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"La coscienza del cristiano è impegnata a proiettare nella sfera civile i valori del Vangelo" ____________________________________________________________________________________________________________________

domenica 26 settembre 2010

Le 10 strategie della manipolazione mediatica

Il linguista Noam Chomsky ha elaborato la lista delle “10 Strategie della Manipolazione” attraverso i mass media. Illuminante!

1 - La strategia della distrazione.
L’elemento principale del controllo sociale è la strategia della distrazione che consiste nel distogliere l’attenzione del pubblico dai problemi importanti e dai cambiamenti decisi dalle élites politiche ed economiche utilizzando la tecnica del diluvio o dell’inondazione di distrazioni continue e di informazioni insignificanti.La strategia della distrazione è anche indispensabile per evitare l’interesse del pubblico verso le conoscenze essenziali nel campo della scienza, dell’economia, della psicologia, della neurobiologia e della cibernetica. “Sviare l’attenzione del pubblico dai veri problemi sociali, tenerla imprigionata da temi senza vera importanza. Tenere il pubblico occupato, occupato, occupato, senza dargli tempo per pensare, sempre di ritorno verso la fattoria come gli altri animali (citato nel testo “Armi silenziose per guerre tranquille”).

2 - Creare il problema e poi offrire la soluzione.
Questo metodo è anche chiamato “problema - reazione - soluzione”. Si crea un problema, una “situazione” che produrrà una determinata reazione nel pubblico in modo che sia questa la ragione delle misure che si desiderano far accettare. Ad esempio: lasciare che dilaghi o si intensifichi la violenza urbana, oppure organizzare attentati sanguinosi per fare in modo che sia il pubblico a pretendere le leggi sulla sicurezza e le politiche a discapito delle libertà. Oppure: creare una crisi economica per far accettare come male necessario la diminuzione dei diritti sociali e lo smantellamento dei servizi pubblici.

3 - La strategia della gradualità.
Per far accettare una misura inaccettabile, basta applicarla gradualmente, col contagocce, per un po’ di anni consecutivi. Questo è il modo in cui condizioni socioeconomiche radicalmente nuove (neoliberismo) furono imposte negli anni ‘80 e ‘90: uno Stato al minimo, privatizzazioni, precarietà, flessibilità, disoccupazione di massa, salari che non garantivano più redditi dignitosi, tanti cambiamenti che avrebbero provocato una rivoluzione se fossero stati applicati in una sola volta.

4 - La strategia del differire.
Un altro modo per far accettare una decisione impopolare è quella di presentarla come “dolorosa e necessaria” guadagnando in quel momento il consenso della gente per un’applicazione futura. E’ più facile accettare un sacrificio futuro di quello immediato. Per prima cosa, perché lo sforzo non deve essere fatto immediatamente. Secondo, perché la gente, la massa, ha sempre la tendenza a sperare ingenuamente che “tutto andrà meglio domani” e che il sacrificio richiesto potrebbe essere evitato. In questo modo si dà più tempo alla gente di abituarsi all’idea del cambiamento e di accettarlo con rassegnazione quando arriverà il momento.

5 - Rivolgersi alla gente come a dei bambini.
La maggior parte della pubblicità diretta al grande pubblico usa discorsi, argomenti, personaggi e una intonazione particolarmente infantile, spesso con voce flebile, come se lo spettatore fosse una creatura di pochi anni o un deficiente. Quanto più si cerca di ingannare lo spettatore, tanto più si tende ad usare un tono infantile. Perché? “Se qualcuno si rivolge ad una persona come se questa avesse 12 anni o meno, allora, a causa della suggestionabilità, questa probabilmente tenderà ad una risposta o ad una reazione priva di senso critico come quella di una persona di 12 anni o meno (vedi “Armi silenziosi per guerre tranquille”).

6 - Usare l’aspetto emozionale molto più della riflessione.
Sfruttare l'emotività è una tecnica classica per provocare un corto circuito dell'analisi razionale e, infine, del senso critico dell'individuo. Inoltre, l'uso del tono emotivo permette di aprire la porta verso l’inconscio per impiantare o iniettare idee, desideri, paure e timori, compulsioni, o per indurre comportamenti….

7 - Mantenere la gente nell’ignoranza e nella mediocrità.
Far sì che la gente sia incapace di comprendere le tecniche ed i metodi usati per il suo controllo e la sua schiavitù. “La qualità dell’educazione data alle classi sociali inferiori deve essere la più povera e mediocre possibile, in modo che la distanza creata dall’ignoranza tra le classi inferiori e le classi superiori sia e rimanga impossibile da colmare da parte delle inferiori" (vedi “Armi silenziosi per guerre tranquille”).

8 - Stimolare il pubblico ad essere favorevole alla mediocrità.
Spingere il pubblico a ritenere che sia di moda essere stupidi, volgari e ignoranti...

9 - Rafforzare il senso di colpa.
Far credere all’individuo di essere esclusivamente lui il responsabile della proprie disgrazie a causa di insufficente intelligenza, capacità o sforzo. In tal modo, anziché ribellarsi contro il sistema economico, l’individuo si auto svaluta e si sente in colpa, cosa che crea a sua volta uno stato di depressione di cui uno degli effetti è l’inibizione ad agire. E senza azione non c’è rivoluzione!

10 - Conoscere la gente meglio di quanto essa si conosca.
Negli ultimi 50’anni, i rapidi progressi della scienza hanno creato un crescente divario tra le conoscenze della gente e quelle di cui dispongono e che utilizzano le élites dominanti. Grazie alla biologia, alla neurobiologia e alla psicologia applicata, il “sistema” ha potuto fruire di una conoscenza avanzata dell’essere umano, sia fisicamente che psichicamente. Il sistema è riuscito a conoscere l’individuo comune molto meglio di quanto egli conosca sé stesso. Ciò comporta che, nella maggior parte dei casi, il sistema esercita un più ampio controllo ed un maggior potere sulla gente, ben maggiore di quello che la gente esercita su sé stessa.

martedì 31 agosto 2010

Dagli amici...

“Dagli amici mi guardi Dio”, così dicevano gli antichi, aggiungendo poi “che dai nemici mi guardo io!”, per significare come talora sono proprio quelli che tu consideri amici a combinarti dei guai. Il card. Bertone, Segretario di Stato del Papa, è troppo buono per averlo pensato quando ha visto lo scalpore che ha suscitato la notizia della cena in casa del giornalista televisivo Vespa, a cui hanno partecipato anche il Presidente del Consiglio, on. Berlusconi, e il Presidente dell’UDC, on. Casini.
I giornali non si sono soffermati sul singolare gesto di cortesia del card. Bertone verso il noto giornalista, che festeggiava cinquant’anni di giornalismo, né hanno pensato che il cardinale, se pur sapeva chi erano i commensali, doveva aver ricevuto l’assicurazione che l’incontro sarebbe rimasto assolutamente privato. Forse avrebbero potuto sospettare che, per i buoni uffici dell’on. Letta, che è “gentiluomo di Sua Santità” e quindi gode di notevoli entrature in Vaticano, avrebbe potuto assistere a una specie di riconciliazione dell’on. Casini – che, nonostante le sue vicende personali, viene considerato come un tutore della dottrina della Chiesa nella vita politica italiana – con l’on. Berlusconi, che, al di là anche lui delle sue vicende personali, è oggi in qualche difficoltà per le riserve che nel suo stesso partito si pongono ad alcune leggi giudicate di interesse troppo personale e quindi lesive della nozione diffusa della legalità. Ma questo intento, che sarebbe già in qualche modo politico, ma pur sempre di riconciliazione, quindi di ispirazione evangelica, viene scavalcato da chi ritiene invece si tratti di una sponsorizzazione del governo Berlusconi, come il garante dei principi cristiani “non negoziabili”, quali la vita dall’inizio alla fine o la famiglia e l’attività della Chiesa.
È vero che – almeno a parole – il governo mostra di allinearsi ai principi della dottrina della Chiesa, e oggi la gente più che guardare ai comportamenti dei governanti – anche nella loro vita privata – si lascia guidare dalla televisione, che è il messaggero ideologico odierno e che – in Italia – è a stragrande maggioranza portavoce del Governo; ma occorre anche tenere conto che, se la qualifica del cristiano è la carità, la sua formula attuale – al dire di papa Giovanni Paolo II nella Enciclica Sollicitudo rei socialis - è la solidarietà; cosicché non può dirsi veramente cristiano chi – singolo o governo – non promuova e viva la solidarietà.
Ora, se guardiamo alle attività di questo governo, dobbiamo concludere quanto esso sia contraddittorio con questa veramente “non negoziabile” qualifica del cristiano, dal rifiuto degli immigrati, costretti a tornare nelle inumane carceri libiche quando non nelle patrie da cui sono fuggiti in quanto perseguitati politici, alle politiche economiche, che privilegiano i benestanti – tra cui loro, i politici – e rendono sempre più difficile la vita delle famiglie normali e sempre più precario il lavoro, in particolare per i giovani.
Ma è soprattutto l’impressione che viene data – ed è deleteria soprattutto per i giovani – che quello che conta non sia compiere il proprio dovere, essere onesti, contribuire al “bene comune” (pur senza trascurare il “bene individuale”), ma sia invece arraffare più che si può, appoggiandosi ai politici, corrompendo amministratori e – possibilmente – anche magistrati, e collegandosi anche con organizzazioni criminali, soprattutto con quelle più “coperte”. E questo è totalmente diseducativo perché corrode lentamente tutte le strutture morali, al di là addirittura delle battaglie per la vita, nelle quali la prospettiva è chiara e nessuno è obbligato a prendere posizioni che veda chiaramente contrastare le proprie convinzioni. Il Signore Gesù ha messo in guardia da questa scelta di “mamòna”, parola aramaica che traduciamo con “ricchezza” ma che vi aggiunge la sete di potere, e che Gesù pone come la vera alternativa a sé: “O Dio o mamòna”.
Purtroppo il nostro mondo occidentale (e anche il nostro italiano) è impregnato di “mamòna”, e per questo sta perdendo la fede. Credo che pensare a una sponsorizzazione così esplicita della Chiesa a un governo di “mamòna” potrebbe al massimo venire considerato come la scelta di un “male minore”, che dovrebbe comunque essere accompagnata dalla percezione del male in questione e dalla responsabilità degli operatori a rinunciare a quanto costituisce il male. Gesù non disdegnava i pubblicani e le peccatrici, ma cercava di far cambiare loro vita, come fece con Matteo e Zaccheo e con la Maddalena e l’adultera...
Chissà che dagli incontri con il card. Bertone non nascano spinte a “cambiare vita”, per rendere la politica più trasparente, più onesta... sì, anche più cristiana!

3 agosto 2010 - mons. Luigi Bettazzi (vescovo emerito di Ivrea)

sabato 28 agosto 2010

Il blog di Abuna Mario

Per chi vuole essere informato in diretta su ciò che avviene di qua e di là del Muro segnalo il nuovo blog di don Mario Cornioli: http://abunamario.wordpress.com/

mercoledì 25 agosto 2010

Frammenti vocali in MO:Israele e Palestina: Akiva Eldar : nei colloqui diretti le precondizio...

Frammenti vocali in MO:Israele e Palestina: Akiva Eldar : nei colloqui diretti le precondizio...: "Sintesi personaleDue anni fa, un torneo di basket si è tenuto all'Università di Tel Aviv con la partecipazione di gruppi di studenti proven..."

Frammenti vocali in MO:Israele e Palestina: Marco d'Eramo :I CROCIATI DI GROUND ZERO

Penso che il mio blog non abbia lettori leghisti... Posso allora riprendere questo articolo senza timore che fornisca loro nuove idee!

Frammenti vocali in MO:Israele e Palestina: Marco d'Eramo :I CROCIATI DI GROUND ZERO: "Fan della guerra di civiltà, dei razzisti sudafricani e di Milosevic, Pamela Geller, fondatrice di «Stop the Islamization of America», ama ..."

lunedì 23 agosto 2010

ANSA: nessuna risposta...!

Carissimi amici, dopo 6 giorni ancora non ho avuto un cenno di risposta dalla redazione ANSA...ad oggi il muretto di Gilo è stato davvero tolto e di questo siamo contenti anche perchè la giustificazione era che non c'erano più problemi di sicurezza e anche di questo siamo testimoni, ma allora perchè costruire il muro dentro la nostra parrocchia rubando una intera valle se non ci sono nemmeno i famosi motivi di sicurezza?
Ho invitato Ansa a venirci a trovare... sicuramente un corrispondente da Gerusalemme ci sarà e così spero di poterlo incontrare per fargli vedere come ancora oggi i lavori continuano per la costruzione del muro dentro BetJala.
Se qualcuno mi può aiutare a far arrivare ad Ansa la nostra voce gliene sarei grato, perchè non voglio pensare che una agenzia seria come quella Ansa possa comportarsi in modo così incivile negando una risposta alle obiezioni/domande di un povero prete che ogni giorno prova a dare speranze a una comunità che non spera più perchè umiliata quotidianamente e vessata in tutti i sensi!
Un altro episodio di vita quotidiana: sabato avevamo a Nazareth la "sistemazione" di una icona della Madonna degli Scout nella Basilica dell'Annunciazione... in tanti sono venuti dall'Italia e come parrocchia abbiamo chiesto per i nostri scout 250 permessi per partecipare a questa bella manifestazione... abbiamo ricevuto soltanto 50 permessi e di questi molti sono stati dati alla moglie e non al marito e così sono stati soltanto 32 quelli che hanno potuto partecipare alla s.Messa a Nazareth... e tutto questo non è giusto!
E' una vergogna ed è contro qualunque diritto internazionale... ma di questo non frega niente a nessuno... ad Ansa potrà interessare la notizia che in Israele il diritto alla libertà religiosa, il diritto alla libertà di movimento, e tutti gli altri diritti garantiti dalla Dichiarazione Universale dei diritti umani vengono quotidianamente violati?
Tutto questo porterà ulteriore rabbia e ulteriore sangue come ha scritto anche il Papa Benedetto XI qualche tempo fa... e le trattative di pace saranno soltanto ulteriori chiacchiere inutili, buone solo a perdere/prendere tempo per permettere ad Israele di fare solo i propri interessi... ma se non capiamo che il bene altrui è fondamentale per il mio bene sarà un disastro per tutti! Aiutateci a non far accadere questo disastro per il bene di tutti!
Con affetto.
abuna Mario (aiutiamoci a resistere!)

P.S. Vi allego qui la email del del 19 agosto 2010 :

Carissima redazione, non so se avete gia' ricevuto alcune email di dispiacere e di "protesta" per la vostra notizia ansa del ferragosto delle h.14,15 ... sono don Mario e vivo proprio a BetJala e sono molto rattristato per quanto è successo dato che avete tralasciato di dire tutta la verita'... non si rende un buon servizio a nessuno in questo modo... nemmeno ad Israele!
Vi invito a venirci a trovare a BetJala per vedere come in questi giorni le ruspe israeliane stanno devastando la terra dentro la nostra parrocchia e tutto questo creerà ulteriore rabbia e ulteriore violenza... non è questa la strada per avere pace e sicurezza: rubare terra, tagliare ulivi, chiudere l'acqua, essere rimandati indietro ai check point, ecc. ecc. tutto questo sta succedendo... perche' di queste cose per esempio non ne date mai notizia?
Vi invito a venire a vedere da BetJala la colonia di Gilo (non e' un rione... se vogliamo essere proprio corretti) e a vedere il "ridicolo" muretto che stanno togliendo... tra l'altro io ancora oggi 18 agosto alle 14,50 quando sono passato a trovare una famiglia della parrocchia l'ho visto in piedi... ed e' davvero ridicolo in confronto a quello che stanno costruendo dentro i nostri giardini (circa 1 km piu' avanti prendendosi una intera valle e migliaia di ulivi!)
Vi ripeto il mio dispiacere e vi aggiungo la risposta del patriarca emerito Mons. Sabbah alla vostra news (vi risparmio quelle scandalizzate dalle tante persone italiane che conoscono BetJala e la bellezza della sua terra e della sua gente!):
"Ho ricevuto la notizia sulla “bugia” del muro tolto. Viviamo in un mondo di bugie, percio, la pace rimane lontana… ed e questa la ragione fondamentale dell’inefficacia di tutte le trattative e che trasforma questi mezzi di pace in una grande altra bugia: mentire, rubare, costruire il muro, e dare l’immagine che non esiste piu… Comunque Dio è grande ed è buono e giusto. Un giorno, la sua bontà e giustizia prevarrà su tutto il male degli uomini, anche se sono forti e sono i grandi di questo mondo" (Sua Beatitudine Michel Sabbah, patriarca emerito di Gerusalemme).
Anche io credo in Dio e prima o poi la giustizia arriverà.
Vi chiediamo di aiutarci a costruirla cercando di dire tutta la verità!
don Mario

abuna MARIO CORNIOLI
Parrocchia di BetJala
cell. 00972-546-287971
donmario.c@gmail.com

lunedì 16 agosto 2010

Stop alle menzogne!

Ecco la notizia ANSA che ha fatto scrivere tutti i giornali italiani...(guardate su google : muro gilo ) che finalmente il muro a Gerusalemme è stato tolto !
La realtà è un altra ed io che vivo proprio a BetJala e la vedo con i miei occhi non posso tacere di fronte a questa ulteriore "vergognosa menzogna"...

(ANSA) - GERUSALEMME, 15 AGO - L'Esercito israeliano ha iniziato a smantellare
il muro di protezione contro il lancio dei razzi nel rione di Gilo, a
Gerusalemme. I militari hanno annunciato in un comunicato 'il ritorno della
calma' nel settore, e iniziato la rimozione dei blocchi di cemento collocati
nel 2001, dopo lo scoppio della seconda Intifada nell'autunno del 2000. Il muro
e' composto da circa 800 blocchi di cemento piazzati lungo 600 metri di
perimetro.


La notizia è non è del tutto vera e si devono fare delle aggiunte per amore della verità: nella notizia non si dice che questa barriera di protezione alta 2 metri e costruita accanto alle prime case di Gilo, verrà sostituita con una barriera di 8 metri che verrà costruita direttamente dentro la terra della Parrocchia di BetJala e quindi circa 200 mt più avanti rubando una intera valle e tanti campi di ulivi. In questi giorni i lavori per la costruzione della barriera stanno proseguendo senza sosta e soprattutto senza rispetto di nulla, né degli alberi di ulivi, né dei parchi giochi per i bambini, né degli orti di alcune nostre famiglie. E tutto questo non è giusto e per questo siamo rattristati e proviamo amarezza nel sentire come in Italia siano date queste notizie dalla Terrasanta. Purtroppo la notizia che finalmente anche a Gerusalemme i muri cadono è falsa perché la verità che noi vediamo con i nostri occhi e subiamo sulla nostra pelle è un’altra e questa non vien mai detta. Ci domandiamo il perché?
Chiediamo a tutte le persone che ancora hanno a cuore il bene di tutti, di protestare ed indignarsi con chi continuamente stravolge la realtà... e se riuscite, provate anche a scrivere ai vari giornali chiedendo di venire a vedere la realtà e raccontare la verità!
Chi di voi conosce BetJala sa che questa piccola comunità a vissuto in questi anni con molta dignità il furto continuo di terre, lo strangolamento da parte delle colonie ( la stessa Gilo, va detto per amore della verità, è una colonia costruita sulla terra di BetJala)...in questi giorni stanno costruendo migliaia di case in un nuovo insediamento chiamato Har Gilo sulla cima della collina di BetJala, hanno devastato la bellissima collina di Cremisan (luogo famoso per i salesiani e per il vino...)... e tante altre cose che nessuno racconta mai...ma ora è proprio troppo, ora non è accettabile che facciano i belli raccontando a tutti che hanno tolto il muro quando non è assolutamente vero... anzi è tutto il contrario! VERGOGNA!
Un abbraccio anche a nome del mio parroco che non ce la fà più nemmeno a protestare e mi ha incaricato di dargli voce!

abuna Mario Cornioli

Me ne fotto dei sondaggi

Riprendo da Michela Murgia questo articolo. Per chi non la conosce, Michela Murgia è una giovane scrittrice sarda. Consiglio a tutti il suo magnifico libro "Accabadora"... Ne vale la pena!
Questo articolo di Vittorio Zucconi è uscito su Repubblica del 15 agosto 2010. Poiché l'indomani non escono i giornali, c'è una doppia probabilità che venga letto sotto gli ombrelloni e faccia riflettere qualche intollerante nostrano.


Ci volevano fegato, enorme coraggio civile e un pizzico di vocazione al suicidio elettorale per fare quello che il Presidente Obama ha fatto venerdì sera. Una impopolare scelta di civiltà. Il coraggio di schierarsi decisamente, secondo la civiltà e la storia americane a favore della futura moschea a due isolati dagli spettri delle Torri Gemelle, perché gli Stati Uniti d'America sono costruiti sulla libertà di praticare "qualsiasi fede religiosa, da parte di qualsiasi cittadino, in qualsiasi luogo".
In un momento orribile per la sua popolarità che comincia ad avvicinare gli abissi della "zona Bush" e dunque per le fortune del Partito Democratico avviato a una mazzata elettorale storica in novembre, prudenza, opportunismo e astuzia gli avrebbero dovuto consigliare silenzio, su una vicenda che non riguarda direttamente la Casa Bianca e dalla quale lui non ha nulla da guadagnare e dunque tutto da perdere. Preso tra una destra biliosamente demagogica e una sinistra sussiegosamente impermalosita, impaniato in un'economia che non riprende e lo trascina in basso, Obama avrebbe potuto ricorrere al collaudato trucco politichese della "triangolazione" inventato da Bill Clinton: dire una cosa e fare l'opposto.
Clinton avrebbe tuonato contro il fanatismo islamico e sotto traccia avrebbe incoraggiato la comunità musulmana a costruire il proprio centro magari due isolati più lontano, o avrebbe invocato la libertà religiosa, lavorando poi in silenzio per impedire quello che molti newyorkesi considerano un oltraggio alla memoria delle vittime del terrorismo islamista.
Ma Obama non è Clinton. La sua storia personale, la sua natura, la sua aspirazione a essere un leader etico e non soltanto un amministratore, gli ha impedito di guardare dall'altra parte come i suoi stessi consigliori gli raccomandavano. La sua è esclusivamente una religione civile, una fede nell'America della storia e della Costituzione come soltanto i cittadini di prima generazione, quale lui è, e di minoranza etnica che hanno conosciuto il sapore amaro della marginalizzazione, coltivano. Quando l'occasione per un discorso alto, nobile, laico, come sempre magnificamente pronunciato, si presenta, non sa resistere.
Fatta la scelta di parlare, non aveva scelta. Non poteva dire altro che "come cittadino e come Presidente - si noti la precedenza data alla parola cittadino - credo che i Mussulmani abbiano lo stesso diritto di praticare la propria religione di chiunque altro, in questa nazione". Quando ciò che dovrebbe essere sacrosantamente ovvio diventa elettoralmente rischioso, il segno dei tempi non è buono.
Invano il suo addetto stampa Robert Gibbs, ormai avviato al licenziamento, gli aveva raccomandato di tenersi fuori da "una questione strettamente locale" come questa moschea di 13 piani da erigere due isolati a nord dal cratere dell'11/9, che a ormai quasi dieci anni di distanza dal massacro resta un grande vuoto nel cuore di Downtown Manhattan. Il sindaco della città, Bloomberg, si era già detto pienamente a favore della richiesta, nonostante l'opposizione della comunità ebraica. Il potentissimo comitato di zona aveva respinto all'unanimità - evento miracoloso nella città più litigiosa del mondo - una mozione per bloccare il "Centro Cordoba", come i promotori hanno chiamato il progetto, ricordando la grande e squisita città multietnica andalusa governata dagli Arabi fino al XIII secolo. Obama non avrebbe quindi il potere né per bloccare, né per imporre la costruzione.
Se ha sentito il bisogno di intervenire davanti a leader mussulmani e chierici invitati alla Casa Bianca per l'"iftar", il pasto serale che interrompe il digiuno quotidiano durante il Ramadan, è perché Obama si sente l'erede e il custode di una storia che comincia con Thomas Jefferson duecentoventi anni or sono, quando il padre della democrazia americana e della separazione fra Stato e Chiesa s'intratteneva con religiosi mussulmani, perché nella sua vita è stato esposto a culture, esperienze, fedi, etnie diverse che gli rendono incomprensibili l'intolleranza e l'odio che quel cratere nel centro di Manhattan rappresentano. "Capisco le emozioni che questo problema suscita, ma questa è l'America e il principio secondo il quale popoli di ogni fede sono benvenuti, e non saranno trattati in maniere diverse dal loro governo, è parte essenziale di ciò che siamo".
Meravigliosi principi che hanno fatto, più che cannoni e certamente più del dollaro, la grandezza di questa "città sulla collina" che gli Usa sono, ma che politicamente dimenticano una terribile verità: che esiste un'America pre 11 settembre 2001 e un'America post 11 settembre. Una moschea con grattacielo di 13 piani a cento metri da una tomba a cielo aperto scavata da chi uccise credendo di compiere una missione divina appartiene al "dopo". Non ci sono conciliazioni razionali fra coloro che a New York, e nelle schiere dei seguaci di abili manipolatori della politica come Sarah Palin ("una provocazione" ha chiamato quel centro islamico), domandano "perché una moschea proprio lì" e coloro che, come Obama, chiedono: "Perché non lì?" visto che decine di mussulmani morirono quel giorni accanto a cristiani, ebrei, atei.
Infatti, Obama è riuscito a irritare tutti e a non accontentare nessuno, come accade a chi dice la cosa giusta, a parte il promotore del progetto, il costruttore Sharif al-Gamal, entusiasta. Dal mondo arabo e mussulmano arriva l'accusa di fare molto "simbolismo", come fu il celebre discorso all'Islam pronunciato al Cairo, e poca sostanza, mentre il campo di Guantanamo resta aperto e le vittime "collaterali", cioè innocenti, in Afghanistan e in Pakistan sotto i bombardamenti, si accumulano. La principale organizzazione ebraica degli Usa, la Anti Defamation Ligue, lo critica e si oppone ferocemente alla moschea, tra le grida e gli strepiti dei repubblicani che accusano il Presidente di "sacrilegio".
E l'economia, che è il solo altare ai cui piedi alla fine ogni tabernacolo, ogni Libro, ogni paramento, ogni fede in America s'inchinano, resta una dea immusonita e incollerita che chiederà il sacrificio civile di un presidente, di Obama, che troppo ancora crede alla civiltà della politica e allo spirito dell'America, anche, e soprattutto, quando brutalmente ferita e offesa dai barbari.

venerdì 13 agosto 2010

Dodici donne israeliane: "Noi non obbediremo!"

Ringraziamo Maria G. Di Rienzo (per contatti: sheela59@libero.it) per averci messo a disposizione nella sua traduzione la seguente lettera aperta pubblicata come annuncio a pagamento sul quotidiano israeliano "Haaretz" il 6 agosto 2010] - da TELEGRAMMI DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO Numero 280 del 12 agosto 2010


Venerdi' 23 luglio 2010 abbiamo fatto un viaggio, una dozzina di donne ebree israeliane ed una dozzina di donne palestinesi della West Bank con quattro loro figli, fra cui un neonato. Abbiamo viaggiato in auto attraverso le colline interne del paese (“Shfela”) e fatto un giro turistico di Tel Aviv e Yaffa insieme. Abbiamo pranzato in un ristorante, preso il sole e passato veramente dei bei momenti sulla spiaggia. Siamo tornate attraverso Gerusalemme ed abbiamo guardato la citta' vecchia da lontano.
La maggior parte delle nostre ospiti palestinesi non aveva mai visto il mare (che e' a meno di 60 km dalle loro case). La maggior parte di esse non ha mai avuto la possibilita' di pregare nei propri luoghi sacri a Gerusalemme - Al Quds, e li hanno osservati con desiderio da Monte Scopus.
Nessuna delle nostre ospiti aveva un permesso di ingresso in Israele. Le abbiamo fatte passare attraverso i posti di blocco nelle nostre automobili, sapendo di violare la “Legge di ingresso in Israele”. Lo annunciamo qui apertamente.
Questo viaggio comune e' stato organizzato quale risposta alla denuncia presentata dallo stato alla polizia contro una di noi, Ilana Hammerman, per un viaggio simile che lei ha fatto con tre giovani donne palestinesi. Abbiamo deciso di agire nello spirito di Martin Luther King e di mostrare simbolicamente che noi non riconosciamo leggi immorali e ingiuste.
Non riconosciamo legalita' alla “Legge di ingresso in Israele”, una legge che permette ad ogni israeliano ed ogni ebreo di viaggiare liberamente in qualsiasi parte della terra fra il Mediterraneo ed il fiume Giordano, ma che nega lo stesso diritto ai palestinesi, nonostante questo sia anche il loro paese. Questa legge li spoglia del diritto di visitare citta' e villaggi lungo la “Linea Verde”: luoghi in cui essi hanno profonde radici familiari, di eredita' culturale e di legami nazionali.
Percio', abbiamo obbedito alla voce della nostra coscienza e ci siamo prese la liberta' di condurre delle donne in alcuni di questi luoghi. Noi e loro ci siamo assunte il rischio insieme, con chiarezza di mente e forte convinzione.
In tal modo, noi israeliane abbiamo guadagnato un altro grande privilegio, il fare esperienza nella nostra nazione, una nazione che vive sulla sua spada, di uno dei giorni piu' belli ed emozionanti della nostra vita: aver conosciuto coraggiose donne palestinesi, piene di gioia di vivere, l'aver passato del tempo assieme a loro ed essere state libere assieme a loro, anche se per un solo giorno.
Non abbiamo portato in auto “terroriste” ne' “nemiche”, ma esseri umani, nostre simili. Le autorita' ci separano con barriere e posti di blocco, regole e regolamenti. Non per salvaguardare la nostra sicurezza, ma per santificare l'ostilita' e perpetuare il controllo di terra illegalmente sottratta ai legittimi proprietari. Questo ladrocinio di massa e' stato compiuto in violazione di tutte le leggi e convenzioni internazionali; viola i valori universali dei diritti umani, la giustizia e l'umanita'.
Non siamo noi a violare la legge, lo stato di Israele e' stato il violatore in capo per decenni. Non siamo noi, donne con una consapevolezza civile e democratica, ad esserci spinte troppo in la'. E' lo stato di Israele che ha passato i limiti e che ci sta conducendo in un precipizio e forse persino all'autodistruzione.
Chiamiamo i cittadini di Israele ad ascoltare le parole di Henry David Thoreau, un pensatore americano del XIX secolo, che nel suo famoso trattato sulla Disobbedienza civile scriveva: “Quando un sesto della popolazione di una nazione, che si suppone essere il rifugio della liberta', e' in schiavitu', ed un intero paese e' ingiustamente rovesciato e conquistato da un esercito straniero, e reso soggetto alla legge marziale, io penso che non sia mai troppo presto per gli uomini onesti ribellarsi e rivoluzionare la situazione. Cio' che rende questo dovere ancora piu' urgente e' il fatto che il paese cosi' conquistato non e' il nostro, e' nostro l'esercito invasore”.
Ascoltate queste parole, guardate come si adattano bene alla situazione in cui la nostra nazione ha portato se stessa, e a quello che abbiamo fatto.

Ilana Hammerman, Jerusalem
Annelien Kisch, Ramat Hasharon
Esti Tsal, Tel Aviv
Daphne Banai, Tel Aviv
Klil Zisapel, Tel Aviv
Michal Pundak Sagie, Herzlia
Nitza Aminov, Jerusalem
Irit Gal, Jerusalem
Ofra Yeshua-Lyth, Tel Aviv
Ronni Eilat, Kfar Saba
Ronit Marian-Kadishai, Ramat Hasharon
Ruti Kantor, Tel Aviv

lunedì 12 luglio 2010

IL BELLO DI GAZA

Questa è ancora la realtà di Gaza, quando non c'è il favore delle telecamere ad inquadrare qualche tir che entra nella Striscia. Un milione e mezzo di persone continua a vivere in un lager, anche se ora può mangiare la maionese che gli israeliani hanno tolto dalla lista delle merci proibite! Con la complicità, la connivenza e la corresponsabilità dell'Occidente ipocrita.

martedì 6 luglio 2010

Per i cristiani è l'ora dell'umiliazione

Ripropongo da www.lastampa.it questa riflessione di Enzo Bianchi che condivido in toto.

Per i cattolici e per la loro Chiesa questa è un’ora segnata da fatica e sofferenza. Se negli anni del postconcilio era sembrato che tra Chiesa e mondo non cristiano - nella sua pluralità di espressioni religiose, filosofiche, ideologiche ed etiche - fosse finalmente sbocciato il dialogo e fosse possibile un ascolto reciproco nel rispetto e nell’accoglienza, ora invece dobbiamo costatare la contrapposizione, spesso la sordità e a volte l'inimicizia.
Molti non credenti, che sembravano aver accettato un dialogo franco con i cattolici, ora delegittimano la Chiesa non riconoscendole neppure la capacità di stare nello spazio democratico delle nostre società. Ormai nelle librerie non è raro incontrare un'apposita sezione dedicata a libri anticlericali e più spesso anticristiani: testi dove viene negata e a volte ridicolizzata la vicenda storica di Gesù di Nazareth, in cui il cristianesimo viene letto storicamente come una presenza intollerante e aggressiva in Occidente e invasiva nelle altre terre. È in questo clima di «attacco» e di «polemica» che la vicenda degli scandali di pedofilia ha ulteriormente aggravato la situazione, giungendo a una «umiliazione» della Chiesa.
Basterebbe l'immagine della polizia che presidia la sede dell'arcivescovado di Malines-Bruxelles tenendo in situazione di fermo per una giornata l'intera conferenza episcopale belga per chiedersi con sgomento come questo sia stato possibile, in particolare in una nazione come il Belgio. Sì, com'è possibile che in Belgio - una nazione che fino a quarant'anni fa ha dato alla Chiesa universale il maggior numero di missionari, monaci e religiose; una nazione dove la Chiesa ha avuto una forte connessione con la corona regale e ha accompagnato tutta la storia coloniale del Paese - venga misconosciuta la funzione educativa, caritativa e culturale svolta dalla Chiesa e questa sia trattata come una qualsiasi associazione per delinquere, senza che questo desti reazioni nell'opinione pubblica? Una Chiesa, quella belga, che è stata tra le protagoniste della stagione di dialogo e di apertura conciliare e che ora vede le tombe dei suoi primati trattate alla stregua di nascondigli per corpi di reato...
Bisogna riconoscere che in Occidente la Chiesa è diventata una minoranza, davvero esigua in alcuni Paesi: la Chiesa è diventata debole perché ha perduto - anzi, a volte ha liberamente rinunciato - la posizione che occupava nell'epoca della cristianità. Non solo, ha anche mostrato di non essere irreprensibile, come molti si erano illusi che fosse, ha mostrato che il male, il peccato la abita come abita il mondo. E tuttavia si deve constatare che c'è a volte anche cattiveria nel dare notizia delle colpe, quasi una rivalsa che si nutre di accuse enfatizzate e che giunge fino alla delegittimazione della Chiesa in quanto tale. Del resto le polemiche sono anche state stimolate da quanti, senza l'esercizio di una prudenza minima, hanno esternato accuse o sono intervenuti con poco buon senso, ottenendo l'effetto di scatenare altre polemiche. Né ci dobbiamo stupire se molti di quelli che erano soliti osannare Giovanni Paolo II ora lo contrappongono a Benedetto XVI, giungendo fino a denigrarlo: uno spettacolo davvero poco cristiano e poco umano!
Ma quale atteggiamento possono assumere i cristiani in questa situazione? Quanti tentano seriamente di essere cristiani non dovrebbero meravigliarsi di questo «incendio» che si è manifestato in mezzo a loro e tra loro e il mondo. È l'apostolo Pietro a scrivere così ai primi cristiani in diaspora: «Non siate sorpresi dell'ostilità, della persecuzione... non avete ancora subito persecuzioni fino al sangue!». Il cristiano sa, deve sapere, che la sua missione e il suo messaggio non sono facilmente riconosciuti: in un mondo «ingiusto», qualunque messaggio sulla «giustizia», qualunque iniziativa di giustizia desta reazioni anche violente. È una necessitas umana, storica, che il vangelo cerca di raccontare nella vicenda di Gesù di Nazareth: una vicenda innanzitutto umana.
Quindi il cristiano deve accettare in questo momento l'umiliazione, sapendo che solo quando si è umiliati si inizia a conoscere l'autentica umiltà, che altrimenti resterebbe una virtù troppo soggetta all'astrazione e all'ipocrisia. Questa è un'ora di purificazione per la Chiesa: non solo purificazione della memoria come volle profeticamente Giovanni Paolo II con la confessione dei peccati dei cristiani in occasione del Giubileo, ma anche purificazione nel presente, nel qui e ora della storia. Da questa contrizione, da questa sofferenza può scaturire una «riforma» della Chiesa, perché questa è semper reformanda, non è infatti il regno dei cieli stabilito sulla terra, ma ne è solo segno e inizio.
Occorre inoltre reagire a questo «incendio» rinunciando ad assumere posizioni di arroccamento in una cittadella che recrimina e risponde attaccando, per l'angoscia e l'ansia incombenti. Le ostilità che vengono dall'esterno sono solo occasioni perché i cristiani siano più obbedienti al vangelo, occasioni per realizzare a caro prezzo l'insegnamento di Gesù. Ciò che come cristiani dobbiamo temere non viene da eventuali nemici esterni: l'attentato più forte al vangelo può venire invece da noi cristiani, dall'interno della comunità dei credenti. Benedetto XVI lo ribadisce con regolare frequenza, indicando così la lettura più decisiva per la vita ecclesiale oggi.
Infine è necessario riconoscere che forse dobbiamo cercare anche nuovi modi di essere Chiesa e di fare Chiesa: meno conflittuali all'interno, più sinodali nel discernere i cammini percorsi e quelli da intraprendere, più sapienti e nutriti di buon senso umano ed evangelico nel dirimere le questioni e i problemi. Oggi vi sono persone tentate di lasciare la Chiesa, di proseguire per la propria strada, ma questa non è una via praticabile per chi è veramente discepolo di Gesù e sa di vivere in una solidarietà di peccatori chiamata nella conversione e divenire una comunione autentica. Sì, è l'ora di scegliere il silenzio per discernere la parola, è ora di ricominciare con la grammatica della pazienza, è l'ora di accettare offese e tradimenti senza cessare di credere agli uomini, è l'ora di temere senza avere paura...
Enzo Bianchi, Priore di Bose

lunedì 7 giugno 2010

Israele: la verità alla rovescia...

Non scrivo poesie, ma, ad ogni modo, le poesie non sono poesie.
Molto tempo fa, mi è stato fatto capire che la Palestina non era la Palestina.
Sono stato anche informato che i Palestinesi non erano Palestinesi.
Mi hanno anche spiegato che la pulizia etnica non era pulizia etnica.
E dove il mio vecchio io ingenuo vedeva dei combattenti per la libertà, mi fecero pazientemente capire che costoro non erano combattenti per la libertà, e che la resistenza non era resistenza.
E quando stupidamente notavo l'arroganza, l'oppressione e l'umiliazione, loro mi illuminarono benevolmente, in modo che potessi capire che l'arroganza non era arroganza, l'oppressione non era oppressione e l'umiliazione non era umiliazione.
Vidi miseria, razzismo, disumanità, e un campo di concentramento.
Ma loro mi dissero che loro erano esperti in miseria, razzismo, disumanità e campi di concentramento, e io mi sono fidato della loro parola: questa non era miseria, questo non era razzismo, non era disumanità, e non erano campi di concentramento.
Con il passare degli anni mi hanno insegnato così tante cose!
L'invasione non era un'invasione, l'occupazione non era occupazione, il colonialismo non era colonialismo, e l'apartheid non era apartheid!
Hanno aperto la mia mente semplice a verità ancora più difficili e complesse, che il mio povero cervello da solo non avrebbe potuto elaborare, come per esempio:
"avere armi atomiche" non significava "avere armi atomiche", e invece "non possedere armi di distruzione di massa" significava "possedere armi di distruzione di massa".
E, la democrazia, nella Striscia di Gaza, non era democrazia.
Invece avere cittadini di serie B (in Israele), era democrazia.
Perciò, mi scuserete se non mi sorprendo di imparare, oggi, che c'erano ancora altre cose che io pensavo fossero evidenti, e che invece non lo sono:
I pacifisti non sono pacifisti, la pirateria non è pirateria, e il massacro di gente disarmata non è il massacro di gente disarmata.
Ho un cervello così limitato, e la mia ignoranza è infinita.
E loro, cavoli, sono così intelligenti! Davvero.

Ghassan Hage
Professor of anthropology and social theory at the University of Melbourne.

mercoledì 28 aprile 2010

Chiesa e società civile-politica oggi in Italia

Ringrazio gli Amici Luciano e Paola per la segnalazione!

Ho sempre avuto disagio per il modo con cui normalmente si svolge il rapporto tra chiesa e società civile sul piano sia teorico che pratico.
Ultimamente il disagio è diventato acuto.
Ci sono tre aspetti intimamente connessi, relativi a questo tema, che mi piacerebbe discutere con amici:
1. il rapporto chiesa e società civile-politica oggi in Italia
2. la distinzione o meno tra legge personale e legge civile
3. il dialogo tra vertice e base ecclesiale
Le note di questo intervento sono piuttosto dense per evitare una estensione inopportuna. Ne risulta un certo impegno di lettura di cui i lettori mi scuseranno.

1. In pratica la Gerarchia (italiana, vaticana) sostiene l'attuale destra politica al potere.
Profluvi di leggi ad personam, attentati alla democrazia e alla tripartizione dei poteri su cui si fonda, ragnatele di comando che fanno impallidire quelle dell'antica DC, settarismo della comunicazione per lo strapotere mediatico, salottini sconci a spese dello stato, modi triviali di propaganda, bugie e voltafaccia sistematici, ostilità pregiudiziale verso gli immigrati...questi ed altri fatti della destra al potere sembrano non pesare gran che nel globale pronunciamento del Magistero. Eppure trascinano con sé tra l’altro un risvolto educativo preoccupante, perché sembrano comportamenti progressivamente acquisiti dal popolo come norma del governare.
Quali i motivi allora di tale sbilanciato sostegno del Magistero? Accediamo al secondo punto per una risposta plausibile.

2. Non entro in merito a possibili recondite seconde intenzioni.
Mi attengo alla motivazione circolante: la difesa dei valori primari umani nella legislazione civile.
La destra italiana attuale appare alleata in questa difesa.
Ripropongo un quesito tanto antico e ripetuto, quanto non debitamente affrontato: ho sempre il diritto e il dovere di imporre con legge civile i valori della mia coscienza personale anche a chi non li condivide?
Per qualcuno, sì; la coscienza personale e il trasferimento in legge civile andrebbero di pari passo.
Ho fatto attenzione, ma non ho finora trovato una fondazione accettabile di questa tesi.
Per altri, tra cui il sottoscritto, le due cose invece non vanno necessariamente di pari passo. Essi argomentano:
a. il bene comune talvolta richiede o almeno permette una legge civile diversa dall’obbligo personale. Così nello stato pontificio per lungo tempo il papa ha permesso le case di tolleranza perché riteneva che fossero un male minore rispetto alla libera prostituzione, pericolosa alla salute pubblica e praticamente sfuggente ogni proibizione legale; certo, la coscienza del Papa non approvava il commercio dei corpi!
b. la libertà dell'altro è un tesoro immenso da difendere strenuamente! Tesi non da dimostrare, è originaria della convivenza.
Il senso comune aggiunge però una limitativa: da difendere, sì; ma finché è possibile. E spesso non è possibile. Questa limitativa s'impone: ci sono casi in cui si può o si deve limitare la libertà altrui quando questa a sua volta fosse dannosa della libertà di altri.
Ma per i singoli casi la limitazione deve essere argomentata. E questo è il punto dolens.
Negli ultimi tempi, e recentemente prima delle elezioni regionali, ho rincorso invano tale argomentazione nei pronunciamenti del Magistero relativi alle cosiddette "materie eticamente sensibili" (aborto, fecondazione artificiale, testamento biologico…). Essi si rivolgono alla coscienza del cristiano legiferante esattamente come se si rivolgessero al cristiano nel suo comportamento personale.
Dovremmo forse concludere che il Magistero non condivide la distinzione tra legge personale e legge civile? cioè non condivide che la libertà dell’altro e certe condizioni di bene comune permettano nella legge civile un comportamento non consentito alla coscienza personale? Ritengo e spero non sia così.
Potremmo invece supporre in maniera più verosimile che il Magistero condivide la distinzione in linea di principio e però non la considera applicabile in alcuni casi come sarebbero le suddette materie eticamente sensibili. Allora dovrebbe precisare perché in questi casi il valore umano in gioco è tale da essere "non negoziabile", cioè deve essere trasferito perentoriamente in legge civile.
Il Papa al n. 83 del "Sacramentum caritatis" dice non negoziabili le "leggi naturali". Quali sono?
Oggi l'idea di "legge naturale" non è di facile e comune condivisione, almeno quanto alla sua conoscibilità. Ma poi anche quando una certa legge o una certa proibizione rispecchia il bene naturale universale, devo considerare e rispettare, finché è possibile, la libertà altrui. Che diritto ho d'imporre all'altro il compimento del suo bene?

3. Tra vertice e base ecclesiale quale dialogo intercorre oggi su quel novero delicato di questioni? E nella base stessa quale dialogo sugli interventi del Magistero? Silente obbedienza o silente disinteresse. E paura.
Non è certo così una comunità cristiana. Dobbiamo cambiare rotta. Facciamolo almeno prima che si amplifichi in maniera preoccupante l'apostasia silenziosa di quei cattolici che non si limitano a dire che il Magistero deve essere più cauto nell'imporre ai fedeli un comportamento civile-politico, deve discuterlo con la base ecclesiale, deve motivarlo. Eh! no. Essi non credono, o non credono più, "di principio", che il Magistero abbia il diritto di dettare alcunché alla coscienza del credente in ambito civile. Questo per me, credente-sacerdote, è grave. E dilagante!
Che ne pensano gli amici?

don Enrico De Capitani, parroco di S. M. Incoronata - Mi

giovedì 8 aprile 2010

Una voce fuori dal coro... finalmente!

Riporto di seguito l’intervista che Mons. Albert Rouet, uno dei vescovi francesi più aperti, ha rilasciato a Le Monde il 4 aprile. (da http://gruppogalilei.wordpress.com)
Arcivescovo di Poitiers, Mons. Albert Rouet è una delle figure più libere dell’episcopato francese. La sua opera J’aimerais vous dire(Bayard, 2009) è un best-seller nella sua categoria. Più di trentamila copie vendute e vincitore del premio 2010 dei lettori di La Procure, questo librointervista getta uno sguardo molto critico sulla Chiesa cattolica. In occasione della Pasqua, Mons. Rouet offre le proprie riflessioni sull’attualità e la sua diagnosi sulla Chiesa.

La chiesa cattolica è scossa da molti mesi per la rivelazione di scandali di pedofilia in parecchi paesi europei. Tutto questo l’ha sorpresa?
Vorrei anzitutto precisare una cosa: perché ci sia pedofilia sono necessarie due condizioni, una profonda perversione e un potere. Questo vuol dire che ogni sistema chiuso, idealizzato, sacralizzato è un pericolo. Quando una istituzione, compresa la Chiesa, si erge in posizione di diritto privato, si ritiene in posizione di forza, le derive finanziarie e sessuali diventano possibili. E’ quanto rivela l’attuale crisi e tutto questo ci obbliga a tornare all’Evangelo; la debolezza del Cristo è costitutiva del modo di essere Chiesa. In Francia, la Chiesa non ha più questo tipo di potere; questo spiega perché si sia di fronte a devianze individuali, gravi e detestabili, ma non si riscontra una sistematizzazione di questi casi.

- Queste rivelazioni sopraggiungono dopo parecchie crisi, che hanno segnato il pontificato di Benedetto XVI. Chi maltratta la Chiesa?
Da qualche tempo, la Chiesa è flagellata da tempeste, esterne ed interne. C’è un papa che è più un teorico che uno storico. E’ rimasto il professore che pensa che un problema, una volta impostato bene, è per metà risolto. Ma nella vita non succede così. Ci si imbatte nella complessità, nella resistenza della realtà. Lo si vede bene nelle nostre diocesi, si fa quello che si può! La Chiesa fa fatica a situarsi nel mondo tumultuoso nel quale si trova oggi. E’ il cuore del problema.
Oltre a questo, due cose mi colpiscono nella situazione attuale della Chiesa. Oggi, si constata un certo gelo della parola. Oramai, il minimo interrogativo sull’esegesi o sulla morale viene giudicato blasfemo. Interrogarsi non è più ritenuto una cosa ovvia, ed è un peccato. Parallelamente regna nella Chiesa un clima di sospetto malsano. L’istituzione si trova ad affrontare un centralismo romano, che si basa su di una rete di denunce. Certi gruppi passano il loro tempo a denunciare le posizioni di questo o quel vescovo, a fare dei dossier contro qualcuno, a tenere delle informazioni contro qualcun altro. E questi comportamenti si sono intensificati con internet.
Inoltre, noto una evoluzione della Chiesa parallela a quella della società. Questa vuole più sicurezza, più leggi, quella più identità, più decreti, più regolamenti. Ci si protegge, ci si rinchiude, è proprio il segno di un mondo chiuso, è catastrofico!
In generale, la Chiesa è uno specchio fedele della società. Ma, oggi, nella Chiesa, le pressioni identitarie sono particolarmente forti. C’è tutta una corrente, che riflette poco, che ha sposato un’identità rivendicativa. Dopo la pubblicazione di alcune caricature sulla stampa riguardanti la pedofilia nella Chiesa, ci sono state delle reazioni degne degli integralisti islamici sulle caricature di Maometto! A voler apparire offensivi, ci si squalifica.

- Il presidente della Conferenza episcopale (francese), Mons. André Vingt-Trois lo ha ripetuto a Lourdes il 26 marzo: la Chiesa francese è colpita dalla crisi delle vocazioni, dalla difficoltà della trasmissione della fede, dalla diluizione della presenza cristiana nella società. Come vive questa situazione?
Cerco di prendere atto che ci troviamo alla fine di un’epoca. Si è passati da un cristianesimo di abitudine, ad un cristianesimo di convinzione. Il cristianesimo è perdurato grazie al fatto di essersi riservato il monopolio della gestione del sacro e delle celebrazioni. Di fronte alle nuove religioni, alla secolarizzazione, le persone non fanno più riferimento a questo sacro. Pur tuttavia, possiamo dire che la farfalla è “più” o “meno” della crisalide? E’ un’altra cosa. Allora, non ragiono in termini di degenerazione o di abbandono: stiamo mutando. Bisogna misurare l’ampiezza di questa mutazione. Si prenda la mia diocesi: Settantanni fa contava ottocento preti. Oggi ne ha duecento, ma conta anche 45 diaconi e 10mila persone impegnate nelle 320 comunità locali che abbiamo creato quindici anni fa. E’ meglio. Bisogna arrestare la pastorale della SNCF (ndr.: ferrovie dello stato francesi). Bisogna chiudere delle linee e aprirne delle altre. Quando ci si adatta alle persone, al loro modo di vivere, ai loro orari, la frequenza aumenta, anche al catechismo! La Chiesa ha questa capacità di adattamento.

- In quale modo?
Non abbiamo più un personale per mantenere una suddivisione di 36000 parrocchie. O si considera che si tratta di una miseria da cui bisogna uscire ad ogni costo e allora si torna a sacralizzare il prete; oppure si inventa qualcosa d’altro. La povertà della Chiesa costituisce una provocazione per aprire nuove porte. La Chiesa deve appoggiarsi sul clero o sui battezzati? Per mio conto, penso che occorra dare fiducia ai laici e smetterla di funzionare sulla base di una organizzazione medievale. E’ un cambiamento fondamentale. E’ una sfida.

- La sfida presuppone l’apertura del sacerdozio agli uomini sposati?Sì e no! No, perché immaginate che domani io possa ordinare dieci uomini sposati, ne conosco, non è quello che manca. Ma non potrei pagarli. Quindi dovrebbero svolgere un altro lavoro e sarebbero disponibili solo nei fine settimana per i sacramenti. Allora si tornerebbe ad un’immagine cultuale del prete. Sarebbe una falsa modernità.
Invece, se si cambia il modo di esercitare il ministero, se la sua posizione nella comunità è diversa, allora sì che si può immaginare l’ordinazione di uomini sposati. Il prete non deve più essere il capo della sua parrocchia; deve sostenere i battezzati perché diventino degli adulti nella fede, formarli, impedire loro di ripiegarsi su se stessi.
Tocca a lui ricordare che si è cristiani per gli altri, non per sé; allora presiederà l’eucarestia come un gesto di fraternità. Se i laici resteranno dei minorenni, la Chiesa non sarà credibile. Deve parlare da adulto ad adulto.

- Lei ritiene che la parola della Chiesa non sia più adatta al mondo. Perché?Con la secolarizzazione, si sviluppa una “bolla spirituale” nella quale le parole fluttuano; a cominciare dalla parola “spirituale” che si può riferire più o meno a qualsiasi merce. Quindi è importante dare ai cristiani i mezzi per identificare e per esprimere gli elementi della loro fede. Non si tratta di ripetere una dottrina ufficiale ma di permettere loro di esprimere liberamente la propria adesione. È spesso il nostro modo di parlare che non funziona. Bisogna scendere dalla montagna, scendere in pianura, umilmente. Per far questo occorre un enorme lavoro di formazione. Perché la fede era diventata un qualcosa di cui non si parlava tra cristiani.

- Qual è la sua maggiore preoccupazione per la Chiesa?
Il pericolo è reale. La minaccia per la Chiesa è di diventare una sottocultura. La mia generazione teneva particolarmente all’inculturazione, all’immersione nella società. Oggi, il rischio è che i cristiani si rinchiudano tra di loro, semplicemente perché hanno l’impressione di essere di fronte a un mondo di incomprensione. Ma non è accusando la società di tutti i mali che si diventa luce per l’umanità. Al contrario, occorre un’immensa misericordia per questo mondo in cui milioni di persone muoiono di fame. Tocca a noi aprirci al mondo e tocca a noi renderci amabili.

martedì 6 aprile 2010

di Giorgio Bernardelli : Guardare in alto in cerca di pace

Una riflessione molto bella sul rapporto tra la Pasqua e la situazione di oggi. L'ha scritta Bradley Burston nella rubrica che tiene sul sito di Haaretz. È una riflessione sulla Gerusalemme di oggi alla luce del racconto dell'Esodo che ogni ebreo osservante rilegge nel Seder. da http://frammentivocalimo.blogspot.com/

«Abbiamo costruito questa città - scrive Burston -. L'abbiamo costruita nella libertà. Abbiamo costruito questa Gerusalemme, questa fede, questo popolo, sull'idea che Dio non può essere visto o toccato, che Dio non può essere costruito con le pietre, né distrutto dal fuoco, né proclamato da un popolo solo, né tradotto nel linguaggio delle mappe, né usato come una bomba per distruggere gli altri popoli, malignare le altre fedi o negare agli altri questa città.Abbiamo costruito questa città con coraggio. L'abbiamo costruita con quella fede che ci ha permesso di lasciare dietro le spalle la schiavitù, di lasciarci dietro tutto ciò che conoscevamo, per addentrarci in un mare in cui solo un miracolo poteva far sì che il muro d'acqua non cadesse su di noi facendoci annegare. E noi crediamo ancora in questa città, nonostante tutto il sangue e le tenebre e il tragico sacrificio dei figli, di fronte alle parole e ai gesti bestiali di coloro che pretendono di avere la licenza sul nome di Dio. Abbiamo costruito questa città, e dopo di noi i cristiani l'anno costruita, e dopo di loro i musulmani l'hanno costruita. Ma proprio questa fatica durata ormai tremila anni e quanto questoSeder ci insegna: alla fine sei Tu o Dio che hai costruito questa città. Non è nostra, come non è loro e nemmeno di quegli altri. È la città dell'Unico Dio che è tutto per noi. (...)».«Quest'anno a Gerusalemme, mentre riempiamo la quarta coppa, leggiamo in maniera diversa le parole del Seder. Sh'foch hamatcha - lasciamoci dietro alle spalle il nostro astio». «La persona liberata che è in noi è giustamente spaventata dal cammino verso una Gerusalemme condivisa. Quando questo nuovo mare si apre davanti a noi lasciando appena intravedere il cammino, vediamo anche le mura d'acqua da entrambe le parti che minacciano di cadere su di noi e di far affogare quanti non moriranno già schiacciati. E la spiaggia che vediamo sulla riva opposta non è la Città di Dio ma un luogo selvaggio». «Ma è solo la persona liberata dentro di noi che può compiere il primo passo in questo cammino incerto. E e avremo il coraggio di farlo, per la prima volta capiremo che cosa vuol dire essere liberi». «L'shana haba'ah B'Yerushalayim Ha'Bnuyah. L'anno prossimo in una Gerusalemme ricostruita». Credo che non esistano parole migliori per un augurio in questa Pasqua 2010/Pesach 5770.

lunedì 29 marzo 2010

La parte del prete (Pensieri pasquali)

Questa me l’ha raccontata mio nonno che di nome faceva Lucio Agostino, ma in paese tutti lo chiamavano Gustu; tanto che anche mio padre, quando nacqui io, si era dimenticato di Lucio ed all’anagrafe mi impose il nome di Agostino, Gustu appunto.
La vicenda risale ai primissimi anni del secolo scorso ed ovviamente non ne fui testimone: non ero ancora nato io e neppure i miei genitori. Ai tempi, soprattutto nei paesi, i partiti politici erano ancora sconosciuti alle masse che, come noto, ne prenderanno coscienza nel primo dopo/guerra. Non mancavano tuttavia fenomeni di dialettica piuttosto…vivaci, interpretati dalle confraternite religiose. Al paese ne esistevano due: la compagnia del “Santissimo Sacramento” e quella dei “Battuti”, detta anche della “Buona morte”, che avrebbe dovuto assistere i condannati a morte nel momento dell’esecuzione, ma, abolita la pena di morte, non aveva certo pensato a sciogliersi e si dedicava ai malati terminali, in agonia.
Va detto che il paese contava più di tremila abitanti (oggi si sono ridotti a meno di millecinquecento). Le confraternite contavano non meno di duecento confratelli ciascuna; inoltre tra parenti, sostenitori e simpatizzanti dell’una e dell’altra, tutto il paese ne era coinvolto e sostanzialmente spaccato a metà (metà con l’una, metà con l’altra). Dire che si guardavano in cagnesco, significa ricorrere ad un eufemismo; se dovessimo metterla sul sincero, dovremmo dire che si odiavano senza riserve e senza tregua, nel nome del rispettivo santo protettore. In certe occasioni però, erano obbligate ad incontrarsi: ad esempio nelle processioni che il paese celebrava con una certa regolarità e frequenza.
Nonostante i rapporti…conflittuali, le cose riuscivano sempre a comporsi, grazie alle regole ferree pattuite da sempre e sanzionate dall’autorità religiosa, il parroco. La regola stabiliva anche, ed in particolare, a chi spettava, di volta in volta, il posto d’onore: se la processione era quella del “Corpus Domini”, posto d’onore alla “Compagnia del Santissimo”, se era quella del giorno dei defunti, posto d’onore alla compagnia dei “Battuti”, (“Buona Morte”) e così via.
La cosa funzionava, ma l’equilibrio (lo si sentiva nell’aria) era precario: le regole, per quanto ferree, si possono sempre interpretare.
Il “casus belli” nacque per un’”imprudenza” proprio del Parroco: tipo intraprendente e sanguigno, nei primissimi anni del secolo, anche un po’ per fare dispetto ad un gruppetto di “anticristo” (i socialisti, s’intende) presenti pure nel paese, pensò di istituire la processione del “Venerdì santo”. Gli “anticristo” neanche se ne accorsero, ma i confratelli delle due fazioni si trovarono di fronte al fatto nuovo, non regolamentato: a chi la precedenza, a chi il posto d’onore?
Ne nacque un’inedita discussione…teologica: dico inedita, perché, per quanto poco ne possa capire, il motivo del dissenso non mi pare abbia a che fare con la teologia.
Argomentavano i confratelli del “Santissimo”. La processione porterà, in visita per le contrade del paese il Cristo morto, ma morto come uomo, perché, come Dio non può morire (avevano mandato a memoria il catechismo); ora noi siamo la compagnia del “Santissimo” che altri non è che Dio, presente nell’Eucarestia, quindi il posto d’onore spetta a noi.
Ribattevano i confratelli “Battuti”. Furbizie da “Garibuia”! (l’espressione era più colorita, ma ve la risparmio); il venerdì santo, Cristo muore e dunque il posto d’onore spetta a noi, compagnia della “Buona morte”. Il parroco aveva un bel richiamare i grandi principi evangelici della mansuetudine e dell’amore, dei primi che saranno gli ultimi e, viceversa degli ultimi diventati primi; i confratelli conoscevano a memoria il catechismo, ma si guardavano bene dal toccare la Bibbia, testo pericoloso, roba da luterani e protestanti!
Alla fine dovette decidere l’autorità, il parroco per l’appunto. E poiché la Compagnia del “Santissimo” aveva sede in Parrocchia, mentre quella dei “Battuti”,(“Buona morte”) aveva sede presso la Chiesa dell’oratorio di “S. Sebastiano” (a duecento metri circa dalla parrocchiale), il parroco prese parte per i confratelli della prima.
Apriti cielo: i capitolari (si chiamavano così i dodici capi delle confraternite) dei “Battuti”, riuniti d’urgenza, decisero, all’unanimità, in cinque minuti: sciopero! Avrebbero disertato la processione del “Venerdì santo”. Il priore, capo dei dodici, di nome Carlo, ma, in paese chiamato Carlottone (Carluton), ovviamente per la mole fisica ( 190 cm. di altezza ed un quintale di peso), si presentò all’autorità religiosa (il parroco) e fece formale comunicazione. Dopo uno scambio di cordiali, caritatevoli e colorite minacce i due si lasciarono, promettendosi una imminente “Filippi”.
Nel paese cominciarono le scaramucce, accompagnate da qualche “contatto fisico” fra le due fazioni, ma il bello sarebbe arrivato nel giro di pochi giorni.
Va precisato, per fedeltà di cronaca, che il “giovedì santo” e dunque, per quell’anno, giorno precedente la prevista processione, da tempo immemorabile, i confratelli “Battuti” si recavano in corteo, e solo loro, dalla Chiesa dell’oratorio alla parrocchiale; qui, alla presenza di tutto il paese (o quasi) recitavano a voce ben alta alcune preghiere e ad ogni “imprecazione” (si diceva così) in tono cantilenante chiedevano, per tre volte “misericordia, misericordia, misericordia!”. Alla fine il prete di turno predicava sul tema dell’infinita misericordia di Dio.
Anche quell’anno, l’appuntamento non venne annullato: lo sciopero riguardava solo la sera successiva. Il fatto è che terminate le invocazioni, il parroco, ormai in rotta coi “Battuti”, invece di proporre la misericordia di Dio attaccò una predica di accuse agli scioperanti del giorno appresso: la colpa loro era quella di aver sabotato la comunione ecclesiale e di aver turbato la pace pubblica. Seguirono parole di fuoco, un torrente, in crescendo, di attacchi ai poveri “Battuti”. Costoro che non sapevano neanche immaginare il ruolo di vittima, reagirono prontamente: Carlottone (Carluton) lanciò un’occhiata ai confratelli più giovani che erano piazzati in fondo alla Chiesa e, a cenni, ordinò loro di aprire le porte. Contemporaneamente si consultò coi colleghi capitolari, con breve movimento del capo, quindi afferrò il crocione che portava; di dimensioni notevoli, anche se non proprio paragonabile ai “Cristi” che parecchie Chiese di Liguria vantano ancora oggi, se usato per fini non compatibili con la devozione poteva produrre effetti interessanti. Carlottone, alto poco meno di due metri, puntò la sua croce in faccia al parroco che concionava con voce tonante: non ci fu contatto fisico, ma una pantomina ed una girandola davanti agli occhi del malcapitato prete che fece inorridire i fedeli presenti. Quindi il gruppo compatto dei “Battuti” (confratelli della “Buona morte) intonò, a voce spiegata il “Miserere”, un salmo composto da Davide per chiedere perdono delle sue malefatte, e con ordine, in processione, abbandonò la Chiesa. Frattanto tra i presenti si scatenò il pandemonio: tutti urlavano senza ritegno ed infine si passò alle mani, con interventi di fatto, tra i fautori delle opposte fazioni, mentre i “Battuti” ritornavano tranquilli alla Chiesa di S: Sebastiano.
La processione fu sospesa, poi soppressa e fu ripristinata solo molti anni dopo, quando la crisi delle Confraternite e la scomparsa di una di esse (non vi dirò quale), tolse ogni possibilità di contesa.
Mio nonno però mi aggiungeva alcune considerazioni sulla responsabilità dei preti che anziché predicare la parola di Dio si schierano nelle parti e nelle contese; diceva anche che il prete che si schiera con una parte in conflitto finisce sempre per allontanare i fedeli dalla Chiesa.
Dirò anche che un suo amico (di mio nonno) citava sempre la vicenda come un esempio dell’autonomia dei Laici; su questo credo di dover sorvolare per molte ragioni ed anche perché, da allora, di strada ne abbiamo fatto poca e spesso siamo andati piuttosto indietro.
Siamo a Pasqua e forse per questo, quanto vi ho narrato, potrebbe riuscire persino attuale.
Agostino Pietrasanta

mercoledì 24 marzo 2010

Italianistan

Salve, sono un cittadino dell' Italianistan.
Vivo a Milano 2, in un quartiere costruito dal Presidente del Consiglio.
Lavoro a Milano in un'azienda di cui è principale azionista il Presidente del Consiglio.
Anche l'assicurazione dell'auto con cui mi reco a lavoro è del Presidente del Consiglio, come del Presidente del Consiglio è l'assicurazione che gestisce la mia previdenza integrativa.
Mi fermo tutte le mattine a comprare il giornale di cui è proprietario il Presidente del Consiglio.
Quando devo andare in banca, vado in quella del Presidente del Consiglio.
Al pomeriggio, quando esco dal lavoro, vado a far la spesa in un ipermercato del Presidente del Consiglio, dove compro prodotti realizzati da aziende partecipate dal Presidente del Consiglio.
Alla sera, se decido di andare al cinema,vado in una sala del circuito di proprietà del Presidente del Consiglio, e guardo un film prodotto e distribuito da una società del Presidente del Consiglio: questi film godono anche di finanziamenti pubblici elargiti dal governo presieduto dal Presidente del Consiglio.
Se invece la sera rimango a casa, spesso guardo la TV del Presidente del Consiglio, con decoder prodotto da società del Presidente del Consiglio, dove i film realizzati da società del Presidente del Consiglio sono continuamente interrotti da spot realizzati dall'agenzia pubblicitaria del Presidente del Consiglio.
Seguo molto il calcio, e faccio il tifo per la squadra di cui il Presidente del Consiglio è proprietario.
Quando non guardo la TV del Presidente del Consiglio guardo la RAI, i cui dirigenti sono stati nominati dai parlamentari che il Presidente del Consiglio ha fatto eleggere.
Quando mi stufo navigo un po' in internet, con provider del Presidente del Consiglio.
Se però non ho proprio voglia di TV o di navigare in internet leggo un libro, la cui casa editrice è di proprietà del Presidente del Consiglio.
Naturalmente, come in tutti i paesi democratici e liberali, anche in Italianistan è il Presidente del Consiglio che predispone le leggi che vengono approvate da un Parlamento dove molti dei deputati della maggioranza sono dipendenti ed avvocati del Presidente del Consiglio, che governa nel mio esclusivo interesse, per fortuna!

PS.: Tutte le persone che leggono la presente comunicazione hanno l' obbligo civile e morale di trasmetterla ad almeno altre cinque persone: non sia mai che qualcuno lo votasse di nuovo...

mercoledì 17 marzo 2010

… per riveder le stelle del diritto

Propongo il Comunicato Stampa di Pax Christi, documento da leggere, meditare e assumere come impegno di lotta quotidiana...

Uscire dalla bolgia infernale per una cittadinanza responsabile


Il Consiglio Nazionale di Pax Christi è fortemente preoccupato della grave situazione del nostro Paese e si sente spronato ad una inderogabile azione comune per uscire da questo momento camminando sulle strade costituzionali della legalità, della giustizia e del diritto.

E' urgente uscire dalla bolgia di questi giorni difficili. “Per un paese solidale”-come ci chiedono con forza i Vescovi nel documento sul Mezzogiorno- è urgente uscire dalla bolgia di questi giorni, per un cambiamento radicale basato sulla "cultura del bene, della cittadinanza, del diritto, della buona amministrazione e della sana impresa nel rifiuto dell'illegalità".

E' urgente riprendere l'impegno a servizio del bene della nostra Italia condividendo le crescenti preoccupazioni di mons. Domenico Mogavero, Presidente del Consiglio della Conferenza episcopale italiana per gli Affari Giuridici, per il quale ''cambiare le regole del gioco mentre il gioco è in corso è un atto altamente scorretto''. Il pasticcio delle liste elettorali con relativo decreto “interpretativo”, l’introduzione del “legittimo impedimento”, il disprezzo delle regole, l’accusa reiterata da parte governativa dell’esistenza di complotti organizzati da chi dissente o dalla magistratura stanno esasperando una situazione già grave di pericolosa confusione che il presidente Napolitano chiama “una bolgia”, che nell’inferno dantesco è il luogo dei “fraudolenti”.

E' urgente dar voce a chi, come il Pontificio Consiglio dei Migranti, ha denunciato la grave valutazione del ritenere la tutela delle frontiere più importante della tutela della famiglia e dell’educazione dei minori. La voce di chi denuncia gli abusi e le speculazioni legate al terremoto in Abruzzo, la privatizzazione di alcuni beni vitali come l'acqua, i gravi problemi del mondo del lavoro, il rischio che venga cancellata la legge 185 sul controllo del commercio delle armi ci interpellano direttamente come cittadini e come credenti.

E' urgente allargare lo sguardo sui conflitti in atto, dall'Iraq alla Palestina, e partecipare all'opera di riconciliazione nazionale e liberazione sociale che, dal Salvador al Sudan, esigono autentiche “missioni nonviolente di pace”. Preoccupano particolarmente Pax Christi il silenzio sugli F35 assemblati a Novara e la nascita della “Difesa spa” che aggraveranno la corsa incontrollata al riarmo.

Per uscire a riveder le stelle del diritto con una cittadinanza attiva e responsabile, Pax Christi si convocherà in Assemblea Nazionale a Milano-Triuggio il 17-18 aprile, con la consapevolezza ben espressa dal tema “Nella mia città nessuno è straniero. Per una cittadinanza responsabile”

Il Consiglio Nazionale di Pax Christi, Firenze, 14 marzo 2010

Il Capo del Governo...

"Il capo del Governo si macchiò ripetutamente durante la sua carriera di delitti che, al cospetto di un popolo onesto, gli avrebbero meritato la condanna, la vergogna e la privazione di ogni autorità di governo. Perché il popolo tollerò e addirittura applaudì questi crimini? Una parte per insensibilità morale, una parte per astuzia, una parte per interesse e tornaconto personale. La maggioranza si rendeva naturalmente conto delle sue attività criminali, ma preferiva dare il suo voto al forte piuttosto che al giusto. Purtroppo il popolo italiano, se deve scegliere tra il dovere e il tornaconto, pur conoscendo quale sarebbe il suo dovere, sceglie sempre il tornaconto. Così un uomo mediocre, grossolano, di eloquenza volgare ma di facile effetto, è un perfetto esemplare dei suoi contemporanei. Presso un popolo onesto, sarebbe stato tutt'al più il leader di un partito di modesto seguito, un personaggio un po' ridicolo per le sue maniere, i suoi atteggiamenti, le sue manie di grandezza, offensivo per il buon senso della gente e causa del suo stile enfatico e impudico. In Italia è diventato il capo del governo. Ed è difficile trovare un più completo esempio italiano. Ammiratore della forza, venale, corruttibile e corrotto, cattolico senza credere in Dio, presuntuoso, vanitoso, fintamente bonario, buon padre di famiglia ma con numerose amanti, si serve di coloro che disprezza, si circonda di disonesti, di bugiardi, di inetti, di profittatori; mimo abile, e tale da fare effetto su un pubblico volgare, ma, come ogni mimo, senza un proprio carattere, si immagina sempre di essere il personaggio che vuole rappresentare."
Elsa Morante

*Qualunque cosa abbiate pensato, il testo, del 1945, si riferisce a Benito Mussolini...*

mercoledì 17 febbraio 2010

La fede strumentalizzata

Riprendo da http://www.cittafutura.al l'ottimo intervento - che ovviamente condivido totalmente! - di Gian Piero Armano.

Mi è capitato venerdì scorso (05/02) di seguire una trasmissione su una TV locale che aveva come titolo “Sicurezza ed immigrazione”. Sono intervenuti due ospiti, uno parlamentare e l'altro che aspira ad esserlo, entrambi appartenenti ad un partito che, da un lato, si erge a difensore dei valori cristiani e della Chiesa, ma dall'altro, strizza l'occhio al dio Po. Riguardo all'argomento della trasmissione poco si è detto, se non fare l'esaltazione del ministro dell'Interno in carica il quale, a dire dei due intervenuti, avrebbe ben operato promuovendo leggi severe nei confronti degli immigrati. Ma l'occasione si è rivelata molto ghiotta per fare della propaganda elettorale (ormai siamo vicini alle elezioni regionali). Dalle parole e dai concetti dei due intervenuti è emersa la volontà di sentirsi staccati dagli altri, specie se immigrati e diversi, richiamando la necessità di regole ferree per tenerli sotto controllo, regole che non servono per accogliere, ma per respingere.
Ma quello che, a mio avviso, ha destato più scalpore, è stato il tentativo di utilizzare il cristianesimo e la fedeltà alla Chiesa a sostegno delle loro argomentazioni. “Io sono cristiano praticante...”, “io sono d'accordo che la Chiesa intervenga nelle cose dello Stato...”, “io rispetto e difendo i valori cristiani... e vado a messa ogni domenica” e così via. Tali espressioni, più che confermare esperienze di fede, evidenziano la forza di una ideologia che discrimina, di una identità superiore che non considera le altre culture o le altre religioni. E' un modo di pensare e di parlare che falsifica il messaggio di Cristo che è amore, perdono, misericordia, salvezza, dialogo, accoglienza, universalità; è un modo che favorisce la discriminazione e la parzialità.
Questi atteggiamenti oggi sono pericolosi perché rischiano di strumentalizzare la fede in Gesù Cristo, utilizzandolo per finalità contrarie al suo messaggio. Sono segni di egoismo etnico, contrari ed ingiusti alla funzione del messaggio cristiano. Si tratta di una falsificazione che è più deleteria che la negazione, perché, usare Gesù Cristo, la Chiesa o le azioni religiose per interessi particolari, è più grave che dichiararsi ateo o indifferente. Inoltre far finta di onorare la gerarchia della Chiesa per ottenere qualche vantaggio elettorale, o corrompere i cristiani con queste false argomentazioni, è molto più immorale che essere critici nei confronti della Chiesa e delle sue prese di posizione. Una cosa è essere critici verso la Chiesa, ben altro è il tentativo di corromperla per raggiungere finalità che non la riguardano.
Cosa si può fare di fronte a simili atteggiamenti, proprio in questo periodo molto vicino alle elezioni regionali? Credo sia importante dare testimonianza dei valori indicati in Matteo 25,31-46: “...ho avuto fame... ho avuto sete... ero forestiero...”. Ciò vuol dire ribadire con forza che se si disprezza o non si accoglie lo straniero, il povero, l'ultimo è come disprezzare o non accogliere Gesù Cristo. Non serve proclamare “sono cristiano... sono praticante...”, non serve esporre simboli religiosi nei diversi luoghi: è molto più importante compiere opere di giustizia, di condivisione, di accoglienza verso chi è ultimo, come gli immigrati, perché, anche qui ci soccorre la parola evangelica: “...non chi dice: Signore, Signore... ma chi fa la volontà del Padre mio”. Le opere di giustizia, di condivisione, di accoglienza verso gli ultimi – e gli immigrati sono tra questi – sono i segni indicativi della forza del cristianesimo. Non altro.
E in linea con questo vorrei porre all'attenzione l'articolo di fondo del mensile di un gruppo di cristiani torinesi - “il foglio” n. 368 – che può aiutare a capire quali scelte si possono fare dal punto di vista sociale.
“A marzo eleggeremo il governatore del Piemonte e il nuovo Consiglio regionale. E' un'elezione amministrativa e per decidere per chi votare dovremmo valutare la politica svolta e i risultati ottenuti dall'attuale maggioranza, confrontare i vari programmi, informarci sui candidati dei diversi schieramenti. Siamo invece trascinati controvoglia a prendere posizione per difendere principi fondamentali di basilare convivenza civile che vediamo sempre più attaccati e minacciati. Un semplice esempio può far comprendere qual è la posta in gioco. Un candidato del PDL, consigliere uscente, ha scritto e pubblicizza un libro bianco sugli sprechi del governo Bresso; sulle radio locali si può ascoltare qual è il principale di questi sprechi: sono stati spesi 30 milioni di euro per aiutare zingari, extracomunitari, clandestini invece che ad anziani, bambini, disabili (evidentemente italiani).
Si badi bene: non si dice, come pure eventualmente si potrebbe fare, che le spese sono state eccessive o mal distribuite o clientelari, no, lo spreco è stato nel dare a stranieri quel che si doveva dare ai nostri. Nel distribuire gli aiuti l'errore è stato quello di seguire il solo criterio del grado di bisogno, mentre occorreva anche una discriminante 'xenofoba'. La logica alla base di questo ragionamento è evidente: gli esseri umani non sono tutti uguali, quelli che non sono nati sul territorio sono meno umani e perciò indegni di protezione e di difesa.
E che questo sarà il motivo di fondo della campagna elettorale della destra lo confermano le recenti critiche del leghista Calderoli all'arcivescovo di Milano, Tettamanzi, colpevole di chiedere gli stessi 'sprechi' della giunta Bresso.
Per guadagnare un pugno di voti, e la vittoria in Piemonte si gioca proprio su questo, non si ha nessuna remora nel sollecitare gli istinti più oscuri, i sentimenti più regressivi, gli interessi più gretti, i bisogni più disperati, che invece bisognerebbe contrastare e di cui ci si dovrebbe semmai vergognare, senza nemmeno preoccuparsi dell'imbarbarimento della nostra società che da ciò potrebbe conseguire.
Di fronte ad una campagna elettorale così impostata non si può tacere né sottovalutarne la gravità. La nostra reazione deve essere forte e smascherare la pericolosa ideologia su cui si basa, affinché tutti possano prendere posizione con cognizione di causa per contrastarla con vigore, perché sono in pericolo elementari valori di civiltà la cui perdita avrebbe conseguenze gravissime sulla convivenza civile nel nostro paese.
Il nostro popolo ha forse dimenticato quel che hanno dovuto subire i nostri nonni e i nostri bisnonni in giro per il mondo e quanto ci è costato dare ascolto in un passato non molto lontano a suggestioni di questo tipo?”.

venerdì 5 febbraio 2010

Liquidazione totale

Ho ascoltato parola per parola, con indignazione crescente, il discorso di Berlusconi alla Knesset, il parlamento israeliano. Più volte ha detto di parlare a nome di tutti gli italiani: mi dissocio! Certamente non parlava a nome mio e di tanti altri. Per pigrizia non ho scritto subito i miei pensieri. Poi ci ha pensato don Nandino Capovilla, che essendo più moderato di me, ha scritto il Comunicato stampa che ripropongo facendolo mio, con toni più pacati di quelli che avrei usato io.

Il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ha attuato ieri una liquidazione totale delle speranze di pace in Terra Santa. Una pesantissima banalizzazione del processo di pace e un'irrisione delle Nazioni Unite che rischiano di trascinare l'Italia fuori dal consesso dei Paesi e delle Istituzioni internazionali che tessono da anni il faticoso cammino della pace.
Affermando che è stato giusto il massacro su Gaza, ha liquidato il lavoro prezioso e oggettivo svolto dalle Nazioni Unite nel monitorare un inaudito massacro di civili, la distruzione di migliaia di case, scuole, ospedali attraverso l'uso di armi illegali. Possiamo ancora ritenerci parte degli organismi internazionali, in primis dell'Onu?
Asserendo di 'non aver visto' il Muro dell'apartheid che circonda Betlemme, ha vergognosamente liquidato il pronunciamento fatto nel 2004 dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite che ne ha condannato la costruzione evidenziandone le terribili conseguenze umanitarie. Può il Presidente del Consiglio arrivare a un livello così insopportabile di irresponsabilità?
Definendo più volte Israele come “Stato ebraico, libero e democratico”, ha liquidato quel milione e duecentomila cittadini dello Stato d'Israele, che ebrei non sono, e che vedono ogni giorno calpestati i loro diritti. Come proclamarsi insistentemente “amici di Israele” quando non lo si esorta ad essere veramente uno stato democratico?
Identificando come antisemita chiunque si opponga alla politica di occupazione, di umiliazione e di disprezzo di qualsiasi Risoluzione Onu da parte dello Stato d'Israele, ha liquidato e denigrato le sofferenze patite da migliaia e migliaia di palestinesi, in spregio a quanti, israeliani, palestinesi, uomini e donne di ogni Paese, si battono insieme alla ricerca di una pace giusta, fondata sul rispetto delle leggi internazionali.
Davvero non ci possono essere i saldi della pace.
Non si può raggiungere la meta della riconciliazione tra i popoli svendendo sul mercato una “pace economica”, la “pace del benessere”.

Don Nandino Capovilla
Coordinatore Nazionale di Pax Christi


Firenze, 4 febbraio 2010

lunedì 25 gennaio 2010

Migranti e rifugiati. Crocifissi di legno e crocifissi di carne

Comunicato del Consiglio Nazionale di Pax Christi

Sentiamo il rischio delle parole. Delle parole già dette, ripetute, scontate, di circostanza. Parole come vuoti a perdere di retorica. E tuttavia sentiamo il dovere della parola. La parola che chiama “persona” ogni essere umano. Chiama persona – e non “negro”– anche l’immigrato. Di questa parola chiara, inequivocabile, sentiamo il bisogno, l’urgenza, la verità, per non cadere nei tranelli dei falsari, nella trappola dei demagoghi, nella rete dei complici.
“Bisogna ripartire dal cuore del problema! Dal significato della persona! Un immigrato è un essere umano, differente per provenienza, cultura e tradizioni, ma è una persona da rispettare e aiutare, in particolare nel lavoro, dove è più facile lo sfruttamento” (Benedetto XVI, Angelus del 10 gennaio).
Meditando queste parole proprio nella giornata del migrante e del rifugiato, intendiamo ribadire la necessità e l’urgenza di non infangare il nome, il volto, la dignità del povero, dello straniero, del clandestino. Si è seminato per tanto tempo il vento del sospetto e del disprezzo per chi proviene dal sud e dall’est, alimentando con foga in ogni circostanza la “caccia all’untore”, e ora si raccoglie la tempesta di “una guerra tra poveri dove a soccombere è il più povero, cioè l’immigrato” (mons. Bruno Schettino).
Si rivendicano con orgoglio radici cristiane e si difendono crocifissi di legno, ma si rinnegano poi le radici evangeliche e spesso si respingono con disprezzo i crocifissi di carne. Si dice che “siamo stati troppo tolleranti con i clandestini” di Rosarno, senza che ci si renda conto che quei clandestini erano in gran parte immigrati con regolare permesso di soggiorno. Non ci si accorge invece che siamo troppo tolleranti con i nostri concittadini regolarmente sfruttatori del lavoro nero e con quei personaggi di casa nostra che alimentano traffici e interessi di “cosa nostra”. Il pericolo è quello di scivolare nuovamente nella follia fratricida, che può spingere ad una spirale di violenza senza limiti.
Il sonno della ragione genera mostri. Il “sonno” dei politici può generare violenza. Il “sonno” dei credenti può generare disperazione.
Perciò intendiamo rivolgere un appello a tutti.
Ai cittadini, soprattutto agli uomini di cultura, perché manifestino un sussulto di indignazione e di disgusto per l’eclissi di umanità, l’oscuramento della coscienza civile e la latitanza di pensiero critico che da tempo ormai si respirano nel nostro Paese, e valorizzino le esperienze positive di umanità conviviale e di intelligenza politica e culturale.
Ai politici, perché si lascino risvegliare dal grido di rabbia, di dolore e di paura che sale dai tuguri della miseria nera, dai campi minati delle mafie, dalle fabbriche sempre più deserte e segnate da tante “morti bianche”. Si decidano a perseguire con lungimiranza progetti di pace e di giustizia, di salvaguardia dell’ambiente in uno spirito di solidarietà globale estesa a tutti e in ogni direzione, ripartendo dai principi fondamentali della nostra Costituzione e dalla Dichiarazione universale dei diritti umani, facendo tesoro dell’impegno e della passione civile e morale di tanti nostri connazionali.
Ai nostri fratelli di fede, a tutti i credenti in Cristo e a tutte le comunità, proprio nella settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, perché facciano vibrare le corde più profonde del loro cuore con la stessa intensità profetica di Cristo che è presente nel volto del forestiero e del piccolo. “E come non considerare tra i più piccoli anche i minori migranti e rifugiati? Gesù stesso da bambino ha vissuto l’esperienza del migrante per sfuggire alle minacce di Erode” (dal messaggio di Benedetto XVI per la Giornata del migrante 2010).
Torniamo a gridare il Vangelo dal tetto dei nostri pulpiti e dei nostri mezzi di comunicazione. Ritorniamo al Concilio, al recente magistero sociale della Chiesa e ai ripetuti interventi di Benedetto XVI sull’accoglienza e sul necessario rispetto dei diritti umani per tutti. Testimoniamo la nostra coerenza con scelte di campo e stili di vita che ci pongano come compagni di viaggio accanto agli ultimi, agli invisibili, ai dannati della terra, agli umiliati e offesi, a tutti coloro che vengono discriminati, usati e non riconosciuti come figli dell’unico Padre, fratelli nell’unica famiglia!
È nella nonviolenza evangelica che potremo ritrovare la strada di una giusta e civile convivialità delle differenze. È nel rispetto accogliente di ogni volto umano che ritroveremo anche la luce e la bellezza del volto di Dio.

venerdì 8 gennaio 2010

Pellegrinaggio in Palestina


Ho notato che molti visitatori si informano a proposito del viaggio - pellegrinaggio in Terrasanta da diverse parti d'Italia.
Preciso allora che il viaggio è aperto a tutti, non è riservato agli alessandrini; anche gli anni scorsi hanno partecipato persone di altre parti d'Italia. Basta telefonare al numero indicato sul programma per avere delucidazioni e informazioni ulteriori, oppure inviare un'email a walter.fiocchi@tin.it