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"La coscienza del cristiano è impegnata a proiettare nella sfera civile i valori del Vangelo" ____________________________________________________________________________________________________________________

mercoledì 13 maggio 2009

Centenario della nascita di Giuseppe Lazzati

Il prossimo mese ricorrerà il centenario della nascita di Giuseppe Lazzati, importante figura della cultura e del mondo cattolico italiano. Lo ricorda un bell'editoriale di p. Bartolomeo Sorge sul numero di maggio di Aggiornamenti Sociali. L'attualità della figura di Lazzati risiede nella sua concezione della laicità, ancora oggi non pienamente recepita nella Chiesa.

Lazzati fu uno studioso eminente. Negli scritti, nelle lezioni e nelle conferenze non temeva di confrontarsi con gli argomenti più impegnativi. Le sue riflessioni più innovative, però, rimangono forse quelle relative alla laicità. In particolare insisteva su due acquisizioni teologiche del Concilio Vaticano II: a) la «secolarità» come spiritualità specifica del laico cristiano; b) il principio dell'«unità dei distinti» nell'evangelizzazione.

a) La specificità della vocazione laicale
La prima riflessione teologica, sulla quale Lazzati insistette molto, fu il riconoscimento che i laici partecipano a pieno titolo all'unica missione evangelizzatrice della Chiesa. Tra Gerarchia e semplici fedeli, cioè, non vi è differenza di dignità e identiche sono la missione e la vocazione alla perfezione; diversa invece è la funzione: i membri della Gerarchia «per volontà di Cristo sono costituiti dottori e dispensatori dei misteri e pastori per gli altri» (Lumen gentium, n. 32), mentre i laici, vivendo nel secolo e implicati negli affari temporali, «sono da Dio chiamati a contribuire, quasi dall'interno a modo di fermento, alla santificazione del mondo» (ivi, n. 31). Un impegno genuinamente «secolare» - ripeté mille volte a voce e nei suoi scritti - deve evitare gli errori opposti in cui molti oggi cadono: da un lato, i nostalgici della «cristianità», che rimpiangono il tempo quando il trono e l'altare, la spada e la croce si sovrapponevano (prospettiva ormai superata non solo storicamente, ma anche teologicamente); dall'altro, coloro che, scoraggiati dalla crisi dei valori e della fede, cercano rifugio in uno spiritualismo disincarnato.
Quante battaglie abbiamo combattuto insieme per fare luce su questo problema, divenuto centrale negli anni del postconcilio! Esso fu lo scoglio principale contro il quale urtò anche il Convegno «Evangelizzazione e promozione umana». Conservo una lunga lettera dei leader di Comunione e Liberazione (datata 10 febbraio 1977 e sottoscritta da don Luigi Negri, don Angelo Scola, Rocco Buttiglione e Roberto Formigoni) critica nei confronti del Convegno ecclesiale di Roma. Secondo i firmatari, i gruppi di CL non potevano riconoscersi nelle conclusioni del Convegno, per il fatto di non avere «ricevuto dal Convegno [come invece si attendevano] la conferma che il problema oggi è quello del recupero di una identità ecclesiale di fronte al mondo, e quindi quello di un apporto specificatamente cristiano ed ecclesiale alla soluzione dei problemi umani della nostra società».
«Si tratta - scriverà Lazzati - di atteggiamenti ancor oggi molto diffusi, alla base dei quali sta appunto una non chiara impostazione circa le modalità che devono ispirare l'azione dei laici cristiani nelle realtà temporali. A essi - è il caso di precisare - non è chiesto, in prima istanza, di convertire il mondo, ma di rimanere fedeli nel pensiero, nell'azione e nel metodo, alle esigenze della propria vocazione, se vogliono rendere efficace la loro presenza nel mondo quale sale e lievito del mondo stesso» (LAZZATI G., Laicità e impegno cristiano nelle realtà temporali, AVE, Roma 1985, 70).
In altre parole - egli spiega - si tratta di dare senso alle stesse realtà temporali, rispettando la loro legittima autonomia e laicità. Non si può fare un uso religioso o confessionale della politica, dell'economia, della scienza, delle arti. Dio creatore ha dato alle realtà «secolari» fini, valori, leggi e strumenti propri, che non si deducono dalla fede e dalla rivelazione. Questo significa animare da cristiani le realtà temporali nella loro «laicità». Da qui - conclude Lazzati - deriva la necessità per il laico cristiano di realizzare l'«unità dei distinti», attraverso una duplice fedeltà: al battesimo (e agli impegni assunti con esso) e all'indole secolare del suo essere laico. L'una fedeltà è complementare all'altra. La loro sintesi, mentre non snatura ciò che è proprio di ciascuna, rende efficace la testimonianza dei fedeli laici nel mondo.

b) Il principio dell'«unità dei distinti» nell'evangelizzazione
A tale principio Lazzati dedicò un'attenzione del tutto particolare. In base al criterio dell'unità - spiegava - va rigettato il dualismo che alcuni introducono tra piano temporale e piano religioso, quasi che la vita sociale, professionale, politica non abbia nulla a che vedere con la vita di fede. In base al criterio della distinzione va rigettata la confusione tra i due piani, temporale e religioso, quasi che la fede si possa identificare con la cultura e con la politica. Non è lecito strumentalizzare le realtà temporali a fini religiosi, né la fede a fini politici.
Partendo da questo principio, Lazzati si adoperò a spiegare che la chiara distinzione dei due piani non significa affatto indifferenza o disinteresse dei credenti e della Chiesa nei confronti della cultura, della politica e della costruzione della «città dell'uomo». Al contrario: i fedeli laici realizzeranno pienamente la loro vocazione e la loro missione vivendo la propria spiritualità di uomini immersi nel mondo, che dall'impegno secolare sono aiutati a mantenere vivo il contatto con Dio nella preghiera e nelle attività quotidiane.
Si spiega dunque perché Lazzati abbracciò subito con convinzione la «scelta religiosa», che negli anni '70 la Chiesa italiana fece sotto la guida di Paolo VI, assecondato dall'Azione Cattolica di Vittorio Bachelet. La «scelta religiosa» non fu mai sinonimo di fuga dalle realtà temporali, non doveva portare i fedeli laici a rinchiudersi in sacrestia; spingeva piuttosto la Chiesa intera a farsi presente in ogni campo dell'impegno temporale, restando però sul piano religioso ed etico che le è proprio: annunziando la Parola, comunicando la vita divina con i sacramenti, testimoniando la fede nel cuore dei problemi dell'uomo attraverso la diaconia della carità. La «scelta religiosa», cioè, rispondeva a un'esigenza pastorale molto sentita: dopo che il Concilio aveva fortemente sottolineato la natura essenzialmente religiosa (non politica, economica o sociale) della Chiesa e della sua missione, si avvertiva la necessità che la Chiesa italiana ricuperasse la piena libertà evangelica, dopo l'esperienza del collateralismo con la Democrazia Cristiana, durato anni a causa di circostanze storiche straordinarie.

1 commento:

Anonimo ha detto...

quello che stavo cercando, grazie