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Le opinioni concordi ritengono che Berlusconi sia al capolinea e ritengono che la maggioranza di centro/destra sia ormai alla dissoluzione finale. Il giudizio è sul serio quello delle “campane a morto”; per altro a fronte di un’assenza totale di scelte razionali dell’esecutivo, che tira a campare nell’emergenza, di fronte all’evidente protrarsi di problemi di cui si era decantata la rapida soluzione (i rifiuti nel centro di Napoli e non solo!), di fronte ad una condotta censurabile del premier, che dalla sfera del privato invade la stessa correttezza istituzionale, di fronte alle evidenti indebite ingerenze dell’esecutivo in tutti gli ambiti della vita della nazione non si fa fatica a prevedere una svolta, nonostante i toni da resistenza del cavaliere e dei suoi cristallizzati fedelissimi cortigiani.
Tuttavia accanto alle campane a morto rivolte non solo all’esecutivo, ma molto spesso alla stessa esperienza di un centro/destra, tanto populista quanto privo di cultura delle regole e di fisiologica fondazione democratica, si rileva la stupore di larga parte degli opinionisti sulla inefficienza e sulla latitanza dei protagonisti di una possibile (?) alternativa, vuoi dell’opposizione (Bersani in particolare), vuoi dell’area che si sta opponendo, ormai da mesi, all’interno del centro/destra alla deriva delle regole democratiche (Fini per l’appunto).
Sinceramente (si tratta ovviamente di un’opinione) penso ormai inutili le analisi critiche e credo invece urgente un’indicazione di eventuali alternative in positivo. Queste risentono di una macroscopica carenza; ed il motivo, sicuramente complesso, deriva in ogni caso dalla mancata o abortita costituzione di un partito di centro/sinistra. Le stesse valutazioni che si sono confrontate in questa sede rilevano una difficoltà che sembra insormontabile: trovare obiettivi comuni e programmi condivisi dagli eredi di tradizioni diverse.
Dico subito che, quando parlo di convergenza tra tradizioni diverse, non intendo affatto riproporre improbabili soggetti centristi o post/democristiani che qualcuno sembra temere: potrebbero forse servire a chiudere l’infausta esperienza berlusconiana, ma poi? come si procederebbe nel governo del Paese?
Sono certo di ripetermi, ma il problema, fino a soluzione (se sarà praticabile) rimane aperto. Io continuo a ritenere che l’esperienza del cattolicesimo/democratico e quello della sinistra italiana possano e debbano intendersi su due pilastri fondamentali: in alternativa non vedo che una deriva antidemocratica, peraltro già in atto.
I due pilastri attengono la laicità e l’autonomia della politica e l’incontro tra gli obiettivi della solidarietà e quelli del merito.
La laicità. C’è una forte componente di pensiero popolare cattolico che ha sempre sostenuto l’autonomia della politica dalla religione e la non compromissione del livello religioso con quello della dialettica tra le parti. Grazie a questa componente la legittimazione delle parti politiche (i partiti) non è mai stata posta in discussione ed i tentativi di formazione di uno Stato cattolico e dunque non pluralistico sono stati bloccati. Eppure i tentativi messi in opera da settori importanti della Chiesa nel secondo dopo/guerra erano stati di notevole rilievo. Resta indubbio merito della D.C. aver salvato lo spirito laico della Costituzione sul punto specifico e di aver convogliato lo stesso consenso elettorale in senso democratico, quando avrebbe potuto orientarsi, a fronte di una presenza prestigiosa (per una serie di motivi in quegli anni era fuori discussione: ed è riconosciuto da una storiografia autorevolissima) della Chiesa su versanti filo/autoritari.
Ricuperare questa tradizione dopo averla riconosciuta, anziché limitarsi a valutare la funzione anti/comunista del partito di cattolici, significa concorrere alla fondazione di una laicità indispensabile alla vita delle istituzioni democratiche e significa cogliere la componente filo/costituzionalista della D.C. anche dopo la Costituente, nonostante la caduta di stile in alcuni passaggi della storia repubblicana. Certo si tratta forse di una componente minoritaria nella presenza dei cattolici nella vita politica: minoritaria, ma culturalmente più cospicua e, per diversi aspetti vincente.
Solidarietà e merito. Anche qui so di ripetermi, ma siamo in presenza della questione più urgente. Troppi ritengono ancora che la solidarietà significhi egualitarismo: su questi presupposti non si arriva ad alcuna convergenza e ad alcuna identità di un partito riformista di sinistra.
Inviterei i difensori dello spirito e della lettera della Carta costituzionale a rivedere l’importanza ed i compiti che dalle nostre istituzioni viene data alla promozione del merito come essenziale ai rapporti di solidarietà; li inviterei a tener conto delle possibilità date a tutti se i capaci e meritevoli sono messi a servizio della nazione.
Di qui nascono obiettivi essenziali e programmi coerenti per una presenza riformista ed innovativa. In caso contrario resta inutile la critica, in sé giusta, ad un governo che bistratta il sistema formativo, che permette organici di cattedre per trentacinque allievi, che sopprime di fatto le borse di studio (l’ineffabile Maria Stella, ossequiente e fedele al ministro del Tesoro!), che taglia la già esigua risorsa della ricerca (e qui sì che ci sono anche responsabilità di tanti governi democristiani) che manda a spasso i giovani in tutti i rami della cultura (ed ovviamente non solo!).
Non c’è alternativa: o si promuove la ricerca ed una formazione attenta ai risulti della ricerca o non si diventa competitivi, a fronte di una globalizzazione che apre ai mercati internazionali solo se migliori degli altri; qualcuno propone di alzare le barriere!
Il Partito democratico, sullo specifico, è in grado di una proposta capace di programmi di governo? Per ora non abbiamo visto nulla: l’unica preoccupazione, al livello nazionale, ma anche a quello locale attiene gli assetti di potere, uniti a confluenze trasformistiche scandalose.
Agostino Pietrasanta
Fede, Chiesa, Chiesa e Società, Politica, Politica internazionale, Guerra, Pace, Palestina.
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"La coscienza del cristiano è impegnata a proiettare nella sfera civile i valori del Vangelo" ____________________________________________________________________________________________________________________
sabato 6 novembre 2010
sabato 23 ottobre 2010
Messaggio al Popolo di Dio dal Sinodo per il Medio Oriente
Ecco il testo del Messaggio al Popolo di Dio a conclusione dell’Assemblea Speciale per il Medio Oriente del Sinodo dei Vescovi, approvato venerdì pomeriggio dai Padri sinodali in occasione della quattordicesima Congregazione generale.
* * *
“La moltitudine di coloro che erano diventati credenti aveva un cuor solo e un’anima sola” (At 4, 32)
Ai nostri fratelli presbiteri, diaconi, religiosi, religiose, alle persone consacrate e a tutti i nostri amatissimi fedeli laici e a ogni persona di buona volontà.
Introduzione
1. La grazia di Gesù nostro Signore, l’amore di Dio Padre e la comunione dello Spirito Santo sia con voi.
Il Sinodo dei Vescovi per il Medio Oriente è stato per noi una novella Pentecoste. «La Pentecoste è l’avvenimento originario, ma anche un dinamismo permanente. Il Sinodo dei Vescovi è un momento privilegiato nel quale può rinnovarsi il cammino della Chiesa e la grazia della Pentecoste» (Benedetto XVI, Omelia della Messa d’apertura del Sinodo, 10.10.2010).
Siamo venuti a Roma, noi Patriarchi e vescovi delle Chiese cattoliche in Oriente con tutti i nostri patrimoni spirituali, liturgici, culturali e canonici, portando nei nostri cuori le preoccupazioni dei nostri popoli e le loro attese.
Per la prima volta ci siamo riuniti in Sinodo intorno a Sua Santità il Papa Benedetto XVI con i cardinali e gli arcivescovi responsabili dei Dicasteri romani, i presidenti delle Conferenze episcopali del mondo toccate dalle questioni del Medio Oriente, e con rappresentanti delle Chiese ortodosse e comunità evangeliche, e con invitati ebrei e musulmani.
A Sua Santità Benedetto XVI esprimiamo la nostra gratitudine per la sollecitudine e per gli insegnamenti che illuminano il cammino della Chiesa in generale e quello delle nostre Chiese orientali in particolare, soprattutto per la questione della giustizia e della pace. Ringraziamo le Conferenze episcopali per la loro solidarietà, la presenza tra noi durante i pellegrinaggi ai Luoghi santi e la loro visita alle nostre comunità. Li ringraziamo per l’accompagnamento delle nostre Chiese nei differenti aspetti della nostra vita. Ringraziamo le organizzazioni ecclesiali che ci sostengono con il loro aiuto efficace.
Abbiamo riflettuto insieme, alla luce della Sacra Scrittura e della viva Tradizione, sul presente e l’avvenire dei cristiani e dei popoli del Medio Oriente. Abbiamo meditato sulle questioni di questa parte del mondo che Dio, nel mistero del suo amore, ha voluto fosse la culla del suo piano universale di salvezza. Da là, di fatto, è partita la vocazione di Abramo. Là, la Parola di Dio si è incarnata nella Vergine Maria per l’azione dello Spirito Santo. Là, Gesù ha proclamato il Vangelo della vita e del regno. Là, egli è morto per riscattare il genere umano e liberarlo dal peccato. Là è risuscitato dai morti per donare la vita nuova a ogni uomo. Là, è nata la Chiesa che da là è partita per proclamare il Vangelo fino alle estremità della terra.
Il primo scopo del Sinodo è di ordine pastorale. È per questo che abbiamo portato nei cuori la vita, le sofferenze e le speranze dei nostri popoli e le sfide che si devono affrontare ogni giorno, convinti che « la speranza non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato» (Rm 5, 5). È per questo che vi rivolgiamo questo messaggio, amatissimi fratelli e sorelle, e vogliamo che sia un appello alla fermezza della fede, fondata sulla Parola di Dio, alla collaborazione nell’unità e alla comunione nella testimonianza dell’amore in tutti gli ambiti della vita.
I. La Chiesa nel Medio Oriente: comunione e testimonianza attraverso la storia
Cammino della fede in Oriente
2. In Oriente è nata la prima comunità cristiana. Dall’Oriente partirono gli Apostoli dopo la Pentecoste per evangelizzare il mondo intero. Là è vissuta la prima comunità cristiana in mezzo a tensioni e persecuzioni, « perseverante nell’insegnamento degli apostoli e nella comunione, nello spezzare il pane e nelle preghiere » (At 2, 42). Là i primi martiri hanno irrorato con il loro sangue le fondamenta della Chiesa nascente. Alla loro sequela gli anacoreti hanno riempito i deserti col profumo della loro santità e della loro fede. Là vissero i Padri della Chiesa orientale che continuano a nutrire con i loro insegnamenti la Chiesa d’Oriente e d’Occidente. Dalle nostre Chiese partirono, nei primi secoli e nei secoli seguenti, i missionari verso l’estremo Oriente e verso l’Occidente portando la luce di Cristo. Noi ne siamo gli eredi e dobbiamo continuare a trasmettere il loro messaggio alle generazioni future.
Le nostre Chiese non hanno smesso di donare santi, preti, consacrati e di servire in maniera efficace in numerose istituzioni che contribuiscono alla costruzione delle nostre società e dei nostri paesi, sacrificandosi per l’uomo creato all’immagine di Dio e portatore della sua immagine. Alcune delle nostre Chiese non cessano ancora oggi di mandare missionari, portatori della Parola di Cristo nei differenti angoli del mondo. Il lavoro pastorale, apostolico e missionario ci domanda oggi di pensare una pastorale per promuovere le vocazioni sacerdotali e religiose e assicurare la Chiesa di domani.
Ci troviamo oggi davanti a una svolta storica: Dio che ci ha donato la fede nel nostro Oriente da 2000 anni, ci chiama a perseverare con coraggio, assiduità e forza, a portare il messaggio di Cristo e la testimonianza al suo Vangelo che è un Vangelo di amore e di pace.
Sfide e attese
3.1. Oggi siamo di fronte a numerose sfide. La prima viene da noi stessi e dalle nostre Chiese. Ciò che Cristo ci domanda è di accettare la nostra fede e di viverla in ogni ambito della vita. Ciò che egli domanda alle nostre Chiese è di rafforzare la comunione all’interno di ciascuna Chiesa sui iuris e tra le Chiese cattoliche di diversa tradizione, inoltre di fare tutto il possibile nella preghiera e nella carità per raggiungere l’unità di tutti i cristiani e realizzare così la preghiera di Cristo: « perché tutti siano una sola cosa; come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi, perché il mondo creda che tu mi hai mandato » (Gv 17, 21).
3.2. La seconda sfida viene dall’esterno, dalle condizioni politiche e dalla sicurezza nei nostri paesi e dal pluralismo religioso.
Abbiamo analizzato quanto concerne la situazione sociale e la sicurezza nei nostri paesi del Medio Oriente. Abbiamo avuto coscienza dell’impatto del conflitto israelo-palestinese su tutta la regione, soprattutto sul popolo palestinese che soffre le conseguenze dell’occupazione israeliana: la mancanza di libertà di movimento, il muro di separazione e le barriere militari, i prigionieri politici, la demolizione delle case, la perturbazione della vita economica e sociale e le migliaia di rifugiati. Abbiamo riflettuto sulla sofferenza e l’insicurezza nelle quali vivono gli Israeliani. Abbiamo meditato sulla situazione di Gerusalemme, la Città Santa. Siamo preoccupati delle iniziative unilaterali che rischiano di mutare la sua demografia e il suo statuto. Di fronte a tutto questo, vediamo che una pace giusta e definitiva è l’unico mezzo di salvezza per tutti, per il bene della regione e dei suoi popoli.
3.3. Nelle nostre riunioni e nelle nostre preghiere abbiamo riflettuto sulle sofferenze cruente del popolo iracheno. Abbiamo fatto memoria dei cristiani assassinati in Iraq, delle sofferenze permanenti della Chiesa in Iraq, dei suoi figli espulsi e dispersi per il mondo, portando noi insieme con loro le preoccupazioni della loro terra e della loro patria.
I padri sinodali hanno espresso la loro solidarietà con il popolo e che Chiese in Iraq e hanno espresso il voto che gli emigrati, forzati a lasciare i loro paesi, possano trovare i soccorsi necessari là dove arrivano, affinché possano tornare nei loro paesi e vivervi in sicurezza.
3.4. Abbiamo riflettuto sulle relazioni tra concittadini, cristiani e musulmani. Vorremmo qui affermare, nella nostra visione cristiana delle cose, un principio primordiale che dovrebbe governare queste relazioni: Dio vuole che noi siamo cristiani nel e per le nostre società del Medio Oriente. Il fatto di vivere insieme cristiani e musulmani è il piano di Dio su di noi ed è la nostra missione e la nostra vocazione. In questo ambito ci comporteremo con la guida del comandamento dell’amore e con la forza dello Spirito in noi.
Il secondo principio che governa queste relazioni è il fatto che noi siamo parte integrale delle nostre società. La nostra missione basata sulla nostra fede e il nostro dovere verso le nostre patrie ci obbligano a contribuire alla costruzione dei nostri paesi insieme con tutti i cittadini musulmani, ebrei e cristiani.
II. Comunione e testimonianza all’interno delle Chiese cattoliche del Medio Oriente
Ai fedeli delle nostre Chiese
4.1. Gesù ci dice: «Voi siete il sale della terra, la luce del mondo» (Mt 5, 13.14). La vostra missione, amatissimi fedeli, è di essere per mezzo della fede, della speranza e dell’amore nelle vostre società, come il «sale» che dona sapore e senso alla vita, come la «luce» che illumina le tenebre e come il «lievito» che trasforma i cuori e le intelligenze. I primi cristiani a Gerusalemme erano poco numerosi. Nonostante ciò, essi hanno potuto portare il Vangelo fino alle estremità della terra, con la grazia del « Signore che agiva insieme con loro e confermava la Parola con i segni che la accompagnavano » (Mc 16, 20).
4.2. Vi salutiamo, cristiani del Medio Oriente, e vi ringraziamo per tutto ciò che voi avete realizzato nelle vostre famiglie e nelle vostre società, nelle vostre Chiese e nelle vostre nazioni. Salutiamo la vostra perseveranza nelle difficoltà, pene e angosce.
4.3. Cari sacerdoti, nostri collaboratori nella missione catechetica, liturgica e pastorale, vi rinnoviamo la nostra amicizia e la nostra fiducia. Continuate a trasmettere ai vostri fedeli con zelo e perseveranza il Vangelo della vita e la Tradizione della Chiesa attraverso la predicazione, la catechesi, la direzione spirituale e il buon esempio. Consolidate la fede del popolo di Dio perché essa si trasformi in una civiltà dell’amore. Dategli i sacramenti della Chiesa perché aspiri al rinnovamento della vita. Radunatelo nell’unità e nella carità con il dono dello Spirito Santo.
Cari religiosi, religiose e consacrati nel mondo, vi esprimiamo la nostra gratitudine e ringraziamo Dio insieme con voi per il dono dei consigli evangelici – della castità consacrata, della povertà e dell’obbedienza – con i quali avete fatto dono di voi stessi, al seguito del Cristo cui desiderate testimoniare il vostro amore e predilezione. Grazie alle vostre iniziative apostoliche diversificate, siete il vero tesoro e la ricchezza delle nostre Chiese e un’oasi spirituale nelle nostre parrocchie, diocesi e missioni.
Ci uniamo in spirito agli eremiti, ai monaci e alle monache che hanno consacrato la loro vita alla preghiera nei monasteri contemplativi, santificando le ore del giorno e della notte, portando nella loro preghiera le preoccupazioni e i bisogni della Chiesa. Con la testimonianza della vostra vita voi offrite al mondo un segno di speranza.
4.4. Fedeli laici, noi vi esprimiamo la nostra stima e la nostra amicizia. Apprezziamo quanto fatte per le vostre famiglie e le vostre società, le vostre Chiese e le vostre patrie. State saldi in mezzo alle prove e alle difficoltà. Siamo pieni di gratitudine verso il Signore per i carismi e i talenti di cui vi ha colmato e con i quali voi partecipate per la forza del Battesimo e della Cresima al lavoro apostolico e alla missione della Chiesa, impregnando l’ambito delle cose temporali con lo spirito e i valori del Vangelo. Vi invitiamo alla testimonianza di una vita cristiana autentica, a una pratica religiosa cosciente e ai buoni costumi. Abbiate il coraggio di dire la verità con obbiettività.
Portiamo nelle nostre preghiere voi, sofferenti nel corpo, nell’anima e nello spirito, voi oppressi, espatriati, perseguitati, prigionieri e detenuti. Unite le vostre sofferenze a quelle di Cristo Redentore e cercate nella sua croce la pazienza e la forza. Con il merito delle vostre sofferenze, voi ottenete per il mondo l’amore misericordioso di Dio.
Salutiamo ciascuna delle nostre famiglie cristiane e guardiamo con stima la vocazione e la missione della famiglia, in quanto cellula viva della società, scuola naturale delle virtù e dei valori etici e umani, e chiesa domestica che educa alla preghiera e alla fede di generazione in generazione. Ringraziamo i genitori e i nonni per l’educazione dei loro figli e dei loro nipoti, sull’esempio del fanciullo Gesù che « cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini » (Lc 2, 52). Ci impegniamo a proteggere la famiglia con una pastorale familiare grazie ai corsi di preparazione al matrimonio e ai centri d’accoglienza e di consultazione aperti a tutti e soprattutto alle coppie in difficoltà e con le nostre rivendicazioni dei diritti fondamentali della famiglia.
Ci rivolgiamo ora in modo speciale alle donne. Esprimiamo la nostra stima per quanto voi siete nei diversi stati di vita: come ragazze, educatrici, madri, consacrate e operatrici nella vita pubblica. Vi elogiamo perché proteggete la vita umana fin dall’inizio, offrendole cura e affetto. Dio vi ha donato una sensibilità particolare per tutto ciò che riguarda l’educazione, il lavoro umanitario e la vita apostolica. Rendiamo grazie a Dio per le vostre attività e auspichiamo che voi esercitiate una più grande responsabilità nella vita pubblica.
Guardiamo a voi con amicizia, ragazzi e ragazze, come ha fatto Cristo con il giovane del Vangelo (cf. Mc 10, 21). Voi siete l’avvenire delle nostre Chiese, delle nostre comunità, dei nostri paesi, il loro potenziale e la loro forza rinovatrice. Progettate la vostra vita sotto lo sguardo amorevole di Cristo. Siate cittadini responsabili e credenti sinceri. La Chiesa si unisce a voi nelle vostre preoccupazioni di trovare un lavoro in funzione delle vostre competenze; ciò contribuirà a stimolare la vostra creatività e ad assicurare l’avvenire e la formazione di una famiglia credente. Superate la tentazione del materialismo e del consumismo. Siate saldi nei vostri valori cristiani.
Salutiamo i capi delle istituzioni educative cattoliche. Nell’insegnamento e nell’educazione ricercate l’eccellenza e lo spirito cristiano. Abbiate come scopo il consolidamento della cultura della convivialità, la preoccupazione dei poveri e dei portatori di handicap. Malgrado le sfide e le difficoltà di cui soffrono le vostre istituzioni, vi invitiamo a mantenerle vive per assicurare la missione educatrice della Chiesa e promuovere lo sviluppo e il bene delle nostre società.
Ci rivolgiamo con grande stima a quanti lavorano nel settore sociale. Nelle vostre istituzioni siate al servizio della carità. Noi vi incoraggiamo e sosteniamo in questa missione di sviluppo, che è guidata dal ricco insegnamento sociale della Chiesa. Attraverso il vostro lavoro, voi rafforzate i legami di fraternità tra gli uomini, servendo senza discriminazione i poveri, i marginalizzati, i malati, i rifugiati e i prigionieri. Voi siete guidati dalla parola del Signore Gesù: « tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me » (Mt 25, 40).
Guardiamo con speranza i gruppi di preghiera e i movimenti apostolici. Sono scuole di approfondimento della fede per viverla nella famiglia e nella società. Apprezziamo le loro attività nelle parrocchie e nelle diocesi e il loro sostegno ai pastori in conformità con le direttive della Chiesa. Ringraziamo Dio per questi gruppi e questi movimenti, cellule attive della parrocchia e vivai per le vocazioni sacerdotali e religiose.
Apprezziamo il ruolo dei mezzi di comunicazione scritta e audio-visiva. Ringraziamo voi, giornalisti, per la vostra collaborazione con la Chiesa per la diffusione dei suoi insegnamenti e delle sue attività, e in questi giorni per aver diffuso le notizie dell’Assemblea del Sinodo sul Medio Oriente in tutte le parti del mondo.
Ci felicitiamo del contributo dei media internazionali e cattolici. Per il Medio Oriente merita una menzione particolare il canale Télé Lumière-Noursat. Speriamo che possa continuare il suo servizio di informazione e di formazione alla fede, il suo lavoro per l’unità dei cristiani, il consolidamento della presenza cristiana in Oriente, il rafforzamento del dialogo inter-religioso e la comunione tra gli orientali sparsi in tutti i continenti.
Ai nostri fedeli nella diaspora
5. L’emigrazione è divenuta un fenomeno generale. Il cristiano, il musulmano e l’ebreo emigrano e per le stesse cause derivate dall’instabilità politica ed economica. Il cristiano, inoltre, comincia a sentire nell’insicurezza, benché a diversi gradi, nei paesi del Medio Oriente. I cristiani abbiano fiducia nell’avvenire e continuino a vivere nei loro cari paesi.
Vi salutiamo amatissimi fedeli nei vostri differenti paesi della diaspora. Chiediamo a Dio di benedirvi. Noi vi domandiamo di conservare vivo nei vostri cuori e nelle vostre preoccupazioni il ricordo delle vostre patrie e delle vostre Chiese. Voi potete contribuire alla loro evoluzione e alla loro crescita con le vostre preghiere, i vostri pensieri, le vostre visite e con diversi mezzi, anche se ne siete lontani.
Conservate i beni e le terre che avete in patria; non affrettatevi ad abbandonarli e a venderli. Custodite tali proprietà come un patrimonio per voi e una porzione di quella patria alla quale rimanete attaccati e che voi amate e sostenete. La terra fa parte dell’identità della persona e della sua missione; essa è uno spazio vitale per quelli che vi restano e per quelli che, un giorno, vi ritorneranno. La terra è un bene pubblico, un bene della comunità, un patrimonio comune. Non può essere ridotta a interessi individuali da parte di chi la possiede e che da solo decide a proprio piacimento di tenerla o di abbandonarla.
Vi accompagniamo con le nostre preghiere, voi figli delle nostre Chiese e dei nostri Paesi, forzati a emigrare. Portate con voi la vostra fede, la vostra cultura e il vostro patrimonio per arricchire le vostre nuove patrie che vi procurano pace, libertà e lavoro. Guardate all’avvenire con fiducia e gioia, restate sempre attaccati ai vostri valori spirituali, alle vostre tradizioni culturali e al vostro patrimonio nazionale per offrire ai paesi che vi hanno accolto il meglio di voi stessi e il meglio di ciò che avete. Ringraziamo le Chiese dei paesi della diaspora che hanno accolto i nostri fedeli e che non cessano di collaborare con noi per assicurare loro il servizio pastorale necessario.
Agli immigrati nei nostri paesi e nelle nostre Chiese
6. Salutiamo tutti gli immigrati delle diverse nazionalità, venuti nei nostri paesi per ragione di lavoro.
Noi vi accogliamo, amatissimi fedeli, e vediamo nella vostra fede un arricchimento e un sostegno per la fede dei nostri fedeli. È con gioia che vi forniremo ogni aiuto spirituale di cui voi avete bisogno.
Noi domandiamo alle nostre Chiese di prestare un’attenzione speciale a questi fratelli e sorelle e alle loro difficoltà, qualunque sia la loro religione, soprattutto quando sono esposti ad attentati ai loro diritti e alla loro dignità. Essi vengono da noi non soltanto per trovare mezzi per vivere, ma per procurare dei servizi di cui i nostri paesi hanno bisogno. Essi ricevono da Dio la loro dignità e, come ogni persona umana, hanno dei diritti che è necessario rispettare. Non è permesso a nessuno di attentare a tale dignità e diritti. È per questo che invitiamo i governi dei paesi di accoglienza a rispettare e difendere i loro diritti.
III. Comunione e testimonianza con le Chiese ortodosse e le Comunità evangeliche nel Medio Oriente
7. Salutiamo le Chiese ortodosse e le Comunità evangeliche nei nostri paesi. Lavoriamo insieme per il bene dei cristiani, perché essi restino, crescano e prosperino. Siamo sulla stessa strada. Le nostre sfide sono le stesse e il nostro avvenire è lo stesso. Vogliamo portare insieme la testimonianza di discepoli di Cristo. Soltanto con la nostra unità possiamo compiere la missione che Dio ha affidato a tutti, malgrado la diversità delle nostre Chiese. La preghiera di Cristo è il nostro sostegno, ed è il comandamento dell’amore che ci unisce, anche se la strada verso la piena comunione è ancora lunga davanti a noi.
Abbiamo camminato insieme nel Consiglio delle Chiese del Medio Oriente e vogliamo continuare questo cammino con la grazia di Dio e promuovere la sua azione, avendo come scopo ultimo la testimonianza comune alla nostra fede, il servizio dei nostri fedeli e di tutti i nostri paesi.
Salutiamo e incoraggiamo tutte le istanze di dialogo ecumenico in ciascuno dei nostri paesi.
Esprimiamo la nostra gratitudine al Consiglio Mondiale delle Chiese e alle diverse organizzazioni ecumeniche, che lavorano per l’unità della Chiesa, per il loro sostegno.
IV. Cooperazione e dialogo con i nostri concittadini ebrei
8. La stessa Scrittura santa ci unisce, l’Antico Testamento che è la Parola di Dio per voi e per noi. Noi crediamo in tutto quanto Dio ha rivelato, da quando ha chiamato Abramo, nostro padre comune nella fede, padre degli ebrei, dei cristiani e dei musulmani. Crediamo nelle promesse e nell’alleanza che Dio ha affidato a lui. Noi crediamo che la Parola di Dio è eterna.
Il Concilio Vaticano II ha pubblicato il documento Nostra aetate, riguardante il dialogo con le religioni, con l’ebraismo, l’islam e le altre religioni. Altri documenti hanno precisato e sviluppato in seguito le relazioni con l’ebraismo. C’è inoltre un dialogo continuo tra la Chiesa e i rappresentanti dell’ebraismo. Noi speriamo che questo dialogo possa condurci ad agire presso i responsabili per mettere fine al conflitto politico che non cessa di separarci e di perturbare la vita dei nostri paesi.
È tempo di impegnarci insieme per una pace sincera, giusta e definitiva. Tutti noi siamo interpellati dalla Parola di Dio. Essa ci invita ad ascoltare la voce di Dio «che parla di pace»: «ascolterò che cosa dice Dio, il Signore: egli annunzia la pace per il suo popolo, per i suoi fedeli, per chi ritorna a lui con tutto il cuore» (Sal 85, 9). Non è permesso di ricorrere a posizioni teologiche bibliche per farne uno strumento a giustificazione delle ingiustizie. Al contrario, il ricorso alla religione deve portare ogni persona a vedere il volto di Dio nell’altro e a trattarlo secondo gli attributi di Dio e i suoi comandamenti, vale a dire secondo la bontà di Dio, la sua giustizia, la sua misericordia e il suo amore per noi.
V. Cooperazione e dialogo con i nostri concittadini musulmani
9. Siamo uniti dalla fede in un Dio unico e dal comandamento che dice: fa il bene ed evita il male. Le parole del Concilio Vaticano II sul rapporto con le religioni pongono le basi delle relazioni tra la Chiesa Cattolica e i musulmani: «La Chiesa guarda con stima i musulmani che adorano il Dio uno, vivente […] misericordioso e onnipotente, che ha parlato agli uomini» (Nostra aetate 3).
Diciamo ai nostri concittadini musulmani: siamo fratelli e Dio ci vuole insieme, uniti nella fede in Dio e nel duplice comandamento dell’amore di Dio e del prossimo. Insieme noi costruiremo le nostre società civili sulla cittadinanza, sulla libertà religiosa e sulla libertà di coscienza. Insieme noi lavoreremo per promuovere la giustizia, la pace, i diritti dell’uomo, i valori della vita e della famiglia. La nostra responsabilità è comune nella costruzione delle nostre patrie. Noi vogliamo offrire all’Oriente e all’Occidente un modello di convivenza tra le differenti religioni e di collaborazione positiva tra diverse civiltà, per il bene delle nostre patrie e quello di tutta l’umanità.
Dalla comparsa dell’islam nel VII secolo fino ad oggi, abbiamo vissuto insieme e abbiamo collaborato alla creazione della nostra civiltà comune. È capitato nel passato, come capita ancor’oggi, qualche squilibrio nei nostri rapporti. Attraverso il dialogo noi dobbiamo eliminare ogni squilibrio o malinteso. Il Papa Benedetto XVI ci dice che il nostro dialogo non può essere una realtà passeggera. È piuttosto una necessità vitale da cui dipende il nostro avvenire (cf. Discorso ai rappresentanti delle comunità musulmane a Colonia, 20.08.2005). È nostro dovere, dunque, educare i credenti al dialogo inter-religioso, all’accettazione del pluralismo, al rispetto e alla stima reciproca.
VI. La nostra partecipazione alla vita pubblica: appelli ai governi e ai responsabili pubblici dei nostri paesi
10. Apprezziamo gli sforzi che dispiegate per il bene comune e il servizio delle nostre società. Vi accompagniamo con le nostre preghiere e domandiamo a Dio di guidare i vostri passi. Ci rivolgiamo a voi a riguardo dell’importanza dell’uguaglianza tra i cittadini. I cristiani sono cittadini originali e autentici, leali alla loro patria e fedeli a tutti i loro doveri nazionali. È naturale che essi possano godere di tutti i diritti di cittadinanza, di libertà di coscienza e di culto, di libertà nel campo dell’insegnamento e dell’educazione e nell’uso dei mezzi di comunicazione.
Vi chiediamo di raddoppiare gli sforzi che dispiegate per stabilire una pace giusta e duratura in tutta la regione e per arrestare la corsa agli armamenti. È questo che condurrà alla sicurezza e alla prosperità economica, arresterà l’emorragia dell’emigrazione che svuota i nostri paesi delle loro forze vive. La pace è un dono prezioso che Dio ha affidato agli uomini e sono gli « operatori di pace[che]saranno chiamati figli di Dio » (Mt 5, 9).
VII. Appello alla comunità internazionale
11. I cittadini dei paesi del Medio Oriente interpellano la comunità internazionale, in particolare l’O.N.U., perché essa lavori sinceramente ad una soluzione di pace giusta e definitiva nella regione, e questo attraverso l’applicazione delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza, e attraverso l’adozione delle misure giuridiche necessarie per mettere fine all’Occupazione dei differenti territori arabi.
Il popolo palestinese potrà così avere una patria indipendente e sovrana e vivervi nella dignità e nella stabilità. Lo Stato d’Israele potrà godere della pace e della sicurezza all’interno delle frontiere internazionalmente riconosciute. La Città Santa di Gerusalemme potrà trovare lo statuto giusto che rispetterà il suo carattere particolare, la sua santità, il suo patrimonio religioso per ciascuna delle tre religioni ebraica, cristiana e musulmana. Noi speriamo che la soluzione dei due Stati diventi realtà e non resti un semplice sogno.
L’Iraq potrà mettere fine alle conseguenze della guerra assassina e ristabilire la sicurezza che proteggerà tutti i suoi cittadini con tutte le loro componenti sociali, religiose e nazionali.
Il Libano potrà godere della sua sovranità su tutto il territorio, fortificare l’unità nazionale e continuare la vocazione a essere il modello della convivenza tra cristiani e musulmani, attraverso il dialogo delle culture e delle religioni e la promozione delle libertà pubbliche.
Noi condanniamo la violenza e il terrorismo, di qualunque origine, e qualsiasi estremismo religioso. Condanniamo ogni forma di razzismo, l’antisemitismo, l’anticristianesimo e l'islamofobia e chiamiamo le religioni ad assumere le loro responsabilità nella promozione del dialogo delle culture e delle civiltà nella nostra regione e nel mondo intero.
Conclusione: continuare a testimoniare la vita divina che ci è apparsa nella persona di Gesù
12. In conclusione, fratelli e sorelle, noi vi diciamo con l’apostolo san Giovanni nella sua prima lettera: «Quello che era da principio, quello che noi abbiamo udito, quello che abbiamo veduto con i nostri occhi, quello che contemplammo e che le nostre mani toccarono del Verbo della vita – la vita infatti si manifestò, noi l’abbiamo veduta e di ciò diamo testimonianza e vi annunciamo la vita eterna, che era presso il Padre e che si manifestò a noi –, quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunciamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi. E la nostra comunione è con il Padre e con il Figlio suo, Gesù Cristo» (1Gv 1, 1-3).
Questa Vita divina che è apparsa agli apostoli 2000 anni fa nella persona del nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo, della quale la Chiesa è vissuta e alla quale essa ha dato testimonianza in tutto il corso della sua storia, rimarrà sempre la vita delle nostre Chiese nel Medio Oriente e l’oggetto della nostra testimonianza.
Sostenuti dalla promessa del Signore: « ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28, 20), proseguiamo insieme il nostro cammino nella speranza, e « la speranza poi non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato » (Rm 5, 5).
Confessiamo che non abbiamo fatto fino ad ora tutto ciò che era in nostra possibilità per vivere meglio la comunione tra le nostre comunità. Non abbiamo operato a sufficienza per confermarvi nella fede e darvi il nutrimento spirituale di cui avete bisogno nelle vostre difficoltà. Il Signore ci invita ad una conversione personale e collettiva.
Oggi torniamo a voi pieni di speranza, di forza e di risolutezza, portando con noi il messaggio del Sinodo e le sue raccomandazioni per studiarle insieme e metterci ad applicarle nelle nostre Chiese, ciascuno secondo il suo stato. Speriamo anche che questo sforzo nuovo sia ecumenico.
Noi vi rivolgiamo questo umile e sincero appello perché insieme condividiamo un cammino di conversione per lasciarci rinnovare dalla grazia dello Spirito Santo e ritornare a Dio.
Alla Santissima Vergine Maria, Madre della Chiesa e Regina della pace, sotto la cui protezione abbiamo messo i lavori sinodali, affidiamo il nostro cammino verso nuovi orizzonti cristiani e umani, nella fede in Cristo e con la forza della sua parola: «Ecco, io faccio nuove tutte le cose» (Ap 21, 5).
* * *
“La moltitudine di coloro che erano diventati credenti aveva un cuor solo e un’anima sola” (At 4, 32)
Ai nostri fratelli presbiteri, diaconi, religiosi, religiose, alle persone consacrate e a tutti i nostri amatissimi fedeli laici e a ogni persona di buona volontà.
Introduzione
1. La grazia di Gesù nostro Signore, l’amore di Dio Padre e la comunione dello Spirito Santo sia con voi.
Il Sinodo dei Vescovi per il Medio Oriente è stato per noi una novella Pentecoste. «La Pentecoste è l’avvenimento originario, ma anche un dinamismo permanente. Il Sinodo dei Vescovi è un momento privilegiato nel quale può rinnovarsi il cammino della Chiesa e la grazia della Pentecoste» (Benedetto XVI, Omelia della Messa d’apertura del Sinodo, 10.10.2010).
Siamo venuti a Roma, noi Patriarchi e vescovi delle Chiese cattoliche in Oriente con tutti i nostri patrimoni spirituali, liturgici, culturali e canonici, portando nei nostri cuori le preoccupazioni dei nostri popoli e le loro attese.
Per la prima volta ci siamo riuniti in Sinodo intorno a Sua Santità il Papa Benedetto XVI con i cardinali e gli arcivescovi responsabili dei Dicasteri romani, i presidenti delle Conferenze episcopali del mondo toccate dalle questioni del Medio Oriente, e con rappresentanti delle Chiese ortodosse e comunità evangeliche, e con invitati ebrei e musulmani.
A Sua Santità Benedetto XVI esprimiamo la nostra gratitudine per la sollecitudine e per gli insegnamenti che illuminano il cammino della Chiesa in generale e quello delle nostre Chiese orientali in particolare, soprattutto per la questione della giustizia e della pace. Ringraziamo le Conferenze episcopali per la loro solidarietà, la presenza tra noi durante i pellegrinaggi ai Luoghi santi e la loro visita alle nostre comunità. Li ringraziamo per l’accompagnamento delle nostre Chiese nei differenti aspetti della nostra vita. Ringraziamo le organizzazioni ecclesiali che ci sostengono con il loro aiuto efficace.
Abbiamo riflettuto insieme, alla luce della Sacra Scrittura e della viva Tradizione, sul presente e l’avvenire dei cristiani e dei popoli del Medio Oriente. Abbiamo meditato sulle questioni di questa parte del mondo che Dio, nel mistero del suo amore, ha voluto fosse la culla del suo piano universale di salvezza. Da là, di fatto, è partita la vocazione di Abramo. Là, la Parola di Dio si è incarnata nella Vergine Maria per l’azione dello Spirito Santo. Là, Gesù ha proclamato il Vangelo della vita e del regno. Là, egli è morto per riscattare il genere umano e liberarlo dal peccato. Là è risuscitato dai morti per donare la vita nuova a ogni uomo. Là, è nata la Chiesa che da là è partita per proclamare il Vangelo fino alle estremità della terra.
Il primo scopo del Sinodo è di ordine pastorale. È per questo che abbiamo portato nei cuori la vita, le sofferenze e le speranze dei nostri popoli e le sfide che si devono affrontare ogni giorno, convinti che « la speranza non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato» (Rm 5, 5). È per questo che vi rivolgiamo questo messaggio, amatissimi fratelli e sorelle, e vogliamo che sia un appello alla fermezza della fede, fondata sulla Parola di Dio, alla collaborazione nell’unità e alla comunione nella testimonianza dell’amore in tutti gli ambiti della vita.

I. La Chiesa nel Medio Oriente: comunione e testimonianza attraverso la storia
Cammino della fede in Oriente
2. In Oriente è nata la prima comunità cristiana. Dall’Oriente partirono gli Apostoli dopo la Pentecoste per evangelizzare il mondo intero. Là è vissuta la prima comunità cristiana in mezzo a tensioni e persecuzioni, « perseverante nell’insegnamento degli apostoli e nella comunione, nello spezzare il pane e nelle preghiere » (At 2, 42). Là i primi martiri hanno irrorato con il loro sangue le fondamenta della Chiesa nascente. Alla loro sequela gli anacoreti hanno riempito i deserti col profumo della loro santità e della loro fede. Là vissero i Padri della Chiesa orientale che continuano a nutrire con i loro insegnamenti la Chiesa d’Oriente e d’Occidente. Dalle nostre Chiese partirono, nei primi secoli e nei secoli seguenti, i missionari verso l’estremo Oriente e verso l’Occidente portando la luce di Cristo. Noi ne siamo gli eredi e dobbiamo continuare a trasmettere il loro messaggio alle generazioni future.
Le nostre Chiese non hanno smesso di donare santi, preti, consacrati e di servire in maniera efficace in numerose istituzioni che contribuiscono alla costruzione delle nostre società e dei nostri paesi, sacrificandosi per l’uomo creato all’immagine di Dio e portatore della sua immagine. Alcune delle nostre Chiese non cessano ancora oggi di mandare missionari, portatori della Parola di Cristo nei differenti angoli del mondo. Il lavoro pastorale, apostolico e missionario ci domanda oggi di pensare una pastorale per promuovere le vocazioni sacerdotali e religiose e assicurare la Chiesa di domani.
Ci troviamo oggi davanti a una svolta storica: Dio che ci ha donato la fede nel nostro Oriente da 2000 anni, ci chiama a perseverare con coraggio, assiduità e forza, a portare il messaggio di Cristo e la testimonianza al suo Vangelo che è un Vangelo di amore e di pace.
Sfide e attese
3.1. Oggi siamo di fronte a numerose sfide. La prima viene da noi stessi e dalle nostre Chiese. Ciò che Cristo ci domanda è di accettare la nostra fede e di viverla in ogni ambito della vita. Ciò che egli domanda alle nostre Chiese è di rafforzare la comunione all’interno di ciascuna Chiesa sui iuris e tra le Chiese cattoliche di diversa tradizione, inoltre di fare tutto il possibile nella preghiera e nella carità per raggiungere l’unità di tutti i cristiani e realizzare così la preghiera di Cristo: « perché tutti siano una sola cosa; come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi, perché il mondo creda che tu mi hai mandato » (Gv 17, 21).
3.2. La seconda sfida viene dall’esterno, dalle condizioni politiche e dalla sicurezza nei nostri paesi e dal pluralismo religioso.
Abbiamo analizzato quanto concerne la situazione sociale e la sicurezza nei nostri paesi del Medio Oriente. Abbiamo avuto coscienza dell’impatto del conflitto israelo-palestinese su tutta la regione, soprattutto sul popolo palestinese che soffre le conseguenze dell’occupazione israeliana: la mancanza di libertà di movimento, il muro di separazione e le barriere militari, i prigionieri politici, la demolizione delle case, la perturbazione della vita economica e sociale e le migliaia di rifugiati. Abbiamo riflettuto sulla sofferenza e l’insicurezza nelle quali vivono gli Israeliani. Abbiamo meditato sulla situazione di Gerusalemme, la Città Santa. Siamo preoccupati delle iniziative unilaterali che rischiano di mutare la sua demografia e il suo statuto. Di fronte a tutto questo, vediamo che una pace giusta e definitiva è l’unico mezzo di salvezza per tutti, per il bene della regione e dei suoi popoli.
3.3. Nelle nostre riunioni e nelle nostre preghiere abbiamo riflettuto sulle sofferenze cruente del popolo iracheno. Abbiamo fatto memoria dei cristiani assassinati in Iraq, delle sofferenze permanenti della Chiesa in Iraq, dei suoi figli espulsi e dispersi per il mondo, portando noi insieme con loro le preoccupazioni della loro terra e della loro patria.
I padri sinodali hanno espresso la loro solidarietà con il popolo e che Chiese in Iraq e hanno espresso il voto che gli emigrati, forzati a lasciare i loro paesi, possano trovare i soccorsi necessari là dove arrivano, affinché possano tornare nei loro paesi e vivervi in sicurezza.
3.4. Abbiamo riflettuto sulle relazioni tra concittadini, cristiani e musulmani. Vorremmo qui affermare, nella nostra visione cristiana delle cose, un principio primordiale che dovrebbe governare queste relazioni: Dio vuole che noi siamo cristiani nel e per le nostre società del Medio Oriente. Il fatto di vivere insieme cristiani e musulmani è il piano di Dio su di noi ed è la nostra missione e la nostra vocazione. In questo ambito ci comporteremo con la guida del comandamento dell’amore e con la forza dello Spirito in noi.
Il secondo principio che governa queste relazioni è il fatto che noi siamo parte integrale delle nostre società. La nostra missione basata sulla nostra fede e il nostro dovere verso le nostre patrie ci obbligano a contribuire alla costruzione dei nostri paesi insieme con tutti i cittadini musulmani, ebrei e cristiani.
II. Comunione e testimonianza all’interno delle Chiese cattoliche del Medio Oriente
Ai fedeli delle nostre Chiese
4.1. Gesù ci dice: «Voi siete il sale della terra, la luce del mondo» (Mt 5, 13.14). La vostra missione, amatissimi fedeli, è di essere per mezzo della fede, della speranza e dell’amore nelle vostre società, come il «sale» che dona sapore e senso alla vita, come la «luce» che illumina le tenebre e come il «lievito» che trasforma i cuori e le intelligenze. I primi cristiani a Gerusalemme erano poco numerosi. Nonostante ciò, essi hanno potuto portare il Vangelo fino alle estremità della terra, con la grazia del « Signore che agiva insieme con loro e confermava la Parola con i segni che la accompagnavano » (Mc 16, 20).
4.2. Vi salutiamo, cristiani del Medio Oriente, e vi ringraziamo per tutto ciò che voi avete realizzato nelle vostre famiglie e nelle vostre società, nelle vostre Chiese e nelle vostre nazioni. Salutiamo la vostra perseveranza nelle difficoltà, pene e angosce.
4.3. Cari sacerdoti, nostri collaboratori nella missione catechetica, liturgica e pastorale, vi rinnoviamo la nostra amicizia e la nostra fiducia. Continuate a trasmettere ai vostri fedeli con zelo e perseveranza il Vangelo della vita e la Tradizione della Chiesa attraverso la predicazione, la catechesi, la direzione spirituale e il buon esempio. Consolidate la fede del popolo di Dio perché essa si trasformi in una civiltà dell’amore. Dategli i sacramenti della Chiesa perché aspiri al rinnovamento della vita. Radunatelo nell’unità e nella carità con il dono dello Spirito Santo.
Cari religiosi, religiose e consacrati nel mondo, vi esprimiamo la nostra gratitudine e ringraziamo Dio insieme con voi per il dono dei consigli evangelici – della castità consacrata, della povertà e dell’obbedienza – con i quali avete fatto dono di voi stessi, al seguito del Cristo cui desiderate testimoniare il vostro amore e predilezione. Grazie alle vostre iniziative apostoliche diversificate, siete il vero tesoro e la ricchezza delle nostre Chiese e un’oasi spirituale nelle nostre parrocchie, diocesi e missioni.
Ci uniamo in spirito agli eremiti, ai monaci e alle monache che hanno consacrato la loro vita alla preghiera nei monasteri contemplativi, santificando le ore del giorno e della notte, portando nella loro preghiera le preoccupazioni e i bisogni della Chiesa. Con la testimonianza della vostra vita voi offrite al mondo un segno di speranza.
4.4. Fedeli laici, noi vi esprimiamo la nostra stima e la nostra amicizia. Apprezziamo quanto fatte per le vostre famiglie e le vostre società, le vostre Chiese e le vostre patrie. State saldi in mezzo alle prove e alle difficoltà. Siamo pieni di gratitudine verso il Signore per i carismi e i talenti di cui vi ha colmato e con i quali voi partecipate per la forza del Battesimo e della Cresima al lavoro apostolico e alla missione della Chiesa, impregnando l’ambito delle cose temporali con lo spirito e i valori del Vangelo. Vi invitiamo alla testimonianza di una vita cristiana autentica, a una pratica religiosa cosciente e ai buoni costumi. Abbiate il coraggio di dire la verità con obbiettività.
Portiamo nelle nostre preghiere voi, sofferenti nel corpo, nell’anima e nello spirito, voi oppressi, espatriati, perseguitati, prigionieri e detenuti. Unite le vostre sofferenze a quelle di Cristo Redentore e cercate nella sua croce la pazienza e la forza. Con il merito delle vostre sofferenze, voi ottenete per il mondo l’amore misericordioso di Dio.
Salutiamo ciascuna delle nostre famiglie cristiane e guardiamo con stima la vocazione e la missione della famiglia, in quanto cellula viva della società, scuola naturale delle virtù e dei valori etici e umani, e chiesa domestica che educa alla preghiera e alla fede di generazione in generazione. Ringraziamo i genitori e i nonni per l’educazione dei loro figli e dei loro nipoti, sull’esempio del fanciullo Gesù che « cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini » (Lc 2, 52). Ci impegniamo a proteggere la famiglia con una pastorale familiare grazie ai corsi di preparazione al matrimonio e ai centri d’accoglienza e di consultazione aperti a tutti e soprattutto alle coppie in difficoltà e con le nostre rivendicazioni dei diritti fondamentali della famiglia.
Ci rivolgiamo ora in modo speciale alle donne. Esprimiamo la nostra stima per quanto voi siete nei diversi stati di vita: come ragazze, educatrici, madri, consacrate e operatrici nella vita pubblica. Vi elogiamo perché proteggete la vita umana fin dall’inizio, offrendole cura e affetto. Dio vi ha donato una sensibilità particolare per tutto ciò che riguarda l’educazione, il lavoro umanitario e la vita apostolica. Rendiamo grazie a Dio per le vostre attività e auspichiamo che voi esercitiate una più grande responsabilità nella vita pubblica.
Guardiamo a voi con amicizia, ragazzi e ragazze, come ha fatto Cristo con il giovane del Vangelo (cf. Mc 10, 21). Voi siete l’avvenire delle nostre Chiese, delle nostre comunità, dei nostri paesi, il loro potenziale e la loro forza rinovatrice. Progettate la vostra vita sotto lo sguardo amorevole di Cristo. Siate cittadini responsabili e credenti sinceri. La Chiesa si unisce a voi nelle vostre preoccupazioni di trovare un lavoro in funzione delle vostre competenze; ciò contribuirà a stimolare la vostra creatività e ad assicurare l’avvenire e la formazione di una famiglia credente. Superate la tentazione del materialismo e del consumismo. Siate saldi nei vostri valori cristiani.
Salutiamo i capi delle istituzioni educative cattoliche. Nell’insegnamento e nell’educazione ricercate l’eccellenza e lo spirito cristiano. Abbiate come scopo il consolidamento della cultura della convivialità, la preoccupazione dei poveri e dei portatori di handicap. Malgrado le sfide e le difficoltà di cui soffrono le vostre istituzioni, vi invitiamo a mantenerle vive per assicurare la missione educatrice della Chiesa e promuovere lo sviluppo e il bene delle nostre società.
Ci rivolgiamo con grande stima a quanti lavorano nel settore sociale. Nelle vostre istituzioni siate al servizio della carità. Noi vi incoraggiamo e sosteniamo in questa missione di sviluppo, che è guidata dal ricco insegnamento sociale della Chiesa. Attraverso il vostro lavoro, voi rafforzate i legami di fraternità tra gli uomini, servendo senza discriminazione i poveri, i marginalizzati, i malati, i rifugiati e i prigionieri. Voi siete guidati dalla parola del Signore Gesù: « tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me » (Mt 25, 40).
Guardiamo con speranza i gruppi di preghiera e i movimenti apostolici. Sono scuole di approfondimento della fede per viverla nella famiglia e nella società. Apprezziamo le loro attività nelle parrocchie e nelle diocesi e il loro sostegno ai pastori in conformità con le direttive della Chiesa. Ringraziamo Dio per questi gruppi e questi movimenti, cellule attive della parrocchia e vivai per le vocazioni sacerdotali e religiose.
Apprezziamo il ruolo dei mezzi di comunicazione scritta e audio-visiva. Ringraziamo voi, giornalisti, per la vostra collaborazione con la Chiesa per la diffusione dei suoi insegnamenti e delle sue attività, e in questi giorni per aver diffuso le notizie dell’Assemblea del Sinodo sul Medio Oriente in tutte le parti del mondo.
Ci felicitiamo del contributo dei media internazionali e cattolici. Per il Medio Oriente merita una menzione particolare il canale Télé Lumière-Noursat. Speriamo che possa continuare il suo servizio di informazione e di formazione alla fede, il suo lavoro per l’unità dei cristiani, il consolidamento della presenza cristiana in Oriente, il rafforzamento del dialogo inter-religioso e la comunione tra gli orientali sparsi in tutti i continenti.
Ai nostri fedeli nella diaspora
5. L’emigrazione è divenuta un fenomeno generale. Il cristiano, il musulmano e l’ebreo emigrano e per le stesse cause derivate dall’instabilità politica ed economica. Il cristiano, inoltre, comincia a sentire nell’insicurezza, benché a diversi gradi, nei paesi del Medio Oriente. I cristiani abbiano fiducia nell’avvenire e continuino a vivere nei loro cari paesi.
Vi salutiamo amatissimi fedeli nei vostri differenti paesi della diaspora. Chiediamo a Dio di benedirvi. Noi vi domandiamo di conservare vivo nei vostri cuori e nelle vostre preoccupazioni il ricordo delle vostre patrie e delle vostre Chiese. Voi potete contribuire alla loro evoluzione e alla loro crescita con le vostre preghiere, i vostri pensieri, le vostre visite e con diversi mezzi, anche se ne siete lontani.
Conservate i beni e le terre che avete in patria; non affrettatevi ad abbandonarli e a venderli. Custodite tali proprietà come un patrimonio per voi e una porzione di quella patria alla quale rimanete attaccati e che voi amate e sostenete. La terra fa parte dell’identità della persona e della sua missione; essa è uno spazio vitale per quelli che vi restano e per quelli che, un giorno, vi ritorneranno. La terra è un bene pubblico, un bene della comunità, un patrimonio comune. Non può essere ridotta a interessi individuali da parte di chi la possiede e che da solo decide a proprio piacimento di tenerla o di abbandonarla.
Vi accompagniamo con le nostre preghiere, voi figli delle nostre Chiese e dei nostri Paesi, forzati a emigrare. Portate con voi la vostra fede, la vostra cultura e il vostro patrimonio per arricchire le vostre nuove patrie che vi procurano pace, libertà e lavoro. Guardate all’avvenire con fiducia e gioia, restate sempre attaccati ai vostri valori spirituali, alle vostre tradizioni culturali e al vostro patrimonio nazionale per offrire ai paesi che vi hanno accolto il meglio di voi stessi e il meglio di ciò che avete. Ringraziamo le Chiese dei paesi della diaspora che hanno accolto i nostri fedeli e che non cessano di collaborare con noi per assicurare loro il servizio pastorale necessario.
Agli immigrati nei nostri paesi e nelle nostre Chiese
6. Salutiamo tutti gli immigrati delle diverse nazionalità, venuti nei nostri paesi per ragione di lavoro.
Noi vi accogliamo, amatissimi fedeli, e vediamo nella vostra fede un arricchimento e un sostegno per la fede dei nostri fedeli. È con gioia che vi forniremo ogni aiuto spirituale di cui voi avete bisogno.
Noi domandiamo alle nostre Chiese di prestare un’attenzione speciale a questi fratelli e sorelle e alle loro difficoltà, qualunque sia la loro religione, soprattutto quando sono esposti ad attentati ai loro diritti e alla loro dignità. Essi vengono da noi non soltanto per trovare mezzi per vivere, ma per procurare dei servizi di cui i nostri paesi hanno bisogno. Essi ricevono da Dio la loro dignità e, come ogni persona umana, hanno dei diritti che è necessario rispettare. Non è permesso a nessuno di attentare a tale dignità e diritti. È per questo che invitiamo i governi dei paesi di accoglienza a rispettare e difendere i loro diritti.
III. Comunione e testimonianza con le Chiese ortodosse e le Comunità evangeliche nel Medio Oriente
7. Salutiamo le Chiese ortodosse e le Comunità evangeliche nei nostri paesi. Lavoriamo insieme per il bene dei cristiani, perché essi restino, crescano e prosperino. Siamo sulla stessa strada. Le nostre sfide sono le stesse e il nostro avvenire è lo stesso. Vogliamo portare insieme la testimonianza di discepoli di Cristo. Soltanto con la nostra unità possiamo compiere la missione che Dio ha affidato a tutti, malgrado la diversità delle nostre Chiese. La preghiera di Cristo è il nostro sostegno, ed è il comandamento dell’amore che ci unisce, anche se la strada verso la piena comunione è ancora lunga davanti a noi.
Abbiamo camminato insieme nel Consiglio delle Chiese del Medio Oriente e vogliamo continuare questo cammino con la grazia di Dio e promuovere la sua azione, avendo come scopo ultimo la testimonianza comune alla nostra fede, il servizio dei nostri fedeli e di tutti i nostri paesi.
Salutiamo e incoraggiamo tutte le istanze di dialogo ecumenico in ciascuno dei nostri paesi.
Esprimiamo la nostra gratitudine al Consiglio Mondiale delle Chiese e alle diverse organizzazioni ecumeniche, che lavorano per l’unità della Chiesa, per il loro sostegno.
IV. Cooperazione e dialogo con i nostri concittadini ebrei
8. La stessa Scrittura santa ci unisce, l’Antico Testamento che è la Parola di Dio per voi e per noi. Noi crediamo in tutto quanto Dio ha rivelato, da quando ha chiamato Abramo, nostro padre comune nella fede, padre degli ebrei, dei cristiani e dei musulmani. Crediamo nelle promesse e nell’alleanza che Dio ha affidato a lui. Noi crediamo che la Parola di Dio è eterna.
Il Concilio Vaticano II ha pubblicato il documento Nostra aetate, riguardante il dialogo con le religioni, con l’ebraismo, l’islam e le altre religioni. Altri documenti hanno precisato e sviluppato in seguito le relazioni con l’ebraismo. C’è inoltre un dialogo continuo tra la Chiesa e i rappresentanti dell’ebraismo. Noi speriamo che questo dialogo possa condurci ad agire presso i responsabili per mettere fine al conflitto politico che non cessa di separarci e di perturbare la vita dei nostri paesi.
È tempo di impegnarci insieme per una pace sincera, giusta e definitiva. Tutti noi siamo interpellati dalla Parola di Dio. Essa ci invita ad ascoltare la voce di Dio «che parla di pace»: «ascolterò che cosa dice Dio, il Signore: egli annunzia la pace per il suo popolo, per i suoi fedeli, per chi ritorna a lui con tutto il cuore» (Sal 85, 9). Non è permesso di ricorrere a posizioni teologiche bibliche per farne uno strumento a giustificazione delle ingiustizie. Al contrario, il ricorso alla religione deve portare ogni persona a vedere il volto di Dio nell’altro e a trattarlo secondo gli attributi di Dio e i suoi comandamenti, vale a dire secondo la bontà di Dio, la sua giustizia, la sua misericordia e il suo amore per noi.
V. Cooperazione e dialogo con i nostri concittadini musulmani
9. Siamo uniti dalla fede in un Dio unico e dal comandamento che dice: fa il bene ed evita il male. Le parole del Concilio Vaticano II sul rapporto con le religioni pongono le basi delle relazioni tra la Chiesa Cattolica e i musulmani: «La Chiesa guarda con stima i musulmani che adorano il Dio uno, vivente […] misericordioso e onnipotente, che ha parlato agli uomini» (Nostra aetate 3).
Diciamo ai nostri concittadini musulmani: siamo fratelli e Dio ci vuole insieme, uniti nella fede in Dio e nel duplice comandamento dell’amore di Dio e del prossimo. Insieme noi costruiremo le nostre società civili sulla cittadinanza, sulla libertà religiosa e sulla libertà di coscienza. Insieme noi lavoreremo per promuovere la giustizia, la pace, i diritti dell’uomo, i valori della vita e della famiglia. La nostra responsabilità è comune nella costruzione delle nostre patrie. Noi vogliamo offrire all’Oriente e all’Occidente un modello di convivenza tra le differenti religioni e di collaborazione positiva tra diverse civiltà, per il bene delle nostre patrie e quello di tutta l’umanità.
Dalla comparsa dell’islam nel VII secolo fino ad oggi, abbiamo vissuto insieme e abbiamo collaborato alla creazione della nostra civiltà comune. È capitato nel passato, come capita ancor’oggi, qualche squilibrio nei nostri rapporti. Attraverso il dialogo noi dobbiamo eliminare ogni squilibrio o malinteso. Il Papa Benedetto XVI ci dice che il nostro dialogo non può essere una realtà passeggera. È piuttosto una necessità vitale da cui dipende il nostro avvenire (cf. Discorso ai rappresentanti delle comunità musulmane a Colonia, 20.08.2005). È nostro dovere, dunque, educare i credenti al dialogo inter-religioso, all’accettazione del pluralismo, al rispetto e alla stima reciproca.
VI. La nostra partecipazione alla vita pubblica: appelli ai governi e ai responsabili pubblici dei nostri paesi
10. Apprezziamo gli sforzi che dispiegate per il bene comune e il servizio delle nostre società. Vi accompagniamo con le nostre preghiere e domandiamo a Dio di guidare i vostri passi. Ci rivolgiamo a voi a riguardo dell’importanza dell’uguaglianza tra i cittadini. I cristiani sono cittadini originali e autentici, leali alla loro patria e fedeli a tutti i loro doveri nazionali. È naturale che essi possano godere di tutti i diritti di cittadinanza, di libertà di coscienza e di culto, di libertà nel campo dell’insegnamento e dell’educazione e nell’uso dei mezzi di comunicazione.
Vi chiediamo di raddoppiare gli sforzi che dispiegate per stabilire una pace giusta e duratura in tutta la regione e per arrestare la corsa agli armamenti. È questo che condurrà alla sicurezza e alla prosperità economica, arresterà l’emorragia dell’emigrazione che svuota i nostri paesi delle loro forze vive. La pace è un dono prezioso che Dio ha affidato agli uomini e sono gli « operatori di pace[che]saranno chiamati figli di Dio » (Mt 5, 9).
VII. Appello alla comunità internazionale
11. I cittadini dei paesi del Medio Oriente interpellano la comunità internazionale, in particolare l’O.N.U., perché essa lavori sinceramente ad una soluzione di pace giusta e definitiva nella regione, e questo attraverso l’applicazione delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza, e attraverso l’adozione delle misure giuridiche necessarie per mettere fine all’Occupazione dei differenti territori arabi.
Il popolo palestinese potrà così avere una patria indipendente e sovrana e vivervi nella dignità e nella stabilità. Lo Stato d’Israele potrà godere della pace e della sicurezza all’interno delle frontiere internazionalmente riconosciute. La Città Santa di Gerusalemme potrà trovare lo statuto giusto che rispetterà il suo carattere particolare, la sua santità, il suo patrimonio religioso per ciascuna delle tre religioni ebraica, cristiana e musulmana. Noi speriamo che la soluzione dei due Stati diventi realtà e non resti un semplice sogno.
L’Iraq potrà mettere fine alle conseguenze della guerra assassina e ristabilire la sicurezza che proteggerà tutti i suoi cittadini con tutte le loro componenti sociali, religiose e nazionali.
Il Libano potrà godere della sua sovranità su tutto il territorio, fortificare l’unità nazionale e continuare la vocazione a essere il modello della convivenza tra cristiani e musulmani, attraverso il dialogo delle culture e delle religioni e la promozione delle libertà pubbliche.
Noi condanniamo la violenza e il terrorismo, di qualunque origine, e qualsiasi estremismo religioso. Condanniamo ogni forma di razzismo, l’antisemitismo, l’anticristianesimo e l'islamofobia e chiamiamo le religioni ad assumere le loro responsabilità nella promozione del dialogo delle culture e delle civiltà nella nostra regione e nel mondo intero.
Conclusione: continuare a testimoniare la vita divina che ci è apparsa nella persona di Gesù
12. In conclusione, fratelli e sorelle, noi vi diciamo con l’apostolo san Giovanni nella sua prima lettera: «Quello che era da principio, quello che noi abbiamo udito, quello che abbiamo veduto con i nostri occhi, quello che contemplammo e che le nostre mani toccarono del Verbo della vita – la vita infatti si manifestò, noi l’abbiamo veduta e di ciò diamo testimonianza e vi annunciamo la vita eterna, che era presso il Padre e che si manifestò a noi –, quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunciamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi. E la nostra comunione è con il Padre e con il Figlio suo, Gesù Cristo» (1Gv 1, 1-3).
Questa Vita divina che è apparsa agli apostoli 2000 anni fa nella persona del nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo, della quale la Chiesa è vissuta e alla quale essa ha dato testimonianza in tutto il corso della sua storia, rimarrà sempre la vita delle nostre Chiese nel Medio Oriente e l’oggetto della nostra testimonianza.
Sostenuti dalla promessa del Signore: « ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28, 20), proseguiamo insieme il nostro cammino nella speranza, e « la speranza poi non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato » (Rm 5, 5).
Confessiamo che non abbiamo fatto fino ad ora tutto ciò che era in nostra possibilità per vivere meglio la comunione tra le nostre comunità. Non abbiamo operato a sufficienza per confermarvi nella fede e darvi il nutrimento spirituale di cui avete bisogno nelle vostre difficoltà. Il Signore ci invita ad una conversione personale e collettiva.
Oggi torniamo a voi pieni di speranza, di forza e di risolutezza, portando con noi il messaggio del Sinodo e le sue raccomandazioni per studiarle insieme e metterci ad applicarle nelle nostre Chiese, ciascuno secondo il suo stato. Speriamo anche che questo sforzo nuovo sia ecumenico.
Noi vi rivolgiamo questo umile e sincero appello perché insieme condividiamo un cammino di conversione per lasciarci rinnovare dalla grazia dello Spirito Santo e ritornare a Dio.
Alla Santissima Vergine Maria, Madre della Chiesa e Regina della pace, sotto la cui protezione abbiamo messo i lavori sinodali, affidiamo il nostro cammino verso nuovi orizzonti cristiani e umani, nella fede in Cristo e con la forza della sua parola: «Ecco, io faccio nuove tutte le cose» (Ap 21, 5).
mercoledì 20 ottobre 2010
Novembre
"Parole di Qoèlet, figlio di Davide, re di Gerusalemme. Vanità delle vanità, dice Qoèlet, vanità delle vanità, tutto è vanità." Qoèlet (Ecclesiaste) 1,1-2
"La vita è una cosa meravigliosa. Senza, saremmo morti" (anonimo)
A dispetto di coloro che ritengono l'entrante mese di novembre un periodo di tristezza legato all'incedere dell'autunno, quando si levan le foglie l'una appresso dell'altra, fin che 'l ramo vede alla terra tutte le sue spoglie, a me invece questo intervallo è sempre parso un ottimo periodo da dedicare alla riflessione.
Uno spazio ricavato tra le ultime propaggini dei ricordi estivi ed il lento ridestarsi del sole dal suo sonnacchioso recedere, che si aprirà a breve prima di lasciare campo aperto alle celebrazioni paganeggianti e ai baccannali delle feste natalizie.
Il novembre no! E' diverso. Malgrado i tentativi sempre più pervasivi di infiltrare anche qui la moda a stelle e strisce di Halloween con la sua congerie di zucche sempre più vuote. Tutt'altra cosa dai nostri uno e due novembre tradizionali: i santi e i morti.
Stranamente, poiché i santi sono anche morti, dobbiamo immaginare che il secondo dei due giorni di celebrazione sia dedicato principalmente agli altri, cioè ai defunti che non hanno avuto la ventura di assurgere agli onori dell'empireo. I dannati insomma. Al limite, i purganti.
E del resto, come ci ricordava il principe Antonio De Curtis, in arte Totò, «'A morte 'o ssaje ched''e?...è una livella». Ben venga allora anche un giorno dedicato a tutti coloro che furono e non son più, senza distinzione di natali e di censo, di fama e di cultura, d'aspetto e di età. Ma anche di santità.
Già. La morte. Novembre è un mese perfetto per ponderare questo incredibile concetto, magari aiutati da un libro appropriato (io, per esempio, sto leggendo il saggio "Qualcosa in cui credere" del Cardinal Martini, recentemente edito da Piemme) e da un calice di vino da meditazione. Recita un antico proverbio Yiddish «Polvere sei e polvere tornerai, ma tra una polvere e l'altra un buon bicchiere non fa mai male».
Non c'è da farsi prendere dalla depressione. Tutt'altro. Ogni tanto il pensiero del limite può risultare estremamente rasserenante. Conferisce senso alla vita e la rende degna di essere vissuta in modo autentico. E assegna un valore inestimabile ad ogni suo singolo istante.
Non so se tutti provino la stessa sensazione di pace e tranquillità che sento io quando visito il camposanto nel mio paese d'origine. Non solamente durante le ricorrenze di novembre. Spesso, quando vi capito, faccio un giro di tutto il cimitero alla ricerca di volti noti, taluni familiari.
E raccogliendomi, dedico ad ognuno un ricordo per il periodo trascorso assieme. Un pezzo di me che non c'è più, ma che in quel momento ritrovo. Una rottura che si risana. Si tratta di pensieri dolci. Di episodi lieti a cui restare legati. Una battuta scambiata. Un aneddoto giocoso. Un momento di serenità.
Ogni tanto, come è normale che sia, la mente vaga e si sofferma anche su cosa ci può essere dopo. Una vita nuova, oppure il riposo eterno. L'incedere degli anni, i segni del tempo che passa, acuiscono il sentimento di comunanza che tutti ci affratella in un unico destino.
La vita. La morte. Le gioie. Il dolore. L'amore. Il lutto. Un ciclo che da tempo immemore continuamente si compie e si rinnova. In attesa di una risposta che forse conosceremo. O forse no. Perché il pensiero della fine degli altri ci rimanda inevitabilmente all'estremità del nostro viaggio.
Il 12 febbraio 1984, poche settimane prima di terminare la sua esperienza terrena, il teologo Karl Rahner, nella sua ultima lezione tenuta all'Università di Friburgo di Brisgovia si esprimeva con le seguenti parole.
«Un giorno gli angeli della morte spazzeranno via dai meandri del nostro spirito tutti quei rifiuti inutili, che diciamo la nostra storia (anche se la vera essenza della libertà messa in atto rimarrà).
Un giorno tutte le stelle dei nostri ideali, con cui noi stessi avevamo arrogantemente drappeggiato il cielo della nostra esistenza, cesseranno di brillare e si spegneranno.
Un giorno la morte introdurrà un vuoto straordinariamente silente, e noi accoglieremo tale vuoto con fede, speranza e in silenzio come la nostra vera essenza.
Un giorno tutta la nostra vita precedente, per quanto lunga, ci apparirà come un'unica breve esplosione della nostra libertà, che ci sembrava estesa solo perché la vedevamo come al rallentatore, una esplosione in cui la domanda si è trasformata in risposta, la possibilità in realtà, il tempo in eternità, la libertà offerta in libertà tradotta in atto»...
Oggi si tende a pensare sempre meno alla impermanenza di questa libertà e all'importanza del suo buon uso. L'idea della fine, della decadenza fisica, della malattia vengono spostati o rimossi in continuazione nella speranza (vana) di allentare l'angoscia per la nostra precarietà.
Viviamo sempre all'insegna del presente. «Dum loquimur fugerit invida aetas: carpe diem, quam minimum credula postero». Cerchiamo di prolungare oltre ogni limite la giovinezza (che si fugge tuttavia), ma poi ci spaventiamo quando ci accorgiamo di invecchiare o quando percepiamo il declino di una persona a noi vicina.
«A volte, come i bambini che hanno timore del buio, così noi temiamo, alla luce del giorno, per cose altrettanto inconsistenti di quelle di cui al buio ha paura il bambino».
Lo riconosceva anche un autore controverso come lo spagnolo Miguel de Unamuno. «Per quanto, sul principio, ci sia angosciosa questa meditazione sulla nostra mortalità, ci risulta infine corroborante. [...] Il rimedio è confrontarsi faccia a faccia, fissando lo sguardo nello sguardo della sfinge; è così che si spezza il suo incantesimo».
Il crepuscolo dell'anno che si compie nella stagione autunnale può diventare il nostro memento mori, un'occasione per giudicare la nostra esistenza nel suo dipanarsi. Un tempo di contemplazione che si traduce in gratitudine per il bene prezioso della vita, e soprattutto per la vita di relazione con gli altri, che ne costituisce il cuore pulsante.
La partecipazione alle cerimonie per le solennità di novembre possono aiutare a riconciliarci con la dimensione della nostra finitezza. Per chi crede in una vita futura, nell'attesa operosa e piena di speranza di ciò che verrà. Per chi non si attende nulla, per riflettere su noi, fatti della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni...e la nostra breve vita circondata dal sonno. Marco Ciani
"La vita è una cosa meravigliosa. Senza, saremmo morti" (anonimo)
A dispetto di coloro che ritengono l'entrante mese di novembre un periodo di tristezza legato all'incedere dell'autunno, quando si levan le foglie l'una appresso dell'altra, fin che 'l ramo vede alla terra tutte le sue spoglie, a me invece questo intervallo è sempre parso un ottimo periodo da dedicare alla riflessione.
Uno spazio ricavato tra le ultime propaggini dei ricordi estivi ed il lento ridestarsi del sole dal suo sonnacchioso recedere, che si aprirà a breve prima di lasciare campo aperto alle celebrazioni paganeggianti e ai baccannali delle feste natalizie.
Il novembre no! E' diverso. Malgrado i tentativi sempre più pervasivi di infiltrare anche qui la moda a stelle e strisce di Halloween con la sua congerie di zucche sempre più vuote. Tutt'altra cosa dai nostri uno e due novembre tradizionali: i santi e i morti.
Stranamente, poiché i santi sono anche morti, dobbiamo immaginare che il secondo dei due giorni di celebrazione sia dedicato principalmente agli altri, cioè ai defunti che non hanno avuto la ventura di assurgere agli onori dell'empireo. I dannati insomma. Al limite, i purganti.
E del resto, come ci ricordava il principe Antonio De Curtis, in arte Totò, «'A morte 'o ssaje ched''e?...è una livella». Ben venga allora anche un giorno dedicato a tutti coloro che furono e non son più, senza distinzione di natali e di censo, di fama e di cultura, d'aspetto e di età. Ma anche di santità.

Già. La morte. Novembre è un mese perfetto per ponderare questo incredibile concetto, magari aiutati da un libro appropriato (io, per esempio, sto leggendo il saggio "Qualcosa in cui credere" del Cardinal Martini, recentemente edito da Piemme) e da un calice di vino da meditazione. Recita un antico proverbio Yiddish «Polvere sei e polvere tornerai, ma tra una polvere e l'altra un buon bicchiere non fa mai male».
Non c'è da farsi prendere dalla depressione. Tutt'altro. Ogni tanto il pensiero del limite può risultare estremamente rasserenante. Conferisce senso alla vita e la rende degna di essere vissuta in modo autentico. E assegna un valore inestimabile ad ogni suo singolo istante.
Non so se tutti provino la stessa sensazione di pace e tranquillità che sento io quando visito il camposanto nel mio paese d'origine. Non solamente durante le ricorrenze di novembre. Spesso, quando vi capito, faccio un giro di tutto il cimitero alla ricerca di volti noti, taluni familiari.
E raccogliendomi, dedico ad ognuno un ricordo per il periodo trascorso assieme. Un pezzo di me che non c'è più, ma che in quel momento ritrovo. Una rottura che si risana. Si tratta di pensieri dolci. Di episodi lieti a cui restare legati. Una battuta scambiata. Un aneddoto giocoso. Un momento di serenità.
Ogni tanto, come è normale che sia, la mente vaga e si sofferma anche su cosa ci può essere dopo. Una vita nuova, oppure il riposo eterno. L'incedere degli anni, i segni del tempo che passa, acuiscono il sentimento di comunanza che tutti ci affratella in un unico destino.
La vita. La morte. Le gioie. Il dolore. L'amore. Il lutto. Un ciclo che da tempo immemore continuamente si compie e si rinnova. In attesa di una risposta che forse conosceremo. O forse no. Perché il pensiero della fine degli altri ci rimanda inevitabilmente all'estremità del nostro viaggio.
Il 12 febbraio 1984, poche settimane prima di terminare la sua esperienza terrena, il teologo Karl Rahner, nella sua ultima lezione tenuta all'Università di Friburgo di Brisgovia si esprimeva con le seguenti parole.
«Un giorno gli angeli della morte spazzeranno via dai meandri del nostro spirito tutti quei rifiuti inutili, che diciamo la nostra storia (anche se la vera essenza della libertà messa in atto rimarrà).
Un giorno tutte le stelle dei nostri ideali, con cui noi stessi avevamo arrogantemente drappeggiato il cielo della nostra esistenza, cesseranno di brillare e si spegneranno.
Un giorno la morte introdurrà un vuoto straordinariamente silente, e noi accoglieremo tale vuoto con fede, speranza e in silenzio come la nostra vera essenza.
Un giorno tutta la nostra vita precedente, per quanto lunga, ci apparirà come un'unica breve esplosione della nostra libertà, che ci sembrava estesa solo perché la vedevamo come al rallentatore, una esplosione in cui la domanda si è trasformata in risposta, la possibilità in realtà, il tempo in eternità, la libertà offerta in libertà tradotta in atto»...
Oggi si tende a pensare sempre meno alla impermanenza di questa libertà e all'importanza del suo buon uso. L'idea della fine, della decadenza fisica, della malattia vengono spostati o rimossi in continuazione nella speranza (vana) di allentare l'angoscia per la nostra precarietà.
Viviamo sempre all'insegna del presente. «Dum loquimur fugerit invida aetas: carpe diem, quam minimum credula postero». Cerchiamo di prolungare oltre ogni limite la giovinezza (che si fugge tuttavia), ma poi ci spaventiamo quando ci accorgiamo di invecchiare o quando percepiamo il declino di una persona a noi vicina.
«A volte, come i bambini che hanno timore del buio, così noi temiamo, alla luce del giorno, per cose altrettanto inconsistenti di quelle di cui al buio ha paura il bambino».
Lo riconosceva anche un autore controverso come lo spagnolo Miguel de Unamuno. «Per quanto, sul principio, ci sia angosciosa questa meditazione sulla nostra mortalità, ci risulta infine corroborante. [...] Il rimedio è confrontarsi faccia a faccia, fissando lo sguardo nello sguardo della sfinge; è così che si spezza il suo incantesimo».
Il crepuscolo dell'anno che si compie nella stagione autunnale può diventare il nostro memento mori, un'occasione per giudicare la nostra esistenza nel suo dipanarsi. Un tempo di contemplazione che si traduce in gratitudine per il bene prezioso della vita, e soprattutto per la vita di relazione con gli altri, che ne costituisce il cuore pulsante.
La partecipazione alle cerimonie per le solennità di novembre possono aiutare a riconciliarci con la dimensione della nostra finitezza. Per chi crede in una vita futura, nell'attesa operosa e piena di speranza di ciò che verrà. Per chi non si attende nulla, per riflettere su noi, fatti della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni...e la nostra breve vita circondata dal sonno. Marco Ciani
domenica 26 settembre 2010
Le 10 strategie della manipolazione mediatica
Il linguista Noam Chomsky ha elaborato la lista delle “10 Strategie della Manipolazione” attraverso i mass media. Illuminante!
1 - La strategia della distrazione.
L’elemento principale del controllo sociale è la strategia della distrazione che consiste nel distogliere l’attenzione del pubblico dai problemi importanti e dai cambiamenti decisi dalle élites politiche ed economiche utilizzando la tecnica del diluvio o dell’inondazione di distrazioni continue e di informazioni insignificanti.La strategia della distrazione è anche indispensabile per evitare l’interesse del pubblico verso le conoscenze essenziali nel campo della scienza, dell’economia, della psicologia, della neurobiologia e della cibernetica. “Sviare l’attenzione del pubblico dai veri problemi sociali, tenerla imprigionata da temi senza vera importanza. Tenere il pubblico occupato, occupato, occupato, senza dargli tempo per pensare, sempre di ritorno verso la fattoria come gli altri animali (citato nel testo “Armi silenziose per guerre tranquille”).
2 - Creare il problema e poi offrire la soluzione.
Questo metodo è anche chiamato “problema - reazione - soluzione”. Si crea un problema, una “situazione” che produrrà una determinata reazione nel pubblico in modo che sia questa la ragione delle misure che si desiderano far accettare. Ad esempio: lasciare che dilaghi o si intensifichi la violenza urbana, oppure organizzare attentati sanguinosi per fare in modo che sia il pubblico a pretendere le leggi sulla sicurezza e le politiche a discapito delle libertà. Oppure: creare una crisi economica per far accettare come male necessario la diminuzione dei diritti sociali e lo smantellamento dei servizi pubblici.
3 - La strategia della gradualità.
Per far accettare una misura inaccettabile, basta applicarla gradualmente, col contagocce, per un po’ di anni consecutivi. Questo è il modo in cui condizioni socioeconomiche radicalmente nuove (neoliberismo) furono imposte negli anni ‘80 e ‘90: uno Stato al minimo, privatizzazioni, precarietà, flessibilità, disoccupazione di massa, salari che non garantivano più redditi dignitosi, tanti cambiamenti che avrebbero provocato una rivoluzione se fossero stati applicati in una sola volta.
4 - La strategia del differire.
Un altro modo per far accettare una decisione impopolare è quella di presentarla come “dolorosa e necessaria” guadagnando in quel momento il consenso della gente per un’applicazione futura. E’ più facile accettare un sacrificio futuro di quello immediato. Per prima cosa, perché lo sforzo non deve essere fatto immediatamente. Secondo, perché la gente, la massa, ha sempre la tendenza a sperare ingenuamente che “tutto andrà meglio domani” e che il sacrificio richiesto potrebbe essere evitato. In questo modo si dà più tempo alla gente di abituarsi all’idea del cambiamento e di accettarlo con rassegnazione quando arriverà il momento.
5 - Rivolgersi alla gente come a dei bambini.
La maggior parte della pubblicità diretta al grande pubblico usa discorsi, argomenti, personaggi e una intonazione particolarmente infantile, spesso con voce flebile, come se lo spettatore fosse una creatura di pochi anni o un deficiente. Quanto più si cerca di ingannare lo spettatore, tanto più si tende ad usare un tono infantile. Perché? “Se qualcuno si rivolge ad una persona come se questa avesse 12 anni o meno, allora, a causa della suggestionabilità, questa probabilmente tenderà ad una risposta o ad una reazione priva di senso critico come quella di una persona di 12 anni o meno (vedi “Armi silenziosi per guerre tranquille”).

6 - Usare l’aspetto emozionale molto più della riflessione.
Sfruttare l'emotività è una tecnica classica per provocare un corto circuito dell'analisi razionale e, infine, del senso critico dell'individuo. Inoltre, l'uso del tono emotivo permette di aprire la porta verso l’inconscio per impiantare o iniettare idee, desideri, paure e timori, compulsioni, o per indurre comportamenti….
7 - Mantenere la gente nell’ignoranza e nella mediocrità.
Far sì che la gente sia incapace di comprendere le tecniche ed i metodi usati per il suo controllo e la sua schiavitù. “La qualità dell’educazione data alle classi sociali inferiori deve essere la più povera e mediocre possibile, in modo che la distanza creata dall’ignoranza tra le classi inferiori e le classi superiori sia e rimanga impossibile da colmare da parte delle inferiori" (vedi “Armi silenziosi per guerre tranquille”).
8 - Stimolare il pubblico ad essere favorevole alla mediocrità.
Spingere il pubblico a ritenere che sia di moda essere stupidi, volgari e ignoranti...
9 - Rafforzare il senso di colpa.
Far credere all’individuo di essere esclusivamente lui il responsabile della proprie disgrazie a causa di insufficente intelligenza, capacità o sforzo. In tal modo, anziché ribellarsi contro il sistema economico, l’individuo si auto svaluta e si sente in colpa, cosa che crea a sua volta uno stato di depressione di cui uno degli effetti è l’inibizione ad agire. E senza azione non c’è rivoluzione!
10 - Conoscere la gente meglio di quanto essa si conosca.
Negli ultimi 50’anni, i rapidi progressi della scienza hanno creato un crescente divario tra le conoscenze della gente e quelle di cui dispongono e che utilizzano le élites dominanti. Grazie alla biologia, alla neurobiologia e alla psicologia applicata, il “sistema” ha potuto fruire di una conoscenza avanzata dell’essere umano, sia fisicamente che psichicamente. Il sistema è riuscito a conoscere l’individuo comune molto meglio di quanto egli conosca sé stesso. Ciò comporta che, nella maggior parte dei casi, il sistema esercita un più ampio controllo ed un maggior potere sulla gente, ben maggiore di quello che la gente esercita su sé stessa.
1 - La strategia della distrazione.
L’elemento principale del controllo sociale è la strategia della distrazione che consiste nel distogliere l’attenzione del pubblico dai problemi importanti e dai cambiamenti decisi dalle élites politiche ed economiche utilizzando la tecnica del diluvio o dell’inondazione di distrazioni continue e di informazioni insignificanti.La strategia della distrazione è anche indispensabile per evitare l’interesse del pubblico verso le conoscenze essenziali nel campo della scienza, dell’economia, della psicologia, della neurobiologia e della cibernetica. “Sviare l’attenzione del pubblico dai veri problemi sociali, tenerla imprigionata da temi senza vera importanza. Tenere il pubblico occupato, occupato, occupato, senza dargli tempo per pensare, sempre di ritorno verso la fattoria come gli altri animali (citato nel testo “Armi silenziose per guerre tranquille”).
2 - Creare il problema e poi offrire la soluzione.
Questo metodo è anche chiamato “problema - reazione - soluzione”. Si crea un problema, una “situazione” che produrrà una determinata reazione nel pubblico in modo che sia questa la ragione delle misure che si desiderano far accettare. Ad esempio: lasciare che dilaghi o si intensifichi la violenza urbana, oppure organizzare attentati sanguinosi per fare in modo che sia il pubblico a pretendere le leggi sulla sicurezza e le politiche a discapito delle libertà. Oppure: creare una crisi economica per far accettare come male necessario la diminuzione dei diritti sociali e lo smantellamento dei servizi pubblici.
3 - La strategia della gradualità.
Per far accettare una misura inaccettabile, basta applicarla gradualmente, col contagocce, per un po’ di anni consecutivi. Questo è il modo in cui condizioni socioeconomiche radicalmente nuove (neoliberismo) furono imposte negli anni ‘80 e ‘90: uno Stato al minimo, privatizzazioni, precarietà, flessibilità, disoccupazione di massa, salari che non garantivano più redditi dignitosi, tanti cambiamenti che avrebbero provocato una rivoluzione se fossero stati applicati in una sola volta.
4 - La strategia del differire.
Un altro modo per far accettare una decisione impopolare è quella di presentarla come “dolorosa e necessaria” guadagnando in quel momento il consenso della gente per un’applicazione futura. E’ più facile accettare un sacrificio futuro di quello immediato. Per prima cosa, perché lo sforzo non deve essere fatto immediatamente. Secondo, perché la gente, la massa, ha sempre la tendenza a sperare ingenuamente che “tutto andrà meglio domani” e che il sacrificio richiesto potrebbe essere evitato. In questo modo si dà più tempo alla gente di abituarsi all’idea del cambiamento e di accettarlo con rassegnazione quando arriverà il momento.
5 - Rivolgersi alla gente come a dei bambini.
La maggior parte della pubblicità diretta al grande pubblico usa discorsi, argomenti, personaggi e una intonazione particolarmente infantile, spesso con voce flebile, come se lo spettatore fosse una creatura di pochi anni o un deficiente. Quanto più si cerca di ingannare lo spettatore, tanto più si tende ad usare un tono infantile. Perché? “Se qualcuno si rivolge ad una persona come se questa avesse 12 anni o meno, allora, a causa della suggestionabilità, questa probabilmente tenderà ad una risposta o ad una reazione priva di senso critico come quella di una persona di 12 anni o meno (vedi “Armi silenziosi per guerre tranquille”).

6 - Usare l’aspetto emozionale molto più della riflessione.
Sfruttare l'emotività è una tecnica classica per provocare un corto circuito dell'analisi razionale e, infine, del senso critico dell'individuo. Inoltre, l'uso del tono emotivo permette di aprire la porta verso l’inconscio per impiantare o iniettare idee, desideri, paure e timori, compulsioni, o per indurre comportamenti….
7 - Mantenere la gente nell’ignoranza e nella mediocrità.
Far sì che la gente sia incapace di comprendere le tecniche ed i metodi usati per il suo controllo e la sua schiavitù. “La qualità dell’educazione data alle classi sociali inferiori deve essere la più povera e mediocre possibile, in modo che la distanza creata dall’ignoranza tra le classi inferiori e le classi superiori sia e rimanga impossibile da colmare da parte delle inferiori" (vedi “Armi silenziosi per guerre tranquille”).
8 - Stimolare il pubblico ad essere favorevole alla mediocrità.
Spingere il pubblico a ritenere che sia di moda essere stupidi, volgari e ignoranti...
9 - Rafforzare il senso di colpa.
Far credere all’individuo di essere esclusivamente lui il responsabile della proprie disgrazie a causa di insufficente intelligenza, capacità o sforzo. In tal modo, anziché ribellarsi contro il sistema economico, l’individuo si auto svaluta e si sente in colpa, cosa che crea a sua volta uno stato di depressione di cui uno degli effetti è l’inibizione ad agire. E senza azione non c’è rivoluzione!
10 - Conoscere la gente meglio di quanto essa si conosca.
Negli ultimi 50’anni, i rapidi progressi della scienza hanno creato un crescente divario tra le conoscenze della gente e quelle di cui dispongono e che utilizzano le élites dominanti. Grazie alla biologia, alla neurobiologia e alla psicologia applicata, il “sistema” ha potuto fruire di una conoscenza avanzata dell’essere umano, sia fisicamente che psichicamente. Il sistema è riuscito a conoscere l’individuo comune molto meglio di quanto egli conosca sé stesso. Ciò comporta che, nella maggior parte dei casi, il sistema esercita un più ampio controllo ed un maggior potere sulla gente, ben maggiore di quello che la gente esercita su sé stessa.
giovedì 9 settembre 2010
Frammenti vocali in MO:Israele e Palestina: Il reverendo Terry Jones e il falò del Corano
Frammenti vocali in MO:Israele e Palestina: Il reverendo Terry Jones e il falò del Corano: "Nessuno fermerà il talebano cristiano, reverendo Terry Jones (foto), che, per ricordare il nono anniversario dell’11 settembre, ha organizz..."
martedì 31 agosto 2010
Dagli amici...
“Dagli amici mi guardi Dio”, così dicevano gli antichi, aggiungendo poi “che dai nemici mi guardo io!”, per significare come talora sono proprio quelli che tu consideri amici a combinarti dei guai. Il card. Bertone, Segretario di Stato del Papa, è troppo buono per averlo pensato quando ha visto lo scalpore che ha suscitato la notizia della cena in casa del giornalista televisivo Vespa, a cui hanno partecipato anche il Presidente del Consiglio, on. Berlusconi, e il Presidente dell’UDC, on. Casini.
I giornali non si sono soffermati sul singolare gesto di cortesia del card. Bertone verso il noto giornalista, che festeggiava cinquant’anni di giornalismo, né hanno pensato che il cardinale, se pur sapeva chi erano i commensali, doveva aver ricevuto l’assicurazione che l’incontro sarebbe rimasto assolutamente privato. Forse avrebbero potuto sospettare che, per i buoni uffici dell’on. Letta, che è “gentiluomo di Sua Santità” e quindi gode di notevoli entrature in Vaticano, avrebbe potuto assistere a una specie di riconciliazione dell’on. Casini – che, nonostante le sue vicende personali, viene considerato come un tutore della dottrina della Chiesa nella vita politica italiana – con l’on. Berlusconi, che, al di là anche lui delle sue vicende personali, è oggi in qualche difficoltà per le riserve che nel suo stesso partito si pongono ad alcune leggi giudicate di interesse troppo personale e quindi lesive della nozione diffusa della legalità. Ma questo intento, che sarebbe già in qualche modo politico, ma pur sempre di riconciliazione, quindi di ispirazione evangelica, viene scavalcato da chi ritiene invece si tratti di una sponsorizzazione del governo Berlusconi, come il garante dei principi cristiani “non negoziabili”, quali la vita dall’inizio alla fine o la famiglia e l’attività della Chiesa.
È vero che – almeno a parole – il governo mostra di allinearsi ai principi della dottrina della Chiesa, e oggi la gente più che guardare ai comportamenti dei governanti – anche nella loro vita privata – si lascia guidare dalla televisione, che è il messaggero ideologico odierno e che – in Italia – è a stragrande maggioranza portavoce del Governo; ma occorre anche tenere conto che, se la qualifica del cristiano è la carità, la sua formula attuale – al dire di papa Giovanni Paolo II nella Enciclica Sollicitudo rei socialis - è la solidarietà; cosicché non può dirsi veramente cristiano chi – singolo o governo – non promuova e viva la solidarietà.
Ora, se guardiamo alle attività di questo governo, dobbiamo concludere quanto esso sia contraddittorio con questa veramente “non negoziabile” qualifica del cristiano, dal rifiuto degli immigrati, costretti a tornare nelle inumane carceri libiche quando non nelle patrie da cui sono fuggiti in quanto perseguitati politici, alle politiche economiche, che privilegiano i benestanti – tra cui loro, i politici – e rendono sempre più difficile la vita delle famiglie normali e sempre più precario il lavoro, in particolare per i giovani.
Ma è soprattutto l’impressione che viene data – ed è deleteria soprattutto per i giovani – che quello che conta non sia compiere il proprio dovere, essere onesti, contribuire al “bene comune” (pur senza trascurare il “bene individuale”), ma sia invece arraffare più che si può, appoggiandosi ai politici, corrompendo amministratori e – possibilmente – anche magistrati, e collegandosi anche con organizzazioni criminali, soprattutto con quelle più “coperte”. E questo è totalmente diseducativo perché corrode lentamente tutte le strutture morali, al di là addirittura delle battaglie per la vita, nelle quali la prospettiva è chiara e nessuno è obbligato a prendere posizioni che veda chiaramente contrastare le proprie convinzioni. Il Signore Gesù ha messo in guardia da questa scelta di “mamòna”, parola aramaica che traduciamo con “ricchezza” ma che vi aggiunge la sete di potere, e che Gesù pone come la vera alternativa a sé: “O Dio o mamòna”.
Purtroppo il nostro mondo occidentale (e anche il nostro italiano) è impregnato di “mamòna”, e per questo sta perdendo la fede. Credo che pensare a una sponsorizzazione così esplicita della Chiesa a un governo di “mamòna” potrebbe al massimo venire considerato come la scelta di un “male minore”, che dovrebbe comunque essere accompagnata dalla percezione del male in questione e dalla responsabilità degli operatori a rinunciare a quanto costituisce il male. Gesù non disdegnava i pubblicani e le peccatrici, ma cercava di far cambiare loro vita, come fece con Matteo e Zaccheo e con la Maddalena e l’adultera...
Chissà che dagli incontri con il card. Bertone non nascano spinte a “cambiare vita”, per rendere la politica più trasparente, più onesta... sì, anche più cristiana!
3 agosto 2010 - mons. Luigi Bettazzi (vescovo emerito di Ivrea)
I giornali non si sono soffermati sul singolare gesto di cortesia del card. Bertone verso il noto giornalista, che festeggiava cinquant’anni di giornalismo, né hanno pensato che il cardinale, se pur sapeva chi erano i commensali, doveva aver ricevuto l’assicurazione che l’incontro sarebbe rimasto assolutamente privato. Forse avrebbero potuto sospettare che, per i buoni uffici dell’on. Letta, che è “gentiluomo di Sua Santità” e quindi gode di notevoli entrature in Vaticano, avrebbe potuto assistere a una specie di riconciliazione dell’on. Casini – che, nonostante le sue vicende personali, viene considerato come un tutore della dottrina della Chiesa nella vita politica italiana – con l’on. Berlusconi, che, al di là anche lui delle sue vicende personali, è oggi in qualche difficoltà per le riserve che nel suo stesso partito si pongono ad alcune leggi giudicate di interesse troppo personale e quindi lesive della nozione diffusa della legalità. Ma questo intento, che sarebbe già in qualche modo politico, ma pur sempre di riconciliazione, quindi di ispirazione evangelica, viene scavalcato da chi ritiene invece si tratti di una sponsorizzazione del governo Berlusconi, come il garante dei principi cristiani “non negoziabili”, quali la vita dall’inizio alla fine o la famiglia e l’attività della Chiesa.

È vero che – almeno a parole – il governo mostra di allinearsi ai principi della dottrina della Chiesa, e oggi la gente più che guardare ai comportamenti dei governanti – anche nella loro vita privata – si lascia guidare dalla televisione, che è il messaggero ideologico odierno e che – in Italia – è a stragrande maggioranza portavoce del Governo; ma occorre anche tenere conto che, se la qualifica del cristiano è la carità, la sua formula attuale – al dire di papa Giovanni Paolo II nella Enciclica Sollicitudo rei socialis - è la solidarietà; cosicché non può dirsi veramente cristiano chi – singolo o governo – non promuova e viva la solidarietà.
Ora, se guardiamo alle attività di questo governo, dobbiamo concludere quanto esso sia contraddittorio con questa veramente “non negoziabile” qualifica del cristiano, dal rifiuto degli immigrati, costretti a tornare nelle inumane carceri libiche quando non nelle patrie da cui sono fuggiti in quanto perseguitati politici, alle politiche economiche, che privilegiano i benestanti – tra cui loro, i politici – e rendono sempre più difficile la vita delle famiglie normali e sempre più precario il lavoro, in particolare per i giovani.
Ma è soprattutto l’impressione che viene data – ed è deleteria soprattutto per i giovani – che quello che conta non sia compiere il proprio dovere, essere onesti, contribuire al “bene comune” (pur senza trascurare il “bene individuale”), ma sia invece arraffare più che si può, appoggiandosi ai politici, corrompendo amministratori e – possibilmente – anche magistrati, e collegandosi anche con organizzazioni criminali, soprattutto con quelle più “coperte”. E questo è totalmente diseducativo perché corrode lentamente tutte le strutture morali, al di là addirittura delle battaglie per la vita, nelle quali la prospettiva è chiara e nessuno è obbligato a prendere posizioni che veda chiaramente contrastare le proprie convinzioni. Il Signore Gesù ha messo in guardia da questa scelta di “mamòna”, parola aramaica che traduciamo con “ricchezza” ma che vi aggiunge la sete di potere, e che Gesù pone come la vera alternativa a sé: “O Dio o mamòna”.
Purtroppo il nostro mondo occidentale (e anche il nostro italiano) è impregnato di “mamòna”, e per questo sta perdendo la fede. Credo che pensare a una sponsorizzazione così esplicita della Chiesa a un governo di “mamòna” potrebbe al massimo venire considerato come la scelta di un “male minore”, che dovrebbe comunque essere accompagnata dalla percezione del male in questione e dalla responsabilità degli operatori a rinunciare a quanto costituisce il male. Gesù non disdegnava i pubblicani e le peccatrici, ma cercava di far cambiare loro vita, come fece con Matteo e Zaccheo e con la Maddalena e l’adultera...
Chissà che dagli incontri con il card. Bertone non nascano spinte a “cambiare vita”, per rendere la politica più trasparente, più onesta... sì, anche più cristiana!
3 agosto 2010 - mons. Luigi Bettazzi (vescovo emerito di Ivrea)
sabato 28 agosto 2010
Il blog di Abuna Mario
giovedì 26 agosto 2010
Frammenti vocali in MO:Israele e Palestina: L'Europa dell'odio , la paura dell'Islam di Davide...
Frammenti vocali in MO:Israele e Palestina: L'Europa dell'odio , la paura dell'Islam di Davide...: "“Un viaggio al centro del Vecchio Continente per capire se l'ondata di nazionalismo che attraversa [l'Europa] sia tutto sommato necessaria p..."
mercoledì 25 agosto 2010
Frammenti vocali in MO:Israele e Palestina: Akiva Eldar : nei colloqui diretti le precondizio...
Frammenti vocali in MO:Israele e Palestina: Akiva Eldar : nei colloqui diretti le precondizio...: "Sintesi personaleDue anni fa, un torneo di basket si è tenuto all'Università di Tel Aviv con la partecipazione di gruppi di studenti proven..."
Frammenti vocali in MO:Israele e Palestina: Marco d'Eramo :I CROCIATI DI GROUND ZERO
Penso che il mio blog non abbia lettori leghisti... Posso allora riprendere questo articolo senza timore che fornisca loro nuove idee!
Frammenti vocali in MO:Israele e Palestina: Marco d'Eramo :I CROCIATI DI GROUND ZERO: "Fan della guerra di civiltà, dei razzisti sudafricani e di Milosevic, Pamela Geller, fondatrice di «Stop the Islamization of America», ama ..."
Frammenti vocali in MO:Israele e Palestina: Marco d'Eramo :I CROCIATI DI GROUND ZERO: "Fan della guerra di civiltà, dei razzisti sudafricani e di Milosevic, Pamela Geller, fondatrice di «Stop the Islamization of America», ama ..."
lunedì 23 agosto 2010
ANSA: nessuna risposta...!
Carissimi amici, dopo 6 giorni ancora non ho avuto un cenno di risposta dalla redazione ANSA...ad oggi il muretto di Gilo è stato davvero tolto e di questo siamo contenti anche perchè la giustificazione era che non c'erano più problemi di sicurezza e anche di questo siamo testimoni, ma allora perchè costruire il muro dentro la nostra parrocchia rubando una intera valle se non ci sono nemmeno i famosi motivi di sicurezza?
Ho invitato Ansa a venirci a trovare... sicuramente un corrispondente da Gerusalemme ci sarà e così spero di poterlo incontrare per fargli vedere come ancora oggi i lavori continuano per la costruzione del muro dentro BetJala.
Se qualcuno mi può aiutare a far arrivare ad Ansa la nostra voce gliene sarei grato, perchè non voglio pensare che una agenzia seria come quella Ansa possa comportarsi in modo così incivile negando una risposta alle obiezioni/domande di un povero prete che ogni giorno prova a dare speranze a una comunità che non spera più perchè umiliata quotidianamente e vessata in tutti i sensi!
Un altro episodio di vita quotidiana: sabato avevamo a Nazareth la "sistemazione" di una icona della Madonna degli Scout nella Basilica dell'Annunciazione... in tanti sono venuti dall'Italia e come parrocchia abbiamo chiesto per i nostri scout 250 permessi per partecipare a questa bella manifestazione... abbiamo ricevuto soltanto 50 permessi e di questi molti sono stati dati alla moglie e non al marito e così sono stati soltanto 32 quelli che hanno potuto partecipare alla s.Messa a Nazareth... e tutto questo non è giusto!
E' una vergogna ed è contro qualunque diritto internazionale... ma di questo non frega niente a nessuno... ad Ansa potrà interessare la notizia che in Israele il diritto alla libertà religiosa, il diritto alla libertà di movimento, e tutti gli altri diritti garantiti dalla Dichiarazione Universale dei diritti umani vengono quotidianamente violati?
Tutto questo porterà ulteriore rabbia e ulteriore sangue come ha scritto anche il Papa Benedetto XI qualche tempo fa... e le trattative di pace saranno soltanto ulteriori chiacchiere inutili, buone solo a perdere/prendere tempo per permettere ad Israele di fare solo i propri interessi... ma se non capiamo che il bene altrui è fondamentale per il mio bene sarà un disastro per tutti! Aiutateci a non far accadere questo disastro per il bene di tutti!
Con affetto.
abuna Mario (aiutiamoci a resistere!)

P.S. Vi allego qui la email del del 19 agosto 2010 :
Carissima redazione, non so se avete gia' ricevuto alcune email di dispiacere e di "protesta" per la vostra notizia ansa del ferragosto delle h.14,15 ... sono don Mario e vivo proprio a BetJala e sono molto rattristato per quanto è successo dato che avete tralasciato di dire tutta la verita'... non si rende un buon servizio a nessuno in questo modo... nemmeno ad Israele!
Vi invito a venirci a trovare a BetJala per vedere come in questi giorni le ruspe israeliane stanno devastando la terra dentro la nostra parrocchia e tutto questo creerà ulteriore rabbia e ulteriore violenza... non è questa la strada per avere pace e sicurezza: rubare terra, tagliare ulivi, chiudere l'acqua, essere rimandati indietro ai check point, ecc. ecc. tutto questo sta succedendo... perche' di queste cose per esempio non ne date mai notizia?
Vi invito a venire a vedere da BetJala la colonia di Gilo (non e' un rione... se vogliamo essere proprio corretti) e a vedere il "ridicolo" muretto che stanno togliendo... tra l'altro io ancora oggi 18 agosto alle 14,50 quando sono passato a trovare una famiglia della parrocchia l'ho visto in piedi... ed e' davvero ridicolo in confronto a quello che stanno costruendo dentro i nostri giardini (circa 1 km piu' avanti prendendosi una intera valle e migliaia di ulivi!)
Vi ripeto il mio dispiacere e vi aggiungo la risposta del patriarca emerito Mons. Sabbah alla vostra news (vi risparmio quelle scandalizzate dalle tante persone italiane che conoscono BetJala e la bellezza della sua terra e della sua gente!):
"Ho ricevuto la notizia sulla “bugia” del muro tolto. Viviamo in un mondo di bugie, percio, la pace rimane lontana… ed e questa la ragione fondamentale dell’inefficacia di tutte le trattative e che trasforma questi mezzi di pace in una grande altra bugia: mentire, rubare, costruire il muro, e dare l’immagine che non esiste piu… Comunque Dio è grande ed è buono e giusto. Un giorno, la sua bontà e giustizia prevarrà su tutto il male degli uomini, anche se sono forti e sono i grandi di questo mondo" (Sua Beatitudine Michel Sabbah, patriarca emerito di Gerusalemme).
Anche io credo in Dio e prima o poi la giustizia arriverà.
Vi chiediamo di aiutarci a costruirla cercando di dire tutta la verità!
don Mario
abuna MARIO CORNIOLI
Parrocchia di BetJala
cell. 00972-546-287971
donmario.c@gmail.com
Ho invitato Ansa a venirci a trovare... sicuramente un corrispondente da Gerusalemme ci sarà e così spero di poterlo incontrare per fargli vedere come ancora oggi i lavori continuano per la costruzione del muro dentro BetJala.
Se qualcuno mi può aiutare a far arrivare ad Ansa la nostra voce gliene sarei grato, perchè non voglio pensare che una agenzia seria come quella Ansa possa comportarsi in modo così incivile negando una risposta alle obiezioni/domande di un povero prete che ogni giorno prova a dare speranze a una comunità che non spera più perchè umiliata quotidianamente e vessata in tutti i sensi!
Un altro episodio di vita quotidiana: sabato avevamo a Nazareth la "sistemazione" di una icona della Madonna degli Scout nella Basilica dell'Annunciazione... in tanti sono venuti dall'Italia e come parrocchia abbiamo chiesto per i nostri scout 250 permessi per partecipare a questa bella manifestazione... abbiamo ricevuto soltanto 50 permessi e di questi molti sono stati dati alla moglie e non al marito e così sono stati soltanto 32 quelli che hanno potuto partecipare alla s.Messa a Nazareth... e tutto questo non è giusto!
E' una vergogna ed è contro qualunque diritto internazionale... ma di questo non frega niente a nessuno... ad Ansa potrà interessare la notizia che in Israele il diritto alla libertà religiosa, il diritto alla libertà di movimento, e tutti gli altri diritti garantiti dalla Dichiarazione Universale dei diritti umani vengono quotidianamente violati?
Tutto questo porterà ulteriore rabbia e ulteriore sangue come ha scritto anche il Papa Benedetto XI qualche tempo fa... e le trattative di pace saranno soltanto ulteriori chiacchiere inutili, buone solo a perdere/prendere tempo per permettere ad Israele di fare solo i propri interessi... ma se non capiamo che il bene altrui è fondamentale per il mio bene sarà un disastro per tutti! Aiutateci a non far accadere questo disastro per il bene di tutti!
Con affetto.
abuna Mario (aiutiamoci a resistere!)

P.S. Vi allego qui la email del del 19 agosto 2010 :
Carissima redazione, non so se avete gia' ricevuto alcune email di dispiacere e di "protesta" per la vostra notizia ansa del ferragosto delle h.14,15 ... sono don Mario e vivo proprio a BetJala e sono molto rattristato per quanto è successo dato che avete tralasciato di dire tutta la verita'... non si rende un buon servizio a nessuno in questo modo... nemmeno ad Israele!
Vi invito a venirci a trovare a BetJala per vedere come in questi giorni le ruspe israeliane stanno devastando la terra dentro la nostra parrocchia e tutto questo creerà ulteriore rabbia e ulteriore violenza... non è questa la strada per avere pace e sicurezza: rubare terra, tagliare ulivi, chiudere l'acqua, essere rimandati indietro ai check point, ecc. ecc. tutto questo sta succedendo... perche' di queste cose per esempio non ne date mai notizia?
Vi invito a venire a vedere da BetJala la colonia di Gilo (non e' un rione... se vogliamo essere proprio corretti) e a vedere il "ridicolo" muretto che stanno togliendo... tra l'altro io ancora oggi 18 agosto alle 14,50 quando sono passato a trovare una famiglia della parrocchia l'ho visto in piedi... ed e' davvero ridicolo in confronto a quello che stanno costruendo dentro i nostri giardini (circa 1 km piu' avanti prendendosi una intera valle e migliaia di ulivi!)
Vi ripeto il mio dispiacere e vi aggiungo la risposta del patriarca emerito Mons. Sabbah alla vostra news (vi risparmio quelle scandalizzate dalle tante persone italiane che conoscono BetJala e la bellezza della sua terra e della sua gente!):
"Ho ricevuto la notizia sulla “bugia” del muro tolto. Viviamo in un mondo di bugie, percio, la pace rimane lontana… ed e questa la ragione fondamentale dell’inefficacia di tutte le trattative e che trasforma questi mezzi di pace in una grande altra bugia: mentire, rubare, costruire il muro, e dare l’immagine che non esiste piu… Comunque Dio è grande ed è buono e giusto. Un giorno, la sua bontà e giustizia prevarrà su tutto il male degli uomini, anche se sono forti e sono i grandi di questo mondo" (Sua Beatitudine Michel Sabbah, patriarca emerito di Gerusalemme).
Anche io credo in Dio e prima o poi la giustizia arriverà.
Vi chiediamo di aiutarci a costruirla cercando di dire tutta la verità!
don Mario
abuna MARIO CORNIOLI
Parrocchia di BetJala
cell. 00972-546-287971
donmario.c@gmail.com
lunedì 16 agosto 2010
Stop alle menzogne!
Ecco la notizia ANSA che ha fatto scrivere tutti i giornali italiani...(guardate su google : muro gilo ) che finalmente il muro a Gerusalemme è stato tolto !
La realtà è un altra ed io che vivo proprio a BetJala e la vedo con i miei occhi non posso tacere di fronte a questa ulteriore "vergognosa menzogna"...
(ANSA) - GERUSALEMME, 15 AGO - L'Esercito israeliano ha iniziato a smantellare
il muro di protezione contro il lancio dei razzi nel rione di Gilo, a
Gerusalemme. I militari hanno annunciato in un comunicato 'il ritorno della
calma' nel settore, e iniziato la rimozione dei blocchi di cemento collocati
nel 2001, dopo lo scoppio della seconda Intifada nell'autunno del 2000. Il muro
e' composto da circa 800 blocchi di cemento piazzati lungo 600 metri di
perimetro.
La notizia è non è del tutto vera e si devono fare delle aggiunte per amore della verità: nella notizia non si dice che questa barriera di protezione alta 2 metri e costruita accanto alle prime case di Gilo, verrà sostituita con una barriera di 8 metri che verrà costruita direttamente dentro la terra della Parrocchia di BetJala e quindi circa 200 mt più avanti rubando una intera valle e tanti campi di ulivi. In questi giorni i lavori per la costruzione della barriera stanno proseguendo senza sosta e soprattutto senza rispetto di nulla, né degli alberi di ulivi, né dei parchi giochi per i bambini, né degli orti di alcune nostre famiglie. E tutto questo non è giusto e per questo siamo rattristati e proviamo amarezza nel sentire come in Italia siano date queste notizie dalla Terrasanta. Purtroppo la notizia che finalmente anche a Gerusalemme i muri cadono è falsa perché la verità che noi vediamo con i nostri occhi e subiamo sulla nostra pelle è un’altra e questa non vien mai detta. Ci domandiamo il perché?
Chiediamo a tutte le persone che ancora hanno a cuore il bene di tutti, di protestare ed indignarsi con chi continuamente stravolge la realtà... e se riuscite, provate anche a scrivere ai vari giornali chiedendo di venire a vedere la realtà e raccontare la verità!
Chi di voi conosce BetJala sa che questa piccola comunità a vissuto in questi anni con molta dignità il furto continuo di terre, lo strangolamento da parte delle colonie ( la stessa Gilo, va detto per amore della verità, è una colonia costruita sulla terra di BetJala)...in questi giorni stanno costruendo migliaia di case in un nuovo insediamento chiamato Har Gilo sulla cima della collina di BetJala, hanno devastato la bellissima collina di Cremisan (luogo famoso per i salesiani e per il vino...)... e tante altre cose che nessuno racconta mai...ma ora è proprio troppo, ora non è accettabile che facciano i belli raccontando a tutti che hanno tolto il muro quando non è assolutamente vero... anzi è tutto il contrario! VERGOGNA!
Un abbraccio anche a nome del mio parroco che non ce la fà più nemmeno a protestare e mi ha incaricato di dargli voce!
abuna Mario Cornioli
La realtà è un altra ed io che vivo proprio a BetJala e la vedo con i miei occhi non posso tacere di fronte a questa ulteriore "vergognosa menzogna"...
(ANSA) - GERUSALEMME, 15 AGO - L'Esercito israeliano ha iniziato a smantellare
il muro di protezione contro il lancio dei razzi nel rione di Gilo, a
Gerusalemme. I militari hanno annunciato in un comunicato 'il ritorno della
calma' nel settore, e iniziato la rimozione dei blocchi di cemento collocati
nel 2001, dopo lo scoppio della seconda Intifada nell'autunno del 2000. Il muro
e' composto da circa 800 blocchi di cemento piazzati lungo 600 metri di
perimetro.
La notizia è non è del tutto vera e si devono fare delle aggiunte per amore della verità: nella notizia non si dice che questa barriera di protezione alta 2 metri e costruita accanto alle prime case di Gilo, verrà sostituita con una barriera di 8 metri che verrà costruita direttamente dentro la terra della Parrocchia di BetJala e quindi circa 200 mt più avanti rubando una intera valle e tanti campi di ulivi. In questi giorni i lavori per la costruzione della barriera stanno proseguendo senza sosta e soprattutto senza rispetto di nulla, né degli alberi di ulivi, né dei parchi giochi per i bambini, né degli orti di alcune nostre famiglie. E tutto questo non è giusto e per questo siamo rattristati e proviamo amarezza nel sentire come in Italia siano date queste notizie dalla Terrasanta. Purtroppo la notizia che finalmente anche a Gerusalemme i muri cadono è falsa perché la verità che noi vediamo con i nostri occhi e subiamo sulla nostra pelle è un’altra e questa non vien mai detta. Ci domandiamo il perché?

Chiediamo a tutte le persone che ancora hanno a cuore il bene di tutti, di protestare ed indignarsi con chi continuamente stravolge la realtà... e se riuscite, provate anche a scrivere ai vari giornali chiedendo di venire a vedere la realtà e raccontare la verità!
Chi di voi conosce BetJala sa che questa piccola comunità a vissuto in questi anni con molta dignità il furto continuo di terre, lo strangolamento da parte delle colonie ( la stessa Gilo, va detto per amore della verità, è una colonia costruita sulla terra di BetJala)...in questi giorni stanno costruendo migliaia di case in un nuovo insediamento chiamato Har Gilo sulla cima della collina di BetJala, hanno devastato la bellissima collina di Cremisan (luogo famoso per i salesiani e per il vino...)... e tante altre cose che nessuno racconta mai...ma ora è proprio troppo, ora non è accettabile che facciano i belli raccontando a tutti che hanno tolto il muro quando non è assolutamente vero... anzi è tutto il contrario! VERGOGNA!
Un abbraccio anche a nome del mio parroco che non ce la fà più nemmeno a protestare e mi ha incaricato di dargli voce!
abuna Mario Cornioli
Me ne fotto dei sondaggi
Riprendo da Michela Murgia questo articolo. Per chi non la conosce, Michela Murgia è una giovane scrittrice sarda. Consiglio a tutti il suo magnifico libro "Accabadora"... Ne vale la pena!
Questo articolo di Vittorio Zucconi è uscito su Repubblica del 15 agosto 2010. Poiché l'indomani non escono i giornali, c'è una doppia probabilità che venga letto sotto gli ombrelloni e faccia riflettere qualche intollerante nostrano.
Ci volevano fegato, enorme coraggio civile e un pizzico di vocazione al suicidio elettorale per fare quello che il Presidente Obama ha fatto venerdì sera. Una impopolare scelta di civiltà. Il coraggio di schierarsi decisamente, secondo la civiltà e la storia americane a favore della futura moschea a due isolati dagli spettri delle Torri Gemelle, perché gli Stati Uniti d'America sono costruiti sulla libertà di praticare "qualsiasi fede religiosa, da parte di qualsiasi cittadino, in qualsiasi luogo".
In un momento orribile per la sua popolarità che comincia ad avvicinare gli abissi della "zona Bush" e dunque per le fortune del Partito Democratico avviato a una mazzata elettorale storica in novembre, prudenza, opportunismo e astuzia gli avrebbero dovuto consigliare silenzio, su una vicenda che non riguarda direttamente la Casa Bianca e dalla quale lui non ha nulla da guadagnare e dunque tutto da perdere. Preso tra una destra biliosamente demagogica e una sinistra sussiegosamente impermalosita, impaniato in un'economia che non riprende e lo trascina in basso, Obama avrebbe potuto ricorrere al collaudato trucco politichese della "triangolazione" inventato da Bill Clinton: dire una cosa e fare l'opposto.
Clinton avrebbe tuonato contro il fanatismo islamico e sotto traccia avrebbe incoraggiato la comunità musulmana a costruire il proprio centro magari due isolati più lontano, o avrebbe invocato la libertà religiosa, lavorando poi in silenzio per impedire quello che molti newyorkesi considerano un oltraggio alla memoria delle vittime del terrorismo islamista.
Ma Obama non è Clinton. La sua storia personale, la sua natura, la sua aspirazione a essere un leader etico e non soltanto un amministratore, gli ha impedito di guardare dall'altra parte come i suoi stessi consigliori gli raccomandavano. La sua è esclusivamente una religione civile, una fede nell'America della storia e della Costituzione come soltanto i cittadini di prima generazione, quale lui è, e di minoranza etnica che hanno conosciuto il sapore amaro della marginalizzazione, coltivano. Quando l'occasione per un discorso alto, nobile, laico, come sempre magnificamente pronunciato, si presenta, non sa resistere.
Fatta la scelta di parlare, non aveva scelta. Non poteva dire altro che "come cittadino e come Presidente - si noti la precedenza data alla parola cittadino - credo che i Mussulmani abbiano lo stesso diritto di praticare la propria religione di chiunque altro, in questa nazione". Quando ciò che dovrebbe essere sacrosantamente ovvio diventa elettoralmente rischioso, il segno dei tempi non è buono.
Invano il suo addetto stampa Robert Gibbs, ormai avviato al licenziamento, gli aveva raccomandato di tenersi fuori da "una questione strettamente locale" come questa moschea di 13 piani da erigere due isolati a nord dal cratere dell'11/9, che a ormai quasi dieci anni di distanza dal massacro resta un grande vuoto nel cuore di Downtown Manhattan. Il sindaco della città, Bloomberg, si era già detto pienamente a favore della richiesta, nonostante l'opposizione della comunità ebraica. Il potentissimo comitato di zona aveva respinto all'unanimità - evento miracoloso nella città più litigiosa del mondo - una mozione per bloccare il "Centro Cordoba", come i promotori hanno chiamato il progetto, ricordando la grande e squisita città multietnica andalusa governata dagli Arabi fino al XIII secolo. Obama non avrebbe quindi il potere né per bloccare, né per imporre la costruzione.
Se ha sentito il bisogno di intervenire davanti a leader mussulmani e chierici invitati alla Casa Bianca per l'"iftar", il pasto serale che interrompe il digiuno quotidiano durante il Ramadan, è perché Obama si sente l'erede e il custode di una storia che comincia con Thomas Jefferson duecentoventi anni or sono, quando il padre della democrazia americana e della separazione fra Stato e Chiesa s'intratteneva con religiosi mussulmani, perché nella sua vita è stato esposto a culture, esperienze, fedi, etnie diverse che gli rendono incomprensibili l'intolleranza e l'odio che quel cratere nel centro di Manhattan rappresentano. "Capisco le emozioni che questo problema suscita, ma questa è l'America e il principio secondo il quale popoli di ogni fede sono benvenuti, e non saranno trattati in maniere diverse dal loro governo, è parte essenziale di ciò che siamo".
Meravigliosi principi che hanno fatto, più che cannoni e certamente più del dollaro, la grandezza di questa "città sulla collina" che gli Usa sono, ma che politicamente dimenticano una terribile verità: che esiste un'America pre 11 settembre 2001 e un'America post 11 settembre. Una moschea con grattacielo di 13 piani a cento metri da una tomba a cielo aperto scavata da chi uccise credendo di compiere una missione divina appartiene al "dopo". Non ci sono conciliazioni razionali fra coloro che a New York, e nelle schiere dei seguaci di abili manipolatori della politica come Sarah Palin ("una provocazione" ha chiamato quel centro islamico), domandano "perché una moschea proprio lì" e coloro che, come Obama, chiedono: "Perché non lì?" visto che decine di mussulmani morirono quel giorni accanto a cristiani, ebrei, atei.
Infatti, Obama è riuscito a irritare tutti e a non accontentare nessuno, come accade a chi dice la cosa giusta, a parte il promotore del progetto, il costruttore Sharif al-Gamal, entusiasta. Dal mondo arabo e mussulmano arriva l'accusa di fare molto "simbolismo", come fu il celebre discorso all'Islam pronunciato al Cairo, e poca sostanza, mentre il campo di Guantanamo resta aperto e le vittime "collaterali", cioè innocenti, in Afghanistan e in Pakistan sotto i bombardamenti, si accumulano. La principale organizzazione ebraica degli Usa, la Anti Defamation Ligue, lo critica e si oppone ferocemente alla moschea, tra le grida e gli strepiti dei repubblicani che accusano il Presidente di "sacrilegio".
E l'economia, che è il solo altare ai cui piedi alla fine ogni tabernacolo, ogni Libro, ogni paramento, ogni fede in America s'inchinano, resta una dea immusonita e incollerita che chiederà il sacrificio civile di un presidente, di Obama, che troppo ancora crede alla civiltà della politica e allo spirito dell'America, anche, e soprattutto, quando brutalmente ferita e offesa dai barbari.
Questo articolo di Vittorio Zucconi è uscito su Repubblica del 15 agosto 2010. Poiché l'indomani non escono i giornali, c'è una doppia probabilità che venga letto sotto gli ombrelloni e faccia riflettere qualche intollerante nostrano.
Ci volevano fegato, enorme coraggio civile e un pizzico di vocazione al suicidio elettorale per fare quello che il Presidente Obama ha fatto venerdì sera. Una impopolare scelta di civiltà. Il coraggio di schierarsi decisamente, secondo la civiltà e la storia americane a favore della futura moschea a due isolati dagli spettri delle Torri Gemelle, perché gli Stati Uniti d'America sono costruiti sulla libertà di praticare "qualsiasi fede religiosa, da parte di qualsiasi cittadino, in qualsiasi luogo".
In un momento orribile per la sua popolarità che comincia ad avvicinare gli abissi della "zona Bush" e dunque per le fortune del Partito Democratico avviato a una mazzata elettorale storica in novembre, prudenza, opportunismo e astuzia gli avrebbero dovuto consigliare silenzio, su una vicenda che non riguarda direttamente la Casa Bianca e dalla quale lui non ha nulla da guadagnare e dunque tutto da perdere. Preso tra una destra biliosamente demagogica e una sinistra sussiegosamente impermalosita, impaniato in un'economia che non riprende e lo trascina in basso, Obama avrebbe potuto ricorrere al collaudato trucco politichese della "triangolazione" inventato da Bill Clinton: dire una cosa e fare l'opposto.
Clinton avrebbe tuonato contro il fanatismo islamico e sotto traccia avrebbe incoraggiato la comunità musulmana a costruire il proprio centro magari due isolati più lontano, o avrebbe invocato la libertà religiosa, lavorando poi in silenzio per impedire quello che molti newyorkesi considerano un oltraggio alla memoria delle vittime del terrorismo islamista.

Ma Obama non è Clinton. La sua storia personale, la sua natura, la sua aspirazione a essere un leader etico e non soltanto un amministratore, gli ha impedito di guardare dall'altra parte come i suoi stessi consigliori gli raccomandavano. La sua è esclusivamente una religione civile, una fede nell'America della storia e della Costituzione come soltanto i cittadini di prima generazione, quale lui è, e di minoranza etnica che hanno conosciuto il sapore amaro della marginalizzazione, coltivano. Quando l'occasione per un discorso alto, nobile, laico, come sempre magnificamente pronunciato, si presenta, non sa resistere.
Fatta la scelta di parlare, non aveva scelta. Non poteva dire altro che "come cittadino e come Presidente - si noti la precedenza data alla parola cittadino - credo che i Mussulmani abbiano lo stesso diritto di praticare la propria religione di chiunque altro, in questa nazione". Quando ciò che dovrebbe essere sacrosantamente ovvio diventa elettoralmente rischioso, il segno dei tempi non è buono.
Invano il suo addetto stampa Robert Gibbs, ormai avviato al licenziamento, gli aveva raccomandato di tenersi fuori da "una questione strettamente locale" come questa moschea di 13 piani da erigere due isolati a nord dal cratere dell'11/9, che a ormai quasi dieci anni di distanza dal massacro resta un grande vuoto nel cuore di Downtown Manhattan. Il sindaco della città, Bloomberg, si era già detto pienamente a favore della richiesta, nonostante l'opposizione della comunità ebraica. Il potentissimo comitato di zona aveva respinto all'unanimità - evento miracoloso nella città più litigiosa del mondo - una mozione per bloccare il "Centro Cordoba", come i promotori hanno chiamato il progetto, ricordando la grande e squisita città multietnica andalusa governata dagli Arabi fino al XIII secolo. Obama non avrebbe quindi il potere né per bloccare, né per imporre la costruzione.
Se ha sentito il bisogno di intervenire davanti a leader mussulmani e chierici invitati alla Casa Bianca per l'"iftar", il pasto serale che interrompe il digiuno quotidiano durante il Ramadan, è perché Obama si sente l'erede e il custode di una storia che comincia con Thomas Jefferson duecentoventi anni or sono, quando il padre della democrazia americana e della separazione fra Stato e Chiesa s'intratteneva con religiosi mussulmani, perché nella sua vita è stato esposto a culture, esperienze, fedi, etnie diverse che gli rendono incomprensibili l'intolleranza e l'odio che quel cratere nel centro di Manhattan rappresentano. "Capisco le emozioni che questo problema suscita, ma questa è l'America e il principio secondo il quale popoli di ogni fede sono benvenuti, e non saranno trattati in maniere diverse dal loro governo, è parte essenziale di ciò che siamo".
Meravigliosi principi che hanno fatto, più che cannoni e certamente più del dollaro, la grandezza di questa "città sulla collina" che gli Usa sono, ma che politicamente dimenticano una terribile verità: che esiste un'America pre 11 settembre 2001 e un'America post 11 settembre. Una moschea con grattacielo di 13 piani a cento metri da una tomba a cielo aperto scavata da chi uccise credendo di compiere una missione divina appartiene al "dopo". Non ci sono conciliazioni razionali fra coloro che a New York, e nelle schiere dei seguaci di abili manipolatori della politica come Sarah Palin ("una provocazione" ha chiamato quel centro islamico), domandano "perché una moschea proprio lì" e coloro che, come Obama, chiedono: "Perché non lì?" visto che decine di mussulmani morirono quel giorni accanto a cristiani, ebrei, atei.
Infatti, Obama è riuscito a irritare tutti e a non accontentare nessuno, come accade a chi dice la cosa giusta, a parte il promotore del progetto, il costruttore Sharif al-Gamal, entusiasta. Dal mondo arabo e mussulmano arriva l'accusa di fare molto "simbolismo", come fu il celebre discorso all'Islam pronunciato al Cairo, e poca sostanza, mentre il campo di Guantanamo resta aperto e le vittime "collaterali", cioè innocenti, in Afghanistan e in Pakistan sotto i bombardamenti, si accumulano. La principale organizzazione ebraica degli Usa, la Anti Defamation Ligue, lo critica e si oppone ferocemente alla moschea, tra le grida e gli strepiti dei repubblicani che accusano il Presidente di "sacrilegio".
E l'economia, che è il solo altare ai cui piedi alla fine ogni tabernacolo, ogni Libro, ogni paramento, ogni fede in America s'inchinano, resta una dea immusonita e incollerita che chiederà il sacrificio civile di un presidente, di Obama, che troppo ancora crede alla civiltà della politica e allo spirito dell'America, anche, e soprattutto, quando brutalmente ferita e offesa dai barbari.
venerdì 13 agosto 2010
Dodici donne israeliane: "Noi non obbediremo!"
Ringraziamo Maria G. Di Rienzo (per contatti: sheela59@libero.it) per averci messo a disposizione nella sua traduzione la seguente lettera aperta pubblicata come annuncio a pagamento sul quotidiano israeliano "Haaretz" il 6 agosto 2010] - da TELEGRAMMI DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO Numero 280 del 12 agosto 2010
Venerdi' 23 luglio 2010 abbiamo fatto un viaggio, una dozzina di donne ebree israeliane ed una dozzina di donne palestinesi della West Bank con quattro loro figli, fra cui un neonato. Abbiamo viaggiato in auto attraverso le colline interne del paese (“Shfela”) e fatto un giro turistico di Tel Aviv e Yaffa insieme. Abbiamo pranzato in un ristorante, preso il sole e passato veramente dei bei momenti sulla spiaggia. Siamo tornate attraverso Gerusalemme ed abbiamo guardato la citta' vecchia da lontano.
La maggior parte delle nostre ospiti palestinesi non aveva mai visto il mare (che e' a meno di 60 km dalle loro case). La maggior parte di esse non ha mai avuto la possibilita' di pregare nei propri luoghi sacri a Gerusalemme - Al Quds, e li hanno osservati con desiderio da Monte Scopus.
Nessuna delle nostre ospiti aveva un permesso di ingresso in Israele. Le abbiamo fatte passare attraverso i posti di blocco nelle nostre automobili, sapendo di violare la “Legge di ingresso in Israele”. Lo annunciamo qui apertamente.
Questo viaggio comune e' stato organizzato quale risposta alla denuncia presentata dallo stato alla polizia contro una di noi, Ilana Hammerman, per un viaggio simile che lei ha fatto con tre giovani donne palestinesi. Abbiamo deciso di agire nello spirito di Martin Luther King e di mostrare simbolicamente che noi non riconosciamo leggi immorali e ingiuste.
Non riconosciamo legalita' alla “Legge di ingresso in Israele”, una legge che permette ad ogni israeliano ed ogni ebreo di viaggiare liberamente in qualsiasi parte della terra fra il Mediterraneo ed il fiume Giordano, ma che nega lo stesso diritto ai palestinesi, nonostante questo sia anche il loro paese. Questa legge li spoglia del diritto di visitare citta' e villaggi lungo la “Linea Verde”: luoghi in cui essi hanno profonde radici familiari, di eredita' culturale e di legami nazionali.
Percio', abbiamo obbedito alla voce della nostra coscienza e ci siamo prese la liberta' di condurre delle donne in alcuni di questi luoghi. Noi e loro ci siamo assunte il rischio insieme, con chiarezza di mente e forte convinzione.
In tal modo, noi israeliane abbiamo guadagnato un altro grande privilegio, il fare esperienza nella nostra nazione, una nazione che vive sulla sua spada, di uno dei giorni piu' belli ed emozionanti della nostra vita: aver conosciuto coraggiose donne palestinesi, piene di gioia di vivere, l'aver passato del tempo assieme a loro ed essere state libere assieme a loro, anche se per un solo giorno.
Non abbiamo portato in auto “terroriste” ne' “nemiche”, ma esseri umani, nostre simili. Le autorita' ci separano con barriere e posti di blocco, regole e regolamenti. Non per salvaguardare la nostra sicurezza, ma per santificare l'ostilita' e perpetuare il controllo di terra illegalmente sottratta ai legittimi proprietari. Questo ladrocinio di massa e' stato compiuto in violazione di tutte le leggi e convenzioni internazionali; viola i valori universali dei diritti umani, la giustizia e l'umanita'.
Non siamo noi a violare la legge, lo stato di Israele e' stato il violatore in capo per decenni. Non siamo noi, donne con una consapevolezza civile e democratica, ad esserci spinte troppo in la'. E' lo stato di Israele che ha passato i limiti e che ci sta conducendo in un precipizio e forse persino all'autodistruzione.
Chiamiamo i cittadini di Israele ad ascoltare le parole di Henry David Thoreau, un pensatore americano del XIX secolo, che nel suo famoso trattato sulla Disobbedienza civile scriveva: “Quando un sesto della popolazione di una nazione, che si suppone essere il rifugio della liberta', e' in schiavitu', ed un intero paese e' ingiustamente rovesciato e conquistato da un esercito straniero, e reso soggetto alla legge marziale, io penso che non sia mai troppo presto per gli uomini onesti ribellarsi e rivoluzionare la situazione. Cio' che rende questo dovere ancora piu' urgente e' il fatto che il paese cosi' conquistato non e' il nostro, e' nostro l'esercito invasore”.
Ascoltate queste parole, guardate come si adattano bene alla situazione in cui la nostra nazione ha portato se stessa, e a quello che abbiamo fatto.
Ilana Hammerman, Jerusalem
Annelien Kisch, Ramat Hasharon
Esti Tsal, Tel Aviv
Daphne Banai, Tel Aviv
Klil Zisapel, Tel Aviv
Michal Pundak Sagie, Herzlia
Nitza Aminov, Jerusalem
Irit Gal, Jerusalem
Ofra Yeshua-Lyth, Tel Aviv
Ronni Eilat, Kfar Saba
Ronit Marian-Kadishai, Ramat Hasharon
Ruti Kantor, Tel Aviv
Venerdi' 23 luglio 2010 abbiamo fatto un viaggio, una dozzina di donne ebree israeliane ed una dozzina di donne palestinesi della West Bank con quattro loro figli, fra cui un neonato. Abbiamo viaggiato in auto attraverso le colline interne del paese (“Shfela”) e fatto un giro turistico di Tel Aviv e Yaffa insieme. Abbiamo pranzato in un ristorante, preso il sole e passato veramente dei bei momenti sulla spiaggia. Siamo tornate attraverso Gerusalemme ed abbiamo guardato la citta' vecchia da lontano.
La maggior parte delle nostre ospiti palestinesi non aveva mai visto il mare (che e' a meno di 60 km dalle loro case). La maggior parte di esse non ha mai avuto la possibilita' di pregare nei propri luoghi sacri a Gerusalemme - Al Quds, e li hanno osservati con desiderio da Monte Scopus.
Nessuna delle nostre ospiti aveva un permesso di ingresso in Israele. Le abbiamo fatte passare attraverso i posti di blocco nelle nostre automobili, sapendo di violare la “Legge di ingresso in Israele”. Lo annunciamo qui apertamente.
Questo viaggio comune e' stato organizzato quale risposta alla denuncia presentata dallo stato alla polizia contro una di noi, Ilana Hammerman, per un viaggio simile che lei ha fatto con tre giovani donne palestinesi. Abbiamo deciso di agire nello spirito di Martin Luther King e di mostrare simbolicamente che noi non riconosciamo leggi immorali e ingiuste.

Non riconosciamo legalita' alla “Legge di ingresso in Israele”, una legge che permette ad ogni israeliano ed ogni ebreo di viaggiare liberamente in qualsiasi parte della terra fra il Mediterraneo ed il fiume Giordano, ma che nega lo stesso diritto ai palestinesi, nonostante questo sia anche il loro paese. Questa legge li spoglia del diritto di visitare citta' e villaggi lungo la “Linea Verde”: luoghi in cui essi hanno profonde radici familiari, di eredita' culturale e di legami nazionali.
Percio', abbiamo obbedito alla voce della nostra coscienza e ci siamo prese la liberta' di condurre delle donne in alcuni di questi luoghi. Noi e loro ci siamo assunte il rischio insieme, con chiarezza di mente e forte convinzione.
In tal modo, noi israeliane abbiamo guadagnato un altro grande privilegio, il fare esperienza nella nostra nazione, una nazione che vive sulla sua spada, di uno dei giorni piu' belli ed emozionanti della nostra vita: aver conosciuto coraggiose donne palestinesi, piene di gioia di vivere, l'aver passato del tempo assieme a loro ed essere state libere assieme a loro, anche se per un solo giorno.
Non abbiamo portato in auto “terroriste” ne' “nemiche”, ma esseri umani, nostre simili. Le autorita' ci separano con barriere e posti di blocco, regole e regolamenti. Non per salvaguardare la nostra sicurezza, ma per santificare l'ostilita' e perpetuare il controllo di terra illegalmente sottratta ai legittimi proprietari. Questo ladrocinio di massa e' stato compiuto in violazione di tutte le leggi e convenzioni internazionali; viola i valori universali dei diritti umani, la giustizia e l'umanita'.
Non siamo noi a violare la legge, lo stato di Israele e' stato il violatore in capo per decenni. Non siamo noi, donne con una consapevolezza civile e democratica, ad esserci spinte troppo in la'. E' lo stato di Israele che ha passato i limiti e che ci sta conducendo in un precipizio e forse persino all'autodistruzione.
Chiamiamo i cittadini di Israele ad ascoltare le parole di Henry David Thoreau, un pensatore americano del XIX secolo, che nel suo famoso trattato sulla Disobbedienza civile scriveva: “Quando un sesto della popolazione di una nazione, che si suppone essere il rifugio della liberta', e' in schiavitu', ed un intero paese e' ingiustamente rovesciato e conquistato da un esercito straniero, e reso soggetto alla legge marziale, io penso che non sia mai troppo presto per gli uomini onesti ribellarsi e rivoluzionare la situazione. Cio' che rende questo dovere ancora piu' urgente e' il fatto che il paese cosi' conquistato non e' il nostro, e' nostro l'esercito invasore”.
Ascoltate queste parole, guardate come si adattano bene alla situazione in cui la nostra nazione ha portato se stessa, e a quello che abbiamo fatto.
Ilana Hammerman, Jerusalem
Annelien Kisch, Ramat Hasharon
Esti Tsal, Tel Aviv
Daphne Banai, Tel Aviv
Klil Zisapel, Tel Aviv
Michal Pundak Sagie, Herzlia
Nitza Aminov, Jerusalem
Irit Gal, Jerusalem
Ofra Yeshua-Lyth, Tel Aviv
Ronni Eilat, Kfar Saba
Ronit Marian-Kadishai, Ramat Hasharon
Ruti Kantor, Tel Aviv
lunedì 12 luglio 2010
IL BELLO DI GAZA
Questa è ancora la realtà di Gaza, quando non c'è il favore delle telecamere ad inquadrare qualche tir che entra nella Striscia. Un milione e mezzo di persone continua a vivere in un lager, anche se ora può mangiare la maionese che gli israeliani hanno tolto dalla lista delle merci proibite! Con la complicità, la connivenza e la corresponsabilità dell'Occidente ipocrita.
martedì 6 luglio 2010
Per i cristiani è l'ora dell'umiliazione
Ripropongo da www.lastampa.it questa riflessione di Enzo Bianchi che condivido in toto.
Per i cattolici e per la loro Chiesa questa è un’ora segnata da fatica e sofferenza. Se negli anni del postconcilio era sembrato che tra Chiesa e mondo non cristiano - nella sua pluralità di espressioni religiose, filosofiche, ideologiche ed etiche - fosse finalmente sbocciato il dialogo e fosse possibile un ascolto reciproco nel rispetto e nell’accoglienza, ora invece dobbiamo costatare la contrapposizione, spesso la sordità e a volte l'inimicizia.
Molti non credenti, che sembravano aver accettato un dialogo franco con i cattolici, ora delegittimano la Chiesa non riconoscendole neppure la capacità di stare nello spazio democratico delle nostre società. Ormai nelle librerie non è raro incontrare un'apposita sezione dedicata a libri anticlericali e più spesso anticristiani: testi dove viene negata e a volte ridicolizzata la vicenda storica di Gesù di Nazareth, in cui il cristianesimo viene letto storicamente come una presenza intollerante e aggressiva in Occidente e invasiva nelle altre terre. È in questo clima di «attacco» e di «polemica» che la vicenda degli scandali di pedofilia ha ulteriormente aggravato la situazione, giungendo a una «umiliazione» della Chiesa.
Basterebbe l'immagine della polizia che presidia la sede dell'arcivescovado di Malines-Bruxelles tenendo in situazione di fermo per una giornata l'intera conferenza episcopale belga per chiedersi con sgomento come questo sia stato possibile, in particolare in una nazione come il Belgio. Sì, com'è possibile che in Belgio - una nazione che fino a quarant'anni fa ha dato alla Chiesa universale il maggior numero di missionari, monaci e religiose; una nazione dove la Chiesa ha avuto una forte connessione con la corona regale e ha accompagnato tutta la storia coloniale del Paese - venga misconosciuta la funzione educativa, caritativa e culturale svolta dalla Chiesa e questa sia trattata come una qualsiasi associazione per delinquere, senza che questo desti reazioni nell'opinione pubblica? Una Chiesa, quella belga, che è stata tra le protagoniste della stagione di dialogo e di apertura conciliare e che ora vede le tombe dei suoi primati trattate alla stregua di nascondigli per corpi di reato...
Bisogna riconoscere che in Occidente la Chiesa è diventata una minoranza, davvero esigua in alcuni Paesi: la Chiesa è diventata debole perché ha perduto - anzi, a volte ha liberamente rinunciato - la posizione che occupava nell'epoca della cristianità. Non solo, ha anche mostrato di non essere irreprensibile, come molti si erano illusi che fosse, ha mostrato che il male, il peccato la abita come abita il mondo. E tuttavia si deve constatare che c'è a volte anche cattiveria nel dare notizia delle colpe, quasi una rivalsa che si nutre di accuse enfatizzate e che giunge fino alla delegittimazione della Chiesa in quanto tale. Del resto le polemiche sono anche state stimolate da quanti, senza l'esercizio di una prudenza minima, hanno esternato accuse o sono intervenuti con poco buon senso, ottenendo l'effetto di scatenare altre polemiche. Né ci dobbiamo stupire se molti di quelli che erano soliti osannare Giovanni Paolo II ora lo contrappongono a Benedetto XVI, giungendo fino a denigrarlo: uno spettacolo davvero poco cristiano e poco umano!
Ma quale atteggiamento possono assumere i cristiani in questa situazione? Quanti tentano seriamente di essere cristiani non dovrebbero meravigliarsi di questo «incendio» che si è manifestato in mezzo a loro e tra loro e il mondo. È l'apostolo Pietro a scrivere così ai primi cristiani in diaspora: «Non siate sorpresi dell'ostilità, della persecuzione... non avete ancora subito persecuzioni fino al sangue!». Il cristiano sa, deve sapere, che la sua missione e il suo messaggio non sono facilmente riconosciuti: in un mondo «ingiusto», qualunque messaggio sulla «giustizia», qualunque iniziativa di giustizia desta reazioni anche violente. È una necessitas umana, storica, che il vangelo cerca di raccontare nella vicenda di Gesù di Nazareth: una vicenda innanzitutto umana.
Quindi il cristiano deve accettare in questo momento l'umiliazione, sapendo che solo quando si è umiliati si inizia a conoscere l'autentica umiltà, che altrimenti resterebbe una virtù troppo soggetta all'astrazione e all'ipocrisia. Questa è un'ora di purificazione per la Chiesa: non solo purificazione della memoria come volle profeticamente Giovanni Paolo II con la confessione dei peccati dei cristiani in occasione del Giubileo, ma anche purificazione nel presente, nel qui e ora della storia. Da questa contrizione, da questa sofferenza può scaturire una «riforma» della Chiesa, perché questa è semper reformanda, non è infatti il regno dei cieli stabilito sulla terra, ma ne è solo segno e inizio.
Occorre inoltre reagire a questo «incendio» rinunciando ad assumere posizioni di arroccamento in una cittadella che recrimina e risponde attaccando, per l'angoscia e l'ansia incombenti. Le ostilità che vengono dall'esterno sono solo occasioni perché i cristiani siano più obbedienti al vangelo, occasioni per realizzare a caro prezzo l'insegnamento di Gesù. Ciò che come cristiani dobbiamo temere non viene da eventuali nemici esterni: l'attentato più forte al vangelo può venire invece da noi cristiani, dall'interno della comunità dei credenti. Benedetto XVI lo ribadisce con regolare frequenza, indicando così la lettura più decisiva per la vita ecclesiale oggi.
Infine è necessario riconoscere che forse dobbiamo cercare anche nuovi modi di essere Chiesa e di fare Chiesa: meno conflittuali all'interno, più sinodali nel discernere i cammini percorsi e quelli da intraprendere, più sapienti e nutriti di buon senso umano ed evangelico nel dirimere le questioni e i problemi. Oggi vi sono persone tentate di lasciare la Chiesa, di proseguire per la propria strada, ma questa non è una via praticabile per chi è veramente discepolo di Gesù e sa di vivere in una solidarietà di peccatori chiamata nella conversione e divenire una comunione autentica. Sì, è l'ora di scegliere il silenzio per discernere la parola, è ora di ricominciare con la grammatica della pazienza, è l'ora di accettare offese e tradimenti senza cessare di credere agli uomini, è l'ora di temere senza avere paura...
Enzo Bianchi, Priore di Bose
Per i cattolici e per la loro Chiesa questa è un’ora segnata da fatica e sofferenza. Se negli anni del postconcilio era sembrato che tra Chiesa e mondo non cristiano - nella sua pluralità di espressioni religiose, filosofiche, ideologiche ed etiche - fosse finalmente sbocciato il dialogo e fosse possibile un ascolto reciproco nel rispetto e nell’accoglienza, ora invece dobbiamo costatare la contrapposizione, spesso la sordità e a volte l'inimicizia.
Molti non credenti, che sembravano aver accettato un dialogo franco con i cattolici, ora delegittimano la Chiesa non riconoscendole neppure la capacità di stare nello spazio democratico delle nostre società. Ormai nelle librerie non è raro incontrare un'apposita sezione dedicata a libri anticlericali e più spesso anticristiani: testi dove viene negata e a volte ridicolizzata la vicenda storica di Gesù di Nazareth, in cui il cristianesimo viene letto storicamente come una presenza intollerante e aggressiva in Occidente e invasiva nelle altre terre. È in questo clima di «attacco» e di «polemica» che la vicenda degli scandali di pedofilia ha ulteriormente aggravato la situazione, giungendo a una «umiliazione» della Chiesa.
Basterebbe l'immagine della polizia che presidia la sede dell'arcivescovado di Malines-Bruxelles tenendo in situazione di fermo per una giornata l'intera conferenza episcopale belga per chiedersi con sgomento come questo sia stato possibile, in particolare in una nazione come il Belgio. Sì, com'è possibile che in Belgio - una nazione che fino a quarant'anni fa ha dato alla Chiesa universale il maggior numero di missionari, monaci e religiose; una nazione dove la Chiesa ha avuto una forte connessione con la corona regale e ha accompagnato tutta la storia coloniale del Paese - venga misconosciuta la funzione educativa, caritativa e culturale svolta dalla Chiesa e questa sia trattata come una qualsiasi associazione per delinquere, senza che questo desti reazioni nell'opinione pubblica? Una Chiesa, quella belga, che è stata tra le protagoniste della stagione di dialogo e di apertura conciliare e che ora vede le tombe dei suoi primati trattate alla stregua di nascondigli per corpi di reato...
Bisogna riconoscere che in Occidente la Chiesa è diventata una minoranza, davvero esigua in alcuni Paesi: la Chiesa è diventata debole perché ha perduto - anzi, a volte ha liberamente rinunciato - la posizione che occupava nell'epoca della cristianità. Non solo, ha anche mostrato di non essere irreprensibile, come molti si erano illusi che fosse, ha mostrato che il male, il peccato la abita come abita il mondo. E tuttavia si deve constatare che c'è a volte anche cattiveria nel dare notizia delle colpe, quasi una rivalsa che si nutre di accuse enfatizzate e che giunge fino alla delegittimazione della Chiesa in quanto tale. Del resto le polemiche sono anche state stimolate da quanti, senza l'esercizio di una prudenza minima, hanno esternato accuse o sono intervenuti con poco buon senso, ottenendo l'effetto di scatenare altre polemiche. Né ci dobbiamo stupire se molti di quelli che erano soliti osannare Giovanni Paolo II ora lo contrappongono a Benedetto XVI, giungendo fino a denigrarlo: uno spettacolo davvero poco cristiano e poco umano!
Ma quale atteggiamento possono assumere i cristiani in questa situazione? Quanti tentano seriamente di essere cristiani non dovrebbero meravigliarsi di questo «incendio» che si è manifestato in mezzo a loro e tra loro e il mondo. È l'apostolo Pietro a scrivere così ai primi cristiani in diaspora: «Non siate sorpresi dell'ostilità, della persecuzione... non avete ancora subito persecuzioni fino al sangue!». Il cristiano sa, deve sapere, che la sua missione e il suo messaggio non sono facilmente riconosciuti: in un mondo «ingiusto», qualunque messaggio sulla «giustizia», qualunque iniziativa di giustizia desta reazioni anche violente. È una necessitas umana, storica, che il vangelo cerca di raccontare nella vicenda di Gesù di Nazareth: una vicenda innanzitutto umana.
Quindi il cristiano deve accettare in questo momento l'umiliazione, sapendo che solo quando si è umiliati si inizia a conoscere l'autentica umiltà, che altrimenti resterebbe una virtù troppo soggetta all'astrazione e all'ipocrisia. Questa è un'ora di purificazione per la Chiesa: non solo purificazione della memoria come volle profeticamente Giovanni Paolo II con la confessione dei peccati dei cristiani in occasione del Giubileo, ma anche purificazione nel presente, nel qui e ora della storia. Da questa contrizione, da questa sofferenza può scaturire una «riforma» della Chiesa, perché questa è semper reformanda, non è infatti il regno dei cieli stabilito sulla terra, ma ne è solo segno e inizio.
Occorre inoltre reagire a questo «incendio» rinunciando ad assumere posizioni di arroccamento in una cittadella che recrimina e risponde attaccando, per l'angoscia e l'ansia incombenti. Le ostilità che vengono dall'esterno sono solo occasioni perché i cristiani siano più obbedienti al vangelo, occasioni per realizzare a caro prezzo l'insegnamento di Gesù. Ciò che come cristiani dobbiamo temere non viene da eventuali nemici esterni: l'attentato più forte al vangelo può venire invece da noi cristiani, dall'interno della comunità dei credenti. Benedetto XVI lo ribadisce con regolare frequenza, indicando così la lettura più decisiva per la vita ecclesiale oggi.
Infine è necessario riconoscere che forse dobbiamo cercare anche nuovi modi di essere Chiesa e di fare Chiesa: meno conflittuali all'interno, più sinodali nel discernere i cammini percorsi e quelli da intraprendere, più sapienti e nutriti di buon senso umano ed evangelico nel dirimere le questioni e i problemi. Oggi vi sono persone tentate di lasciare la Chiesa, di proseguire per la propria strada, ma questa non è una via praticabile per chi è veramente discepolo di Gesù e sa di vivere in una solidarietà di peccatori chiamata nella conversione e divenire una comunione autentica. Sì, è l'ora di scegliere il silenzio per discernere la parola, è ora di ricominciare con la grammatica della pazienza, è l'ora di accettare offese e tradimenti senza cessare di credere agli uomini, è l'ora di temere senza avere paura...
Enzo Bianchi, Priore di Bose
lunedì 7 giugno 2010
Israele: la verità alla rovescia...
Non scrivo poesie, ma, ad ogni modo, le poesie non sono poesie.
Molto tempo fa, mi è stato fatto capire che la Palestina non era la Palestina.
Sono stato anche informato che i Palestinesi non erano Palestinesi.
Mi hanno anche spiegato che la pulizia etnica non era pulizia etnica.
E dove il mio vecchio io ingenuo vedeva dei combattenti per la libertà, mi fecero pazientemente capire che costoro non erano combattenti per la libertà, e che la resistenza non era resistenza.
E quando stupidamente notavo l'arroganza, l'oppressione e l'umiliazione, loro mi illuminarono benevolmente, in modo che potessi capire che l'arroganza non era arroganza, l'oppressione non era oppressione e l'umiliazione non era umiliazione.
Vidi miseria, razzismo, disumanità, e un campo di concentramento.
Ma loro mi dissero che loro erano esperti in miseria, razzismo, disumanità e campi di concentramento, e io mi sono fidato della loro parola: questa non era miseria, questo non era razzismo, non era disumanità, e non erano campi di concentramento.
Con il passare degli anni mi hanno insegnato così tante cose!
L'invasione non era un'invasione, l'occupazione non era occupazione, il colonialismo non era colonialismo, e l'apartheid non era apartheid!
Hanno aperto la mia mente semplice a verità ancora più difficili e complesse, che il mio povero cervello da solo non avrebbe potuto elaborare, come per esempio:
"avere armi atomiche" non significava "avere armi atomiche", e invece "non possedere armi di distruzione di massa" significava "possedere armi di distruzione di massa".
E, la democrazia, nella Striscia di Gaza, non era democrazia.
Invece avere cittadini di serie B (in Israele), era democrazia.
Perciò, mi scuserete se non mi sorprendo di imparare, oggi, che c'erano ancora altre cose che io pensavo fossero evidenti, e che invece non lo sono:
I pacifisti non sono pacifisti, la pirateria non è pirateria, e il massacro di gente disarmata non è il massacro di gente disarmata.
Ho un cervello così limitato, e la mia ignoranza è infinita.
E loro, cavoli, sono così intelligenti! Davvero.
Ghassan Hage
Professor of anthropology and social theory at the University of Melbourne.
Molto tempo fa, mi è stato fatto capire che la Palestina non era la Palestina.
Sono stato anche informato che i Palestinesi non erano Palestinesi.
Mi hanno anche spiegato che la pulizia etnica non era pulizia etnica.
E dove il mio vecchio io ingenuo vedeva dei combattenti per la libertà, mi fecero pazientemente capire che costoro non erano combattenti per la libertà, e che la resistenza non era resistenza.
E quando stupidamente notavo l'arroganza, l'oppressione e l'umiliazione, loro mi illuminarono benevolmente, in modo che potessi capire che l'arroganza non era arroganza, l'oppressione non era oppressione e l'umiliazione non era umiliazione.
Vidi miseria, razzismo, disumanità, e un campo di concentramento.
Ma loro mi dissero che loro erano esperti in miseria, razzismo, disumanità e campi di concentramento, e io mi sono fidato della loro parola: questa non era miseria, questo non era razzismo, non era disumanità, e non erano campi di concentramento.
Con il passare degli anni mi hanno insegnato così tante cose!
L'invasione non era un'invasione, l'occupazione non era occupazione, il colonialismo non era colonialismo, e l'apartheid non era apartheid!
Hanno aperto la mia mente semplice a verità ancora più difficili e complesse, che il mio povero cervello da solo non avrebbe potuto elaborare, come per esempio:
"avere armi atomiche" non significava "avere armi atomiche", e invece "non possedere armi di distruzione di massa" significava "possedere armi di distruzione di massa".
E, la democrazia, nella Striscia di Gaza, non era democrazia.
Invece avere cittadini di serie B (in Israele), era democrazia.
Perciò, mi scuserete se non mi sorprendo di imparare, oggi, che c'erano ancora altre cose che io pensavo fossero evidenti, e che invece non lo sono:
I pacifisti non sono pacifisti, la pirateria non è pirateria, e il massacro di gente disarmata non è il massacro di gente disarmata.
Ho un cervello così limitato, e la mia ignoranza è infinita.
E loro, cavoli, sono così intelligenti! Davvero.
Ghassan Hage
Professor of anthropology and social theory at the University of Melbourne.
mercoledì 28 aprile 2010
Chiesa e società civile-politica oggi in Italia
Ringrazio gli Amici Luciano e Paola per la segnalazione!
Ho sempre avuto disagio per il modo con cui normalmente si svolge il rapporto tra chiesa e società civile sul piano sia teorico che pratico.
Ultimamente il disagio è diventato acuto.
Ci sono tre aspetti intimamente connessi, relativi a questo tema, che mi piacerebbe discutere con amici:
1. il rapporto chiesa e società civile-politica oggi in Italia
2. la distinzione o meno tra legge personale e legge civile
3. il dialogo tra vertice e base ecclesiale
Le note di questo intervento sono piuttosto dense per evitare una estensione inopportuna. Ne risulta un certo impegno di lettura di cui i lettori mi scuseranno.
1. In pratica la Gerarchia (italiana, vaticana) sostiene l'attuale destra politica al potere.
Profluvi di leggi ad personam, attentati alla democrazia e alla tripartizione dei poteri su cui si fonda, ragnatele di comando che fanno impallidire quelle dell'antica DC, settarismo della comunicazione per lo strapotere mediatico, salottini sconci a spese dello stato, modi triviali di propaganda, bugie e voltafaccia sistematici, ostilità pregiudiziale verso gli immigrati...questi ed altri fatti della destra al potere sembrano non pesare gran che nel globale pronunciamento del Magistero. Eppure trascinano con sé tra l’altro un risvolto educativo preoccupante, perché sembrano comportamenti progressivamente acquisiti dal popolo come norma del governare.
Quali i motivi allora di tale sbilanciato sostegno del Magistero? Accediamo al secondo punto per una risposta plausibile.
2. Non entro in merito a possibili recondite seconde intenzioni.
Mi attengo alla motivazione circolante: la difesa dei valori primari umani nella legislazione civile.
La destra italiana attuale appare alleata in questa difesa.
Ripropongo un quesito tanto antico e ripetuto, quanto non debitamente affrontato: ho sempre il diritto e il dovere di imporre con legge civile i valori della mia coscienza personale anche a chi non li condivide?
Per qualcuno, sì; la coscienza personale e il trasferimento in legge civile andrebbero di pari passo.
Ho fatto attenzione, ma non ho finora trovato una fondazione accettabile di questa tesi.
Per altri, tra cui il sottoscritto, le due cose invece non vanno necessariamente di pari passo. Essi argomentano:
a. il bene comune talvolta richiede o almeno permette una legge civile diversa dall’obbligo personale. Così nello stato pontificio per lungo tempo il papa ha permesso le case di tolleranza perché riteneva che fossero un male minore rispetto alla libera prostituzione, pericolosa alla salute pubblica e praticamente sfuggente ogni proibizione legale; certo, la coscienza del Papa non approvava il commercio dei corpi!
b. la libertà dell'altro è un tesoro immenso da difendere strenuamente! Tesi non da dimostrare, è originaria della convivenza.
Il senso comune aggiunge però una limitativa: da difendere, sì; ma finché è possibile. E spesso non è possibile. Questa limitativa s'impone: ci sono casi in cui si può o si deve limitare la libertà altrui quando questa a sua volta fosse dannosa della libertà di altri.
Ma per i singoli casi la limitazione deve essere argomentata. E questo è il punto dolens.
Negli ultimi tempi, e recentemente prima delle elezioni regionali, ho rincorso invano tale argomentazione nei pronunciamenti del Magistero relativi alle cosiddette "materie eticamente sensibili" (aborto, fecondazione artificiale, testamento biologico…). Essi si rivolgono alla coscienza del cristiano legiferante esattamente come se si rivolgessero al cristiano nel suo comportamento personale.
Dovremmo forse concludere che il Magistero non condivide la distinzione tra legge personale e legge civile? cioè non condivide che la libertà dell’altro e certe condizioni di bene comune permettano nella legge civile un comportamento non consentito alla coscienza personale? Ritengo e spero non sia così.
Potremmo invece supporre in maniera più verosimile che il Magistero condivide la distinzione in linea di principio e però non la considera applicabile in alcuni casi come sarebbero le suddette materie eticamente sensibili. Allora dovrebbe precisare perché in questi casi il valore umano in gioco è tale da essere "non negoziabile", cioè deve essere trasferito perentoriamente in legge civile.
Il Papa al n. 83 del "Sacramentum caritatis" dice non negoziabili le "leggi naturali". Quali sono?
Oggi l'idea di "legge naturale" non è di facile e comune condivisione, almeno quanto alla sua conoscibilità. Ma poi anche quando una certa legge o una certa proibizione rispecchia il bene naturale universale, devo considerare e rispettare, finché è possibile, la libertà altrui. Che diritto ho d'imporre all'altro il compimento del suo bene?
3. Tra vertice e base ecclesiale quale dialogo intercorre oggi su quel novero delicato di questioni? E nella base stessa quale dialogo sugli interventi del Magistero? Silente obbedienza o silente disinteresse. E paura.
Non è certo così una comunità cristiana. Dobbiamo cambiare rotta. Facciamolo almeno prima che si amplifichi in maniera preoccupante l'apostasia silenziosa di quei cattolici che non si limitano a dire che il Magistero deve essere più cauto nell'imporre ai fedeli un comportamento civile-politico, deve discuterlo con la base ecclesiale, deve motivarlo. Eh! no. Essi non credono, o non credono più, "di principio", che il Magistero abbia il diritto di dettare alcunché alla coscienza del credente in ambito civile. Questo per me, credente-sacerdote, è grave. E dilagante!
Che ne pensano gli amici?
don Enrico De Capitani, parroco di S. M. Incoronata - Mi
Ho sempre avuto disagio per il modo con cui normalmente si svolge il rapporto tra chiesa e società civile sul piano sia teorico che pratico.
Ultimamente il disagio è diventato acuto.
Ci sono tre aspetti intimamente connessi, relativi a questo tema, che mi piacerebbe discutere con amici:
1. il rapporto chiesa e società civile-politica oggi in Italia
2. la distinzione o meno tra legge personale e legge civile
3. il dialogo tra vertice e base ecclesiale
Le note di questo intervento sono piuttosto dense per evitare una estensione inopportuna. Ne risulta un certo impegno di lettura di cui i lettori mi scuseranno.
1. In pratica la Gerarchia (italiana, vaticana) sostiene l'attuale destra politica al potere.
Profluvi di leggi ad personam, attentati alla democrazia e alla tripartizione dei poteri su cui si fonda, ragnatele di comando che fanno impallidire quelle dell'antica DC, settarismo della comunicazione per lo strapotere mediatico, salottini sconci a spese dello stato, modi triviali di propaganda, bugie e voltafaccia sistematici, ostilità pregiudiziale verso gli immigrati...questi ed altri fatti della destra al potere sembrano non pesare gran che nel globale pronunciamento del Magistero. Eppure trascinano con sé tra l’altro un risvolto educativo preoccupante, perché sembrano comportamenti progressivamente acquisiti dal popolo come norma del governare.
Quali i motivi allora di tale sbilanciato sostegno del Magistero? Accediamo al secondo punto per una risposta plausibile.
2. Non entro in merito a possibili recondite seconde intenzioni.
Mi attengo alla motivazione circolante: la difesa dei valori primari umani nella legislazione civile.
La destra italiana attuale appare alleata in questa difesa.
Ripropongo un quesito tanto antico e ripetuto, quanto non debitamente affrontato: ho sempre il diritto e il dovere di imporre con legge civile i valori della mia coscienza personale anche a chi non li condivide?
Per qualcuno, sì; la coscienza personale e il trasferimento in legge civile andrebbero di pari passo.
Ho fatto attenzione, ma non ho finora trovato una fondazione accettabile di questa tesi.
Per altri, tra cui il sottoscritto, le due cose invece non vanno necessariamente di pari passo. Essi argomentano:
a. il bene comune talvolta richiede o almeno permette una legge civile diversa dall’obbligo personale. Così nello stato pontificio per lungo tempo il papa ha permesso le case di tolleranza perché riteneva che fossero un male minore rispetto alla libera prostituzione, pericolosa alla salute pubblica e praticamente sfuggente ogni proibizione legale; certo, la coscienza del Papa non approvava il commercio dei corpi!
b. la libertà dell'altro è un tesoro immenso da difendere strenuamente! Tesi non da dimostrare, è originaria della convivenza.
Il senso comune aggiunge però una limitativa: da difendere, sì; ma finché è possibile. E spesso non è possibile. Questa limitativa s'impone: ci sono casi in cui si può o si deve limitare la libertà altrui quando questa a sua volta fosse dannosa della libertà di altri.
Ma per i singoli casi la limitazione deve essere argomentata. E questo è il punto dolens.
Negli ultimi tempi, e recentemente prima delle elezioni regionali, ho rincorso invano tale argomentazione nei pronunciamenti del Magistero relativi alle cosiddette "materie eticamente sensibili" (aborto, fecondazione artificiale, testamento biologico…). Essi si rivolgono alla coscienza del cristiano legiferante esattamente come se si rivolgessero al cristiano nel suo comportamento personale.
Dovremmo forse concludere che il Magistero non condivide la distinzione tra legge personale e legge civile? cioè non condivide che la libertà dell’altro e certe condizioni di bene comune permettano nella legge civile un comportamento non consentito alla coscienza personale? Ritengo e spero non sia così.
Potremmo invece supporre in maniera più verosimile che il Magistero condivide la distinzione in linea di principio e però non la considera applicabile in alcuni casi come sarebbero le suddette materie eticamente sensibili. Allora dovrebbe precisare perché in questi casi il valore umano in gioco è tale da essere "non negoziabile", cioè deve essere trasferito perentoriamente in legge civile.
Il Papa al n. 83 del "Sacramentum caritatis" dice non negoziabili le "leggi naturali". Quali sono?
Oggi l'idea di "legge naturale" non è di facile e comune condivisione, almeno quanto alla sua conoscibilità. Ma poi anche quando una certa legge o una certa proibizione rispecchia il bene naturale universale, devo considerare e rispettare, finché è possibile, la libertà altrui. Che diritto ho d'imporre all'altro il compimento del suo bene?
3. Tra vertice e base ecclesiale quale dialogo intercorre oggi su quel novero delicato di questioni? E nella base stessa quale dialogo sugli interventi del Magistero? Silente obbedienza o silente disinteresse. E paura.
Non è certo così una comunità cristiana. Dobbiamo cambiare rotta. Facciamolo almeno prima che si amplifichi in maniera preoccupante l'apostasia silenziosa di quei cattolici che non si limitano a dire che il Magistero deve essere più cauto nell'imporre ai fedeli un comportamento civile-politico, deve discuterlo con la base ecclesiale, deve motivarlo. Eh! no. Essi non credono, o non credono più, "di principio", che il Magistero abbia il diritto di dettare alcunché alla coscienza del credente in ambito civile. Questo per me, credente-sacerdote, è grave. E dilagante!
Che ne pensano gli amici?
don Enrico De Capitani, parroco di S. M. Incoronata - Mi
giovedì 8 aprile 2010
Una voce fuori dal coro... finalmente!
Riporto di seguito l’intervista che Mons. Albert Rouet, uno dei vescovi francesi più aperti, ha rilasciato a Le Monde il 4 aprile. (da http://gruppogalilei.wordpress.com)
Arcivescovo di Poitiers, Mons. Albert Rouet è una delle figure più libere dell’episcopato francese. La sua opera J’aimerais vous dire(Bayard, 2009) è un best-seller nella sua categoria. Più di trentamila copie vendute e vincitore del premio 2010 dei lettori di La Procure, questo librointervista getta uno sguardo molto critico sulla Chiesa cattolica. In occasione della Pasqua, Mons. Rouet offre le proprie riflessioni sull’attualità e la sua diagnosi sulla Chiesa.
La chiesa cattolica è scossa da molti mesi per la rivelazione di scandali di pedofilia in parecchi paesi europei. Tutto questo l’ha sorpresa?
Vorrei anzitutto precisare una cosa: perché ci sia pedofilia sono necessarie due condizioni, una profonda perversione e un potere. Questo vuol dire che ogni sistema chiuso, idealizzato, sacralizzato è un pericolo. Quando una istituzione, compresa la Chiesa, si erge in posizione di diritto privato, si ritiene in posizione di forza, le derive finanziarie e sessuali diventano possibili. E’ quanto rivela l’attuale crisi e tutto questo ci obbliga a tornare all’Evangelo; la debolezza del Cristo è costitutiva del modo di essere Chiesa. In Francia, la Chiesa non ha più questo tipo di potere; questo spiega perché si sia di fronte a devianze individuali, gravi e detestabili, ma non si riscontra una sistematizzazione di questi casi.
- Queste rivelazioni sopraggiungono dopo parecchie crisi, che hanno segnato il pontificato di Benedetto XVI. Chi maltratta la Chiesa?
Da qualche tempo, la Chiesa è flagellata da tempeste, esterne ed interne. C’è un papa che è più un teorico che uno storico. E’ rimasto il professore che pensa che un problema, una volta impostato bene, è per metà risolto. Ma nella vita non succede così. Ci si imbatte nella complessità, nella resistenza della realtà. Lo si vede bene nelle nostre diocesi, si fa quello che si può! La Chiesa fa fatica a situarsi nel mondo tumultuoso nel quale si trova oggi. E’ il cuore del problema.
Oltre a questo, due cose mi colpiscono nella situazione attuale della Chiesa. Oggi, si constata un certo gelo della parola. Oramai, il minimo interrogativo sull’esegesi o sulla morale viene giudicato blasfemo. Interrogarsi non è più ritenuto una cosa ovvia, ed è un peccato. Parallelamente regna nella Chiesa un clima di sospetto malsano. L’istituzione si trova ad affrontare un centralismo romano, che si basa su di una rete di denunce. Certi gruppi passano il loro tempo a denunciare le posizioni di questo o quel vescovo, a fare dei dossier contro qualcuno, a tenere delle informazioni contro qualcun altro. E questi comportamenti si sono intensificati con internet.
Inoltre, noto una evoluzione della Chiesa parallela a quella della società. Questa vuole più sicurezza, più leggi, quella più identità, più decreti, più regolamenti. Ci si protegge, ci si rinchiude, è proprio il segno di un mondo chiuso, è catastrofico!
In generale, la Chiesa è uno specchio fedele della società. Ma, oggi, nella Chiesa, le pressioni identitarie sono particolarmente forti. C’è tutta una corrente, che riflette poco, che ha sposato un’identità rivendicativa. Dopo la pubblicazione di alcune caricature sulla stampa riguardanti la pedofilia nella Chiesa, ci sono state delle reazioni degne degli integralisti islamici sulle caricature di Maometto! A voler apparire offensivi, ci si squalifica.
- Il presidente della Conferenza episcopale (francese), Mons. André Vingt-Trois lo ha ripetuto a Lourdes il 26 marzo: la Chiesa francese è colpita dalla crisi delle vocazioni, dalla difficoltà della trasmissione della fede, dalla diluizione della presenza cristiana nella società. Come vive questa situazione?
Cerco di prendere atto che ci troviamo alla fine di un’epoca. Si è passati da un cristianesimo di abitudine, ad un cristianesimo di convinzione. Il cristianesimo è perdurato grazie al fatto di essersi riservato il monopolio della gestione del sacro e delle celebrazioni. Di fronte alle nuove religioni, alla secolarizzazione, le persone non fanno più riferimento a questo sacro. Pur tuttavia, possiamo dire che la farfalla è “più” o “meno” della crisalide? E’ un’altra cosa. Allora, non ragiono in termini di degenerazione o di abbandono: stiamo mutando. Bisogna misurare l’ampiezza di questa mutazione. Si prenda la mia diocesi: Settantanni fa contava ottocento preti. Oggi ne ha duecento, ma conta anche 45 diaconi e 10mila persone impegnate nelle 320 comunità locali che abbiamo creato quindici anni fa. E’ meglio. Bisogna arrestare la pastorale della SNCF (ndr.: ferrovie dello stato francesi). Bisogna chiudere delle linee e aprirne delle altre. Quando ci si adatta alle persone, al loro modo di vivere, ai loro orari, la frequenza aumenta, anche al catechismo! La Chiesa ha questa capacità di adattamento.
- In quale modo?
Non abbiamo più un personale per mantenere una suddivisione di 36000 parrocchie. O si considera che si tratta di una miseria da cui bisogna uscire ad ogni costo e allora si torna a sacralizzare il prete; oppure si inventa qualcosa d’altro. La povertà della Chiesa costituisce una provocazione per aprire nuove porte. La Chiesa deve appoggiarsi sul clero o sui battezzati? Per mio conto, penso che occorra dare fiducia ai laici e smetterla di funzionare sulla base di una organizzazione medievale. E’ un cambiamento fondamentale. E’ una sfida.
- La sfida presuppone l’apertura del sacerdozio agli uomini sposati?Sì e no! No, perché immaginate che domani io possa ordinare dieci uomini sposati, ne conosco, non è quello che manca. Ma non potrei pagarli. Quindi dovrebbero svolgere un altro lavoro e sarebbero disponibili solo nei fine settimana per i sacramenti. Allora si tornerebbe ad un’immagine cultuale del prete. Sarebbe una falsa modernità.
Invece, se si cambia il modo di esercitare il ministero, se la sua posizione nella comunità è diversa, allora sì che si può immaginare l’ordinazione di uomini sposati. Il prete non deve più essere il capo della sua parrocchia; deve sostenere i battezzati perché diventino degli adulti nella fede, formarli, impedire loro di ripiegarsi su se stessi.
Tocca a lui ricordare che si è cristiani per gli altri, non per sé; allora presiederà l’eucarestia come un gesto di fraternità. Se i laici resteranno dei minorenni, la Chiesa non sarà credibile. Deve parlare da adulto ad adulto.
- Lei ritiene che la parola della Chiesa non sia più adatta al mondo. Perché?Con la secolarizzazione, si sviluppa una “bolla spirituale” nella quale le parole fluttuano; a cominciare dalla parola “spirituale” che si può riferire più o meno a qualsiasi merce. Quindi è importante dare ai cristiani i mezzi per identificare e per esprimere gli elementi della loro fede. Non si tratta di ripetere una dottrina ufficiale ma di permettere loro di esprimere liberamente la propria adesione. È spesso il nostro modo di parlare che non funziona. Bisogna scendere dalla montagna, scendere in pianura, umilmente. Per far questo occorre un enorme lavoro di formazione. Perché la fede era diventata un qualcosa di cui non si parlava tra cristiani.
- Qual è la sua maggiore preoccupazione per la Chiesa?
Il pericolo è reale. La minaccia per la Chiesa è di diventare una sottocultura. La mia generazione teneva particolarmente all’inculturazione, all’immersione nella società. Oggi, il rischio è che i cristiani si rinchiudano tra di loro, semplicemente perché hanno l’impressione di essere di fronte a un mondo di incomprensione. Ma non è accusando la società di tutti i mali che si diventa luce per l’umanità. Al contrario, occorre un’immensa misericordia per questo mondo in cui milioni di persone muoiono di fame. Tocca a noi aprirci al mondo e tocca a noi renderci amabili.
Arcivescovo di Poitiers, Mons. Albert Rouet è una delle figure più libere dell’episcopato francese. La sua opera J’aimerais vous dire(Bayard, 2009) è un best-seller nella sua categoria. Più di trentamila copie vendute e vincitore del premio 2010 dei lettori di La Procure, questo librointervista getta uno sguardo molto critico sulla Chiesa cattolica. In occasione della Pasqua, Mons. Rouet offre le proprie riflessioni sull’attualità e la sua diagnosi sulla Chiesa.
La chiesa cattolica è scossa da molti mesi per la rivelazione di scandali di pedofilia in parecchi paesi europei. Tutto questo l’ha sorpresa?
Vorrei anzitutto precisare una cosa: perché ci sia pedofilia sono necessarie due condizioni, una profonda perversione e un potere. Questo vuol dire che ogni sistema chiuso, idealizzato, sacralizzato è un pericolo. Quando una istituzione, compresa la Chiesa, si erge in posizione di diritto privato, si ritiene in posizione di forza, le derive finanziarie e sessuali diventano possibili. E’ quanto rivela l’attuale crisi e tutto questo ci obbliga a tornare all’Evangelo; la debolezza del Cristo è costitutiva del modo di essere Chiesa. In Francia, la Chiesa non ha più questo tipo di potere; questo spiega perché si sia di fronte a devianze individuali, gravi e detestabili, ma non si riscontra una sistematizzazione di questi casi.
- Queste rivelazioni sopraggiungono dopo parecchie crisi, che hanno segnato il pontificato di Benedetto XVI. Chi maltratta la Chiesa?

Da qualche tempo, la Chiesa è flagellata da tempeste, esterne ed interne. C’è un papa che è più un teorico che uno storico. E’ rimasto il professore che pensa che un problema, una volta impostato bene, è per metà risolto. Ma nella vita non succede così. Ci si imbatte nella complessità, nella resistenza della realtà. Lo si vede bene nelle nostre diocesi, si fa quello che si può! La Chiesa fa fatica a situarsi nel mondo tumultuoso nel quale si trova oggi. E’ il cuore del problema.
Oltre a questo, due cose mi colpiscono nella situazione attuale della Chiesa. Oggi, si constata un certo gelo della parola. Oramai, il minimo interrogativo sull’esegesi o sulla morale viene giudicato blasfemo. Interrogarsi non è più ritenuto una cosa ovvia, ed è un peccato. Parallelamente regna nella Chiesa un clima di sospetto malsano. L’istituzione si trova ad affrontare un centralismo romano, che si basa su di una rete di denunce. Certi gruppi passano il loro tempo a denunciare le posizioni di questo o quel vescovo, a fare dei dossier contro qualcuno, a tenere delle informazioni contro qualcun altro. E questi comportamenti si sono intensificati con internet.
Inoltre, noto una evoluzione della Chiesa parallela a quella della società. Questa vuole più sicurezza, più leggi, quella più identità, più decreti, più regolamenti. Ci si protegge, ci si rinchiude, è proprio il segno di un mondo chiuso, è catastrofico!
In generale, la Chiesa è uno specchio fedele della società. Ma, oggi, nella Chiesa, le pressioni identitarie sono particolarmente forti. C’è tutta una corrente, che riflette poco, che ha sposato un’identità rivendicativa. Dopo la pubblicazione di alcune caricature sulla stampa riguardanti la pedofilia nella Chiesa, ci sono state delle reazioni degne degli integralisti islamici sulle caricature di Maometto! A voler apparire offensivi, ci si squalifica.
- Il presidente della Conferenza episcopale (francese), Mons. André Vingt-Trois lo ha ripetuto a Lourdes il 26 marzo: la Chiesa francese è colpita dalla crisi delle vocazioni, dalla difficoltà della trasmissione della fede, dalla diluizione della presenza cristiana nella società. Come vive questa situazione?
Cerco di prendere atto che ci troviamo alla fine di un’epoca. Si è passati da un cristianesimo di abitudine, ad un cristianesimo di convinzione. Il cristianesimo è perdurato grazie al fatto di essersi riservato il monopolio della gestione del sacro e delle celebrazioni. Di fronte alle nuove religioni, alla secolarizzazione, le persone non fanno più riferimento a questo sacro. Pur tuttavia, possiamo dire che la farfalla è “più” o “meno” della crisalide? E’ un’altra cosa. Allora, non ragiono in termini di degenerazione o di abbandono: stiamo mutando. Bisogna misurare l’ampiezza di questa mutazione. Si prenda la mia diocesi: Settantanni fa contava ottocento preti. Oggi ne ha duecento, ma conta anche 45 diaconi e 10mila persone impegnate nelle 320 comunità locali che abbiamo creato quindici anni fa. E’ meglio. Bisogna arrestare la pastorale della SNCF (ndr.: ferrovie dello stato francesi). Bisogna chiudere delle linee e aprirne delle altre. Quando ci si adatta alle persone, al loro modo di vivere, ai loro orari, la frequenza aumenta, anche al catechismo! La Chiesa ha questa capacità di adattamento.
- In quale modo?
Non abbiamo più un personale per mantenere una suddivisione di 36000 parrocchie. O si considera che si tratta di una miseria da cui bisogna uscire ad ogni costo e allora si torna a sacralizzare il prete; oppure si inventa qualcosa d’altro. La povertà della Chiesa costituisce una provocazione per aprire nuove porte. La Chiesa deve appoggiarsi sul clero o sui battezzati? Per mio conto, penso che occorra dare fiducia ai laici e smetterla di funzionare sulla base di una organizzazione medievale. E’ un cambiamento fondamentale. E’ una sfida.
- La sfida presuppone l’apertura del sacerdozio agli uomini sposati?Sì e no! No, perché immaginate che domani io possa ordinare dieci uomini sposati, ne conosco, non è quello che manca. Ma non potrei pagarli. Quindi dovrebbero svolgere un altro lavoro e sarebbero disponibili solo nei fine settimana per i sacramenti. Allora si tornerebbe ad un’immagine cultuale del prete. Sarebbe una falsa modernità.
Invece, se si cambia il modo di esercitare il ministero, se la sua posizione nella comunità è diversa, allora sì che si può immaginare l’ordinazione di uomini sposati. Il prete non deve più essere il capo della sua parrocchia; deve sostenere i battezzati perché diventino degli adulti nella fede, formarli, impedire loro di ripiegarsi su se stessi.
Tocca a lui ricordare che si è cristiani per gli altri, non per sé; allora presiederà l’eucarestia come un gesto di fraternità. Se i laici resteranno dei minorenni, la Chiesa non sarà credibile. Deve parlare da adulto ad adulto.
- Lei ritiene che la parola della Chiesa non sia più adatta al mondo. Perché?Con la secolarizzazione, si sviluppa una “bolla spirituale” nella quale le parole fluttuano; a cominciare dalla parola “spirituale” che si può riferire più o meno a qualsiasi merce. Quindi è importante dare ai cristiani i mezzi per identificare e per esprimere gli elementi della loro fede. Non si tratta di ripetere una dottrina ufficiale ma di permettere loro di esprimere liberamente la propria adesione. È spesso il nostro modo di parlare che non funziona. Bisogna scendere dalla montagna, scendere in pianura, umilmente. Per far questo occorre un enorme lavoro di formazione. Perché la fede era diventata un qualcosa di cui non si parlava tra cristiani.
- Qual è la sua maggiore preoccupazione per la Chiesa?
Il pericolo è reale. La minaccia per la Chiesa è di diventare una sottocultura. La mia generazione teneva particolarmente all’inculturazione, all’immersione nella società. Oggi, il rischio è che i cristiani si rinchiudano tra di loro, semplicemente perché hanno l’impressione di essere di fronte a un mondo di incomprensione. Ma non è accusando la società di tutti i mali che si diventa luce per l’umanità. Al contrario, occorre un’immensa misericordia per questo mondo in cui milioni di persone muoiono di fame. Tocca a noi aprirci al mondo e tocca a noi renderci amabili.
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