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"La coscienza del cristiano è impegnata a proiettare nella sfera civile i valori del Vangelo" ____________________________________________________________________________________________________________________

domenica 13 dicembre 2009

Salvare la Costituzione per un futuro di speranza. Una riflessione sulla figura di Giuseppe Dossetti.

Esattamente quindici anni fa, nel 1994, Giuseppe Dossetti, figura complessa del cattolicesimo italiano, ruppe un lungo periodo di silenzio pubblico e richiamò l’attenzione di tutti su quella che a suo giudizio andava delineandosi come un’emergenza politica, tale però da affondare le sue radici in una profonda crisi sociale e, prima ancora, etica (“il mare buio e livido della società italiana”).
In “Sentinella, quanto resta della notte?” (trascrizione di una commemorazione nell’anniversario della morte di Giuseppe Lazzati), affermava: “Pur non guardando al passato […] e pur guardando in avanti verso il mattino, la sentinella è ben consapevole che la notte è notte. […] Siamo di fronte a evidenti sintomi di decadenza globale.” E tra i tanti fecondi spunti di riflessione critica, insieme al limpido invito al rinnovamento dell’”uomo interiore” e alla “speranza”, nel suo scritto emergeva anche un appello alla necessità di una ferma difesa dei valori della Costituzione in tale contesto di “frantumazione della comunità”. L’appello fu ripreso in una lettera aperta al Sindaco di Bologna e a partire da essa ebbe avvio l’esperienza dei “Comitati per la difesa della Costituzione”, nel cui ambito si incontrarono proficuamente, sul terreno comune dei valori fondanti della nostra convivenza civile, persone di provenienza ideale e politica anche molto diversa.
Per riflettere ancora sull’attualità dell’analisi e del messaggio di Dossetti, il Centro ricerche e documentazione socioculturale (CRDS) e Appunti alessandrini (AP), in collaborazione con il Coordinamento provinciale per la difesa e l’attuazione della Costituzione, hanno organizzato una serata sul tema “Salvare la Costituzione per un futuro di speranza. Una riflessione sulla figura di Giuseppe Dossetti.” L’incontro ha avuto luogo presso il Museo della Gambarina il giorno 11 dicembre 2009. Riporto gli interventi di Agostino Pietrasanta e di Walter Fiocchi dello staff di AP.


Negli ultimi anni della sua vita, dopo la vittoria delle destre alle elezioni politiche del 1994 e la dichiarata intenzione di Berlusconi e del suo primo governo di porre mano ad una revisione costituzionale che avrebbe posto in crisi i principi ispiratori della carta, Giuseppe Dossetti dedicò gran parte delle sue forze ad una battaglia di difesa, ma anche di sviluppo della Costituzione, in certo senso personalissima. Tuttavia l’ispirazione di tale comportamento trae origini remote, nella formazione del protagonista e nella cultura di un filone essenziale della cultura politica dei cattolici che si richiama in gran parte ai movimenti intellettuali di Azione cattolica. Tocca a me, tenendo conto dell’azione di Dossetti, negli anni 1994/1996 (il 1996 è l’anno della sua morte), riprendere schematicamente alcuni di questi principi, quanto basti (spero) per capire; lascio a don Walter di parlare dei documenti più impegnativi di quest’ultima battaglia, anche in una prospettiva della loro permanente attualità.
Affronterò la chiacchierata, richiamando tre questioni essenziali. Mi servono a definire la ragioni culturali che sottendono da una parte la presenza e l’attività del gruppo dossettiano nella prima delle tre sottocommissioni che hanno redatto la Costituzione e dall’altra la difesa di cui abbiamo appena fatto cenno, promossa da Dossetti
Prima questione. Il valore attribuito dai dossettiani (meglio, dagli eredi dei movimenti intellettuali di Azione cattolica) all’esperienza fascista. Tale esperienza era vista come avvenimento apocalittico, esito e sbocco del pensiero politico moderno. Per loro il fascismo non era una deviazione, ma il logico compimento della società borghese/liberale. Non si trattava, dopo l’evento epocale di una guerra che aveva prodotto cinquanta milioni di morti, di riprendere il positivo della cultura liberale ed epurarlo dagli eventuali errori; non era possibile perché quella cultura di positivo non aveva nulla: era il portato o il precipitato storico di un principio negatore di ogni valore etico, di un’istanza egoistica fondata sull’individualismo più chiuso alla socialità ed alla solidarietà. Il fascismo non era che l’estrema degenerazione di queste premesse i cui risultati di crollo storico erano sotto gli occhi di tutti: cinquanta milioni di morti.
In loro, almeno da questo essenziale punto di vista, era assolutamente assente la prospettiva degasperiana, disponibile ad accettare il positivo della prima fase della rivoluzione francese, in cui De Gasperi individuava attraverso il trinomio libertà fraternità ed uguaglianza, una sostanziale fondazione evangelica; i risultati di quella Rivoluzione soprattutto nella Costituzione dell’ottantanove, costituiscono il trionfo della borghesia individualistica, egoista di cui il fascismo ed in genere i totalitarismi di Stato non sono stati che l’estrema degenerazione. Non per nulla La Pira, più volte, anche in Costituente rifiutò un interesse qualsiasi a quella Costituzione richiamando al contrario un possibile confronto con la costituzione di Weimar o addirittura con quella dell’Unione sovietica.
Non ne abbiamo tempi disponibili, ma sarebbe interessante una verifica di queste posizioni con il dibattito interno alla Resistenza di marca cattolica sul problema. Sui giornali partigiani, prodotti da preti o da laici cattolici, il tema ricorre insistente: siamo al crollo del sistema storico degli egoismi anticristiani (Olivelli, don Berto…). La conseguenza è semplice: contro la società dell’egoismo indotta delle ideologie liberali, è lecita la ribellione; la stessa partecipazione alla resistenza costituisce sì impegno contro il nazi/fascismo, ma anche opposizione radicale alle sue cause remote, fondate nella grande ingiustizia degli egoismi di una società corrotta; bisogna non ricuperare, non ricostruire, ma costruire “ab imis fundamentis”, dalle radici un nuovo quadro di civiltà ed al suo interno un nuovo quadro statuale. C’è un radicale richiamo allo spirito ed al dettato evangelico dell’amore a cui inevitabilmente i cristiani sono chiamati, per costruire la città dell’uomo: non per nulla lo stesso Dossetti ricordando Lazzati nel decimo anno della morte (1994) richiama la radicalità della presenza cristiana nella società. Attenzione, radicalità che non è intolleranza a confrontarsi dialetticamente col pensiero altrui, dal momento che in politica la dialettica è il sale della democrazia, ma è sacrificio personale e libertà dagli interessi individuali: la politica come passione e coma gratuità.
Seconda questione. In conseguenza una precisa idea di Stato al servizio del primato della persona umana. Afferma Rossetti in un passaggio di un suo discorso in Costituente, “Tanto più lo Stato dovrà svolgere una azione energica per superare gli egoismi ed assicurare la giustizia sociale, tanto più il cittadino dovrà essere garantito contro il prepotere di uno Stato totalitario e dittatoriale. E, nell’ordine del giorno che presenta alla sottocommissione il 9 settembre 1946 esplicita chiaramente il primato della persona e la destinazione dei servizi della Stato ancora alla persona. Peraltro, anche nel discorso che farà a Monteveglio, il 16 settembre 1994 e dunque all’interno della difesa, che egli promuove della Carta richiamerà come punto di forza e come principio essenziale della Costituzione il personalismo.
Ora è da precisare che la stessa ispirazione cristiana dell’impegno dei dossettiani in Costituente trova qui, su questo specifico versante, la sua coniugazione istituzionale e politica. Aveva detto La Pira alla XIX settimana sociale dei cattolici italiani, tenutasi a Firenze, nell’ottobre 1945, sul tema “Costituzione e Costituente”, “…ispirazione cristiana in politica non consiste nel fatto che lo Stato riconosca la religione cattolica come religione dello Stato…l’ispirazione cristiana dipende essenzialmente da questo fatto: che l’oggetto della Costituzione, il suo fine sia la persona umana quale il cattolicesimo la definisce e la realizza”
Di qui l’idea di Stato dei dossettiani.e la funzione che essi assegnano al diritto. Dossetti, richiama, più volte, il diritto ed il dovere, soprattutto per un cristiano, ma non solo, di resistenza allo Stato che dovesse prevaricare la persona e quelli che egli chiama i corpi intermedi territoriali (comuni, province regioni) e sociali (famiglia scuola, sindacato); nella tradizione del Movimento cattolico (M.C.) si sarebbero potuti richiamare parecchie valutazioni a questo riguardo. Io credo però che in Costituente questo abbia portato ad una discussione tra le più interessanti di quegli anni sul valore della libertà assicurata dalle istituzioni.
Se ci fu una convinzione, espressa da una larga maggioranza dei costituenti della prima sottocommissione, fu appunto questa: la libertà non poteva essere assicurata solo all’individupo, perché l’idea tradizionale (e sostanzialmente liberale) della libertà, per cui la mia libertà finisce dove comincia la tua non è accettabile. Al contrario è da dire che la mia libertà comincia, dove comincia la tua; solo se pongo le condizioni istituzionali e giuridiche perché tutti siano liberi, sarò libero anch’io. E questo faccio solo se tolgo tutti gli ostacoli che impediscono ad una parte dei cittadini di usufruire della libertà e dei suoi effetti positivi.
La Pira e Dossetti, su queste premesse parlavano di libertà finalizzata: la libertà ha significato se si pone come fine la possibilità di tutti ad essere liberi: liberi dalla prevaricazione delle istituzioni, ma anche liberi dalla fame e dall’ignoranza. Libertà e solidarietà si realizzano in un contesto comune; per questo i dossettiani qui si incontrano con le sinistre in un programma di una democrazia sostanziale, realizzata. Non bastano regole condivise di convivenza, pur necessarie (democrazia formale) necessitano capacità data a tutti i cittadini di usare ed usufruire di tali regole (democrazia sostanziale). Se qualcuno è escluso da questo beneficio non c’è reale e concreta realizzazione democratica. Dossetti ritiene, al riguardo, fondante un’ispirazione di radicale cristianesimo, ma sa che su questa strada si può percorrere un cammino comune con tutti gli uomini aperti al dialogo. Non è senza un motivo che ricordando Lazzati, a dieci anni dalla morte (lo fa ancora una volta nel 1994: Lazzati era morto nel 1984) parlerà di una realizzazione del valore cristiano nella storia, percorrendo con tutti gli uomini la via della piena realizzazione dei valori, nel richiamo,sarà bene richiamarlo al Concilio.
Vengo alla terza ed ultima questione, quasi esclusivamente espressa da Dossetti, più che dal gruppo di cui fa parte. La laicità nelle istituzioni.
Alla settimana sociale dei cattolici italiani il card. Dalla Costa, per conto della S.Sede,aveva chiesto espressamente che nella nuova costituzione fossero mantenuti all’Italia i patti lateranensi e, di conseguenza le prerogative (qualcuno li chiama privilegi) contemplate dai patti stessi. Il problema era di particolare complessità; La storiografia riconosce il grande prestigio acquisito dalla Chiesa italiana nell’ultima fase del conflitto; lo Chabod, nelle lezioni di storia contemporanea, già negli anni sessanta rilevava tale prestigio, dovuto anche e soprattutto al fatto che nella disgregazione dello Stato, dopo l’otto settembre (1943), la Chiesa, i vescovi ed i parroci, indipendentemente dai precedenti compromessi col regime, erano rimasti al loro posto a difendere la popolazione civile. In questa situazione sarebbe stato difficile non ascoltare le richieste della Chiesa senza turbare la pace religiosa. Si trattava, di conseguenza di mantenere un occhio di riguardo a tali richieste, preservando la laicità delle istituzioni.
Dossetti fu, e qui per iniziativa personalissima, l’artefice del massimo possibile di rispetto della laicità in una condizione apparentemente “disperata”, anche grazie all’intuizione di Togliatti, consapevole delle ragioni dossettiane. Egli era un canonista; aveva fatto la tesi sulla violenza nel matrimonio canonico, poi, dopo un periodo di assistentato volontario, in cattolica, di diritto romano, aveva avuto, da Gemelli, l’incarico di assistente di diritto canonico. Sapeva come muoversi e, richiamando senza troppo apparire, un principio della “Immortale Dei” (1885) di Leone XIII, nella quale viene affermato che Stato e Chiesa ciascuno dispone di una sua intrinseca autonomia, concluse che la loro autorità è originaria per entrambi. I due ordinamenti cioè sono originari e ciascuno, nel proprio ambito sovrani, senza alcun rapporto di dipendenza: ne deriva che possono e debbono confrontarsi in forza di accordi concordatari. Il concordato nei rapporti con la Chiesa diventava così fondato sulla natura giuridica dei due ordinamenti;. non nelle pretese di una parte o dell’altra.
Fu il massimo possibile di laicità permesso in quel momento: De Gasperi e Togliatti, ciascuno per la propria parte politica ne presero atto. Ci sarebbe da aggiungere (e non è cosa di poco conto) che la costituzione non si accontentò di recepire il criterio concordatario, ma espressamente accettò un tipo specifico di concordato: i patti lateranensi. Anche qui (la parte di soluzione non proprio rispettosa della laicità), va dato atto a Dossetti di aver chiarito con le parti interessate, o la maggioranza di esse, che non si poteva andare al di là, pena un possibile gravissimo “vulnus” nella pace religiosa nel Paese.
Ho richiamato quest’ultima questione perché, anche su questo versante, siamo un pò nella notte di cui Lazzati e Dossetti vedevano gli aspetti più inquietanti; perché se nel periodo 1994/96, la notte era in corso, a mio avviso essa non è finita (anzi!); rimane che tutti gli uomini aperti al dialogo non possono non sperare che finisca.
Agostino Pietrasanta

«Qualcuno chiama da Seir: “Sentinella, quando finisce la notte?
Dimmi, quanto manca all’alba?”. La sentinella risponde: “Arriva l’alba,
ma presto anche la notte. Se volete fare altre domande, tornate di nuovo”»
(Isaia 21,11-12)
Il’94 è l’anno della discesa in campo di Berlusconi e del suo primo governo: che, dichiaratamente, si propone di mettere mano ad una radicale riforma della Costituzione. Dossetti esce da un silenzio durato 40 anni, ed intitola il discorso di commemorazione dell’amico fraterno Lazzati appunto “Sentinella, quanto resta della notte?”.
Attualità della riflessione dossettiana
In quei giorni del 1994, Dossetti vede affiorare un male diagnosticato con molti anni di anticipo: la supremazia di una concezione individualistica, in cui il diritto costituzionale regredisce a diritto commerciale; il dissolversi di ogni legame comunitario, mascherato dietro l’appello al “federalismo” (il “politico” diventa pura contrattazione economica); il rifiuto esplicito di una responsabilità collettiva in ordine alla promozione del bene comune (la comunità è fratturata sotto un martello che la sbriciola in componenti sempre più piccole sino alla riduzione al singolo individuo). Non si può sperare, dice Dossetti e parla ai cattolici, che si possa uscire dalla “nostra notte” “rinunziando a un giudizio severo nei confronti dell’attuale governo in cambio di un atteggiamento rispettoso verso la Chiesa o di una qualche concessione accattivante in questo o quel campo (la politica familiare, la politica scolastica)“.
Fenomenologia dell'oggi
Il progressivo imbarbarimento della situazione è sotto gli occhi di tutti. Non occorrono molte parole, perché i fatti parlano da soli e sono inequivocabili. Ovviamente molti dei problemi che affliggono il nostro Paese non sono nati oggi e ce li trasciniamo da decenni. Nuovo, però, è il clima pesante – la «filosofia» – con cui si affrontano. Certamente vi influiscono la paura diffusa e il bisogno di sicurezza largamente avvertito; ma è ideologico addossarne la responsabilità solo all’uno o all’altro problema. Nessuno nega i problemi complessi dell’immigrazione clandestina, ma trasformarla – come si fa – nel capro espiatorio significa affrontare il fenomeno in modo sbagliato; non aiuta a risolvere il problema, ma lo esaspera. Introdurre il reato di ingresso e di soggiorno illegale e imporre tasse esose per ottenere il rilascio o il rinnovo del permesso di soggiorno; invitare i medici a denunciare i pazienti stranieri illegali; ventilare l’ipotesi di classi separate per i bambini extracomunitari; rifiutare agli stranieri (anche socialmente integrati) i servizi sociali e i sussidi di disoccupazione garantiti agli italiani sono tutte scelte che non risolvono la situazione, ma ne aggravano i contorni. Perché stupirsi poi se, in un clima inospitale e discriminatorio, si moltiplicano – da una parte e dall’altra – casi di violenza brutale, di intolleranza, di razzismo e di xenofobia; se le città diventano sempre più invivibili e insicure? Com’è possibile garantire l’ordine pubblico e la sicurezza inviando i soldati a pattugliare le strade, minacciando la castrazione chimica agli stupratori o istituendo ronde paramilitari destinate a spingere i cittadini a farsi giustizia da sé? Così si scivola verso l’«inciviltà sociale».
Nello stesso tempo, si diffonde sempre più anche l’«inciviltà politica», fondata sul falso presupposto che la legittimazione popolare (la maggioranza elettorale) sia criterio di legalità. Ciò mina alla radice la civiltà politica e giuridica del nostro Paese e fa degenerare la democrazia in «autoritarismo». Infatti, il giudizio di legalità non spetta al popolo, ma alla magistratura. Non si può usare il potere legislativo per sottrarsi alla giustizia o per ridurre l’autonomia della funzione giudiziaria. Quando questo accade, l’effetto è devastante: si diffonde la sfiducia nello Stato e nelle sue istituzioni; s’incrina nei cittadini il senso civico e della legalità; si favorisce la corruzione pubblica e privata; s’insinua nell’opinione pubblica la convinzione che, dopotutto, il «fai da te» premia. Così si scivola verso l’«inciviltà politica».
La conseguenza è che, anche a livello istituzionale, la partecipazione democratica è soppiantata gradualmente dall’«autoritarismo», da una sorta di presidenzialismo di fatto: chi ha il potere comanda, non governa: diviene allergico a ogni sorta di controllo e agli stessi contrappesi essenziali del sistema democratico (si tratti della magistratura o del presidente della Repubblica); preferisce ricorrere ai decreti legge e al voto di fiducia, esautorando di fatto il Parlamento e riducendolo al ruolo di notaio delle decisioni prese dal Governo; i dibattiti e le necessarie mediazioni della democrazia politica sono visti come un intralcio, un ostacolo, una perdita inutile di tempo. La classe politica è cooptata dall’alto: si toglie ai cittadini la libertà di «eleggere» i propri rappresentanti, e viene loro lasciata solo la possibilità di «ratificare» con il proprio voto liste confezionate dal vertice. Ecco perché nasce e si diffonde l’«antipolitica»: non dice nulla il fatto che nelle elezioni politiche del 13-14 aprile 2008 l’astensione abbia superato i 10 milioni di cittadini (circa un italiano su 4) e nelle elezioni regionali in Abruzzo (14-15 novembre 2008) abbia raggiunto il 47%? È inutile continuare. È chiaro che così si scivola verso l’«inciviltà» e si entra in rotta di collisione con lo spirito (e spesso anche con la lettera) della nostra Costituzione.
Il pensiero di Dossetti
Dossetti non nega la necessità di cambiamenti. Elenca: riforma della pubblica amministrazione; contrasto alle degenerazioni dello Stato sociale; lotta alla criminalità organizzata; valorizzazione della piccola e media imprenditoria; riforma del bicameralismo; promozione delle autonomie locali. Teme però riforme costituzionali ispirate da uno “spirito di sopraffazione e di rapina”. “C’è - avverte – una soglia che deve essere rispettata in modo assoluto. Questa soglia sarebbe oltrepassata da ogni modificazione che si volesse apportare ai diritti inviolabili civili, politici, sociali previsti dalla Costituzione. E così va pure ripetuto per una qualunque soluzione che intaccasse il principio della divisione e dell’equilibrio dei poteri fondamentali, legislativo, esecutivo e giudiziario, cioè per l’avvio, che potrebbe essere irreversibile, di un potenziamento dell’esecutivo ai danni del legislativo ancorché fosse realizzato attraverso referendum che potrebbero trasformarsi in forma di plebiscito“.
I referendum, segnati da “una forte emotività imperniata su una figura di grande seduttore“, possono trasformarsi infatti “da legittimo mezzo di democrazia diretta in un consenso artefatto e irrazionale che appunto dà luogo a una forma non più referendaria ma plebiscitaria“. Il “padre costituente” denuncia senza sofismi quel che vede dietro la “trasformazione di una grande casa economico-finanziaria in Signoria politica“. Vede la nascita, “attraverso la manipolazione mediatica dell’opinione”, di “un principato più o meno illuminato, con coreografia medicea“.
Il «pensiero unico» dominante, cioè la «filosofia» politica neoliberista, contrasta con i principi fondamentali della nostra civiltà, ai quali s’ispira la Carta repubblicana: ridurre la persona a «individuo» contrasta con il «principio personalista» che è alla base della nostra civiltà e della nostra Legge fondamentale; la visione meramente «legalista» delle relazioni umane collide con il «principio solidarista» costituzionale; l’«autoritarismo» è la negazione del «principio di partecipazione sussidiaria», cardine del nostro ordinamento democratico. Non è un caso, quindi, che – al di là dell’ossequio pubblico, dovuto e formale – la Carta repubblicana sia deprezzata fino a definirla «di ispirazione sovietica» e si profilino all’orizzonte «riforme» che la colpirebbero a morte.
Dossetti chiede allora ai cristiani di “riconoscere la notte per notte” e di opporre “un rifiuto cristiano” ritenendo che “non ci sia possibilità per le coscienze cristiane di nessuna trattativa“.
Nessuna trattativa. Per trovare queste parole che aiutano a sperare ancora in una via diurna, si deve ricordare Dossetti. Dove sono le “sentinelle” a cui si può chiedere oggi: “Quanto resta della notte“? Walter Fiocchi

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