempre più, tanto da essere di fatto una guerra in corso d’opera. Chi è responsabile di questo disastro? Perché il paese è ancora sotto occupazione? Quali sono gli obiettivi strategici americani nella regione? Qual è la funzione della Nato? E per quanto tempo un paese può rimanere sotto occupazione contro la volontà della maggioranza del suo popolo?
Ottima cosa è stata certamente la caduta del regime dei talebani, ma le speranze suscitate dalla demagogia occidentale non sono durate a lungo. La nuova classe dirigente afgana in buona parte rientrata dall’estero si è appropriata della maggior parte degli aiuti esteri per creare le proprie reti di profitto illecito e clientelare. Così invece di provvedere all’essen¬ziale per la popolazione (gran parte del Paese non è fornito né di acqua né di luce nelle case) sono state organizzate delle frettolose elezioni a basso costo dall’occidente, essenzialmente a beneficio dell’opinione pubblica occidentale, incapace di pensare e di accettare che possa esistere uno stato non costruito sul modello conosciuto da noi e dalla nostra storia pure recente. Probabilmente, più utile sarebbe stata la costruzione di scuole, di ospedali e di case e la ricostruzione dell’infrastruttura sociale, che era stata distrutta dopo il ritiro dell’esercito sovietico nel 1989, questo avrebbe potuto dare stabilità al paese. Sarebbe stato anche necessario un intervento dello stato per l’agricoltura e per le imprese famigliari per ridurre la dipendenza dalla coltivazione del papavero. Così la corruzione dei gruppi dominanti è cresciuta come un tumore: il fratello minore del presidente Karzai è diventato uno dei maggiori baroni della droga del paese. Così mentre le condizioni economiche non sono minimamente migliorate, le forze militari della Nato spesso hanno colpito innocenti civili causando le proteste violente antiamericane dell’ultimo anno nella capitale afgana. Quello che inizialmente era stato considerato come un’azione di polizia necessaria contro al-Qaeda conseguente agli attacchi dell’11 settembre, adesso viene percepito da una maggioranza in crescita in tutto il paese come una vera e propria occupazione imperialista. I talebani crescono e stanno creando nuove alleanze non perché le loro pratiche religiose siano diventate popolari, ma perché rappresentano l’unico gruppo a disposizione per la liberazione nazionale. Come inglesi e russi hanno imparato a proprie spese nei due secoli precedenti, agli afgani non piace essere in regime di occupazione. Di fatto non c’è alcuna possibilità che la Nato possa vincere adesso questa guerra: inviare altre truppe porterà solo più morti. E la guerra finirà per destabilizzare anche il Pakistan confinante. La maggioranza pashtun dell’Afghanistan ha sempre avuto rapporti stretti con i pashtun pakistani. Il confine e stato un’imposizione dell’Impero inglese ma è un confine sulla carta: è impossibile controllare o costruire una barriera lungo un confine montagnoso e in gran parte indistinto di 2500 chilometri che separa i due paesi. La soluzione è politica, non militare. I leaders di al–Qaeda sono ancora liberi, ma come abbiamo sempre sostenuto la loro cattura sarà il risultato di un efficace lavoro di polizia, non quello di una guerra e di un’occupazione. Se si tratta di una banda di delinquenti, come mai non si utilizzano i metodi investigativi e dell’intelligence di cui gli Usa sono esperti? È credibile che una banda di criminali, per giunta descritta come priva di equilibrio psichico, possa sfidare una superpotenza che tiene in scacco il mondo intero? Che esito avrà il ritiro della Nato dall’Afghani¬stan? Qui, in Iran, Pakistan e negli stati dell’Asia centrale sarà essenziale garantire una costituzione che rispetti le diversità etniche e religiose. L’occupazione da parte della Nato non ha facilitato questo compito, anzi il suo fallimento sta dando nuovo vigore ai talebani e sempre di più i pashtun si stanno unendo in loro sostegno. La lezione qui, come in Iraq, è una sola: è molto meglio che il cambiamento di un regime avvenga dal basso, anche se questo comporta una lunga attesa come è accaduto altrove. La guerra contro la Russia prima e la successiva guerra civile sono state il brodo di coltura di un acceso fanatismo islamico, ancora una volta sostenuto fino al termine della guerra con la Russia anche dagli americani, come ha dichiarato il famoso “Consigliere per la sicurezza” Brzezinsky: «Non vi siete pentiti di avere supportato l’integralismo ed il terrorismo islamico con armi ed addestramento?». Risposta: «Cosa è più importante per la storia del mondo? I talebani o il collasso dell’impero sovietico? Qualche musulmano esaltato o la liberazione dell’Europa centrale e la fine della guerra fredda?». E dal marzo all’agosto 2001, prima dell’11 settembre, l’America aveva dato un ultimatum ai talebani: se ci consegnate Bin Laden (e ci lasciate costruire il gasdotto Unocal) vi copriremo d’oro, altrimenti vi seppelliremo di bombe. Forse questo spiega tante cose… dwf

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