
Un riflessione che, come premette lo stesso autore, richiede “coraggio, spezzatura, franchezza di spirito, autentico senso della responsabilità”, perché le cause di questa distanza tra i giovani e la Chiesa vanno ben al di là di mere strategie linguistico-comunicative e rimandano al rapporto stesso della Chiesa con il proprio tempo, un tempo caratterizzato dal tramonto dei meccanismi tradizionali di sedimentazione del sapere e dei codici di scomposizione e ricomposizione della realtà in universi di senso condivisi.
A questa trasformazione della cornice entro cui avviene l’annuncio del Vangelo ai giovani, la Chiesa ha risposto negli ultimi decenni con una strategia di ‘resistenza’ che non può avvicinare chi per questioni anagrafiche fa della propensione al futuro la propria cifra esistenziale. Don Armando Matteo riporta le parole di un celebre testo del card. Walter Kasper, Introduzione alla fede, secondo il quale – dopo la fase di “fioritura” del Concilio – “si ha ora di nuovo paura del rischio che libertà e futuro comportano, e ci si è votati in larga parte ad un’opera di conservazione e di restaurazione. Tuttavia se la Chiesa diventa l’asilo di quanti cercano riparo e riposo nel passato, non deve meravigliarsi se i giovani le voltano le spalle, e cercano il futuro presso ideologie e utopie di salvezza, che promettono di riempire il vuoto che la paura della Chiesa ha lasciato libero”.
Ecco perché una seria riflessione su questi temi richiede per don Matteo il “coraggio per distinguere ciò che è vivo e ciò che è morto nell’odierna prassi pastorale e nella relativa teologia pastorale che la giustifica”.
È sufficiente un “rapido sguardo” alla vita media delle parrocchie italiane per rendersi conto che “le forme più consuete di preghiera comunitaria risalgono all’Alto Medio Evo” e le “forme della crescita della fede coincidono sostanzialmente con quelle della diaconia ecclesiale (un giovane impegnato a decidersi per Gesù è un giovane che fa catechismo, uno cioè chiamato a trasmettere ad altri ciò per cui dovrebbe decidersi di vivere!)”. A tutto ciò corrisponde il paradosso di un “generale senso di ‘deserto ecclesiale’ che si respira nei luoghi che i giovani effettivamente abitano: i luoghi del lavoro e quelli della formazione, scuola e università”.
Come riuscire a costruire nuovi ponti di dialogo fra generazioni nell’annuncio del Vangelo? Per don Matteo la “comunità dei credenti” dovrebbe “oggi proporsi innanzitutto quale scuola della libertà, quale luogo in cui soprattutto i giovani, i grandi analfabeti della libertà, possano venire generati a tale esperienza e in questo avviati alla possibilità di una decisione per la fede”. Ciò significa, nel concreto, in primo luogo allargare gli spazi dell’ospitalità ecclesiale: “Non si può più pensare e agire come se l’essere cristiano coincidesse immediatamente con l’essere soggetto della diaconia ecclesiale”.
Prima ancora è però necessaria la responsabilità di non girare la testa di fronte al grande problema che la Chiesa si trova di fonte, quello di “Chiese sempre più vuote” ed “esistenze senza più Chiesa”.
Ma per fare ciò, conclude don Matteo rievocando le parole di Michel de Certeau, la Chiesa deve ricordare che “la tentazione è fissazione. Là dove Dio è rivoluzionario, il diavolo appare fissista”.
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