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"La coscienza del cristiano è impegnata a proiettare nella sfera civile i valori del Vangelo" ____________________________________________________________________________________________________________________

giovedì 26 novembre 2009

Il chierichetto e il Padre predicatore

Da ragazzino facevo il chierichetto; servivo la messa e numerose altre celebrazioni liturgiche. Il mestiere era praticato, almeno al mio paese, da circa l’ottanta per cento della popolazione maschile della mia età, le ragazze erano rigidamente escluse. Non erano però esclusi neppure i figli (maschi, s’intende) di coloro che per effetto del decreto del S.Ufficio del 1949 sui comunisti, non avrebbero potuto ricevere i sacramenti, ma che in pratica, raramente venivano privati della comunione dai loro parroci; ed il mio parroco era, sullo specifico, di manica larga, né mi risulta che sia incorso nelle sanzioni canoniche che oggi, in alcune diocesi, abbondano.
Il risultato era inevitabile: eravamo una bella schiera, sempre pronti a truffare le ostie disposte per la consacrazione ed a mangiarne in gran quantità, annaffiandole con un gustoso moscato che avrebbe dovuto servire per la messa: il sacrestano aveva un bel da fare ad aggiungere vino nelle ampolline (si chiamano così le minute bottigliette che lo contengono), all’ora della messa il vino non c’era mai e noi ci presentavamo al “servizio” con un punta di spensierata allegria.
Ora è ben noto: l’anzianità fa grado e quando un mio cugino ed io, dalle elementari siamo passati a frequentare le medie (allora non certo obbligatorie: eravamo nel 1951), abbiamo preteso la leadership del gruppo. Non ci fu contestata, ma i patti comportavano che a maggior autorità corrispondesse maggiore impegno; così i servizi più gravosi gravavano su noi due.
Avvenne che, in corrispondenza con l’anno giubilare (celebrato a Roma nel 1950 e ripetuto nelle parrocchie nel 1951), fu organizzata una missione parrocchiale con la presenza di cinque frati cappuccini. Tra le altre iniziative era prevista una messa per le 6 (le sei del mattino!), per le ragazze dai diciotto ai trent’anni, fidanzate, giovani spose o in attesa (non so quanto preoccupata) del principe azzurro. Ovviamente il parroco, per il servizio, si rivolse a me ed a mio cugino: chi sta sopra lo stia per servire!
Dieci minuti prima dell’ora stabilita, mentre vestivamo la talare con la cotta di rigorosa ordinanza, assistemmo ad una vivace polemica tra il parroco ed il frate che doveva celebrare la messa e fare la predica alle fanciulle che già affollavano la chiesa, ciondolando per il sonno. Il problema nasceva dal fatto che il cappuccino non voleva ammettere la nostra presenza, mentre il parroco gli faceva osservare che difficilmente avremmo potuto servire messa, senza rimanere in chiesa. Alla fine il compromesso: saremmo rimasti, ma durante la predica saremmo dovuti uscire, avrebbe poi provveduto il parroco a richiamarci al momento opportuno. Noi, che non avevamo mai ascoltato una predica, fummo presi da un’insolita curiosità: perché non potevamo ascoltare?quale segreto era da custodire nelle parole che il buon frate avrebbe rivolto alle ragazze?
Va detto che accanto e a fianco dell’altare, era posta una nicchia che conteneva una statua della madonna assunta in cielo; nicchia di buone proporzioni con una cupoletta, la cui parte concava era interna alla chiesa, ma quella convessa andava a modificare, sopra la soffitta, il pavimento della sede dell’oratorio di Azione cattolica, in allora anche sede della D.C. (democrazia cristiana, alla faccia della laicità della politica). Sulla curvatura convessa avevamo, da tempo, notato una grata (forse uno sfiatatoio?) dalla quale si sentiva benissimo, meglio che non avvenisse in chiesa, ciò che si diceva all’altare e noi ne approfittavamo: quando veniva l’ora di correre al servizio di chierichetto (dalla grata controllavamo), mollavamo il biliardo o altri simili diporti e correvamo al nostro dovere, pena qualche rimbrotto, peraltro sempre bonario del parroco.
Quella volta però la grata servì a ben diverso scopo; poteva essere usata, in contemporanea, da tre persone e noi eravamo in due. Non ci perdemmo una parola di una predica da manuale. Con voce stentorea, inflessioni urlate, ben intenzionate ad incutere spavento, il predicatore continuò, per più di mezz’ora a richiamare l’importanza della purezza, della verginità prematrimoniale, ma anche della castità sponsale (disse proprio così: non capivamo, ma mandavamo a mente senza problemi): stessero le giovani virtuose sempre lontane da ogni tentazione ed anche (e soprattutto) le fidanzate non permettessero mai confidenze ed intimità di qualunque tipo da parte dei loro amici maschi, sicuramente sempre pronti all’attacco. I risultati dell’improvvida eventuale accondiscendenza, oltre ad indurre malattia e disonore, avrebbero condotto di sicuro, alle fiamme infernali.
Terminata la predica, non ci fu bisogno che il parroco ci richiamasse; ci catapultammo in chiesa un po’ storditi ed un po’ curiosi. Dalla grata non potevamo vedere le fanciulle oggetto della reprimenda; appena entrati osservammo una scena curiosissima: le giovincelle, prima addormentate si scambiavano sguardi di malizia, occhiate divertite, sorrisi di chiara allusione. Sentimmo anche il parroco che diceva al suo vicario (si diceva vice/parroco): se prima non ci pensavano neppure adesso lo faranno. Non capimmo e continuammo a servire messa.
Alla fine, come al solito, quando affrontavamo un turno tanto scomodo, andammo in canonica, invitati per la colazione, mentre il parroco stava battibeccando (ma non sentimmo cosa si dicevano) col santo frate. Poco dopo, mentre la perpetua, una compita signora che di nome faceva Domitilla, ci versava latte e cioccolato, il parroco con la sua solita espressione burbera ci redarguì: avete ascoltato bene tutto? Funziona la sfiatatoio? Incassammo e continuammo a consumare la nostra insolita, quanto ricca colazione.
A me però è sempre rimasto impresso il giudizio del mio parroco di allora: se prima non ci pensavano nemmeno, ora lo faranno. Ed ora che capisco (?!) un pochettino di più, la condivido pienamente: la condivido quando ascolto le ripetute condanne della chiesa, i suoi ripetuti rifiuti di aprire le sue porte alla fragilità dell’uomo, le sue esclusioni tanto ribadite quanto inefficaci.
Mi ha colpito ad esempio che un vescovo ritenga di dover rendere pubblica l’esclusione di un Kennedy dall’eucarestia, per la sua politica in tema di aborto. Mi chiedo: è proprio necessario? Siamo tutti convinti che l’aborto non può essere ammesso, che i cattolici impegnati in politica debbono fare il possibile (la politica non può fare di più) perché il fenomeno venga contenuto, perché la vita sia difesa in ogni caso; lo sappiamo bene! Bisogna proprio ripeterlo, con l’espressione della condanna e col rischio di riaprire dei fronti di scontro politico dai dubbi risultati, in presenza di opinioni prevalentemente laiciste tanto a destra, quanto a sinistra? E non vogliamo proprio affidare il difficile compito della mediazione possibile ai laici, perché possano puntare al massimo di bene rispetto ad un valore che conoscono benissimo ed in cui credono?
Benedetta autonomia dei laici! Araba fenice: che ci sia ognun lo dice, dove stia nessun lo sa!
Agostino Pietrasanta

lunedì 23 novembre 2009

Venti anni di Intifada: radiografia del massacro

Riprendo da L'Unità di oggi (http://www.unita.it/news/mondo/91655/venti_anni_di_intifada_radiografia_del_massacro) questo illuminante bilancio di di Umberto De Giovannangeli. Almeno per rompere il silenzio tombale caduto in Italia e nel mondo sul conflitto israelo-palestinese...

Bilancio di un conflitto lungo venti anni. Gli anni della prima e della seconda Intifada. Bilancio di sangue. Astilarlo è B’Tselem, la più autorevole associazione israeliana per i diritti umani. Secondo il rapporto il conflitto israelo-palestinese ha fatto almeno 8.900 morti in due decenni, la gran parte dei quali erano palestinesi. I militari israeliani hanno ucciso 7.398 palestinesi, tra i quali 1.537 minori, sia in Israele che nei Territori occupati; i palestinesi, dal canto loro, hanno ucciso 1.483 israeliani, tra i quali 139 minori. Questi anni sono stati contrassegnati dalla prima Intifada (1987-1993), dalla seconda Intifada che è iniziata nel 2001 e dall’offensiva «Piombo fuso » di Israele contro la Striscia di Gaza.

BILANCIO DI SANGUE
Il 2009 è stato l’anno più sanguinoso con la morte di 1.433 palestinesi, di cui 315 minori, quasi tutti uccisi nel corso dell’operazione «Piombo fuso» (27 dicembre 2008 - 18 gennaio 2009). B’Tselem ha valutato che sono stati 1.387 (di cui 320 minori e 111 donne) i palestinesi uccisi in tre settimane. Il 1999 è stato l’anno meno sanguinoso per i palestinesi (8 morti) B’Tselem precisa che tra le vittime israeliane 488 erano membri della polizia o dell’esercito, le altre 995 sono state uccise in seguito agli attentati in Israele o nei territori occupati. Per Israele l’anno più duro è stato il 2002 con 420 morti e il 1999 il meno violento (4 morti). 335 i palestinesi agli arresti amministrativi senza processo (contro 1.794 nel 1989).

DEMOLIZIONI
Nel corso di questi 20 anni le autorità israeliane hanno demolito, sia perché erano state costruite senza permesso, sia per infliggere una misura punitiva alle famiglie degli attentatori 4.300 case palestinesi in Cisgiordania, in particolare a Gerusalemme est, così come nella Striscia di Gaza fino all’evacuazione di Israele nel 2005. In più, B’Tselem stima che 6.240 case siano state distrutte nel corso dell’operazione militare nella Striscia di Gaza (3.540 solo nell’operazione «Piombo fuso »). Se si abbraccia un arco di tempo più lungo, dal 1967 al 2008, le case palestinesi demolite sono state 24.125. In 20 anni il numero di israeliani che vivono in Cisgiordania o a Gerusalemme est è triplicato per arrivare a 500.000, secondo le cifre ufficiali riprese da B’Tselem.

SEGREGAZIONE
Il rapporto spiega che la città di Hebron è sottoposta˘alla distruzione delle fonti di reddito a causa delle restrizioni alla libertà di movimento imposte dall’esercito israeliano, in particolare dopo lo scoppio della seconda Intifada. Tali restrizioni comprendono il divieto totale di camminare o viaggiare sulle strade principale della città, la chiusura dei negozi in base a un decreto militare. Nel rapporto si sottolinea che la città di Hebron, in Cisgiordania, vive «una politica di segregazione su base razziale». Nelle aree vicino alle case dei coloni, le autorità di occupazione hanno costretto i cittadini palestinesi a evacuare più di 1014 unità abitative, cioè, il 41,9% del totale delle case della zona. Dal settembre 2000 fino ad oggi, rileva B’Tselem, «i palestinesi sono stati cacciati via da più di 1000 appartamenti e 1829 negozi commerciali nel centro di Hebron, a seguito delle pressioni praticate dall’esercito di occupazione israeliana, dalla polizia e dai coloni».

CHIUSURE E BLOCCHI
Ampio spazio è dato poi nel rapporto agli effetti deleteri per la popolazione palestinese causati dal blocco della Striscia di Gaza e dalla costruzione della barriera di separazione: entrambi stanno provocando gravi sofferenze ai civili. Nella Striscia di Gaza, inoltre, la disoccupazione ha ormai toccato il 50 per cento, e il 79 per cento delle famiglie vive sotto la soglia di povertà. Senza contare la penuria di elettricità e acqua potabile (sono 228 mila le persone che non vi hanno accesso in Cisgiordania), con gravi conseguenze anche sulla salute. Atutto questo si aggiungano le restrizioni nei movimenti, con l’installazione di decine di check-point (18 nella sola Hebron), e il divieto assoluto di transito per i palestinesi lungo 137 chilometri di strade.

sabato 14 novembre 2009

Ora di Islam nella scuola?

La proposta di introdurre nelle scuole italiane, pubbliche e private, un’ora di religione islamica, alternativa a quella cattolica, per gli alunni di fede musulmana, non ha fatto breccia né nella politica né nella Chiesa… In verità, la proposta ha subito ricevuto un sì autorevole nel mondo cattolico, quello del presidente del Pontificio Consiglio per la Giustizia e la Pace, card. Renato Martino: «A meno che gli islamici non scelgano di convertirsi al cristianesimo – perché la libertà di religione è un principio sancito dalla Dichiarazione dei diritti dell’uomo – se scelgono di conservare la loro religione hanno diritto ad istruirsi nella loro religione. Con i debiti “controlli”, inoltre, l’insegnamento nelle scuole eviterebbe che i giovani di religione islamica finiscano nel radicalismo». Sulla stessa linea il card. Georges Cottier, secondo il quale “per milioni di immigrati la conoscenza è antidoto al fondamentalismo”. D’altra parte, in passato, aveva manifestato una posizione di apertura nei confronti della medesima problematica lo stesso Benedetto XVI, quando il dibattito aveva coinvolto il suo paese natale, la Germania. In un’intervista del ’99 l’allora cardinal Ratzinger specificava che le organizzazioni islamiche richiedenti quell’insegnamento avrebbero dovuto attestare “una piena adesione alla Costituzione” tedesca e dare garanzie che non venisse a realizzarsi “un indottrinamento ma un’informazione equilibrata e oggettiva sull’Islam” (e in effetti in alcuni Länder tedeschi l’insegnamento è stato poi sperimentato secondo questi principi).
Il mondo politico con argomentazioni più o meno etnocentriche e difensive dell’identità cristiana, ha bollato la proposta come espressione di un “malinteso pluralismo culturale”. Una secca smentita delle posizioni del card. Martino è invece giunta dal presidente della Cei, card. Bagnasco: «L’ora di religione cattolica nelle scuole di Stato si giustifica in base all’articolo 9 del Concordato, in quanto essa è parte integrante della nostra storia e della nostra cultura. Pertanto, la conoscenza del fatto religioso cattolico è condizione indispensabile per la comprensione della nostra cultura e per una convivenza più consapevole e responsabile. Non si configura, quindi, come una catechesi confessionale, ma come una disciplina culturale nel quadro delle finalità della scuola. Non mi pare che l’ora di religione ipotizzata corrisponda a questa ragionevole e riconosciuta motivazione». Dichiarazione formalmente ineccepibile; io stesso ho in più occasioni difeso la “necessità” dell’insegnamento della religione cattolica nella scuola e continuo a difenderlo, anche se non ritengo corretto porlo in maniera esclusiva. Condivido quanto ha scritto Franco Monaco: «La questione, di portata epocale, dell’immigrazione e, segnatamente, le politiche tese all’integrazione dentro una società multiculturale e multireligiosa sono un terreno singolarmente congeniale a un confronto che trascenda gli schieramenti. Nello specifico, la proposta ha il merito di riaprire una discussione su tre problemi di rilievo tra loro connessi: come fare i conti con la società multireligiosa; come svolgere in concreto l’idea di una “laicità positiva e del confronto”, che muova cioè dalla convinzione che le religioni rappresentano una risorsa più che un problema per la vita culturale e civile; come ovviare al problema – sostanzialmente negletto – degli studenti che non si avvalgono dell’insegnamento della religione cattolica e che spesso se ne stanno in oziosi o se ne tornano a casa».
Se la proposta è politicamente impraticabile, al momento attuale credo urgente e importante aprire un dibattito culturale, libero da logiche di parte e da rigidità ideologiche, per ripensare l’intero assetto scolastico del discorso religioso; e intanto, nei prevedibili tempi lunghi di attivazione di una nuova e adeguata risposta della scuola alla “domanda religiosa” della società, qualificare l’attuale offerta scolastica in materia.
Intanto poiché le attività scolastiche per i “non avvalentisi” dovrebbero avere attinenza all’area etico-religiosa, potrebbero proporre, quale oggetto di studio, la religione islamica o/e la religione ebraica o/e un’etica sociale… Sicché, la proposta di un’ora facoltativa di religione islamica potrebbe, in primo luogo, contribuire a coprire “l’ora del vuoto” come è stata definita l’ora alternativa. Si tratterebbe di un’ora rivolta non solo agli eventuali studenti musulmani ma anche ai “non avvalentisi”, che potrebbero scegliere tra le varie opportunità offerte dalla scuola. Capisco che una difficoltà nascerebbe dallo statuto stesso di queste religioni “teocratiche”, nelle quali è faticoso distinguere il sapere dal credere, la religione dalla fede. Se fa difficoltà per la scuola la “confessionalità” della religione cattolica (che però riconosce la laicità delle istituzioni pubbliche), a maggior ragione diventa incompatibile una religione che si identifica con la propria fede. Ma, poi, perché offrire questo necessario approfondimento culturale solo ai “non avvalentesi”?
La provocazione della proposta va allora accolta per aprire un cantiere di riflessione e di rielaborazione dell’intero assetto del discorso religioso nella scuola. Penso che non risponda alle attese di una educazione interculturale l’attivazione di tante “ore” quante sono le religioni professate nella società, tantomeno se destinate, ciascuna, ai fedeli di quelle religioni. Ma nello stesso tempo penso che il diritto di scelta educativa rivendicato per i cattolici debba valere anche per chi cattolico non è, secondo i principi della nostra Costituzione. Ma selezionare gli studenti sulla base della loro anagrafe confessionale, creerebbe e aumenterebbe non l’integrazione ma la ghettizzazione delle diverse appartenenze religiose; le materie di studio, anche quelle religiose, vanno offerte a tutti gli studenti e devono rientrare pienamente nel curricolo scolastico di ciascuno. La moltiplicazione degli insegnamenti confessionali – l’ora islamica oggi, poi quella ortodossa e così via – confermerebbe la tesi che alla religione va riservato un insegnamento particolare e, per di più, mantenuto all’interno dei recinti confessionali; ciò non favorirebbe la reciproca conoscenza, il dialogo tra le fedi e le culture diverse. In questa prospettiva si pone la proposta di attivazione autonoma, da parte della scuola, di un corso curricolare di cultura interreligiosa per tutti declinato sulle tre religioni, ebraica, cristiana, islamica, da articolare su base storico-comparata e con impianto fenomenologico-ermeneutico.
Mi sembra perciò decisamente più persuasiva, e soprattutto più conforme allo statuto ideale di una scuola pubblica compiutamente formativa, l’idea – avanzata vent’anni or sono da Pietro Scoppola e Luciano Pazzaglia, ripresa di recente da Massimo Cacciari – di un insegnamento aconfessionale di cultura religiosa obbligatorio per tutti naturalmente affidato a insegnanti vincitori di regolare concorso pubblico. Non è impossibile mettere a fuoco contenuti e metodi di una tale disciplina, che certamente dovrebbe privilegiare le grandi religioni monoteiste così decisive nel forgiare la civiltà occidentale. Sarebbe altresì uno stimolo a reintrodurre lo studio della teologia e delle scienze religiose nelle università pubbliche, presenza che si è interrotta all’inizio del secolo scorso. A fondamento di tale “terza via” sta il convincimento che il vero, grande problema che ci affligge è l’analfabetismo religioso, l’ignoranza dei grandi Libri sacri. Si attesterebbe, per questa via, la rilevanza delle religioni nella cultura e dunque nella formazione culturale delle nuove generazioni. Ci si porrebbe al riparo dell’insidia dello slittamento di insegnamenti confessionali nella direzione impropria dell’indottrinamento e del proselitismo. Conosco le resistenze della Chiesa di fronte a tale ipotesi. Ma oggi la società multireligiosa è già una realtà. Con le opportunità e i problemi, anche pastorali, che essa porta con sé. Condivido l’auspicio di Franco Monaco: «La Chiesa farebbe bene a rifletterci e a raccogliere positivamente la sfida. Senza timori. Essa ha i mezzi e la forza per farlo. Nessun altra istituzione dispone delle sue risorse umane, culturali, organizzative per forgiare gli insegnanti. Il Concordato è uno strumento e non un fine e, nel suo preambolo, che ne fissa l’ispirazione di fondo, sta scritto che Stato e Chiesa si impegnano a cooperare per la promozione della persona e il bene del paese. In questo caso, il bene della scuola, della cultura, dell’integrazione socio-culturale». dwf

lunedì 9 novembre 2009

Dialogo sul Crocifisso

Riprendo dal blog di Sandro Magister http://magister.blogautore.espresso.repubblica.it/2009/11/04/effetto-valanga-col-croficisso-via-anche-le-chiese-bach-leonardo-da-vinci/ questo "simpatico" dialogo sulla sentenza anti-crocifisso della corte europea dei diritti dell’uomo che ha seminato scompiglio nelle scuole italiane.
Ecco qui di seguito come se ne è discusso in un consiglio d’istituto di un non precisato liceo romano. I personaggi:
P: preside,
PA: professore di storia dell’arte,
PM: professore di musica,
PF: professore di filosofia.
*
P: Oggi è venuta a trovarmi la madre di un allievo, un po’ agitata. Mi ha detto che si rifiuta di mandare il figlio a visitare la piazza e la basilica di San Pietro la prossima settimana. Ha sentito della sentenza della corte europea dei diritti dell’uomo sul crocifisso e sostiene che questa visita sarebbe un condizionamento religioso emotivamente troppo forte per un quindicenne.

PA: Me se devo dare il compito in classe sul Bernini!

P: Io però non voglio prendermi esposti, denunce, eccetera. Ho già troppe gatte da pelare!

PA: Ho capito, ma allora dove li porto i ragazzi? Al Pantheon?

P: Magari. E insisti sul fatto che è una prodigiosa dimostrazione del genio architettonico dei romani.

PA: È vero, ma devo pure far cogliere i motivi di continuità con i successivi sviluppi cristiani, dovrò pure dire che nel VII secolo il Pantheon è stato trasformato in una chiesa, Santa Maria ad Martyres.

P: Ci risiamo! Voglio una visita neutrale, non religiosa!

PA: Ma che significa? Qui tutto ricorda il cristianesimo! Allora stiamocene chiusi in aula e lasciamo perdere! E poi i ragazzi avranno pure diritto a essere istruiti, a sapere.

P: Ma il diritto di chi non vuole subire la non richiesta ostensione di simboli religiosi prevale.

PA: Ah sì? E perché non se ne sta a casa lui, allora?

P: Collega, ma cosa dici? Un diritto è un diritto!

PM (interrompe con ansia): Scusami, preside, ma io domani farò ascoltare Bach: la Messa in si minore.

P: Mamma mia, per carità!

PM: Come “per carità”? È un capolavoro sommo!

P: Ma è una Messa!

PM: E che significa? L’sutore non era neppure cattolico!

P: Era protestante. Sempre cristiano era. Scegli qualcosa di più tranquillo, vai sul Novecento, a Stravinskij.

PM: Bene. Farò ascoltare “Sinfonia di Salmi”.

P: Ma sei un fissato! Metti la “Sagra della primavera”, quella sì, è sufficientemente pagana, non disturba nessuno, ci si può fare pure una lezione di antropologia culturale. E comunque, se proprio devi fare un po’ di Bach, non insistere troppo sul cristianesimo.

PM: Ma se scriveva “Soli Deo Gloria” in calce alle sue composizioni!

P: Ma mica siamo al Conservatorio, che importa agli allievi di questi dettagli?

PM: Pensa che volevamo fare col collega di filosofia un’ora interdisciplinare sull’estetica nel pensiero religioso del Novecento, sull’influsso di Bach e Mozart su von Balthasar e…

P (irato): Ma siamo matti! La teologia si fa nell’ora di religione per chi la chiede, e basta! Mi vuoi rovinare?

PF: Preside, ma cosa dici! Posso parlar bene di Agostino, o no?

P: Ma sì, digli che ad Agostino tutto il pensiero moderno deve molto, anche l’ermeneutica, la fenomenologia…

PF: Però non posso dire che era cristiano?

P: Accennalo appena.

PF: Ma che accenno e accenno! Secondo te le “Confessioni” sarebbero state scritte se l’autore non si fosse convertito al cristianesimo? E poi scusa, quando parlo del concetto di persona in filosofia, come evito un accenno al dogma della Trinità e ai primi concili ecumenici? Non esisterebbe il concetto di persona senza…

P: No e poi no! Questo è catechismo! Prudenza ci vuole…

PF: Ma se persino Benedetto Croce….

P: Basta! Colleghi, dobbiamo capire che viviamo in una società multiculturale, dobbiamo rispettare le diversità, non possiamo pretendere…

PA: Ma abbiamo pure il dovere di istruire, di far conoscere. Se gli allievi guardano il Cenacolo di Leonardo, mica gli possiamo dire che era una cena qualunque tra amici!

P: Ma che esempi mi fai? Qualcosa va detto loro, ma con prudenza, con neutralità…

PA: Ma a me il Cenacolo piace tanto, mi appassiona…

P: Troppa passione nell’insegnamento non va bene. Ci vuole anche un po’ di neutralità emotiva.

PF: E allora mettiamoci un automa, sulla cattedra, e cambiamo mestiere! Ma poi, senti, non sarebbe molto più interessante far capire la grandezza filosofica di san Tommaso collegandolo al pensiero musulmano, ad Avicenna… Non cancelliamo né l’uno né l’altro, li studiamo entrambi.

P: Ma ci sono anche gli atei, gli agnostici…

PF: Ma anche loro dove vivono? Se vivono in mezzo a noi, è giusto che conoscano, che vedano le mille chiese nelle strade di Roma, che rappresentano la città, o dobbiamo demolire pure quelle? Quelle non sono per nulla neutrali!

P: Colleghi, sono sfinito. Aggiorniamoci a domani. Magari la notte ci porterà consiglio…

(Dialogo messo per iscritto da Francesco Arzillo, Roma, 4 novembre 2009).

venerdì 6 novembre 2009

Pellegrinaggio in Terrasanta - Dal 3 al 10 marzo 2010

“Terra santa, terra di tutti, terra nostra!”, è l’espressione del Patriarca emerito di Gerusalemme mons. Michel Sabbah, utile per presentare la proposta dell’annuale pellegrinaggio in Terrasanta.
Noi abbiamo scelto di cambiare il modo di organizzare i pellegrinaggi in Terrasanta. In molti casi sono solo “turismo religioso”, legato agli aspetti storico-archeologici o ad una proposta “spirituale” disincarnata e sostanzialmente indifferente alle persone che in quella terra vivono, lavorano, soffrono, combattono, amano, odiano: la “lectio biblica” che si propone potrebbe essere proposta tale e quale anche in una delle nostre parrocchie! Ci sono pellegrinaggi che non vedono l’occupazione militare della Terrasanta, non si accorgono del “Muro”, non “sentono” la paura quotidiana degli israeliani e l’umiliazione dei palestinesi, lo stridente contrasto tra ricchezza e povertà; il rischio di taluni pellegrinaggi è quello di vivere in una condizione al di fuori del tempo e del luogo; non c’è nessun incontro con le altre due grandi esperienze religiose (l’ebraica e l’islamica) perché molti camminano per la Terrasanta pensando che noi (cristiani, cattolici) siamo i “buoni” e gli altri sono i “cattivi”. Il pellegrinaggio è anche incontro con la Chiesa Madre di Gerusalemme e vicinanza e sostegno ai cristiani di Terrasanta, che però hanno “la sventura” di essere cristiani arabi, palestinesi e perciò segnati dal “sospetto” con cui guardiamo gli arabi e i palestinesi, vittime come siamo della scandalosa e menzognera informazione massme¬diale. “Dovete aiutarci anche voi ad essere cristiani secondo il vangelo! Questo sia il vostro impegno e non solo continuare a sostenere progetti particolari. Aiutateci nella crescita della fede. Noi da parte nostra non possiamo aspettare domani per cercare di amarci tra cristiani e quindi non dobbiamo aspettare che finisca il conflitto...” ci diceva mons. Sabbah.
Perciò ripropongo anche quest’anno il pellegrinaggio in Terrasanta, con le caratteristiche che è venuto assumendo in questi anni:
- pellegrinaggio di credenti e non credenti, entrambi comunque in ricerca... La condivisione di domande e la partecipazione anche a momenti “religiosi”, aiuta gli uni e gli altri a conoscersi e ad andare a fondo nell’interrogazione di sé e della propria realtà più profonda: la Bibbia è la nostra guida;
- pellegrinaggio di solidarietà con tutti coloro che soffrono (e per la situazione della Terrasanta è tutto il mondo che soffre e vive in un perenne e pericoloso conflitto), per proporre a tutti la strada della pace nella giustizia;
- pellegrinaggio incarnato nella storia di oggi, per certi versi molto simile a quella della Palestina di Gesù e della Chiesa delle origini.
Andremo prima in Galilea, là dove sono state gettate le basi dell’avventura cristiana nella storia, un frammento di terra dove tutto ha avuto inizio! E poi nel cuore della Terrasanta: Betlemme e Gerusalemme. Proponiamo alcune esperienze inusuali, ma importanti per capire: la residenza a Betlemme per condividere l’esperienza e i disagi dell’occupazione militare; l’incontro di amicizia con Gerico che nel 2010 celebra i suoi 10.000 anni di storia, con la speranza di uscire dal suo opprimente isolamento; la solidarietà con le amiche del centro Melkita di Ramallah e la realtà “atipica” di questa città, “capitale” della Palestina inesistente; la visita a Taibeh, unico villaggio totalmente cristiano della Palestina e l’incontro con la sua Comunità; e infine l’esperienza di Gerusalemme, la Città tre volte santa, il cuore pulsante (e malato) del monoteismo, che da “valore” quale dovrebbe essere, appare oggi come “problema” che sembra rendere instabile il mondo e talvolta dimenticare i suoi principi originari e fondamentali che affermano il valore universale di ogni essere umano. Chiunque condivide questi principi è allora benvenuto e sarà un gradito compagno di viaggio. Sono certo che per tutti, come sempre sarà un’esperienza indimenticabile. don Walter
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PELLEGRINAGGIO DI PACE E GIUSTIZIA IN TERRASANTA
dal 3 al 10 marzo 2010

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I – 3 marzo – mercoledì - Alessandria / Tel Aviv / Nazareth
Partenza in pullman riservato per l’aeroporto di Bergamo. Volo speciale per Tel Aviv. Arrivo a Tel Aviv. Partenza per Nazareth, sistemazione in hotel, cena e pernottamento.
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II – 4 marzo – giovedì - Nazareth / Lago Tiberiade / Tabor
Visita della Basilica dell’Annunciazione e di Nazareth. Pranzo.
Nel primo pomeriggio trasferimento al Tabor, monte della trasfigurazione di Gesù. Messa. Durante il rientro a Nazareth sosta a Cana, cena e pernottamento.
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III – 5 marzo – venerdì - Zippori / Haifa / Akko
Trasferimento al Lago di Tiberiade: visita di Tabga, della chiesa del Primato di Pietro, di Cafarnao “città di Gesù”. Monte delle beatitudini. Messa e pranzo alle Beatitudini. Partenza per Akko (S. Giovanni d’Acri). Lungo il percorso visita di Zippori (Sephoris) ritenuto il villaggio natale di Anna, madre della Vergine. Qui i crociati hanno edificato una chiesa a suo nome, sul sito di una bizantina risalente al III sec. Proseguimento per Akko. Visita della città con la sua imponente cinta muraria. Tutta la cittadella entro le mura rappresenta il più bell’esempio dell’architettura crociata in Israele. Se possibile visita della chiesa di S. Andrea e della Moschea di El-Jazzar. Rientro a Nazareth. Cena e pernottamento.
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IV – 6 marzo – sabato / Nazaret / Betlemme
Partenza per Gerusalemme e Betlemme lungo la Valle del Giordano. Se possibile sosta al Giordano nei pressi di Gerico e memoria del Battesimo. A Betlemme sistemazione in hotel e pranzo. Visita della Basilica della Natività e Messa. Cena e pernottamento.
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V – 7 marzo – domenica - Gerusalemme
Mattinata dedicata alla visita di Gerusalemme. Monte degli Ulivi, Dominus flevit, Getsemani e Tomba della Vergine. Pranzo. Visita allo Yad Vashem (Museo della Shoah) e al Museo del Libro. Rientro a Betlemme. Cena. S. Messa al Getsemani. Rientro a Betlemme e pernottamento.
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VI - 8 marzo – lunedì - Ramallah / Gerico
Partenza per Ramallah. Visita al Centro di Ricamo. Poi alla parrocchia di Taibeh dove incontreremo don Raed Abusahlia, il parroco della comunità. Il villaggio è uno dei pochi se non l'unico che si è mantenuto completamente cristiano in Palestina, tanto da definirsi l'ultima città discendente dall'epoca dei primi cristiani. A Taibeh sul piano storico due visite: le rovine di una vecchia chiesa e la casa delle parabole, una casettina rimasta intatta come tante altre nel circondario costruita secondo i dettami di centinaia di anni fa. Grazie a questa casa possiamo immaginarci in che condizioni vivevano le persone all'epoca di Cristo e nei secoli seguenti. Pranzo (se possibile a Taibeh). Nel pomeriggio trasferimento a Gerico. Messa nella parrocchia cristiana del “Buon Pastore”. Saluto al Sindaco della Città gemellata con Alessandria. Cena. Rientro a Betlemme per il pernottamento.
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VII – 9 marzo – martedì - Gerusalemme
A Gerusalemme Visita della Spianata delle Moschee e Muro Occidentale (“Muro del Pianto”), poi visita al “Monte Sion Cristiano”: Cenacolo, Dormizione e S. Pietro in Gallicantu. Pranzo. Nel pomeriggio Chiesa di S. Anna, Flagellazione, Via Dolorosa. Santo Sepolcro. Messa. Cena e pernottamento a Betlemme.
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VIII - 10 marzo – mercoledì - Gerusalemme / Tel Aviv / Alessandria
Al mattino visite. Partenza per l’aeroporto di Tel Aviv. Imbarco con volo speciale. Arrivo a Bergamo. Rientro ad Alessandria.
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QUOTA DI PARTECIPAZIONE
In camera doppia € 1.270,00
Supplemento camera singola € 250,00

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ISCRIZIONI: telefonare al più presto a don Walter (335 58 18 204) per la pre-iscrizione. Per la conferma (entro la metà di dicembre) è richiesta una caparra di € 400 (Fino al 31 gennaio i posti cancellati saranno soggetti a penale di Euro 150; dal 1° febbraio al 19 febbraio, i posti cancellati saranno soggetti a penalità di Euro 300,00; dal 20 febbraio al giorno della partenza, penalità totale per ogni cancellazione).

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LA QUOTA DI PARTECIPAZIONE COMPRENDE: Trasferimento in pullman per/da l’aeroporto di Bergamo; passaggi aerei con voli speciali da Bergamo; tasse aeroportuali e di dogana in Israele e percentuali di servizio; kg. 20 bagaglio in franchigia; assistenza aeroportuale in Italia e all’estero; sistemazione in alberghi di buona categoria in camere doppie con servizi; trattamento di pensione completa, dalla cena del primo giorno al pranzo dell'ultimo; escursioni, tours, entrate, come da programma; mance, facchinaggi ed extra in genere; Bus Gt con autista; Guida autorizzata parlante italiano per tutta la durata del tour; Assicurazione medico - bagaglio Mondial Assistance; omaggio ad ogni partecipante.
LA QUOTA DI PARTECIPAZIONE NON COMPRENDE: Assicurazione integrativa facoltativa annullamento MONDIAL ASSISTANCE: 3,50% del costo del pacchetto (contratto 2008); tutto quanto non espressamente menzionato nel programma.
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Documenti
Per i cittadini italiani e' richiesto il passaporto regolarmente bollato ed in corso di validità di almeno 6 mesi dalla data di inizio del viaggio.
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Modifiche al programma potranno essere necessarie per condizioni ed esigenze che si presentino in Terrasanta e comunicate successivamente o in loco. I luoghi delle celebrazioni sono solo indicativi.
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mercoledì 4 novembre 2009

Il crocifisso è dei Crocifissi

Ripropongo come contributo al dibattito e alla riflessione - oltre le sterili polemiche - un mio vecchio articolo del 2002 che, mi pare, mantenga tutta la sua attualità dopo la sentenza della Corte Europea.

Un senso di “fastidio”: è il sentimento dominante, che continua ad accompagnarmi, ogni volta che sento o che leggo posizioni pro o contro nell’autunnale grande dibattito… quello sul crocifisso, intendo. Ma è forse lo stesso senso di fastidio che provo ogni volta che si parla dei “valori cattolici” e li si vuole imporre per legge; perché “democrazia”, “pluralismo culturale e sociale”, “libertà di pensiero e di espressione”, non le sento come parole vuote o retoriche.
Tutto è nato da una presa di posizione del Ministro alla pubblica Istruzione Letizia Moratti, che ha auspicato che il crocifisso torni al suo posto, poiché nessuna legge aveva stabilito che fosse tolto. Cosa ha detto il ministro? “Il crocifisso tornerà presto a occupare il suo posto nelle aule delle scuole italiane, perché rappresenta il simbolo della civiltà cristiana, della sua radice storica e universale” e ha ricordato il parere del Consiglio di Stato: “Il Crocifisso o, più comunemente, la Croce, a parte il significato per i credenti, rappresenta il simbolo della civiltà e della cultura cristiana, nella sua radice storica, come valore universale, indipendentemente da specifica confessione religiosa”.
Qualcuno è subito intervenuto a favore di questa presa di posizione, argomentando che “c'è da chiedersi perché molti temono che il crocifisso torni al suo posto. Non si tratta di accendere la miccia di una guerra di religione, né di affermare una supremazia della cultura cattolica sulle altre. Si tratta di affermare che questa cultura c'è, che non si può pensare al futuro, ad un'integrazione di culture diverse, senza conoscere la propria storia e soprattutto senza amarla. Non si sa chi abbia impartito l'ordine, sta di fatto che in molte scuole il crocifisso è sparito dalla parete sulla quale era appeso, in alcuni casi è sparita anche la foto del Capo dello Stato.
I due simboli se ne stavano buoni ad assistere alle lezioni, appesi con un chiodo sopra alla lavagna, non avevano mai turbato la crescita degli alunni, né offeso i ragazzi di altre religioni.
Non si trattava di simboli di una supremazia, rappresentavano la storia a cui apparteniamo”. Non mi sento di condividere buona parte di queste affermazioni, soprattutto quell’accostamento tra il Cristo in croce e il Presidente Ciampi; avverto una certa disparità nella simbologia e un forte richiamo ad accostamenti superati dalla storia, oltre che dalla teologia del Vaticano II e, in particolare, dalla sua Dichiarazione sulla libertà religiosa.
Mi sembra invece condivisibile la forte presa di posizione dei Missionari Saveriani che in un loro documento scrivono: “Non possiamo esimerci dal manifestare la nostra contrarietà ad una proposta che intende ridurre il simbolo religioso cristiano per eccellenza ad un mero “simbolo della civiltà e della cultura” dell’Italia e dell’Europa. La croce, lo ricorda San Paolo, è “scandalo per i Giudei e stoltezza per i gentili” (1 Cor 1,23), ma è simbolo di salvezza per tutti i credenti che la venerano nei luoghi di culto riconoscendo in essa la manifestazione dell’amore divino. Volerla presentare nei termini di “simbolo culturale” del continente europeo, significa riesumare la logica di quell’antica e tragica commistione tra potere e croce che ha segnato il periodo del colonialismo europeo ai danni degli altri popoli” - e molto ci sarebbe da dire sul nuovo colonialismo in atto -. “Non si vuole con questo sostenere che il rispetto dell’altro, della sua diversa cultura e religione, implichi il disconoscimento o la sospensione della propria. Si intende invece ricordare che la proposizione della propria identità religiosa e culturale non deve mai essere raggiunta a scapito di una miglior convivenza tra culture e fedi diverse e che anzi ciascuna identità va promossa nel pieno rispetto di tutte per il bene comune. Riteniamo perciò urgente intensificare l’impegno per un’educazione interculturale”.
Mi pare che quella del crocifisso sia una di quelle questioni inventate di proposito per far male e provocare lacerazioni profonde in seno alle chiese cristiane e nella società italiana. Lo scopo è quello di strumentalizzare sentimenti e simboli che sono molto lontani da ciò che i partiti sostenitori della campagna sul crocifisso praticano quotidianamente nelle loro azioni di governo. Che dire del fatto che sia la Lega a chiedere di segnalare (denunciare?) i nomi di tutti coloro che dovrebbero provvedere ad esporre il crocifisso (presidi, sindaci, personale sanitario, giudici…)? Proprio chi è propugnatore di leggi in radice anticristiane, come la legge sull’immi¬gra¬zione (sì, la Bossi-Fini); proprio coloro che, rappresentando il potere pubblico, anziché cercare il bene comune e in speciale modo quello dei deboli e degli ultimi preferiscono tutelare e proteggere gli interessi dei forti e potenti. Qualcuno - non ricordo chi - ha scritto recentemente: “Il crocifisso appartiene ai nuovi crocifissi, É loro, perché lui ha scelto di stare con loro. É nascosto tra le donne di Kabul; o tra i bambini schiavi del sesso in tante parti dove si celebra il turismo sessuale per gli annoiati dei paesi opulenti; o nei campi profughi abitati da chi ha dovuto abbandonare tutto per cercare di salvarsi almeno la vita. É in Armenia, in Kurdistan, in Iraq a subire l'embargo. É sulle carrette piene di disperati che solcano il mediterraneo per cercare in Europa un po' di speranza. É morto, in fondo al mare, con quelli che il mare si è portato via nella loro ricerca di un luogo dove poter vivere dignitosamente”. Mettiamo pure dovunque il Crocifisso, a condizione che chi lo espone voglia, con quel gesto, accettare di incontrarlo e di onorarlo nella persona dei tanti che ogni giorno sono costretti a salire sullo stesso Golgota.
Non sentirò più il fastidio di questi dibattiti, quando vedrò anche molti dei nostri bravi cattolici praticanti non più assenti, non più indifferenti, quando non addirittura d'accordo con frasi, con scelte, con leggi, con comportamenti che riducono il crocifisso a un oggetto. Quando la preoccupazione dominante è quella della tutela del proprio benessere, ponendo le cose prima delle persone, rubiamo il Crocifisso ai crocifissi, rischiamo di trasformare in idolo anche quello che si trova in chiesa. Come richiama il Vescovo nell’ultima lettera pastorale, “quello che siamo grida più forte di quello che diciamo”: diamo onore al Crocifisso con scelte che davvero dimostrino che abbiamo imparato la sua Lezione, non con l’appello a leggi e circolari. dwf

lunedì 26 ottobre 2009

Tradizioni per una identità

Benedetta identità! Sembra che se ne discuta senza venirne a capo; sembra che tutti ne vogliano dire senza la possibilità di un confronto: quasi che la questione fosse arenata sul confine di una cristallizzata incomunicabilità. Succede soprattutto per il Partito democratico (PD). Molti ribattono che ci vuole un progetto, che urge un programma, che necessita un metodo di organizzazione. Tutto vero; resta il fatto che per un qualunque progetto, un qualunque programma e per una linea di organizzazione, sarà necessaria la priorità dell’esserci: per fare bisogna esistere e non si esiste senza un’identità che, soprattutto in politica, non può essere che di distinzione.
Non sono nuovo a questi ragionamenti, perché ho sempre sostenuto che nelle culture politiche di un possibile PD, assolutamente plurali e di tradizione non priva di elementi inconciliabili, c’era tuttavia un collante: la proposta della solidarietà come elemento fondante la promozione democratica. Aggiungevo che era necessaria la coniugazione di tale proposta con quella della sussidiarietà, capace di responsabilizzare individui, soggetti collettivi e istituzionali, nella libertà.
Non mi ripeterò, ma date le attuali circostanze e tenuto conto delle surrettizie motivazioni che stravolgono nello scontro un confronto politico, molto spesso insensato e urlato, mi proverò a proporre altre ragioni di un’augurabile identità. Anche perché mi chiedo, quasi a margine del ragionamento: se non la troviamo, se non la fondiamo in modo condiviso questa benedetta identità, come lo facciamo il PD? E senza PD, quale alternativa sufficiente da confrontare e contrapporre al centro/destra? E senza questa alternativa, senza dialettica a quale fisiologia democratica si può pensare? In soldoni: dove finisce la democrazia?
Giratela come volete: ne va di mezzo il sistema democratico!
Provo allora a richiamare tre questioni che sento con particolare urgenza, anche per effetto dei miei (scarsi, molto scarsi!) riferimenti formativi.
C’è una prima osservazione, richiamata da molti, ma non sufficientemente recepita. Si dice (e lo dice soprattutto il sovrano della maggioranza): non devo rendere conto se non al popolo ed all’elettorato, le regole della istituzione democratica sono di impedimento; e ne trae una conseguenza immediata: in politica la rappresentanza si esprime nell’interpretazione diretta della volontà popolare, i partiti sono inutili soggetti di rissa e di freno.


Una posizione non compatibile con la tradizione democratica che fonda la nostra Repubblica; per un presidente del consiglio non c’è male.
Non voglio incorrere, però, nelle ire di chi urla all’intiberlusconismo; il problema è di ben altra natura: per tutte le tradizioni di cultura politica che hanno ispirato la Carta costituzionale, l’esistenza dei partiti è funzionale ed indispensabile almeno per due motivi: la possibilità data ai cittadini di organizzarsi liberamente per concorrere alla politica nazionale, lo spazio per il confronto dialettico fra parti contrapposte. Non stupisce, di conseguenza, che qualcuno voglia chiudere con la Costituzione.
Eppure qui sta un primo problema identitario per un possibile PD: le culture politiche che lo dovrebbero costruire credono tutte quante in una fondazione della politica sulle parti, sui partiti; ci crede sicuramente anche la componente liberal/democratica, tanto che il riferimento a tale componente da parte della destra italiana o ad una ampia frangia di essa mi pare del tutto improprio.
Per quanto riguarda la mia formazione aggiungerò un’ ulteriore riflessione. Proprio Sturzo ha sostenuto con forza l’idea di politica come divisione, come rappresentanza di interessi settoriali, capaci di confronto e legittimazione di interessi concorrenti e dialettici. Mi dicono i cattolici schierati nel centro/destra, come fanno ad accordarsi con il loro capo carismatico, quando affermano di essere loro (!?) gli eredi di Sturzo? La loro scelta va considerata e, per quanto mi riguarda la considero, del tutto legittima, ma come possono conciliare la loro eredità sturziana con l’idea di una politica che vuol fare a meno delle regole e delle parti in dialettica fra di loro?
Lasciamo stare; la conclusione che mi interessa sul punto è molto semplice: l’identità di un possibile PD trova su questo comune filone tradizionale, la democrazia come possibilità di confronto tra le parti, un terreno fondamentale.
Veniamo alla seconda, breve osservazione. Stando così le cose la politica necessita di reciproca legittimazione: soprattutto la legittimazione di chi non la pensa come noi. Confronto sì, lotta di idee e programmi sì; delegittimazione no! Anche qui farei riferimento alla mia componente di proposta politica; proprio De Gasperi, anticomunista nei programmi e nelle scelte di governo, resistette con l’appoggio delle istanze democratiche del socialismo e con le forze liberal/democratiche ad ogni tentativo di delegittimazione del PCI degli anni quaranta/cinquanta e ciò gli fu imputato a colpa non irrilevante da “fonti autorevoli”. Lotta al programma del PCI sì, delegittimazione di una parte che raccoglieva parecchi milioni di voto popolare, no!
Anche qui una piccola domanda ai cattolici schierati col centro/destra; come conciliare la tradizione degasperiana con un attacco sistematico, quanto incomprensibile, al comunismo ed alla sua residuale (ma dove?) esistenza. Come fanno a dichiararsi su questo preciso versante, gli eredi di De Gasperi?
Resta inteso, in ogni caso, che interessa prima di tutto, ed anche su questo versante, la constatazione di una comune possibile esperienza per un augurabile decollo del PD.
E vengo ad un’ultima osservazione che non attiene tanto il presente dello scontro politico, quanto un dibattito che viene ribadito nelle più diverse sedi del cattolicesimo contemporaneo, con il coinvolgimento stesso della Chiesa. Si tratta di capire quanto possano contribuire alcune componenti della modernità per la costruzione della “Città dell’uomo”, e cosa vogliamo fare di tali componenti. Da parecchi anni il giudizio, su aspetti di pensiero essenziali alla modernità, risulta particolarmente negativo; sembra escluso lo spazio per una comprensione più complessa ed articolata. Eppure, proprio De Gasperi, per ritornare ad una tradizione a me vicina, sottolineava che il trinomio del 1789 francese, “libertà, fraternità, uguaglianza” fondava nello spirito del Vangelo la sua ispirazione di fondo. Spogliate certe esperienze, a cominciare dalla Rivoluzione francese, dai suoi eccessi giacobini e dalle derive della violenza, le componenti del trinomio introducono nella modernità un’ispirazione religiosa che potrebbe contribuire, ed in alcuni passaggi ha contribuito, alla organizzazione di una società più giusta, anche nei processi democratici.
C’è la possibilità di un recupero corretto e fisiologico dei valori, legati al trinomio enfatizzato da De Gasperi? Ed anche qui chi saranno i possibili eredi nella costruzione della città dell’uomo?
Agostino Pietrasanta

lunedì 14 settembre 2009

I cattolici e il potere: intervista a Mino Martinazzoli

Riprendo da Famiglia Cristiana n. 37 questa interessante intervista di Francesco Anfossi a Mino Martinazzoli, in occasione dell'uscita del suo libro "Uno strano democristiano".

Nella premessa alla sua autobiografia scritta in collaborazione con Annachiara Valle, l’ex senatore, ministro e segretario del Partito popolare Mino Martinazzoli allude a un paradosso della politica dell’età berlusconiana: «Oggi noi sappiamo poco di un potere che si rivela ancora opaco e sappiamo tutto della vita privata dei personaggi, peraltro non eccelsi, che popolano il panorama politico». Il mistero si annida nelle stanze del Palazzo, più che negli uomini. «Del resto Giuliana Ferrara ha scritto pagine mirabili sul corpo di Berlusconi». Uno strano democristiano, edito da Rizzoli, da poco in libreria, è quindi una cavalcata nella politica ricca più di retroscena del potere che di "visti da vicino".

Ma allora è giusto criticare Berlusconi anche per i suoi scandali sessuali, per lo "sventolio di mutande"?
«Direi proprio di sì. Però, più che sulla iettatura del moralismo, punterei sul fatto che alcune regole devono essere rispettate. Come quella di non mentire. In America Clinton è stato messo in crisi non dalle sue attitudini sessuali, ma dal fatto che era bugiardo».

Anche Machiavelli, il primo scienziato della politica, raccomandava al Principe, nel nome della ragion di Stato, di non dire sempre la verità.
«Berlusconi mi pare più un bugiardo goldoniano che machiavellico».

Il premier come Mirandolina?
«Un minimo di rispetto per la verità è necessaria per lo svolgimento fisiologico della democrazia».

Lei apre il libro parlando della Costituzione, in particolare del lavoro dei costituenti nel costruire la parte dei diritti fondamentali della persona. Pensa che quei diritti oggi siano a rischio?
«Penso di sì. I costituenti ebbero questa grande capacità di costruire le fondamenta dell’ordinamento democratico. Qualcuno scrisse che erano malati di presbiopia, perché ebbero la straordinaria capacità di prevedere i problemi futuri».

La Corte costituzionale potrebbe fermare le recenti leggi che stravolgono questa prima parte?
«È la mia speranza. Continuo ad avere fiducia e rispetto nella Corte anche se le procedure di formazione dei giudici costituzionali e altri episodi come la cena di due giudici con Berlusconi, hanno subito una presa molto invadente della politica».

Però giuristi di vaglia hanno spiegato che non vi è nulla da eccepire.
«Mi permetto di obiettare che la giustizia è fatta anche di prassi, di galatei, qui clamorosamente violati».

Un’eventuale sentenza di incostituzionalità del lodo Alfano potrebbe riaprire per Berlusconi la via giudiziaria e portare alla sua fine politica?
«Può darsi, pero ci andrei molto cauto, perché abbiamo potuto constatare che Berlusconi è una salamandra. Anche per la ragione che la sua forza d si fonda su una sorta di egemonia in senso gramsciano, ovvero non solo la capacità di comandare i suoi, ma di imporre la sua agenda anche ai suoi avversari. Nel ’94 mi veniva facile parafrasare Gobetti, e cioè che il berlusconismo era l’autobiografia della nazione. Oggi mi verrebbe da dire che è la nazione ad essere l’autobiografia di Berlusconi. C’è un sentire comune che oggi l’asseconda. Anche da parte dei bravi borghesi democratici»

L’attacco del Giornale ad Avvenire che impressione le ha fatto?
«Il primo pensiero è alla libertà di stampa del Paese. Il 26 aprile del 1945 la mia prima sorpresa fu quella di trovare tanti giornali in edicola. Fino al giorno prima non c’erano. L’altra mattina assistevo alla rassegna stampa in Tv e mi accorgevo che le testate fuori dal coro berlusconiano sono poche, davvero poche. Però penso che questa vicenda uno slancio positivo lo possa dare».

Stefano Folli, sul "Sole 24 ore", ha scritto che stiamo vivendo un 24 luglio permanente.
«In una intervista su "Diario" ho anche esagerato rispetto a Folli, ma lo dicevo analogamente: sembra di capire che in Italia tutto finisce a Piazzale Loreto. Per fortuna in modo meno cruento perché non si usano più certi metodi e anche perché le persone sono meno nobili di quelle di allora. Però questa idea di una frana c’è».

Lo schiaffo ai vescovi italiani il giorno in cui avrebbe dovuto partecipare alla Perdonanza e incontrare il segretario di Stato Bertone, non è un’operazione politicamente miope? Avrebbe incassato un rilancio politico e di immagine. Invece è saltato tutto.
«Evidentemente ritiene di essere in grado affrontare un conflitto di questo tipo. All’epoca del fascismo vi sono molti episodi così. Il manganello di carta c’era anche allora. Il giro di direzioni recenti nei giornali filo berlusconiani sembra la replica della cacciata di Montanelli. L’idea che si debba andare di nuovo ai materassi, come nel Padrino. Ma quello che mi inquieta è nell’altro campo, tra i cattolici, nella Chiesa: che significa l’intervista del direttore dell’Osservatore Romano Vian al Corriere che si dissocia da Boffo?».

Lo dice con ironia?
«Tutt’altro, ma è come se si dicesse: da una parte ci sono i cattolici e i loro vescovi, con i loro giornali e così via. Questi si arrangino e facciano la loro battaglia. Dall’altra c’è la potenza straniera che spiega che Stato e Chiesa sono due ordinamenti sovrani e autonomi ciascuno. Ma si dà il caso che questa formula bellissima deve vivere nella realtà quotidiana, e che si tratta di due ordinamenti che governano lo stesso popolo. Nel libro ho spiegato che i cattolici italiani sono stati importanti non quando si sono sentiti rappresentanti dell’Italia cattolica ma quando si sono sentiti rappresentanti dei cattolici in Italia. Questa contraddizione è una delle ragioni della difficoltà attuale e del fatto che i cattolici, dal tempo della fine della Dc, salutata per molti, anche vescovi, come una liberazione, in realtà ha segnato il fatto che i cattolici sono politicamente insignificanti, ovunque siano dislocati. L’unità politica dei cattolici, nella Dc, era un valore, non un disvalore».

Con le dimissioni di Boffo finisce il "ruinismo", ovvero la non rappresentanza dei cattolici in un partito unico?
«Guardi che Ruini non ha masi sponsorizzato quel progetto. Ruini ha solo gestito bene l’uscita dei cattolici dalla Dc prendendo atto della situazione. Ma anche per lui l’unità politica era un valore. Per quanto mi riguarda, anche quando ero segretario del Ppi, considerato l’erede della Dc, ho sempre ricevuto aiuto e solidarietà. Ricordo una cena in Laterano con De Rita, che il cardinale auspicava potesse essere un buon candidato alle elezioni del sindaco del ’93, quelle in cui Berlusconi scaldando la discesa in campo si dichiarò a favore di Fini. Mi ricordo che la sua cuoca cucinava delle ottime fratte. De Rita si tirò indietro, col suo tipico fare romanesco disse: « È una questione di chimica e la chimica non corrisponde». Alla fine la sfida fu tra Fini e Rutelli. Ruini appoggiava il progetto del Ppi a patto che ci fosse anche Buttiglione. Ma Buttiglione entra nella direzione perché io dico di no a Franceschini. Seppi poi che era un allievo di Zaccagnini. Ma io non lo volevo perché era uomo di De Mita. Tanto è vero che per quel motivo litigai con Ciriaco. Fui io a spiegare a Ruini a un certo punto, quando perdevamo dappertutto: eminenza ci lasci perdere, siamo una palla al piede. Ma per l’oggi non sono pessimista. Qualcosa succederà. Arriverà una generazione di persone come quelle della costituente che vedevano le cose per la prima volta, come un fulgore mattutino. Come quella del 25 aprile 1945, che all’edicola trovò dei nuovi giornali».

domenica 13 settembre 2009

A tutti gli Amici

Chiedo scusa per la latitanza e il silenzio, ma sono in via di trasloco! Dal 27 settembre sono a Castelceriolo; poi riprenderò ad essere presente...
Ringrazio tutti per i molti messaggi ricevuti a seguito della lettera in cui spiego le ragioni del trasferimento.

sabato 22 agosto 2009

Nè guelfo nè ghibellino

Ripropongo per gli amici l'ottimo intervento di Agostino Pietrasanta pubblicato da http://www.cittafutura.al.it a proposito delle mai sopite e sempre irrisolte polemiche legate alla presenza dell'ora di religione nella scuola pubblica. Molte polemiche, al di là delle opinioni sul Concordato - garantito dall'art. 7 della nostra gloriosa Costituzione - nascono a mio avviso dal fatto che siamo nell'ambito del dialogo tra sordi... Come sempre l'equilibrio di Agostino Pietrasanta può fornire un punto di conprensione, di dialogo vero e anche di incontro di posizioni. E' questo in fondo l'apporto più importante alla vita politica italiana (e non solo) del "cattolicesimo democratico". E' un importante capitolo di riflessione (il "cattolicesimo democratico") anche per il cantiere del PD, pena la mancanza di un'anima e di una identità.

Non mi ritengo né guelfo, né ghibellino: a parte il significato dei termini, storicamente determinato, essi richiamano oggi categorie e posizioni, non solo fra loro incompatibili, ma incomunicabili, chiuse al dialogo, al confronto delle opzioni e dunque assolutamente sgradevoli al mio modo di intendere. Preferisco, cristiano e credente, quale mi ritengo, sostenere con forza la distinzione tra ciò che costituisce la vita di fede e la presenza attiva nella città dell’uomo: distinzione non separazione.
Ciò comporta, tra le varie e logiche conseguenze, la difesa della laicità dello Stato e delle istituzioni pubbliche, nonché l’aconfessionalità della politica. Resta inteso che, ciò posto, la laicità non può che essere un metodo corretto di intendere il ruolo dell’intervento pubblico, per cui non può essere concepita che come fatto positivo; parlare di laicità buona costituisce una semplice tautologia: la laicità non può essere se non buona, in quanto tale.
Va da sé che non si tratta solo di definire dei concetti, si tratta di realizzare una condizione: nel concreto. Prendiamo, allora, come esempio, la questione dell’insegnamento della religione cattolica (IRC), nella scuola di Stato, ritornata all’attenzione del dibattito, dopo la sentenza TAR Lazio che ha limitato la partecipazione dei docenti IRC alle attività degli scrutini.
Al riguardo, il dibattito in corso ha chiarito alcuni elementi fondamentali di riferimento, ne ha passati altri sotto silenzio. Mi limito a riprendere un giudizio da me espresso molte volte in altra sede, forse con qualche libertà in più, grazie alla disponibilità del nostro sito.
Va detto innanzitutto che se IRC volesse significare un intervento catechistico, esso non sarebbe semplicemente ammissibile nel sistema scolastico, così come previsto dalle indicazioni della carta costituzionale. Non solo: non sarebbe ammissibile qualunque tipo di insegnamento che dovesse presupporre una scelta di fede religiosa o dovesse indirizzare direttamente ad un obiettivo di natura confessionale. L’insegnamento in parola, deve caratterizzarsi per la sua connotazione culturale, in quanto la religione cattolica e l’esperienza del fatto cristiano abbiano contribuito alla formazione di alcuni essenziali elementi della civiltà di appartenenza: elementi senza dei quali non si capirebbero tratti fondanti il lungo periodo della tradizione del nostro popolo e della nostra nazione.
Scendo nel concreto. Senza adeguata competenza degli influssi religiosi sarebbe quasi impossibile capire l’evoluzione dell’assolutismo e della sua fondazione sacrale; come dire che sarebbe incomprensibile la genesi dello Stato nazionale. Senza una conoscenza adeguata della fondazione religiosa dei diritti della persona, non si capirebbero i fenomeni di frattura fra le chiese cristiane ed i totalitarismi e di conseguenza alcuni degli aspetti più controversi delle dinamiche totalitarie; e ciò, indipendentemente dai compromessi delle autorità ecclesiastiche coi fascismi.
Allo stesso modo sarebbe difficile capire il contrastato cammino della libertà religiosa senza una disamina attenta non solo delle condanne magisteriali al riguardo e poi delle indicazioni in contrario del Vaticano II, ma anche della sensibilità religiosa prevalente nei secoli dell’età moderna. Resta inteso che, anche alla luce delle questioni accennate, il metodo di IRC, come qualunque altro metodo di insegnamento non potrà essere apologetico, ma coerentemente critico, le cui conclusioni non possono essere imposte agli alunni, ma, per quanto sia possibile, vanno lasciate alla sua libertà di opzione.
Certo, c’è lo spinoso problema dell’ insegnante di religione.
Procedo con inevitabile schematismo. Resta inteso che se IRC riguarda la trasmissione di cultura e se tale trasmissione riguarda l’iniziativa dello Stato (art. 9 della Costituzione), solo lo Stato ne può nominare gli insegnanti, con criterio analogo a quello degli altri insegnanti; la Chiesa non può e non deve essere coinvolta nel procedimento di assunzione dei docenti: qui ne va sul serio della laicità delle istituzioni. Ci si chiede. Con quali competenze?
La norma, a volte può aiutare. Noi non abbiamo facoltà teologiche di Stato; lasciamo stare ogni polemica sulla loro soppressione, nel periodo del conflitto risorgimentale. Ci sono però delle facoltà pontificie i cui titoli di studio sono riconosciuti, per patti concordatari e leggi dello Stato, dalla Repubblica italiana. Delle due l’una: o quel riconoscimento viene ignorato o le lauree rilasciate dalle facoltà pontificie potrebbero essere opportunamente vagliate nei concorsi pubblici per l’idoneità all’insegnamento della religione cattolica. Sarebbe un punto di partenza per ragionare sulla soluzione di un problema che, in ogni caso, deve riguardare solo la competenza dello Stato.
Una breve aggiunta. Un IRC, come lo abbiamo inteso, non lo capisco come facoltativo, almeno nella sostanza; tuttavia siamo di fronte ad una situazione tanto complessa ed ingarbugliata dalle opposte fazioni ideologiche, che non aggiungerei problema a problema. Per una questione di realismo, lasciamo pure la libertà di scegliere; tuttavia si tratta di tollerare, in condizioni di oggettiva difficoltà a diversa e più logica soluzione.
Agostino Pietrasanta

mercoledì 15 luglio 2009

Quando muore un soldato

Due ottimi interventi di Tonio Dell’Olio

Otto lunghissimi anni in Afghanistan avrebbero dovuto essere sufficienti a far comprendere che la presenza in armi in quel Paese da parte dell’occidente non solo non è utile a nessuno ma rischia di diventare dannosa o tragica per tutti. Se dopo otto anni ci ritroviamo a piangere la morte di un altro giovane e il sentimento del dolore si mescola a quello della rabbia, significa che la pressione militare non può essere l’unica risposta o che quanto meno da sola si rivela insufficiente.
Il corpo senza vita di Alessandro, 25 anni e tanta voglia di vivere, ci urla di rivedere le nostre risposte e gli strumenti del nostro intervento e della nostra presenza nelle zone di crisi del mondo. La risposta del ministro della difesa è vecchia, superata dai fatti, paradossale. Non si può pensare ancora che la soluzione possa consistere nell’aumentare l’efficienza di mezzi e strumenti di guerra.
Caro signor ministro e se invece questa volta giurassimo sulla vita di Alessandro di invertire la tendenza fin qui seguita e rafforzassimo la cooperazione? Se decidessimo di destinare alle popolazioni afghane le garanzie di sviluppo e di benessere che i Taliban non sono in grado di offrire, forse avremmo vinto insieme la prima battaglia. Taglieremmo l’erba sotto i piedi del terrorismo e creeremmo un consenso maggiore di quanto non riescano a fare le armi.

15 luglio 2009 (http://www.peacelink.it/mosaico/a/29932.html)


Ma cos’è sto G8?

G8 pacchetto azionario di maggioranza della Banca Mondiale in grado di condizionare l’economia e la finanza di tutti i Paesi. Di condannare a morte o richiamare in vita gli abitanti di un’intera regione del mondo.
G8 tappeto rosso del potere, Holliwood della politica, festival di quelli che contano per davvero o che credono di contare.
G8 che sa di non bastare più a se stesso perché la Cina non è vicina: è andata oltre; l’India s’è fatta strada; il Brasile è leader continentale.
G8 che detta le regole del mercato mondiale sempre a favore dei soliti noti e grandi elettori.
G8 di Genova 2001, due mesi prima della strage delle Torri Gemelle non fiuta l’aria, redige un documento finale nel quale la parola terrorismo non appare nemmeno di striscio.
G8 vetrina buona, club dei ricchi, status simbol del potere, buono per una foto ricordo e per dire “io c’ero!”.
G8 sfarzo e spreco.
G8 è l’automobilista romano incazzato, incastrato nel traffico che urla: “Buffoni, statevene a casa invece di rompere le palle alla gente che lavora”.
G8 in visita allo zoo umano della tragedia abruzzese e gli abruzzesi non sono d’accordo.
G8 novanta per cento della produzione e del commercio di armi.
G8 strette di mano e pacche sulle spalle.
G8: la gente, i drammi, la miseria ma anche le speranze sono altrove.

9 luglio 2009 (http://www.peacelink.it/mosaico/a/29901.html)

venerdì 10 luglio 2009

Trasferimento... ma nulla cambia!

Poichè la Voce alessandrina ha pubblicato questa mattina l'annuncio del mio trasferimento, cambio parrocchia, del resto da me richiesto, pubblico la lettera di spiegazione che verrà consegnata ai miei parrocchiani per spiegarne il senso. Ma anche a Castelceriolo c'è - oltre al casello autostradale di Alessandria Est - la connessione internet!

Alessandria, 11 luglio 2009 Festa di San Benedetto

Carissimi Parrocchiani,

quando il 3 ottobre 1993 sono stato presentato dal Vescovo Mons. Charrier alla Comunità del Suffragio, a chi mi augurava di restare fino “alla pensione” rispondevo che mi sembrava più giusto restare per 10-12 anni, pena l’invecchiamento delle persone, delle idee, degli entusiasmi. Di anni ne sono passati sedici!
Sento perciò la responsabilità di far sì che vi sia “vino nuovo in otri nuovi”, come diceva il Vangelo nei giorni scorsi! Così già da qualche mese avevo dato la disponibilità al Vescovo per un cambio, utile per me e per la Comunità, dicendogli anche che non mi sarebbe dispiaciuto, né lo avrei sentito come una “diminuzione” o uno scendere “nella carriera”, andare a fare il parroco in un paese, un’esperienza che mi manca... Chi mi conosce sa anche che cosa penso della preoccupazione o dell’ansia di “far carriera” nella Chiesa! L’unica carriera che mi interessa è quella che permette a qualche persona – anche attraverso il mio servizio – di incontrarsi con il Signore Gesù e con il suo Vangelo... Fa carriera nella Chiesa chi sa accompagnare qualche persona – magari nel segreto – “sulla soglia di Dio”: questo credo sia il compito di un prete, compito che lì finisce, perché ciò che avviene dopo, il varcare o no quella soglia, riguarda solo il dialogo personale e filiale tra l’uomo o la donna e Dio stesso...
Al Vescovo che temeva “letture indebite” ho anche assicurato che avrei ben spiegato che lui stesso rispondeva ad un mio desiderio, anche per avere più tempo da dedicare ad altri interessi e iniziative che mi stanno a cuore e che mi portano spesso ad accettare impegni fuori da Alessandria.
Certo che è una scelta che mi costa! Tutti possono comprendere bene che in sedici anni si creano legami profondi e forti, che si consolidano quando si sono vissuti insieme momenti di gioia e di tristezza, quando si sono intrecciati dialoghi (magari più importanti e arricchenti per me che per gli altri, conoscendo i miei limiti), quando si sono avute generosissime collaborazioni e attenzioni, quando molti sono riusciti ad andare al di là dei miei silenzi (ho abbondanza di parole sono nelle omelie e nei dialoghi personali, ma ben poche parole di fronte alle incomprensioni o ai giudizi critici senza la volontà di dialogo vero). Penso che tutti potranno comprendere che cosa comporta a livello personale lo strappo che comunque si verifica – anche se si va a pochi minuti di distanza – negli affetti e nelle amicizie. In occasione della morte di mia madre, dodici anni fa, dissi che la mia unica famiglia (essendo mio fratello e tutti i miei parenti lontani da Alessandria), quella che sentivo come mia famiglia, era proprio la mia Comunità, e sapete che non amo dire frasi retoriche!
Negli anni scorsi, fino a due anni fa, molti altri impegni occupavano la mia vita, portandomi spesso fuori Parrocchia; sono stati gli anni in cui ho avuto la fortuna di poter collaborare intensamente – con quali risultati e quale utilità per gli altri lo dirà il futuro – con il Vescovo Charrier: ho avuto in quegli anni la fortuna di avere l’aiuto prezioso di don Paolo, don Pietro Gandolfo, don Attilio Goggi, don Carlo Gualco e ora anche di don Giovanni Ginevri: soprattutto a loro deve andare la gratitudine mia e della Comunità, perché hanno abbondantemente supplito ai miei limiti, alle mie assenze e anche alle mie trascuratezze. Come a tanti straordinari e competenti laici che sono stati veri collaboratori nell’attività pastorale della parrocchia, di più, persone che sentono una vera corresponsabilità, di cui il prete è servitore e collaboratore, perché l’annuncio del Vangelo e la sua testimonianza sono compito di tutti i battezzati.
Ma ora sento la stanchezza e la mia incapacità: la nostra Comunità ha grandi strutture adatte ai tempi in cui la Parrocchia era come un villaggio dove si viveva il più possibile e si usciva solo per le necessità della vita – il lavoro, la scuola e qualche momento di vita familiare; ora la Parrocchia è sempre più “la fontana del villaggio”, secondo l’immagine profetica di Giovanni XXIII, dove si va ad attingere l’acqua ma poi, sostenuti da questo indispensabile alimento, si vive altrove.
Oggi sento le strutture e gli sforzi che bisogna fare per il loro mantenimento come un peso insopportabile e fonte di ansia continua. Molto abbiamo fatto in questi anni: i portali della chiesa, tutti gli impianti rinnovati, la Cripta, la risistemazione di tutta l’area di nostra pertinenza, spesso spinti da urgenze: credo che quanto mi è stato affidato non sia certamente impoverito perché il valore delle strutture è accresciuto, ma sapete bene che non sono capace né di chiedere – se non per atti di carità – né di amministrare. Vorrei vivere con una sola ansia, quella di predicare il Vangelo, non con quella di pagare le bollette stratosferiche che una struttura così grande comporta...
Non possedevo nulla quando sono venuto al Suffragio; vado altrove vivendo la stessa povertà, anzi, senza neppure il supporto che allora avevo, della piccola pensione di mia mamma. Ma il Vangelo ci insegna che chi “ha due tuniche ne dia una a chi non ne ha”, senza attendere nulla in cambio se non, a volte, l’ingratitudine...
Perciò sento come necessario lasciare ad altri, più esperti, più competenti e con un nuovo entusiasmo, questi compiti che io non mi sento più in grado si svolgere. Ma credo che il far finta di nulla, il tirare a campare, il trovare piccole soluzioni di tamponamento, provocherebbe un riflesso negativo proprio sulla missione della Chiesa: io sono prete per pensare alla missione di annuncio, di celebrazione e di testimonianza del Vangelo, non per cercare una mia sistemazione: l’ansia della missione, con la necessità di rinnovamento che comporta, di nuove idee, di nuove proposte, di nuovo entusiasmo, deve prevalere sull’ansia di “sistemarmi” guardando alla vecchiaia!
Sono perciò grato al Vescovo per avermi proposto Castelceriolo come nuova Comunità: ha una grande storia, un generoso presente e un’apertura al futuro che diventano altrettanti stimoli al mio impegno. Nella chiesa parrocchiale c’è la tomba di don Carlo Torriani sulla quale è scritto: Giornalista, Sindacalista, Sacerdote. Chi mi conosce può immaginare quale condivisione e sintonia di interessi io vi possa trovare, con la consapevolezza di avere di fronte un gigante per me inarrivabile.
Ma penso anche con stima e affetto alla presenza a Castelceriolo di don Luigi Riccardi, figura luminosa e di riferimento tra i preti alessandrini, che già mi ha rassicurato sulla sua presenza, sulla sua disponibilità e, spero, sul suo consiglio.
Come dobbiamo essere grati al Vescovo per la nomina di un suo stretto e competente collaboratore a nuovo parroco del Suffragio: negli anni scorsi abbiamo condiviso molte attività, molti servizi alla Chiesa, abbiamo coltivato una preziosa amicizia. Don Gian Paolo saprà certamente supplire in molti campi alle mie incapacità o alle mie lacune e dare alla Comunità una ventata di novità. Spero che anche con lui tutti siano consapevoli che il passato è, appunto, “passato” prossimo o remoto. La pastorale della Chiesa è proprio l’arte di trovare vie nuove e adeguate ai tempi per far incontrare gli uomini e le donne di oggi, con la loro storia e la loro cultura, con il Vangelo.
Confido in un ricordo nella preghiera di tutti, un ricordo che diventa così sforzo per raccogliere ciò che di bello, di buono, di significativo posso aver seminato e, insieme, capacità di perdonare gli sbagli, le dimenticanze, le incomprensioni che pure sono una realtà della mia vita. Non voglio scrivere frasi da “testamento spirituale”, perché spero di aver ancora tempo per diventare migliore! Posso solo dire che al di là dei limiti e degli errori miei personali, non mi sono mai messo in un atteggiamento di critica o di giudizio nei confronti delle persone, ma solo ho cercato di voler bene a tutti; credo sia quanto basta per essere perdonato di tutto quello che posso aver sbagliato.
Con affetto per tutti e con fiducia nella mia vecchia e nella mia nuova Comunità, con affetto e fiducia nella Chiesa che più grande delle nostre personali povertà.

don Walter

Il mondo degli altri

Da "Famiglia cristiana" del 5.7.2009.
Intervista di Alberto Bobbio al Cardinale Oscar Rodriguez Maradiaga


Sul suo capo pende una condanna a morte. I narcos del Centro America, la mafia internazionale che gestisce il più importante business illegale del mondo, hanno deciso che il cardinale Oscar Rodriguez Maradiaga, arcivescovo di Tegucigalpa, in Honduras, e presidente della Caritas internationalis, deve morire, perché ha parlato chiaro e ha detto che «il narcotraffico è il più grande flagello dell’America centrale e latina». Ha viaggiato senza scorta, ha attraversato l’oceano col cuore in ansia per venire a Torino a raccontare ai delegati della Caritas italiana, che «il vecchio sistema economico basato sulla cieca cupidigia» va cambiato. Traccia la mappa di un mondo che non ha centrato uno solo degli Obiettivi del Millennio per la riduzione di fame e povertà. Nonostante in Honduras soffiassero venti inquietanti, sfociati nel più drammatico degli sviluppi – il golpe che ha destituito il presidente Manuel Zelaya – non ha voluto perdere l’occasione di parlare di crisi e povertà nel Paese che tra pochi giorni ospiterà il G8, prima di ritornare immediatamente nel suo Paese.

* Partiamo da qui, eminenza, dal G8.

«Mi lasci osservare che la riduzione del 56 per cento dell’aiuto allo sviluppo che il vostro Governo ha previsto per il 2009 non è affatto un buon segno per il summit del G8. Ma la compagnia è assai ampia: solo cinque Paesi al mondo hanno raggiunto l’obiettivo dello 0,7 per cento del reddito da destinare ai Paesi poveri preso 40 anni fa. Ai G8 i grandi della Terra si occupano solo dei propri interessi. Io domando chi si occupa del G168, cioè tutte le altre nazioni».

* Cosa teme?

«Senza giustizia sociale non c’è pace. Temo nuovi conflitti. Nell’agenda dei leader c’è solo la crisi delle grandi multinazionali dell’industria e della finanza. L’unico che parla un linguaggio diverso è Benedetto XVI. Aspettiamo con ansia la sua enciclica sociale».

* Secondo lei sono stati stanziati troppi fondi per le banche e le aziende?

«Solo il Governo americano ha previsto 800 miliardi di dollari, somme enormi gettate in un barile senza fondo. Non so dove arriveremo. Ma il punto, in realtà, non è questo».

* E allora qual è?

«Non sono stati cambiati gli uomini che hanno provocato e non hanno previsto la crisi. Adesso la gestiscono e stabiliscono come uscirne. Così non funziona. Anche i ministri dell’Economia sbagliano. Si concentrano solo a mettere in ordine i sedili sul ponte del Titanic, senza riparare gli squarci dello scafo. E così la nave affonda».

* Quindi l’errore non è stato commesso solo dalle banche?

«No. È l’intero sistema economico che non funziona più e la responsabilità maggiore è dei Governi, che sapevano. Oggi dovremmo tutti avere la saggezza di eleggere Governi che si distinguono perché risolvono i problemi della maggioranza della gente, cioè dei poveri».

* Anche Obama sbaglia?

«Obama ha detto molte cose nuove e positive in campagna elettorale. Ma quando è arrivato al Governo anche lui ha dovuto fare i conti con diversi interessi e fatica a raggiungere i suoi obiettivi ideali. Tuttavia ritengo che Obama ce la farà a cambiare qualcosa, perché ha buone intenzioni. Al recente vertice di Trinidad sull’America latina ha dimostrato un atteggiamento nuovo degli Stati Uniti. Per ora Obama sembra una voce che parla nel deserto. Ma vedo sempre più persone che lo ascoltano».

* Ha parlato anche di riduzione della spesa mondiale per gli armamenti.

«Il problema sono gli Stati Uniti, che spendono più di tutti. Ci vuole qualcuno che dia il buon esempio. Non sarà facile, perché l’industria militare non vede mai crisi, nemmeno, mi lasci dire, in tempi di crisi. È un business molto prospero e molto triste, fonte di scandali enormi e non solo morali, costruiti sul segreto e sulla mancanza di trasparenza. Non sono molto ottimista».

* Chi soffre di più oggi?

«Naturalmente l’Africa. Il 70 per cento del denaro per la sanità arriva da donatori esterni. Se si tagliano gli aiuti si sacrificano vite umane. Ma è solo un esempio. L’Africa sembra interessare solo alla Chiesa. Il Papa è stato una settimana in quel continente, nessun altro leader viaggia per l’Africa. La Chiesa cattolica dedica un Sinodo all’Africa a ottobre. Il resto del mondo ha deciso di abbandonarla al suo destino di morte. Bisognerebbe non dimenticare. Ma non è così ed è un bel guaio».

* Chi ha l’atteggiamento giusto?

«Il Papa e Obama. Sono uomini che dialogano e non dividono il mondo in bianco e nero, ma sanno riconoscere le diverse altre tonalità. Obama ha proposto nel discorso del Cairo un atteggiamento nuovo. Non ha mai pronunciato la parola terrorismo. Oggi chi dialoga è un genio».

* Dove funziona finora?

«In America latina. Noi eravamo ignorati da Bush. Oggi c’è un nuovo dialogo, anche se non tutto va bene. C’è chi tenta di riciclare un vecchio modello ideologico, anche se lo chiama socialismo bolivariano. Non è comunismo, ma solo capitalismo mascherato, perché a pagare sono sempre i poveri».

* C’è solo Chavez e il Venezuela che la preoccupano?

«No. Mi preoccupa il ritorno al pensiero unico, che è un nuovo stile di dittatura. Mi preoccupano gli eccessi infamanti contro la libertà di stampa».

* L’Iran?

«Temo che sia sangue versato inutilmente. Ma la repressione alla fine perderà. In gioco ci sono interessi strategici, più il petrolio che la questione del nucleare, ma su questo si preferisce stare zitti. Tra Teheran e Caracas, due Paesi petroliferi strategici, ci sono voli diretti. Servono per trafficare denaro e armi. Ma nessuno ne parla».

* Chavez non sarà contento.

«Io sono abituato a parlare chiaro. L’ho fatto anche sullo Zimbabwe circa la repressione del presidente Mugabe e non mi hanno dato più il visto».

* La questione ambientale torna nell’agenda internazionale.

«Deve tornare. Nel prossimo vertice internazionale dell’Onu, a Copenaghen a dicembre, è necessario trovare un accordo radicale sulla giustizia climatica: chi inquina deve pagare. Non è moda ecologica perché in gioco c’è la sopravvivenza del mondo. E le Chiese cristiane stanno in prima linea perché sono fedeli alla creazione».

* L’acqua è il problema primario?

«Certamente. L’acqua deve essere considerata un diritto. Non si possono privatizzare l’acqua e le fonti, perché sui diritti umani non si deve negoziare. Ci accusano di essere sovversivi quando parliamo di queste cose. Prima dicevano che eravamo comunisti, ma oggi il comunismo non c’è più. Su queste cose non si può scherzare».

* Anche quando la Chiesa difende gli immigrati finisce sul banco degli imputati.

«Ogni nazione ha il diritto di approvare le leggi che vuole. Ma deve rispettare i diritti dell’uomo. Se si alzano muri non si risolve nulla. L’unico modo di fermare l’immigrazione illegale è aumentare gli aiuti allo sviluppo. Il contrario di quanto ha fatto il vostro Paese».

* I muri non provocano più scandalo.

«Purtroppo è così. Il muro di Berlino era uno schiaffo alla libertà. Il muro in Palestina lo è altrettanto, uno scandalo di cui nessuno parla. Solo il Papa lo ha fatto. Evidentemente c’è una doppia morale. I palestinesi soffrono ed emigrano. Gli insediamenti israeliani in Cisgiordania sono un esempio di ingiustizia. Da 60 anni i palestinesi nascono e crescono in campi di concentramento. Ma si parla solo dei lager nazisti. Obama ha ragione quando dice che la soluzione è solo quella di due Stati. Ma due Stati che si rispettino a vicenda».

* La Cina oggi ha in mano le chiavi dell’economia mondiale. Lei teme il turbocapitalismo cinese?

«Io temo tutte le economie che fanno leva sulla speculazione finanziaria. Pechino tiene in pugno molte economie, a cominciare da quella americana. Finora il mondo ha guardato alla Cina come a un paradiso dal punto di vista finanziario. Io mi permetto di avvisare di stare attenti alle pentole a pressione, perché qualche volta possono esplodere. E oggi il mondo è più convinto che la libertà sia il bene più prezioso. La crisi e la recessione stanno convincendo tutti che non si può guadagnare senza limiti. Il guadagno deve avere limiti, altrimenti provoca l’impoverimento di altri, i quali prima o poi presenteranno il conto. Invece si possono stabilire guadagni equi, senza prendere per la gola i poveri e senza imporre una limitazione della libertà».

lunedì 6 luglio 2009

La gloria di Dio risplende sul volto di ogni persona - Dolore e orrore perchè il razzismo è ormai “a norma di legge”

“Ero straniero e mi avete accolto” (Mt 25,35). La Parola di Cristo porta a compimento la logica della Scrittura dal Levitico 19,33-34 –“Tratterete lo straniero che risiede fra voi come colui che è nato fra voi; tu l’amerai come te stesso”, al Deuteronomio 10,19 – “Amate lo straniero perché anche voi foste stranieri nel paese d’Egitto”, alla Lettera agli Ebrei 13,2 – “Non dimenticate l’ospitalità, perché alcuni, praticandola, hanno ospitato senza saperlo degli angeli”.

Dolore e orrore. Il 2 luglio 2009 è stata votata una legge che rompe l’unità della famiglia umana e ne offende la dignità, prende piede l’idea che esistano esseri umani di seconda e terza categoria , un popolo di “non-persone”, di esseri umani, uomini e donne invisibili. E’ una perdita totale di senso morale e di sentimento dell’umano; questo accade, nel nostro paese che ha prodotto milioni di emigranti. La legge “porterà solo dolore”, osserva Agostino Marchetto del Pontificio Consiglio dei Migranti.
Il dolore nasce dall’orrore giuridico e civile del “reato di clandestinità”, dall’idea del povero come delinquente e della povertà come reato. La legge votata non è solo contraria alla nostra Costituzione ma a tutta la civiltà del Diritto. Punisce una condizione di nascita, l’essere straniero, invece che la commissione di un reato. Dichiara reato una condizione anagrafica. Infermieri, domestiche, badanti, lavoratori (vittime spesso di morti nei cantieri) o persone in cerca di lavoro e di dignità diventano delinquenti. A questo punto, quanti stranieri frequenteranno un servizio sociale o si rivolgeranno, se vittime della “tratta”,ad associazioni volontarie o istituzionali, forze di Polizia comprese, oggi messe in un angolo dalla diffusione delle cosiddette “ronde”? Quanti stranieri andranno a far registrare una nascita, si presenteranno in ospedale per farsi curare? Quali gravi conseguenze questo potrà produrre sulla salute di tutti i cittadini è già stato evidenziato da moltissime associazioni di medici. Siamo il paese di Caino?Abbiamo una legge cattiva che ostacola i matrimoni, rompe l’unità delle famiglie. Si introduce il divieto per le donne straniere, in condizioni di irregolarità amministrativa, di riconoscere i figli da loro stesse generati che diverranno “figli di nessuno”, potranno essere sottratti alle madri e messi nelle mani dello Stato. Neanche il fascismo, hanno rilevato alcuni scrittori, si era spinto fino a questo punto. Infatti le leggi razziali del 1938 non privavano le madri ebree dei loro figli, né le costringevano all’aborto per evitare la confisca dei loro bambini da parte dello Stato. La legge è pericolosa perché accrescerà la clandestinità che dice di combattere, favorirà il “si salvi chi può”, darà spazio alla criminalità organizzata, aumentando l’insicurezza di tutti.
Non c’è futuro senza solidarietà. La legge, tra l’altro, è inutilmente crudele, ricorda don Ciotti. Ci fa tornare ai tempi della discriminazione razziale. E’ una forma di accanimento contro i poveri anche se la povertà più grande, oggi, è la nostra: povertà di coraggio, di umanità, di capacità di scommettere sugli altri, di costruire insieme una sicurezza comune. La sicurezza basata sulla paura sta diventando un alibi per norme ingiuste e dannose, per scaricare il malessere di molti italiani sugli immigrati, capro espiatorio della crisi, bersaglio facile su cui sfoghiamo il tramonto di ogni etica condivisa e della testimonianza cristiana. La tutela della vita e della dignità umana va assunta nella sua interezza per tutti e in ogni momento dell’esistenza. “Non c’è futuro senza solidarietà” scrive il cardinal Tettamanzi. Non c’è sicurezza senza l’aiuto reciproco, senza l’esercizio dei diritti e dei doveri dentro un’azione comune per il bene comune.
Costruire comunità e città conviviali. Benedetto XVI da tempo ci invita come comunità ecclesiale a diventare “casa ospitale per tutti, segno e strumento di comunione per l’intera famiglia umana”. Per il Papa ogni comunità cristiana deve “aiutare la società civile a superare ogni possibile tentazione di razzismo, di intolleranza e di esclusione […]. Solo nella reciproca accoglienza di tutti è possibile costruire un mondo segnato da autentica giustizia e pace vera” (Angelus 17 agosto 2008).
Invitiamo, quindi, le comunità cristiane e tutti gli operatori di pace a mobilitarsi per costruire la pace nella vita quotidiana spesso prigioniera di solitudini, governata dalla paura e coinvolta in progetti tribali e autoritari.
La gloria di Dio. Nessuno ci è straniero anche perché la distanza che ci separa dallo straniero è quella stessa che ci separa da noi stessi e la nostra responsabilità di fronte a lui è quella che abbiamo verso la famiglia umana amata da Dio, verso di noi, pronti a testimoniare la profezia del Risorto che annuncia la pace. “Dio non fa preferenze di persone” (Atti 10,34, Romani 2,11 e 10,12; Galati 2,6 e 3,28; Efesini 6,9; 1 Corinti 12,13; Colossesi 3,11) poiché tutti gli uomini hanno la stessa dignità di creature a Sua immagine e somiglianza. Poiché sul volto di ogni uomo risplende qualcosa della gloria di Dio, la dignità di ogni uomo davanti a Dio sta a fondamento della dignità dell’uomo davanti agli altri uomini (Compendio della dottrina sociale n. 144).
Questi nostri giorni sono difficili ed oscuri. E' stata oscurata la gloria di Dio.

Pax Christi, Domenica 5 luglio 2009
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