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"La coscienza del cristiano è impegnata a proiettare nella sfera civile i valori del Vangelo" ____________________________________________________________________________________________________________________

lunedì 29 marzo 2010

La parte del prete (Pensieri pasquali)

Questa me l’ha raccontata mio nonno che di nome faceva Lucio Agostino, ma in paese tutti lo chiamavano Gustu; tanto che anche mio padre, quando nacqui io, si era dimenticato di Lucio ed all’anagrafe mi impose il nome di Agostino, Gustu appunto.
La vicenda risale ai primissimi anni del secolo scorso ed ovviamente non ne fui testimone: non ero ancora nato io e neppure i miei genitori. Ai tempi, soprattutto nei paesi, i partiti politici erano ancora sconosciuti alle masse che, come noto, ne prenderanno coscienza nel primo dopo/guerra. Non mancavano tuttavia fenomeni di dialettica piuttosto…vivaci, interpretati dalle confraternite religiose. Al paese ne esistevano due: la compagnia del “Santissimo Sacramento” e quella dei “Battuti”, detta anche della “Buona morte”, che avrebbe dovuto assistere i condannati a morte nel momento dell’esecuzione, ma, abolita la pena di morte, non aveva certo pensato a sciogliersi e si dedicava ai malati terminali, in agonia.
Va detto che il paese contava più di tremila abitanti (oggi si sono ridotti a meno di millecinquecento). Le confraternite contavano non meno di duecento confratelli ciascuna; inoltre tra parenti, sostenitori e simpatizzanti dell’una e dell’altra, tutto il paese ne era coinvolto e sostanzialmente spaccato a metà (metà con l’una, metà con l’altra). Dire che si guardavano in cagnesco, significa ricorrere ad un eufemismo; se dovessimo metterla sul sincero, dovremmo dire che si odiavano senza riserve e senza tregua, nel nome del rispettivo santo protettore. In certe occasioni però, erano obbligate ad incontrarsi: ad esempio nelle processioni che il paese celebrava con una certa regolarità e frequenza.
Nonostante i rapporti…conflittuali, le cose riuscivano sempre a comporsi, grazie alle regole ferree pattuite da sempre e sanzionate dall’autorità religiosa, il parroco. La regola stabiliva anche, ed in particolare, a chi spettava, di volta in volta, il posto d’onore: se la processione era quella del “Corpus Domini”, posto d’onore alla “Compagnia del Santissimo”, se era quella del giorno dei defunti, posto d’onore alla compagnia dei “Battuti”, (“Buona Morte”) e così via.
La cosa funzionava, ma l’equilibrio (lo si sentiva nell’aria) era precario: le regole, per quanto ferree, si possono sempre interpretare.
Il “casus belli” nacque per un’”imprudenza” proprio del Parroco: tipo intraprendente e sanguigno, nei primissimi anni del secolo, anche un po’ per fare dispetto ad un gruppetto di “anticristo” (i socialisti, s’intende) presenti pure nel paese, pensò di istituire la processione del “Venerdì santo”. Gli “anticristo” neanche se ne accorsero, ma i confratelli delle due fazioni si trovarono di fronte al fatto nuovo, non regolamentato: a chi la precedenza, a chi il posto d’onore?
Ne nacque un’inedita discussione…teologica: dico inedita, perché, per quanto poco ne possa capire, il motivo del dissenso non mi pare abbia a che fare con la teologia.
Argomentavano i confratelli del “Santissimo”. La processione porterà, in visita per le contrade del paese il Cristo morto, ma morto come uomo, perché, come Dio non può morire (avevano mandato a memoria il catechismo); ora noi siamo la compagnia del “Santissimo” che altri non è che Dio, presente nell’Eucarestia, quindi il posto d’onore spetta a noi.
Ribattevano i confratelli “Battuti”. Furbizie da “Garibuia”! (l’espressione era più colorita, ma ve la risparmio); il venerdì santo, Cristo muore e dunque il posto d’onore spetta a noi, compagnia della “Buona morte”. Il parroco aveva un bel richiamare i grandi principi evangelici della mansuetudine e dell’amore, dei primi che saranno gli ultimi e, viceversa degli ultimi diventati primi; i confratelli conoscevano a memoria il catechismo, ma si guardavano bene dal toccare la Bibbia, testo pericoloso, roba da luterani e protestanti!
Alla fine dovette decidere l’autorità, il parroco per l’appunto. E poiché la Compagnia del “Santissimo” aveva sede in Parrocchia, mentre quella dei “Battuti”,(“Buona morte”) aveva sede presso la Chiesa dell’oratorio di “S. Sebastiano” (a duecento metri circa dalla parrocchiale), il parroco prese parte per i confratelli della prima.
Apriti cielo: i capitolari (si chiamavano così i dodici capi delle confraternite) dei “Battuti”, riuniti d’urgenza, decisero, all’unanimità, in cinque minuti: sciopero! Avrebbero disertato la processione del “Venerdì santo”. Il priore, capo dei dodici, di nome Carlo, ma, in paese chiamato Carlottone (Carluton), ovviamente per la mole fisica ( 190 cm. di altezza ed un quintale di peso), si presentò all’autorità religiosa (il parroco) e fece formale comunicazione. Dopo uno scambio di cordiali, caritatevoli e colorite minacce i due si lasciarono, promettendosi una imminente “Filippi”.
Nel paese cominciarono le scaramucce, accompagnate da qualche “contatto fisico” fra le due fazioni, ma il bello sarebbe arrivato nel giro di pochi giorni.
Va precisato, per fedeltà di cronaca, che il “giovedì santo” e dunque, per quell’anno, giorno precedente la prevista processione, da tempo immemorabile, i confratelli “Battuti” si recavano in corteo, e solo loro, dalla Chiesa dell’oratorio alla parrocchiale; qui, alla presenza di tutto il paese (o quasi) recitavano a voce ben alta alcune preghiere e ad ogni “imprecazione” (si diceva così) in tono cantilenante chiedevano, per tre volte “misericordia, misericordia, misericordia!”. Alla fine il prete di turno predicava sul tema dell’infinita misericordia di Dio.
Anche quell’anno, l’appuntamento non venne annullato: lo sciopero riguardava solo la sera successiva. Il fatto è che terminate le invocazioni, il parroco, ormai in rotta coi “Battuti”, invece di proporre la misericordia di Dio attaccò una predica di accuse agli scioperanti del giorno appresso: la colpa loro era quella di aver sabotato la comunione ecclesiale e di aver turbato la pace pubblica. Seguirono parole di fuoco, un torrente, in crescendo, di attacchi ai poveri “Battuti”. Costoro che non sapevano neanche immaginare il ruolo di vittima, reagirono prontamente: Carlottone (Carluton) lanciò un’occhiata ai confratelli più giovani che erano piazzati in fondo alla Chiesa e, a cenni, ordinò loro di aprire le porte. Contemporaneamente si consultò coi colleghi capitolari, con breve movimento del capo, quindi afferrò il crocione che portava; di dimensioni notevoli, anche se non proprio paragonabile ai “Cristi” che parecchie Chiese di Liguria vantano ancora oggi, se usato per fini non compatibili con la devozione poteva produrre effetti interessanti. Carlottone, alto poco meno di due metri, puntò la sua croce in faccia al parroco che concionava con voce tonante: non ci fu contatto fisico, ma una pantomina ed una girandola davanti agli occhi del malcapitato prete che fece inorridire i fedeli presenti. Quindi il gruppo compatto dei “Battuti” (confratelli della “Buona morte) intonò, a voce spiegata il “Miserere”, un salmo composto da Davide per chiedere perdono delle sue malefatte, e con ordine, in processione, abbandonò la Chiesa. Frattanto tra i presenti si scatenò il pandemonio: tutti urlavano senza ritegno ed infine si passò alle mani, con interventi di fatto, tra i fautori delle opposte fazioni, mentre i “Battuti” ritornavano tranquilli alla Chiesa di S: Sebastiano.
La processione fu sospesa, poi soppressa e fu ripristinata solo molti anni dopo, quando la crisi delle Confraternite e la scomparsa di una di esse (non vi dirò quale), tolse ogni possibilità di contesa.
Mio nonno però mi aggiungeva alcune considerazioni sulla responsabilità dei preti che anziché predicare la parola di Dio si schierano nelle parti e nelle contese; diceva anche che il prete che si schiera con una parte in conflitto finisce sempre per allontanare i fedeli dalla Chiesa.
Dirò anche che un suo amico (di mio nonno) citava sempre la vicenda come un esempio dell’autonomia dei Laici; su questo credo di dover sorvolare per molte ragioni ed anche perché, da allora, di strada ne abbiamo fatto poca e spesso siamo andati piuttosto indietro.
Siamo a Pasqua e forse per questo, quanto vi ho narrato, potrebbe riuscire persino attuale.
Agostino Pietrasanta

mercoledì 24 marzo 2010

Italianistan

Salve, sono un cittadino dell' Italianistan.
Vivo a Milano 2, in un quartiere costruito dal Presidente del Consiglio.
Lavoro a Milano in un'azienda di cui è principale azionista il Presidente del Consiglio.
Anche l'assicurazione dell'auto con cui mi reco a lavoro è del Presidente del Consiglio, come del Presidente del Consiglio è l'assicurazione che gestisce la mia previdenza integrativa.
Mi fermo tutte le mattine a comprare il giornale di cui è proprietario il Presidente del Consiglio.
Quando devo andare in banca, vado in quella del Presidente del Consiglio.
Al pomeriggio, quando esco dal lavoro, vado a far la spesa in un ipermercato del Presidente del Consiglio, dove compro prodotti realizzati da aziende partecipate dal Presidente del Consiglio.
Alla sera, se decido di andare al cinema,vado in una sala del circuito di proprietà del Presidente del Consiglio, e guardo un film prodotto e distribuito da una società del Presidente del Consiglio: questi film godono anche di finanziamenti pubblici elargiti dal governo presieduto dal Presidente del Consiglio.
Se invece la sera rimango a casa, spesso guardo la TV del Presidente del Consiglio, con decoder prodotto da società del Presidente del Consiglio, dove i film realizzati da società del Presidente del Consiglio sono continuamente interrotti da spot realizzati dall'agenzia pubblicitaria del Presidente del Consiglio.
Seguo molto il calcio, e faccio il tifo per la squadra di cui il Presidente del Consiglio è proprietario.
Quando non guardo la TV del Presidente del Consiglio guardo la RAI, i cui dirigenti sono stati nominati dai parlamentari che il Presidente del Consiglio ha fatto eleggere.
Quando mi stufo navigo un po' in internet, con provider del Presidente del Consiglio.
Se però non ho proprio voglia di TV o di navigare in internet leggo un libro, la cui casa editrice è di proprietà del Presidente del Consiglio.
Naturalmente, come in tutti i paesi democratici e liberali, anche in Italianistan è il Presidente del Consiglio che predispone le leggi che vengono approvate da un Parlamento dove molti dei deputati della maggioranza sono dipendenti ed avvocati del Presidente del Consiglio, che governa nel mio esclusivo interesse, per fortuna!

PS.: Tutte le persone che leggono la presente comunicazione hanno l' obbligo civile e morale di trasmetterla ad almeno altre cinque persone: non sia mai che qualcuno lo votasse di nuovo...

mercoledì 17 marzo 2010

… per riveder le stelle del diritto

Propongo il Comunicato Stampa di Pax Christi, documento da leggere, meditare e assumere come impegno di lotta quotidiana...

Uscire dalla bolgia infernale per una cittadinanza responsabile


Il Consiglio Nazionale di Pax Christi è fortemente preoccupato della grave situazione del nostro Paese e si sente spronato ad una inderogabile azione comune per uscire da questo momento camminando sulle strade costituzionali della legalità, della giustizia e del diritto.

E' urgente uscire dalla bolgia di questi giorni difficili. “Per un paese solidale”-come ci chiedono con forza i Vescovi nel documento sul Mezzogiorno- è urgente uscire dalla bolgia di questi giorni, per un cambiamento radicale basato sulla "cultura del bene, della cittadinanza, del diritto, della buona amministrazione e della sana impresa nel rifiuto dell'illegalità".

E' urgente riprendere l'impegno a servizio del bene della nostra Italia condividendo le crescenti preoccupazioni di mons. Domenico Mogavero, Presidente del Consiglio della Conferenza episcopale italiana per gli Affari Giuridici, per il quale ''cambiare le regole del gioco mentre il gioco è in corso è un atto altamente scorretto''. Il pasticcio delle liste elettorali con relativo decreto “interpretativo”, l’introduzione del “legittimo impedimento”, il disprezzo delle regole, l’accusa reiterata da parte governativa dell’esistenza di complotti organizzati da chi dissente o dalla magistratura stanno esasperando una situazione già grave di pericolosa confusione che il presidente Napolitano chiama “una bolgia”, che nell’inferno dantesco è il luogo dei “fraudolenti”.

E' urgente dar voce a chi, come il Pontificio Consiglio dei Migranti, ha denunciato la grave valutazione del ritenere la tutela delle frontiere più importante della tutela della famiglia e dell’educazione dei minori. La voce di chi denuncia gli abusi e le speculazioni legate al terremoto in Abruzzo, la privatizzazione di alcuni beni vitali come l'acqua, i gravi problemi del mondo del lavoro, il rischio che venga cancellata la legge 185 sul controllo del commercio delle armi ci interpellano direttamente come cittadini e come credenti.

E' urgente allargare lo sguardo sui conflitti in atto, dall'Iraq alla Palestina, e partecipare all'opera di riconciliazione nazionale e liberazione sociale che, dal Salvador al Sudan, esigono autentiche “missioni nonviolente di pace”. Preoccupano particolarmente Pax Christi il silenzio sugli F35 assemblati a Novara e la nascita della “Difesa spa” che aggraveranno la corsa incontrollata al riarmo.

Per uscire a riveder le stelle del diritto con una cittadinanza attiva e responsabile, Pax Christi si convocherà in Assemblea Nazionale a Milano-Triuggio il 17-18 aprile, con la consapevolezza ben espressa dal tema “Nella mia città nessuno è straniero. Per una cittadinanza responsabile”

Il Consiglio Nazionale di Pax Christi, Firenze, 14 marzo 2010

Il Capo del Governo...

"Il capo del Governo si macchiò ripetutamente durante la sua carriera di delitti che, al cospetto di un popolo onesto, gli avrebbero meritato la condanna, la vergogna e la privazione di ogni autorità di governo. Perché il popolo tollerò e addirittura applaudì questi crimini? Una parte per insensibilità morale, una parte per astuzia, una parte per interesse e tornaconto personale. La maggioranza si rendeva naturalmente conto delle sue attività criminali, ma preferiva dare il suo voto al forte piuttosto che al giusto. Purtroppo il popolo italiano, se deve scegliere tra il dovere e il tornaconto, pur conoscendo quale sarebbe il suo dovere, sceglie sempre il tornaconto. Così un uomo mediocre, grossolano, di eloquenza volgare ma di facile effetto, è un perfetto esemplare dei suoi contemporanei. Presso un popolo onesto, sarebbe stato tutt'al più il leader di un partito di modesto seguito, un personaggio un po' ridicolo per le sue maniere, i suoi atteggiamenti, le sue manie di grandezza, offensivo per il buon senso della gente e causa del suo stile enfatico e impudico. In Italia è diventato il capo del governo. Ed è difficile trovare un più completo esempio italiano. Ammiratore della forza, venale, corruttibile e corrotto, cattolico senza credere in Dio, presuntuoso, vanitoso, fintamente bonario, buon padre di famiglia ma con numerose amanti, si serve di coloro che disprezza, si circonda di disonesti, di bugiardi, di inetti, di profittatori; mimo abile, e tale da fare effetto su un pubblico volgare, ma, come ogni mimo, senza un proprio carattere, si immagina sempre di essere il personaggio che vuole rappresentare."
Elsa Morante

*Qualunque cosa abbiate pensato, il testo, del 1945, si riferisce a Benito Mussolini...*

mercoledì 17 febbraio 2010

La fede strumentalizzata

Riprendo da http://www.cittafutura.al l'ottimo intervento - che ovviamente condivido totalmente! - di Gian Piero Armano.

Mi è capitato venerdì scorso (05/02) di seguire una trasmissione su una TV locale che aveva come titolo “Sicurezza ed immigrazione”. Sono intervenuti due ospiti, uno parlamentare e l'altro che aspira ad esserlo, entrambi appartenenti ad un partito che, da un lato, si erge a difensore dei valori cristiani e della Chiesa, ma dall'altro, strizza l'occhio al dio Po. Riguardo all'argomento della trasmissione poco si è detto, se non fare l'esaltazione del ministro dell'Interno in carica il quale, a dire dei due intervenuti, avrebbe ben operato promuovendo leggi severe nei confronti degli immigrati. Ma l'occasione si è rivelata molto ghiotta per fare della propaganda elettorale (ormai siamo vicini alle elezioni regionali). Dalle parole e dai concetti dei due intervenuti è emersa la volontà di sentirsi staccati dagli altri, specie se immigrati e diversi, richiamando la necessità di regole ferree per tenerli sotto controllo, regole che non servono per accogliere, ma per respingere.
Ma quello che, a mio avviso, ha destato più scalpore, è stato il tentativo di utilizzare il cristianesimo e la fedeltà alla Chiesa a sostegno delle loro argomentazioni. “Io sono cristiano praticante...”, “io sono d'accordo che la Chiesa intervenga nelle cose dello Stato...”, “io rispetto e difendo i valori cristiani... e vado a messa ogni domenica” e così via. Tali espressioni, più che confermare esperienze di fede, evidenziano la forza di una ideologia che discrimina, di una identità superiore che non considera le altre culture o le altre religioni. E' un modo di pensare e di parlare che falsifica il messaggio di Cristo che è amore, perdono, misericordia, salvezza, dialogo, accoglienza, universalità; è un modo che favorisce la discriminazione e la parzialità.
Questi atteggiamenti oggi sono pericolosi perché rischiano di strumentalizzare la fede in Gesù Cristo, utilizzandolo per finalità contrarie al suo messaggio. Sono segni di egoismo etnico, contrari ed ingiusti alla funzione del messaggio cristiano. Si tratta di una falsificazione che è più deleteria che la negazione, perché, usare Gesù Cristo, la Chiesa o le azioni religiose per interessi particolari, è più grave che dichiararsi ateo o indifferente. Inoltre far finta di onorare la gerarchia della Chiesa per ottenere qualche vantaggio elettorale, o corrompere i cristiani con queste false argomentazioni, è molto più immorale che essere critici nei confronti della Chiesa e delle sue prese di posizione. Una cosa è essere critici verso la Chiesa, ben altro è il tentativo di corromperla per raggiungere finalità che non la riguardano.
Cosa si può fare di fronte a simili atteggiamenti, proprio in questo periodo molto vicino alle elezioni regionali? Credo sia importante dare testimonianza dei valori indicati in Matteo 25,31-46: “...ho avuto fame... ho avuto sete... ero forestiero...”. Ciò vuol dire ribadire con forza che se si disprezza o non si accoglie lo straniero, il povero, l'ultimo è come disprezzare o non accogliere Gesù Cristo. Non serve proclamare “sono cristiano... sono praticante...”, non serve esporre simboli religiosi nei diversi luoghi: è molto più importante compiere opere di giustizia, di condivisione, di accoglienza verso chi è ultimo, come gli immigrati, perché, anche qui ci soccorre la parola evangelica: “...non chi dice: Signore, Signore... ma chi fa la volontà del Padre mio”. Le opere di giustizia, di condivisione, di accoglienza verso gli ultimi – e gli immigrati sono tra questi – sono i segni indicativi della forza del cristianesimo. Non altro.
E in linea con questo vorrei porre all'attenzione l'articolo di fondo del mensile di un gruppo di cristiani torinesi - “il foglio” n. 368 – che può aiutare a capire quali scelte si possono fare dal punto di vista sociale.
“A marzo eleggeremo il governatore del Piemonte e il nuovo Consiglio regionale. E' un'elezione amministrativa e per decidere per chi votare dovremmo valutare la politica svolta e i risultati ottenuti dall'attuale maggioranza, confrontare i vari programmi, informarci sui candidati dei diversi schieramenti. Siamo invece trascinati controvoglia a prendere posizione per difendere principi fondamentali di basilare convivenza civile che vediamo sempre più attaccati e minacciati. Un semplice esempio può far comprendere qual è la posta in gioco. Un candidato del PDL, consigliere uscente, ha scritto e pubblicizza un libro bianco sugli sprechi del governo Bresso; sulle radio locali si può ascoltare qual è il principale di questi sprechi: sono stati spesi 30 milioni di euro per aiutare zingari, extracomunitari, clandestini invece che ad anziani, bambini, disabili (evidentemente italiani).
Si badi bene: non si dice, come pure eventualmente si potrebbe fare, che le spese sono state eccessive o mal distribuite o clientelari, no, lo spreco è stato nel dare a stranieri quel che si doveva dare ai nostri. Nel distribuire gli aiuti l'errore è stato quello di seguire il solo criterio del grado di bisogno, mentre occorreva anche una discriminante 'xenofoba'. La logica alla base di questo ragionamento è evidente: gli esseri umani non sono tutti uguali, quelli che non sono nati sul territorio sono meno umani e perciò indegni di protezione e di difesa.
E che questo sarà il motivo di fondo della campagna elettorale della destra lo confermano le recenti critiche del leghista Calderoli all'arcivescovo di Milano, Tettamanzi, colpevole di chiedere gli stessi 'sprechi' della giunta Bresso.
Per guadagnare un pugno di voti, e la vittoria in Piemonte si gioca proprio su questo, non si ha nessuna remora nel sollecitare gli istinti più oscuri, i sentimenti più regressivi, gli interessi più gretti, i bisogni più disperati, che invece bisognerebbe contrastare e di cui ci si dovrebbe semmai vergognare, senza nemmeno preoccuparsi dell'imbarbarimento della nostra società che da ciò potrebbe conseguire.
Di fronte ad una campagna elettorale così impostata non si può tacere né sottovalutarne la gravità. La nostra reazione deve essere forte e smascherare la pericolosa ideologia su cui si basa, affinché tutti possano prendere posizione con cognizione di causa per contrastarla con vigore, perché sono in pericolo elementari valori di civiltà la cui perdita avrebbe conseguenze gravissime sulla convivenza civile nel nostro paese.
Il nostro popolo ha forse dimenticato quel che hanno dovuto subire i nostri nonni e i nostri bisnonni in giro per il mondo e quanto ci è costato dare ascolto in un passato non molto lontano a suggestioni di questo tipo?”.

venerdì 5 febbraio 2010

Liquidazione totale

Ho ascoltato parola per parola, con indignazione crescente, il discorso di Berlusconi alla Knesset, il parlamento israeliano. Più volte ha detto di parlare a nome di tutti gli italiani: mi dissocio! Certamente non parlava a nome mio e di tanti altri. Per pigrizia non ho scritto subito i miei pensieri. Poi ci ha pensato don Nandino Capovilla, che essendo più moderato di me, ha scritto il Comunicato stampa che ripropongo facendolo mio, con toni più pacati di quelli che avrei usato io.

Il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ha attuato ieri una liquidazione totale delle speranze di pace in Terra Santa. Una pesantissima banalizzazione del processo di pace e un'irrisione delle Nazioni Unite che rischiano di trascinare l'Italia fuori dal consesso dei Paesi e delle Istituzioni internazionali che tessono da anni il faticoso cammino della pace.
Affermando che è stato giusto il massacro su Gaza, ha liquidato il lavoro prezioso e oggettivo svolto dalle Nazioni Unite nel monitorare un inaudito massacro di civili, la distruzione di migliaia di case, scuole, ospedali attraverso l'uso di armi illegali. Possiamo ancora ritenerci parte degli organismi internazionali, in primis dell'Onu?
Asserendo di 'non aver visto' il Muro dell'apartheid che circonda Betlemme, ha vergognosamente liquidato il pronunciamento fatto nel 2004 dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite che ne ha condannato la costruzione evidenziandone le terribili conseguenze umanitarie. Può il Presidente del Consiglio arrivare a un livello così insopportabile di irresponsabilità?
Definendo più volte Israele come “Stato ebraico, libero e democratico”, ha liquidato quel milione e duecentomila cittadini dello Stato d'Israele, che ebrei non sono, e che vedono ogni giorno calpestati i loro diritti. Come proclamarsi insistentemente “amici di Israele” quando non lo si esorta ad essere veramente uno stato democratico?
Identificando come antisemita chiunque si opponga alla politica di occupazione, di umiliazione e di disprezzo di qualsiasi Risoluzione Onu da parte dello Stato d'Israele, ha liquidato e denigrato le sofferenze patite da migliaia e migliaia di palestinesi, in spregio a quanti, israeliani, palestinesi, uomini e donne di ogni Paese, si battono insieme alla ricerca di una pace giusta, fondata sul rispetto delle leggi internazionali.
Davvero non ci possono essere i saldi della pace.
Non si può raggiungere la meta della riconciliazione tra i popoli svendendo sul mercato una “pace economica”, la “pace del benessere”.

Don Nandino Capovilla
Coordinatore Nazionale di Pax Christi


Firenze, 4 febbraio 2010

lunedì 25 gennaio 2010

Migranti e rifugiati. Crocifissi di legno e crocifissi di carne

Comunicato del Consiglio Nazionale di Pax Christi

Sentiamo il rischio delle parole. Delle parole già dette, ripetute, scontate, di circostanza. Parole come vuoti a perdere di retorica. E tuttavia sentiamo il dovere della parola. La parola che chiama “persona” ogni essere umano. Chiama persona – e non “negro”– anche l’immigrato. Di questa parola chiara, inequivocabile, sentiamo il bisogno, l’urgenza, la verità, per non cadere nei tranelli dei falsari, nella trappola dei demagoghi, nella rete dei complici.
“Bisogna ripartire dal cuore del problema! Dal significato della persona! Un immigrato è un essere umano, differente per provenienza, cultura e tradizioni, ma è una persona da rispettare e aiutare, in particolare nel lavoro, dove è più facile lo sfruttamento” (Benedetto XVI, Angelus del 10 gennaio).
Meditando queste parole proprio nella giornata del migrante e del rifugiato, intendiamo ribadire la necessità e l’urgenza di non infangare il nome, il volto, la dignità del povero, dello straniero, del clandestino. Si è seminato per tanto tempo il vento del sospetto e del disprezzo per chi proviene dal sud e dall’est, alimentando con foga in ogni circostanza la “caccia all’untore”, e ora si raccoglie la tempesta di “una guerra tra poveri dove a soccombere è il più povero, cioè l’immigrato” (mons. Bruno Schettino).
Si rivendicano con orgoglio radici cristiane e si difendono crocifissi di legno, ma si rinnegano poi le radici evangeliche e spesso si respingono con disprezzo i crocifissi di carne. Si dice che “siamo stati troppo tolleranti con i clandestini” di Rosarno, senza che ci si renda conto che quei clandestini erano in gran parte immigrati con regolare permesso di soggiorno. Non ci si accorge invece che siamo troppo tolleranti con i nostri concittadini regolarmente sfruttatori del lavoro nero e con quei personaggi di casa nostra che alimentano traffici e interessi di “cosa nostra”. Il pericolo è quello di scivolare nuovamente nella follia fratricida, che può spingere ad una spirale di violenza senza limiti.
Il sonno della ragione genera mostri. Il “sonno” dei politici può generare violenza. Il “sonno” dei credenti può generare disperazione.
Perciò intendiamo rivolgere un appello a tutti.
Ai cittadini, soprattutto agli uomini di cultura, perché manifestino un sussulto di indignazione e di disgusto per l’eclissi di umanità, l’oscuramento della coscienza civile e la latitanza di pensiero critico che da tempo ormai si respirano nel nostro Paese, e valorizzino le esperienze positive di umanità conviviale e di intelligenza politica e culturale.
Ai politici, perché si lascino risvegliare dal grido di rabbia, di dolore e di paura che sale dai tuguri della miseria nera, dai campi minati delle mafie, dalle fabbriche sempre più deserte e segnate da tante “morti bianche”. Si decidano a perseguire con lungimiranza progetti di pace e di giustizia, di salvaguardia dell’ambiente in uno spirito di solidarietà globale estesa a tutti e in ogni direzione, ripartendo dai principi fondamentali della nostra Costituzione e dalla Dichiarazione universale dei diritti umani, facendo tesoro dell’impegno e della passione civile e morale di tanti nostri connazionali.
Ai nostri fratelli di fede, a tutti i credenti in Cristo e a tutte le comunità, proprio nella settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, perché facciano vibrare le corde più profonde del loro cuore con la stessa intensità profetica di Cristo che è presente nel volto del forestiero e del piccolo. “E come non considerare tra i più piccoli anche i minori migranti e rifugiati? Gesù stesso da bambino ha vissuto l’esperienza del migrante per sfuggire alle minacce di Erode” (dal messaggio di Benedetto XVI per la Giornata del migrante 2010).
Torniamo a gridare il Vangelo dal tetto dei nostri pulpiti e dei nostri mezzi di comunicazione. Ritorniamo al Concilio, al recente magistero sociale della Chiesa e ai ripetuti interventi di Benedetto XVI sull’accoglienza e sul necessario rispetto dei diritti umani per tutti. Testimoniamo la nostra coerenza con scelte di campo e stili di vita che ci pongano come compagni di viaggio accanto agli ultimi, agli invisibili, ai dannati della terra, agli umiliati e offesi, a tutti coloro che vengono discriminati, usati e non riconosciuti come figli dell’unico Padre, fratelli nell’unica famiglia!
È nella nonviolenza evangelica che potremo ritrovare la strada di una giusta e civile convivialità delle differenze. È nel rispetto accogliente di ogni volto umano che ritroveremo anche la luce e la bellezza del volto di Dio.

venerdì 8 gennaio 2010

Pellegrinaggio in Palestina


Ho notato che molti visitatori si informano a proposito del viaggio - pellegrinaggio in Terrasanta da diverse parti d'Italia.
Preciso allora che il viaggio è aperto a tutti, non è riservato agli alessandrini; anche gli anni scorsi hanno partecipato persone di altre parti d'Italia. Basta telefonare al numero indicato sul programma per avere delucidazioni e informazioni ulteriori, oppure inviare un'email a walter.fiocchi@tin.it

mercoledì 6 gennaio 2010

Risposta ad una "Lettera a Gesù" - da MicroMega

Una vita dedicata alla musica e poi, all’improvviso, una diagnosi che suona come una condanna: sclerosi laterale amiotrofica. Il racconto appassionato di un ‘musicista impertinente’, che non vuole arrendersi alla malattia e alla deriva del paese in cui vive: “Il ‘pregio’ del mio progressivo immobilismo è di aver risvegliato, ancora di più, la mia coscienza”.

lunedì 4 gennaio 2010

E' nata l'associazione "L'ulivo e il libro"

“…ora sento mani affettuose che non finiranno mai di stringere e scaldare le mie, mani che sanno, capiscono, perdonano, mi dicono di non avere paura perché non vi sarà distacco; mi avrai sempre vicino. Così avanzo nella luce sempre più vivida. E mi accorgo che questa Luce è anche una Voce di Misericordia Infinita, parla la mia lingua e quella di mille altri, tutti la sentiremo e tutti, tutti ugualmente La comprenderemo”.
Così si concludeva la lettera che Lucia, moglie di Kamal, lo scorso anno ci aveva mandato in occasione del ricordo che abbiamo fatto per Kamal e che anche quest'anno ripeteremo.
In queste ultime settimane abbiamo definito le procedure per la costituenda associazione “II Libro e l'Ulivo” nata in ricordo di Kamal e per dare continuità al suo impegno fattivo e concreto a favore delle famiglie bisognose, con figli in età scolare e per indicare che, come è sancito nello Statuto, “la Pace e la Cultura camminano insieme”.
Con questo richiamo ideale si propone di aprire una sottoscrizione con le finalità previste nello Statuto.
I fondi raccolti saranno consegnati nel prossimo viaggio-pellegrinaggio di Pace e Giustizia organizzato dal 3 al 10 Marzo p.v. da don Walter e per il quale sono in corso le iscrizioni.

Chi desidera contribuire o aderire all’Associazione può rivolgersi a:
Giancarlo e Laura Mandrino (tel. 0131 44 21 12)
Mara Scagni
Don Walter (335 58 18 204)
Alia (392 49 06 184)
oppure
CC/ postale n.°55556724 - Associazione per la Pace e la nonviolenza di Alessandria specificando nella causale “per L'Ulivo e il Libro”.


Statuto dell'associazione

Art.1 - Denominazione e scopi
L’Associazione di volontariato L’ULIVO E IL LIBRO ha come obiettivo primario la promozione di iniziative nell’ambito educativo, per favorire la cultura della Pace, il rispetto dei Diritti Umani, la nonviolenza e la solidarietà, favorendo e sostenendo lo studio di ragazzi e ragazze palestinesi e immigrati nei diversi cicli scolatici, elementari, medie, medie superiori, università e formazione professionale, in collaborazione con le famiglie oppure su segnalazione di Istituti Scolastici ed Enti Locali. Sulla base anche delle esperienze acquisite in questi anni tramite i gemellaggi e le iniziative di solidarietà, i progetti saranno indirizzati verso cicli di scuola, come sopra menzionati, in Palestina. Iniziative analoghe saranno poi proposte per le famiglie degli immigrati in Italia, con particolare attenzione alla Provincia di Alessandria.
La Cultura e la Pace camminano insieme, perciò per realizzare e rafforzare gli obiettivi che l’Associazione persegue, promuoverà e svolgerà le seguenti attività:
o iniziative culturali attraverso incontri e dibattiti pubblici, presentazioni di libri e film;
o distribuzione di materiale informativo;
o raccolta di fondi da destinare ai progetti;
o iniziative per favorire e consolidare il rapporto tra le Associazioni che svolgono attività di solidarietà, le Istituzioni e gli Enti Locali.

Art. 2 - Principi
1 - L'Associazione, che si avvale in modo determinante e prevalente delle prestazioni personali, volontarie e gratuite dei propri aderenti, si atterrà ai seguenti principi:
- assenza del fine di lucro;
- divieto assoluto di speculazioni di qualsiasi tipo nonché divieto di distribuire, anche in modo indiretto, utili e avanzi di gestione, fondi, riserve e capitale;
- esclusivo perseguimento di finalità di solidarietà sociale;
- obbligo di impiegare gli utili o gli avanzi di gestione per la realizzazione delle attività istituzionali e di quelle a esse direttamente connesse;
- democraticità della struttura;
- esclusione di soci temporanei;
- elettività e gratuità delle cariche associative;
- gratuità delle prestazioni fornite dagli aderenti, salvo il diritto al rimborso delle spese anticipate;
- sovranità dell' Assemblea;
- divieto di svolgere attività diverse da quelle istituzionali, ad eccezione di quelle a esse direttamente connesse.
2 - Ai sensi della suddetta democraticità della struttura, tutti gli organi sociali vengono eletti esclusivamente e liberamente dall' Assemblea ordinaria dei soci.
3 - Tutti i membri di organi sociali devono essere soci.

Art. 3 - Sede
1 - L'associazione ha sede in 15122 Castelceriolo – AL, Vicolo Canestri 2
2 - La sede legale può essere trasferita in altra città solo con una delibera dell’Assemblea straordinaria di modifica dello statuto. Il Consiglio Direttivo può solo deliberare lo spostamento della sede sociale all'interno del territorio comunale; i soci dovranno in questo caso essere avvisati tempestivamente del trasferimento.

Art. 4 - Soci
1 - I soci sono coloro che condividono gli scopi dell'associazione e versano annualmente la quota associativa.
2 - All'aspirante socio deve essere consegnata una copia aggiornata dello Statuto e dei Regolamenti interni che è tenuto a rispettare.
3 - L'ammissione a socio viene deliberata dal Consiglio Direttivo e successivamente portata a conoscenza dell'assemblea dei soci.
4 - L'iscrizione decorre dalla data della delibera del Consiglio Direttivo immediatamente successiva alla richiesta.
5 - Il rigetto della domanda di iscrizione, deve essere motivato e va comunicato per iscritto all'interessato, il quale può ricorrere all'assemblea per opporsi alla relativa delibera.
6 - Sono previsti i seguenti tipi di soci:
fondatori;
ordinari;
sostenitori;
onorari;
Soci fondatori: sono quelle persone che hanno fondato l'associazione, sottoscrivendo l'Atto Costitutivo.
Soci ordinari: sono quelle persone che condividono le finalità dell'associazione e partecipano attivamente alla realizzazione degli scopi statutari, prestando la propria opera di volontariato.
Soci sostenitori: sono quelle persone che condividono le finalità dell'associazione e partecipano alla realizzazione degli scopi statutari mediante contributi e sostegno economico;
Soci onorari: sono quelle persone alle quali l'associazione deve particolare riconoscenza e vengono nominati dall' Assemblea ordinaria dei soci su proposta del Consiglio Direttivo. I soci onorari sono esentati dal pagamento di qualsiasi contributo, pur godendo di tutti i diritti degli altri tipi di soci.
7 - Tutti i soci in regola con il pagamento delle quote sociali hanno sia diritto al voto in seno all'Assemblea dei soci, tanto ordinaria che straordinaria, che di essere eletti alle cariche sociali.
8 - La richiesta di ammissione a socio comporta automaticamente l'accettazione dello Statuto, dei Regolamenti e di tutte le disposizioni vigenti nell'associazione. Inoltre il socio non potrà intraprendere alcun tipo di provvedimento legale contro l'associazione, né contro i suoi Organi sociali, né contro altri soci.
9 - Cause di esclusione dei soci sono le seguenti:
· morosità;
· indisciplina o comportamento scorretto ripetuti;
· inattività prolungata.
10 - Il Consiglio Direttivo, accertata la sussistenza di una causa di esclusione, nel corso della prima seduta successiva dell'Assemblea dei soci, sia essa ordinaria che straordinaria, comunica i nominativi dei soci interessati, ai fini della delibera di esclusione.
11 - L'Associazione assicura gli associati che prestano la loro attività di volontariato contro malattie, infortuni connessi allo svolgimento dell'attività a favore dell'Associazione, nonché per la responsabilità civile verso terzi.
L'attività degli aderenti non può essere retribuita in alcun modo, nemmeno da eventuali diretti beneficiari. Agli aderenti possono solo essere rimborsate dall' Associazione, previa documentazione ed entro limiti prevalentemente stabiliti, le spese vive effettivamente sostenute per le attività prestate.

Art. 5 - Esercizio sociale
L'esercizio inizia l'1 gennaio e termina il 31 dicembre successivo, tranne il primo che inizia alla data di costituzione dell'Associazione.
Art. 6 - Assemblee
1 - Le Assemblee, sia ordinarie che straordinarie, sono convocate, dal Consiglio Direttivo, mediante invio di lettera non raccomandata a tutti i soci, almeno sette giorni della data fissata per la riunione.
2 - Il Consiglio Direttivo deve convocare l'Assemblea ordinaria dei soci almeno una volta l'anno, entro il 30 aprile per l'approvazione del bilancio consuntivo e di quello preventivo.
3 - L'assemblea può essere altresì convocata ogni qualvolta il Presidente lo ritenga opportuno, oppure quando ne facciano richiesta almeno 1/10 dei soci o di 1/3 dei membri del Consiglio Direttivo.
4 - L'avviso di convocazione deve contenere i seguenti dati:
- giorno, ora e sede della prima convocazione;
- giorno, ora e sede dell'eventuale seconda convocazione;
- ordine del giorno;
- elenco dei soci ammessi o di quelli esclusi per un qualsiasi motivo;
- nel caso in cui l'Assemblea debba occuparsi dell'elezione delle cariche sociali, all'avviso di convocazione, deve venir allegato un prospetto contenente la lista dei candidati.
5 - Le Assemblee ordinarie sono valide, in prima convocazione, quando siano presenti almeno la metà più uno dei soci con diritto al voto; in seconda convocazione saranno sempre valide qualunque sia il numero dei soci presenti aventi diritto al voto.
6 - Le delibere dell' Assemblea ordinaria sono approvate con la maggioranza semplice dei voti dei presenti, aventi diritto al voto, sia in prima che in seconda convocazione.
7 - Le Assemblee straordinarie sono valide quando sono presenti almeno i 3/4 dei soci con diritto al voto; le relative delibere sono valide se approvate con la metà più uno dei voti degli aventi diritto.
8 - Per lo scioglimento dell' Associazione e la devoluzione del patrimonio occorre invece il voto favorevole dei 3/4 degli associati.
9 - L'Assemblea nomina il proprio Presidente ed il proprio Segretario.
10 - Nelle deliberazioni di approvazione del bilancio e in quelle che riguardano la loro responsabilità, gli amministratori non hanno diritto al voto.
11 - Ogni associato non può ricevere più di due deleghe.
12 - Sono compiti dell' Assemblea ordinaria:
§ elezione o sostituzione degli organi sociali;
§ approvazione del bilancio consuntivo e di quello preventivo;
§ determinazione dell' ammontare della quota associativa;
§ approvazione degli indirizzi e delle linee generali dell'attività da svolgere;
§ esclusione dei soci che si trovino in una delle situazioni di cui all'art. 4, comma 9;
§ accordi con soggetti terzi/adesione e affiliazione ad altri enti ed organismi.
13 - Sono compiti dell'Assemblea straordinaria:
§ modifica dello statuto;
§ scioglimento dell' Associazione e devoluzione del patrimonio;
§ nomina, laddove necessario, dei liquidatori del patrimonio.
14 - Le decisioni prese dall'Assemblea, sia ordinaria che straordinaria, impegnano tutti i soci sia dissenzienti che assenti.
15 - I verbali delle riunioni delle Assemblee, sottoscritti dal Presidente, sono conservati agli atti e devono essere accessibili agli associati.

Art. 7 - Consiglio Direttivo
1 - Il Consiglio Direttivo è formato da sette membri, dura in carica per un periodo di tre anni e può venir eletto per non più di due volte consecutive.
2 - Sono compiti del Consiglio Direttivo:
- ammettere i nuovi soci;
- fissare l'ammontare della quota associativa;
- convocare le Assemblee;
- osservare e far osservare tutte le delibere delle Assemblee;
- redigere il bilancio consuntivo e il bilancio preventivo di ogni esercizio finanziario.
3 - Nel caso in cui, per dimissioni o altra causa, uno dei componenti decada dalla carica di consigliere, il Consiglio Direttivo provvede alla sua sostituzione, nominando il primo tra i non eletti, che rimane in carica fino allo scadere dell'intero Consiglio. Se decade oltre la metà del Consiglio allora si procede a nuova elezione di tutti i membri
4 - I verbali delle riunioni delle Assemblee, sottoscritti dal Presidente, sono conservati agli atti e devono essere accessibili agli associati.

art. 9 - Revisore unico
Al revisore unico sono demandati i seguenti compiti:
- verificare la legittimità delle operazioni del Consiglio Direttivo e dei suoi membri;
- verificare periodicamente la cassa, i documenti e le registrazioni contabili con conseguente redazione del verbale;
- verificare il bilancio consuntivo e quello preventivo prima della loro presentazione all'Assemblea;
- redigere la Relazione annuale al Rendiconto consuntivo e presentarla all'Assemblea.

Art. 10 - Entrate e patrimonio sociale
1 - Le entrate dell' Associazione sono costituite da:
Ø quote associative e contributi degli aderenti;
Ø contributi di privati;
Ø contributi dello Stato, di Enti o di istituzioni pubbliche finalizzati esclusivamente al sostegno di specifiche e documentate attività o progetti;
Ø contributi di organismi internazionali;
Ø donazioni e lasciti testamentari;
Ø rimborsi derivanti da convenzioni;
Ø entrate derivanti da attività commerciali e produttive marginali.
2 - Il patrimonio sociale è costituito dai beni immobili e mobili di proprietà dell' Associazione.

Art. 11- Durata e scioglimento dell'associazione
1 - La durata dell'associazione è illimitata.
2 - Lo scioglimento viene approvato in assemblea straordinaria, appositamente convocata dal Consiglio Direttivo, o, nel caso di sua inesistenza o latitanza, dal Collegio dei Sindaci o da qualsiasi Socio. La medesima assemblea nominerà un liquidatore dei beni sociali.
3 - Tutto il patrimonio esistente all'atto dello scioglimento dovrà essere devoluto dai liquidatori appositamente nominati, a favore di organizzazioni di volontariato operanti in identico o analogo settore iscritti nel registro del volontariato della Provincia di Alessandria.

Art. 12 - Norme residuali
Per quanto non espressamente previsto dal presente Statuto e dai Regolamenti interni, si fa riferimento alle norme del codice civile e della Legge 266/91 e sue successive modifiche e integrazioni.

martedì 29 dicembre 2009

Un girotondo per la pace

Sarà un momento diverso quello che alcune associazioni stanno cercando di organizzare per non disperdere quell’importante appuntamento che trovava la condivisione e la partecipazione di uomini e donne, cattolici e laici nella Marcia della Pace.
Pensavamo che in un momento dove la situazione attuale è molto critica in tutte le latitudine, questo appuntamento trovasse già una sua organizzazione naturale tra le associazioni storiche di questa città, ma questo non è avvenuto e di questo ne siamo tutti molto delusi.
Oggi più che mai in un clima dove odio, paura,tensione, conflitti, razzismo sono al centro dei problemi del sistema mondiale la pace, la giustizia, la solidarietà, il lavoro, i diritti umani sono obiettivi concreti ed importanti da dover garantire e raggiungere attraverso il coinvolgimento di tutti a partire dalle istituzioni sino ad arrivare ad ogni singolo cittadino.
Ecco che ci è sembrato giusto ed importante promuovere un momento come questo per trovare nella pace un comune denominatore che attraverso una riflessione vedrà interventi di vari esponenti del mondo laico, cattolico e di altre religioni e il tutto si concluderà con un “girotondo della Pace” nella giornata di Giovedi 31 dicembre in Corso Crimea davanti al monumento ai caduti ore 18.30-19.30, anche per permettere la partecipazione alla veglia di preghiera in Duomo
Sapendo fin da subito che l’impresa che ci accingiamo a compiere in un tempo molto limitato sarà sicuramente difficile chiediamo alla città, alle forze sociali, politiche ed economiche di partecipare e portare la loro testimonianza, perché insieme possiamo contribuire a rendere la nostra società migliore.

Dentro il Natale 2009 - Omelia del Patriarca Latino di Gerusalemme nella Messa di Mezzanotte a Betlemme

Cari fratelli e sorelle,
Giuseppe si recò a Betlemme insieme con Maria sua sposa. "Mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia" (Lc 2, 6-7).
A nome del Bambino di Betlemme, nato in una povera grotta, e a nome di coloro che gli sono simili, dei molti bambini nati senza casa o che si trovano nei campi profughi, vi auguro il benvenuto, con le stesse parole che gli angeli rivolsero ai pastori: "Vi annuncio una grande gioia ... troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia" (Lc 2,10-12). Desideriamo tanto che questa salvezza possa continuare a realizzarsi nell'"oggi" di Dio, a partire da questa città, da questa grotta e dalla mangiatoia verso cui ci dirigeremo portando in processione il bambino divino!
"Oggi vi è nato ... un Salvatore" (Lc 2,11). "Venite, ... adoriamo" (Sal 95,6).
"Oggi" è nato per noi. La parola "oggi", rivolta dal Cielo alla Terra più di duemila anni fa, si rivolge allo stesso modo al nostro "oggi" e all'"oggi" degli uomini di ogni tempo, perché "Gesù Cristo è lo stesso ieri, oggi e sempre" (Eb 13,8). Il tempo degli uomini è un presente fuggevole, mentre il tempo di Dio è un continuo presente, perché il Signore è l'essere per eccellenza, "Colui che è" (cfr. Es 3, 14). Cristo, la Parola di Dio, è così "Colui che è, che era e che viene" (Ap 1,8).
Il nostro Signore e Salvatore nasce oggi di nuovo in mezzo a noi.
La nascita di Gesù in quest' "oggi" porta un cambiamento radicale nella vita degli esseri umani: "Una grande luce risplendette per noi" (cfr. Is 9,1) che ci troviamo "nelle tenebre e nell'ombra della morte" (Lc 1,79). Questa luce è quella dell'amore universale. Il nostro cuore preferisce limitarsi all'amore per le persone a noi più vicine, come nel caso dei genitori verso i figli, oppure dei membri di uno stesso gruppo religioso tra di loro. Questo amore particolare è invitato ad estendersi alle dimensioni del mondo, perché la misura dell'amore è di "amare senza misura".
La pace e la non-violenza dovrebbero sostituire l'odio, la guerra e la violenza; lo Spirito dovrebbe prevalere sulla materia; l'apertura agli altri, l'ospitalità e la disponibilità nei loro confronti dovrebbero abbattere i muri di separazione e di isolamento, per rendere veramente "gloria a Dio nel più alto dei cieli" e realizzare la promessa "e pace in terra agli uomini, che Egli ama" (Lc 2,14).
"E il Verbo si fece carne" (Gv 1, 14). Il più grande evento della storia umana è che la Parola di Dio si è fatta uomo "quando venne la pienezza del tempo" (Gal 4,4). Dio ha assunto un volto umano. Egli si è fatto uomo, per elevare gli uomini a Sé!
Il mistero dell'Incarnazione, che sorpassa ogni nostra comprensione, è al centro della nostra fede cristiana. È parte del piano divino di salvezza e redenzione del genere umano. Gli apostoli e i discepoli annunciarono con forza questo grande mistero e sigillarono la loro testimonianza con il proprio sangue.
L'umiltà del Verbo di Dio divenuto carne è per noi un'esortazione costante ed anche un farmaco contro l'orgoglio. Il Verbo eterno si umiliò, abbandonando ogni prerogativa divina. Egli, Verbo eterno, scelse di nascere bambino povero in una mangiatoia. Se fosse apparso nella gloria della Sua divinità, ci avrebbe abbagliato, ma in tal modo non l'avremmo considerato uno di noi, un membro della nostra famiglia umana. La sua nascita così modesta è per noi un esempio. Se Dio si è fatto il più povero tra i poveri e il più bisognoso tra i bisognosi, non c'è altra via da seguire, per avanzare nel nostro cammino verso la felicità eterna, se non quella di vincere il nostro orgoglio, praticando l'umiltà e la semplicità, incoraggiati dall'esempio di Colui che "da ricco che era, si è fatto povero per noi, perché noi diventassimo ricchi per mezzo della Sua povertà" (cfr. 2 Cor 8,9). In questo modo ha fondato i valori della condivisione e della solidarietà. I problemi finanziari che oggi affliggono il mondo derivano dal fatto che il mondo ha dimenticato i poveri. Il Natale è e sarà sempre un grido che turba la coscienza del mondo materialista, che basando i suoi principi sulla competitività e sulla corsa sfrenata, finisce per arricchirsi a scapito dei poveri.
Quando gli uomini si rifiutano di condividere i beni terreni secondo uno spirito di solidarietà, il denaro diventa un idolo ed essi si trovano a pagare il prezzo del loro allontanamento da Dio. È giunto il momento che, di fronte al fenomeno di recessione che ha colpito l'economia mondiale, causando la crisi attuale ed il conseguente aumento della disoccupazione, il mondo accetti il primato dei valori della temperanza e della condivisione. Solo questi valori possono rianimare il mondo economico. "Quale vantaggio, infatti, avrà l'uomo se guadagnerà il mondo intero e poi perderà la propria anima?" (Mt 16,26).
Gesù Cristo nella sua patria
A nome di tutti i fedeli delle parrocchie di Giordania, Palestina, Israele e Cipro, e a nome dei fedeli di Betlemme, concittadini di Gesù, mi rivolgo ai credenti del mondo intero, esortandoli a pregare per la Terra Santa. È una terra che soffre e che spera. I suoi abitanti vivono come fratelli nemici tra loro. Quando capiremo che una terra merita l'appellativo di «santa» solo quando l'uomo che vi vive diventa santo? Questa terra merita davvero di essere chiamata "santa" solo quando in essa si respireranno la libertà, la giustizia, l'amore, la riconciliazione, la pace e la sicurezza.
Come possiamo poi sperimentare la gioia del Natale, vedendo ripetersi il dramma che accompagnò la Nascita storica di Cristo? Cristo non potè avere una casa a Betlemme, e molti dei nostri concittadini sono rimasti ai giorni nostri senza casa a motivo dell'ingiustizia degli uomini. Per l'insicurezza e le numerose difficoltà legate al vivere in questo paese, centinaia di migliaia di persone sono già emigrate per cercare altrove migliori condizioni e qualità di vita. Altri stanno tuttora cercando di abbandonare il paese dei loro predecessori, questa terra santificata dal mistero dell'Incarnazione di Dio.
Come vivere la gioia e la festa, mentre commemoriamo il primo anniversario della guerra e della tragedia di Gaza? L'occupazione della città sta soffocando la libertà di circolazione e il trasporto è ostacolato. Molte famiglie sono costrette a vivere separate.
Ma tutto ciò non ci impedisce di cantare e invocare il Salvatore: "Se tu squarciassi i cieli e scendessi!" (Is 63,19). "Rorate coeli desuper et nubes pluant justum" (Liturgia cattolica per l'Avvento). Signore, Tu sei l'Emmanuele, il "Dio con noi" (Mt 1,23). Anche noi desideriamo rimanere con Te. Tu solo puoi condurre al tuo presepe, attraverso la stella e la Tua grazia, gli uomini in conflitto, i capi e i governanti che hanno il potere di decidere e di tenere in mano il destino degli uomini. Fa' che tutti possano conoscere il messaggio del Natale, un messaggio che insegna l'umiltà e che ridona all'uomo la sua dignità di figlio di Dio.
In questa notte di Natale desideriamo pregare per la pace insieme a tutti gli uomini di buona volontà. Imploriamo una pace diversa da quella che il mondo ci promette. La pace che il mondo ci offre è basata, infatti, sulla forza e sulla violenza. Noi cerchiamo la pace di Dio, fondata sulla giustizia e sulla dignità umana. Considerando i mali che affliggono il mondo, tra cui i conflitti d'interesse, l'ipocrisia, la corsa agli armamenti e la detenzione di armi distruttive, chiediamo al Bambino di Betlemme, insieme a tutti bambini senzatetto, abbandonati a se stessi lungo le strade dei campi profughi, che sulla nostra terra si erga "il sole di giustizia" (Ml 3,20), di amore e di vita, per scacciare lo spettro della morte e della distruzione. Possano i nostri figli e i bambini di Gaza gustare il sapore della festa ed avere la gioia di illuminare e decorare l'albero di Natale, simbolo di vita e di speranza di vivere.
Oh, Bambino di Betlemme, siamo stanchi di questa situazione, stanchi di attendere, affaticati dai discorsi e dalle promesse, stanchi di conferenze, di scadenze, di trattative!
Oh, Bambino di Betlemme, donaci la Tua pazienza, il Tuo amore e la Tua dolcezza! Noi ti preghiamo, fa'che in questo nuovo anno le mani si possano stringere, le intenzioni purificare e i cuori possano amare. Fa' che le divisioni possano scomparire, i muri si possano demolire, lasciando il posto a ponti di comprensione e di riconciliazione!
Cari fratelli e figli diletti,
La grazia di Dio e il Suo amore per tutti gli uomini, senza distinzione di fede e nazionalità, ci aiutino a perseguire la pace. Ognuno si impegni a lavorare il proprio campo per la venuta del Regno di Dio, un "Regno di giustizia, di amore e di pace" (dal Prefazio per la Solennità di Cristo Re).
Ci sia concesso di poter riconoscere in ogni uomo, donna o bambino, il Volto di Gesù, figlio di questa terra, nostro concittadino, che disse: "Beati i miti, perché erediteranno la terra. Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia. Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio" (Mt 5,5;7;9).
Buon Natale!
† Fouad Twal, Patriarca

Inciuci e cose serie

Data l'attualità e l'interesse riprendo l'articolo pubblicato da Agostino Pietrasanta su http://www.cittafutura.al.it

Sono cose che non stupiscono, ma certamente non esaltano. Un politico “di razza”, che spadroneggia nell’area di centro/sinistra, sostiene la necessità degli inciuci nei rapporti tra le parti che dovrebbero decidere del destino istituzionale, e non solo, del Paese. E per darne prova tangibile e provarne la ragionevolezza, cita l’accordo in Costituente, sull’art.7 della Costituzione, ben noto a tutti come la sanzione formale dei rapporti Stato/Chiesa, fondati sui Patti lateranensi.
Personalmente non mi ha neppure stupito che la citazione proposta sia stata riportata, con “rispettoso” rilievo e riproposta virgolettata, ma con evidente espressione di consenso, dal quotidiano cattolico nazionale, “vulgo dictus” dei Vescovi italiani: non mi ha stupito, ma, ancora una volta, non esaltato. Così non ho potuto non sottolineare nel pensiero che, quasi contemporaneamente, un quotidiano “laico”, per la penna di un giornalista che si dichiara non credente abbia al contrario osservato che quell’accordo non fu affatto un inciucio, ma un trasparente atto politico con il quale i Costituenti, col concorso indispensabile del P.C.I., avrebbero voluto superare la storica contrapposizione tra “laici” e cattolici.
Richiamo la schermaglia solo per introdurre poche osservazioni che mi paiono indispensabili: ovviamente tra le tante possibili. Certamente si trattò di un rilevante e cospicuo atto politico, non condiviso dall’unanimità ed ancora oggi contestato legittimamente (non tutto ciò che è legittimo deve essere per forza condiviso) anche da persone di ragguardevole senso delle istituzioni e dello Stato.
Pensiamo, per intanto, al contesto, in cui il rilevante atto politico (non l’inciucio!) ebbe corso e conclusione. La Chiesa, nonostante gli innegabili compromessi col regime del ventennio, negli anni conclusivi del secondo conflitto mondiale, aveva acquisito un prestigio di grande rilievo ed una popolarità significativa. Già negli anni sessanta, la storiografia lo aveva intuito; le ricerche e gli studi successivi hanno, da tempo, confermato. Le ragioni sono indicate nel fatto che mentre le istituzioni statuali si sfaldavano, in particolare dopo l’otto settembre, e le alte cariche dello Stato, centrali e periferiche scappavano, alla lettera, dalle loro responsabilità, la Chiesa nei suoi vertici rimase al proprio posto e, comunque la pensassero, vescovi preti e, prima di loro il papa si assunsero anche responsabilità di supplenza in campo civile.
Forte di tale prestigio, a conflitto concluso, la Chiesa vantò il diritto “all’incasso”: chiedeva che nella nuova Costituzione fosse mantenuto il principio affermato nello statuto Carlo/albertino, per il quale la religione cattolica era “religione di Stato” e che le fossero garantite le prerogative (qualcuno dice, privilegi) previste dai “patti lateranensi”. La richiesta fu esplicitata nella prolusione alla XIX settimana sociale dei cattolici italiani, celebrata a Firenze nell’ottobre del 1945 sul tema “Costituzione e costituente”, dal card. Elia dalla Costa, arcivescovo della città.
Alla prima richiesta rispose subito La Pira, nel corso dei lavori della settimana. Egli affermò con forza che si poteva benissimo fondare la nuova Costituzione anche sulla ispirazione cristiana, ma che detta ispirazione “non consiste nel fatto che lo Stato riconosca la religione cattolica come religione di Stato…essa dipende invece dall’oggetto della carta che deve avere come fine la persona umana…”
Ora in questa risposta sta la prima ragione del comportamento dei costituenti cattolici nella prima sottocommissione che preparò le bozze della Carta da presentare in assemblea e sta la premessa dell’incontro con i costituenti “laici”: il superamento dello Stato cattolico, il superamento cioè dell’idea di istituzioni come braccio secolare della religione; e, nel contempo, ci sta la proposta di una ispirazione cristiana della politica che si confronta, al massimo possibile dei valori conseguenti, per la costruzione della Stato o, se vogliamo, per la costruzione della città dell’uomo.
Altro che inciucio! vero on. D’Alema? Peraltro, Ella sa benissimo che gli inciuci si fanno per la gestione del potere e, molto spesso, senza fini, né obiettivi di programma: non per l’incontro sui valori da confrontare con la forza della dialettica democratica.
Più difficile salvaguardare i caratteri della laicità a fronte della richiesta di mantenere all’Italia i “patti lateranensi”. Qui sul serio, però, fu realizzato il massimo possibile di indipendenza dello Stato dalla Chiesa, date le circostanze di contesto che abbiamo richiamato.
In fondo si trattava di scegliere tra due opzioni: accedere al ricatto politico, presentando agli interlocutori “laici” il costo altissimo di una rottura con la S. Sede; oppure salvaguardare la sostanza delle richieste della Chiesa, proponendo un modello accettabile alla cultura ed alla coscienza giuridica contemporanea. Si scelse la seconda opzione, grazie all’intervento (rectius, all’iniziativa) di Giuseppe Dossetti, alla forza del suo gruppo in Costituente ed alla risposta dialettica, ma attenta e sostanzialmente positiva di Togliatti.
Dossetti che era anche un canonista e dunque ben consapevole del ruolo da giocare, richiamò il principio degli ordinamento sovrani ed originari individuando tanto nella Chiesa, quanto nello Stato i depositari di tale sovranità; ne conseguiva che né la Chiesa poteva dipendere dallo Stato, né quest’ultimo dalla Chiesa: la loro indipendenza era pertanto un reciproco conseguente. Il regime concordatario fu così basato su tale presupposto di cultura giuridica. Certo, fra tutti i possibili percorsi concordatari si scelse quello lateranense, ma questo fu appunto l’inevitabile presa d’atto di una situazione di cui abbiamo già detto e le cui conseguenze sarebbero potute sfuggire di mano alla gestione dei rapporti Stato/Chiesa, nella temperie del secondo dopo/guerra.
Resta intesa la legittima opzione di una diversa interpretazione dei fatti e delle scelte sullo specifico; ciò che non si può negare è lo sforzo lucidissimo di una classe dirigente che volle decidere autonomamente sui criteri da seguire in materie sulle quali non poteva ignorare (o non ha voluto ignorare) le richieste della Chiesa.
La conseguenza si espresse in una decisione autonoma dei laici che si ispirano ai principi della coscienza cristiana, sulle scelte concrete che attengono la costruzione della città dell’uomo; lo avrebbe poi richiamato il Concilio. Sinceramente qui, non vedo che cosa ci sia di inciucio.
Mi sia permesso, lo chiedo con sincera umiltà, un semplice invito. On. D’Alema, se proprio vuol rilanciare e nobilitare l’inciucio, individui altri temi ed altri protagonisti: attorno a Lei non ne mancano certo. Auguri per la scelta!
Agostino Pietrasanta (27/12/2009)

domenica 13 dicembre 2009

Salvare la Costituzione per un futuro di speranza. Una riflessione sulla figura di Giuseppe Dossetti.

Esattamente quindici anni fa, nel 1994, Giuseppe Dossetti, figura complessa del cattolicesimo italiano, ruppe un lungo periodo di silenzio pubblico e richiamò l’attenzione di tutti su quella che a suo giudizio andava delineandosi come un’emergenza politica, tale però da affondare le sue radici in una profonda crisi sociale e, prima ancora, etica (“il mare buio e livido della società italiana”).
In “Sentinella, quanto resta della notte?” (trascrizione di una commemorazione nell’anniversario della morte di Giuseppe Lazzati), affermava: “Pur non guardando al passato […] e pur guardando in avanti verso il mattino, la sentinella è ben consapevole che la notte è notte. […] Siamo di fronte a evidenti sintomi di decadenza globale.” E tra i tanti fecondi spunti di riflessione critica, insieme al limpido invito al rinnovamento dell’”uomo interiore” e alla “speranza”, nel suo scritto emergeva anche un appello alla necessità di una ferma difesa dei valori della Costituzione in tale contesto di “frantumazione della comunità”. L’appello fu ripreso in una lettera aperta al Sindaco di Bologna e a partire da essa ebbe avvio l’esperienza dei “Comitati per la difesa della Costituzione”, nel cui ambito si incontrarono proficuamente, sul terreno comune dei valori fondanti della nostra convivenza civile, persone di provenienza ideale e politica anche molto diversa.
Per riflettere ancora sull’attualità dell’analisi e del messaggio di Dossetti, il Centro ricerche e documentazione socioculturale (CRDS) e Appunti alessandrini (AP), in collaborazione con il Coordinamento provinciale per la difesa e l’attuazione della Costituzione, hanno organizzato una serata sul tema “Salvare la Costituzione per un futuro di speranza. Una riflessione sulla figura di Giuseppe Dossetti.” L’incontro ha avuto luogo presso il Museo della Gambarina il giorno 11 dicembre 2009. Riporto gli interventi di Agostino Pietrasanta e di Walter Fiocchi dello staff di AP.


Negli ultimi anni della sua vita, dopo la vittoria delle destre alle elezioni politiche del 1994 e la dichiarata intenzione di Berlusconi e del suo primo governo di porre mano ad una revisione costituzionale che avrebbe posto in crisi i principi ispiratori della carta, Giuseppe Dossetti dedicò gran parte delle sue forze ad una battaglia di difesa, ma anche di sviluppo della Costituzione, in certo senso personalissima. Tuttavia l’ispirazione di tale comportamento trae origini remote, nella formazione del protagonista e nella cultura di un filone essenziale della cultura politica dei cattolici che si richiama in gran parte ai movimenti intellettuali di Azione cattolica. Tocca a me, tenendo conto dell’azione di Dossetti, negli anni 1994/1996 (il 1996 è l’anno della sua morte), riprendere schematicamente alcuni di questi principi, quanto basti (spero) per capire; lascio a don Walter di parlare dei documenti più impegnativi di quest’ultima battaglia, anche in una prospettiva della loro permanente attualità.
Affronterò la chiacchierata, richiamando tre questioni essenziali. Mi servono a definire la ragioni culturali che sottendono da una parte la presenza e l’attività del gruppo dossettiano nella prima delle tre sottocommissioni che hanno redatto la Costituzione e dall’altra la difesa di cui abbiamo appena fatto cenno, promossa da Dossetti
Prima questione. Il valore attribuito dai dossettiani (meglio, dagli eredi dei movimenti intellettuali di Azione cattolica) all’esperienza fascista. Tale esperienza era vista come avvenimento apocalittico, esito e sbocco del pensiero politico moderno. Per loro il fascismo non era una deviazione, ma il logico compimento della società borghese/liberale. Non si trattava, dopo l’evento epocale di una guerra che aveva prodotto cinquanta milioni di morti, di riprendere il positivo della cultura liberale ed epurarlo dagli eventuali errori; non era possibile perché quella cultura di positivo non aveva nulla: era il portato o il precipitato storico di un principio negatore di ogni valore etico, di un’istanza egoistica fondata sull’individualismo più chiuso alla socialità ed alla solidarietà. Il fascismo non era che l’estrema degenerazione di queste premesse i cui risultati di crollo storico erano sotto gli occhi di tutti: cinquanta milioni di morti.
In loro, almeno da questo essenziale punto di vista, era assolutamente assente la prospettiva degasperiana, disponibile ad accettare il positivo della prima fase della rivoluzione francese, in cui De Gasperi individuava attraverso il trinomio libertà fraternità ed uguaglianza, una sostanziale fondazione evangelica; i risultati di quella Rivoluzione soprattutto nella Costituzione dell’ottantanove, costituiscono il trionfo della borghesia individualistica, egoista di cui il fascismo ed in genere i totalitarismi di Stato non sono stati che l’estrema degenerazione. Non per nulla La Pira, più volte, anche in Costituente rifiutò un interesse qualsiasi a quella Costituzione richiamando al contrario un possibile confronto con la costituzione di Weimar o addirittura con quella dell’Unione sovietica.
Non ne abbiamo tempi disponibili, ma sarebbe interessante una verifica di queste posizioni con il dibattito interno alla Resistenza di marca cattolica sul problema. Sui giornali partigiani, prodotti da preti o da laici cattolici, il tema ricorre insistente: siamo al crollo del sistema storico degli egoismi anticristiani (Olivelli, don Berto…). La conseguenza è semplice: contro la società dell’egoismo indotta delle ideologie liberali, è lecita la ribellione; la stessa partecipazione alla resistenza costituisce sì impegno contro il nazi/fascismo, ma anche opposizione radicale alle sue cause remote, fondate nella grande ingiustizia degli egoismi di una società corrotta; bisogna non ricuperare, non ricostruire, ma costruire “ab imis fundamentis”, dalle radici un nuovo quadro di civiltà ed al suo interno un nuovo quadro statuale. C’è un radicale richiamo allo spirito ed al dettato evangelico dell’amore a cui inevitabilmente i cristiani sono chiamati, per costruire la città dell’uomo: non per nulla lo stesso Dossetti ricordando Lazzati nel decimo anno della morte (1994) richiama la radicalità della presenza cristiana nella società. Attenzione, radicalità che non è intolleranza a confrontarsi dialetticamente col pensiero altrui, dal momento che in politica la dialettica è il sale della democrazia, ma è sacrificio personale e libertà dagli interessi individuali: la politica come passione e coma gratuità.
Seconda questione. In conseguenza una precisa idea di Stato al servizio del primato della persona umana. Afferma Rossetti in un passaggio di un suo discorso in Costituente, “Tanto più lo Stato dovrà svolgere una azione energica per superare gli egoismi ed assicurare la giustizia sociale, tanto più il cittadino dovrà essere garantito contro il prepotere di uno Stato totalitario e dittatoriale. E, nell’ordine del giorno che presenta alla sottocommissione il 9 settembre 1946 esplicita chiaramente il primato della persona e la destinazione dei servizi della Stato ancora alla persona. Peraltro, anche nel discorso che farà a Monteveglio, il 16 settembre 1994 e dunque all’interno della difesa, che egli promuove della Carta richiamerà come punto di forza e come principio essenziale della Costituzione il personalismo.
Ora è da precisare che la stessa ispirazione cristiana dell’impegno dei dossettiani in Costituente trova qui, su questo specifico versante, la sua coniugazione istituzionale e politica. Aveva detto La Pira alla XIX settimana sociale dei cattolici italiani, tenutasi a Firenze, nell’ottobre 1945, sul tema “Costituzione e Costituente”, “…ispirazione cristiana in politica non consiste nel fatto che lo Stato riconosca la religione cattolica come religione dello Stato…l’ispirazione cristiana dipende essenzialmente da questo fatto: che l’oggetto della Costituzione, il suo fine sia la persona umana quale il cattolicesimo la definisce e la realizza”
Di qui l’idea di Stato dei dossettiani.e la funzione che essi assegnano al diritto. Dossetti, richiama, più volte, il diritto ed il dovere, soprattutto per un cristiano, ma non solo, di resistenza allo Stato che dovesse prevaricare la persona e quelli che egli chiama i corpi intermedi territoriali (comuni, province regioni) e sociali (famiglia scuola, sindacato); nella tradizione del Movimento cattolico (M.C.) si sarebbero potuti richiamare parecchie valutazioni a questo riguardo. Io credo però che in Costituente questo abbia portato ad una discussione tra le più interessanti di quegli anni sul valore della libertà assicurata dalle istituzioni.
Se ci fu una convinzione, espressa da una larga maggioranza dei costituenti della prima sottocommissione, fu appunto questa: la libertà non poteva essere assicurata solo all’individupo, perché l’idea tradizionale (e sostanzialmente liberale) della libertà, per cui la mia libertà finisce dove comincia la tua non è accettabile. Al contrario è da dire che la mia libertà comincia, dove comincia la tua; solo se pongo le condizioni istituzionali e giuridiche perché tutti siano liberi, sarò libero anch’io. E questo faccio solo se tolgo tutti gli ostacoli che impediscono ad una parte dei cittadini di usufruire della libertà e dei suoi effetti positivi.
La Pira e Dossetti, su queste premesse parlavano di libertà finalizzata: la libertà ha significato se si pone come fine la possibilità di tutti ad essere liberi: liberi dalla prevaricazione delle istituzioni, ma anche liberi dalla fame e dall’ignoranza. Libertà e solidarietà si realizzano in un contesto comune; per questo i dossettiani qui si incontrano con le sinistre in un programma di una democrazia sostanziale, realizzata. Non bastano regole condivise di convivenza, pur necessarie (democrazia formale) necessitano capacità data a tutti i cittadini di usare ed usufruire di tali regole (democrazia sostanziale). Se qualcuno è escluso da questo beneficio non c’è reale e concreta realizzazione democratica. Dossetti ritiene, al riguardo, fondante un’ispirazione di radicale cristianesimo, ma sa che su questa strada si può percorrere un cammino comune con tutti gli uomini aperti al dialogo. Non è senza un motivo che ricordando Lazzati, a dieci anni dalla morte (lo fa ancora una volta nel 1994: Lazzati era morto nel 1984) parlerà di una realizzazione del valore cristiano nella storia, percorrendo con tutti gli uomini la via della piena realizzazione dei valori, nel richiamo,sarà bene richiamarlo al Concilio.
Vengo alla terza ed ultima questione, quasi esclusivamente espressa da Dossetti, più che dal gruppo di cui fa parte. La laicità nelle istituzioni.
Alla settimana sociale dei cattolici italiani il card. Dalla Costa, per conto della S.Sede,aveva chiesto espressamente che nella nuova costituzione fossero mantenuti all’Italia i patti lateranensi e, di conseguenza le prerogative (qualcuno li chiama privilegi) contemplate dai patti stessi. Il problema era di particolare complessità; La storiografia riconosce il grande prestigio acquisito dalla Chiesa italiana nell’ultima fase del conflitto; lo Chabod, nelle lezioni di storia contemporanea, già negli anni sessanta rilevava tale prestigio, dovuto anche e soprattutto al fatto che nella disgregazione dello Stato, dopo l’otto settembre (1943), la Chiesa, i vescovi ed i parroci, indipendentemente dai precedenti compromessi col regime, erano rimasti al loro posto a difendere la popolazione civile. In questa situazione sarebbe stato difficile non ascoltare le richieste della Chiesa senza turbare la pace religiosa. Si trattava, di conseguenza di mantenere un occhio di riguardo a tali richieste, preservando la laicità delle istituzioni.
Dossetti fu, e qui per iniziativa personalissima, l’artefice del massimo possibile di rispetto della laicità in una condizione apparentemente “disperata”, anche grazie all’intuizione di Togliatti, consapevole delle ragioni dossettiane. Egli era un canonista; aveva fatto la tesi sulla violenza nel matrimonio canonico, poi, dopo un periodo di assistentato volontario, in cattolica, di diritto romano, aveva avuto, da Gemelli, l’incarico di assistente di diritto canonico. Sapeva come muoversi e, richiamando senza troppo apparire, un principio della “Immortale Dei” (1885) di Leone XIII, nella quale viene affermato che Stato e Chiesa ciascuno dispone di una sua intrinseca autonomia, concluse che la loro autorità è originaria per entrambi. I due ordinamenti cioè sono originari e ciascuno, nel proprio ambito sovrani, senza alcun rapporto di dipendenza: ne deriva che possono e debbono confrontarsi in forza di accordi concordatari. Il concordato nei rapporti con la Chiesa diventava così fondato sulla natura giuridica dei due ordinamenti;. non nelle pretese di una parte o dell’altra.
Fu il massimo possibile di laicità permesso in quel momento: De Gasperi e Togliatti, ciascuno per la propria parte politica ne presero atto. Ci sarebbe da aggiungere (e non è cosa di poco conto) che la costituzione non si accontentò di recepire il criterio concordatario, ma espressamente accettò un tipo specifico di concordato: i patti lateranensi. Anche qui (la parte di soluzione non proprio rispettosa della laicità), va dato atto a Dossetti di aver chiarito con le parti interessate, o la maggioranza di esse, che non si poteva andare al di là, pena un possibile gravissimo “vulnus” nella pace religiosa nel Paese.
Ho richiamato quest’ultima questione perché, anche su questo versante, siamo un pò nella notte di cui Lazzati e Dossetti vedevano gli aspetti più inquietanti; perché se nel periodo 1994/96, la notte era in corso, a mio avviso essa non è finita (anzi!); rimane che tutti gli uomini aperti al dialogo non possono non sperare che finisca.
Agostino Pietrasanta

«Qualcuno chiama da Seir: “Sentinella, quando finisce la notte?
Dimmi, quanto manca all’alba?”. La sentinella risponde: “Arriva l’alba,
ma presto anche la notte. Se volete fare altre domande, tornate di nuovo”»
(Isaia 21,11-12)
Il’94 è l’anno della discesa in campo di Berlusconi e del suo primo governo: che, dichiaratamente, si propone di mettere mano ad una radicale riforma della Costituzione. Dossetti esce da un silenzio durato 40 anni, ed intitola il discorso di commemorazione dell’amico fraterno Lazzati appunto “Sentinella, quanto resta della notte?”.
Attualità della riflessione dossettiana
In quei giorni del 1994, Dossetti vede affiorare un male diagnosticato con molti anni di anticipo: la supremazia di una concezione individualistica, in cui il diritto costituzionale regredisce a diritto commerciale; il dissolversi di ogni legame comunitario, mascherato dietro l’appello al “federalismo” (il “politico” diventa pura contrattazione economica); il rifiuto esplicito di una responsabilità collettiva in ordine alla promozione del bene comune (la comunità è fratturata sotto un martello che la sbriciola in componenti sempre più piccole sino alla riduzione al singolo individuo). Non si può sperare, dice Dossetti e parla ai cattolici, che si possa uscire dalla “nostra notte” “rinunziando a un giudizio severo nei confronti dell’attuale governo in cambio di un atteggiamento rispettoso verso la Chiesa o di una qualche concessione accattivante in questo o quel campo (la politica familiare, la politica scolastica)“.
Fenomenologia dell'oggi
Il progressivo imbarbarimento della situazione è sotto gli occhi di tutti. Non occorrono molte parole, perché i fatti parlano da soli e sono inequivocabili. Ovviamente molti dei problemi che affliggono il nostro Paese non sono nati oggi e ce li trasciniamo da decenni. Nuovo, però, è il clima pesante – la «filosofia» – con cui si affrontano. Certamente vi influiscono la paura diffusa e il bisogno di sicurezza largamente avvertito; ma è ideologico addossarne la responsabilità solo all’uno o all’altro problema. Nessuno nega i problemi complessi dell’immigrazione clandestina, ma trasformarla – come si fa – nel capro espiatorio significa affrontare il fenomeno in modo sbagliato; non aiuta a risolvere il problema, ma lo esaspera. Introdurre il reato di ingresso e di soggiorno illegale e imporre tasse esose per ottenere il rilascio o il rinnovo del permesso di soggiorno; invitare i medici a denunciare i pazienti stranieri illegali; ventilare l’ipotesi di classi separate per i bambini extracomunitari; rifiutare agli stranieri (anche socialmente integrati) i servizi sociali e i sussidi di disoccupazione garantiti agli italiani sono tutte scelte che non risolvono la situazione, ma ne aggravano i contorni. Perché stupirsi poi se, in un clima inospitale e discriminatorio, si moltiplicano – da una parte e dall’altra – casi di violenza brutale, di intolleranza, di razzismo e di xenofobia; se le città diventano sempre più invivibili e insicure? Com’è possibile garantire l’ordine pubblico e la sicurezza inviando i soldati a pattugliare le strade, minacciando la castrazione chimica agli stupratori o istituendo ronde paramilitari destinate a spingere i cittadini a farsi giustizia da sé? Così si scivola verso l’«inciviltà sociale».
Nello stesso tempo, si diffonde sempre più anche l’«inciviltà politica», fondata sul falso presupposto che la legittimazione popolare (la maggioranza elettorale) sia criterio di legalità. Ciò mina alla radice la civiltà politica e giuridica del nostro Paese e fa degenerare la democrazia in «autoritarismo». Infatti, il giudizio di legalità non spetta al popolo, ma alla magistratura. Non si può usare il potere legislativo per sottrarsi alla giustizia o per ridurre l’autonomia della funzione giudiziaria. Quando questo accade, l’effetto è devastante: si diffonde la sfiducia nello Stato e nelle sue istituzioni; s’incrina nei cittadini il senso civico e della legalità; si favorisce la corruzione pubblica e privata; s’insinua nell’opinione pubblica la convinzione che, dopotutto, il «fai da te» premia. Così si scivola verso l’«inciviltà politica».
La conseguenza è che, anche a livello istituzionale, la partecipazione democratica è soppiantata gradualmente dall’«autoritarismo», da una sorta di presidenzialismo di fatto: chi ha il potere comanda, non governa: diviene allergico a ogni sorta di controllo e agli stessi contrappesi essenziali del sistema democratico (si tratti della magistratura o del presidente della Repubblica); preferisce ricorrere ai decreti legge e al voto di fiducia, esautorando di fatto il Parlamento e riducendolo al ruolo di notaio delle decisioni prese dal Governo; i dibattiti e le necessarie mediazioni della democrazia politica sono visti come un intralcio, un ostacolo, una perdita inutile di tempo. La classe politica è cooptata dall’alto: si toglie ai cittadini la libertà di «eleggere» i propri rappresentanti, e viene loro lasciata solo la possibilità di «ratificare» con il proprio voto liste confezionate dal vertice. Ecco perché nasce e si diffonde l’«antipolitica»: non dice nulla il fatto che nelle elezioni politiche del 13-14 aprile 2008 l’astensione abbia superato i 10 milioni di cittadini (circa un italiano su 4) e nelle elezioni regionali in Abruzzo (14-15 novembre 2008) abbia raggiunto il 47%? È inutile continuare. È chiaro che così si scivola verso l’«inciviltà» e si entra in rotta di collisione con lo spirito (e spesso anche con la lettera) della nostra Costituzione.
Il pensiero di Dossetti
Dossetti non nega la necessità di cambiamenti. Elenca: riforma della pubblica amministrazione; contrasto alle degenerazioni dello Stato sociale; lotta alla criminalità organizzata; valorizzazione della piccola e media imprenditoria; riforma del bicameralismo; promozione delle autonomie locali. Teme però riforme costituzionali ispirate da uno “spirito di sopraffazione e di rapina”. “C’è - avverte – una soglia che deve essere rispettata in modo assoluto. Questa soglia sarebbe oltrepassata da ogni modificazione che si volesse apportare ai diritti inviolabili civili, politici, sociali previsti dalla Costituzione. E così va pure ripetuto per una qualunque soluzione che intaccasse il principio della divisione e dell’equilibrio dei poteri fondamentali, legislativo, esecutivo e giudiziario, cioè per l’avvio, che potrebbe essere irreversibile, di un potenziamento dell’esecutivo ai danni del legislativo ancorché fosse realizzato attraverso referendum che potrebbero trasformarsi in forma di plebiscito“.
I referendum, segnati da “una forte emotività imperniata su una figura di grande seduttore“, possono trasformarsi infatti “da legittimo mezzo di democrazia diretta in un consenso artefatto e irrazionale che appunto dà luogo a una forma non più referendaria ma plebiscitaria“. Il “padre costituente” denuncia senza sofismi quel che vede dietro la “trasformazione di una grande casa economico-finanziaria in Signoria politica“. Vede la nascita, “attraverso la manipolazione mediatica dell’opinione”, di “un principato più o meno illuminato, con coreografia medicea“.
Il «pensiero unico» dominante, cioè la «filosofia» politica neoliberista, contrasta con i principi fondamentali della nostra civiltà, ai quali s’ispira la Carta repubblicana: ridurre la persona a «individuo» contrasta con il «principio personalista» che è alla base della nostra civiltà e della nostra Legge fondamentale; la visione meramente «legalista» delle relazioni umane collide con il «principio solidarista» costituzionale; l’«autoritarismo» è la negazione del «principio di partecipazione sussidiaria», cardine del nostro ordinamento democratico. Non è un caso, quindi, che – al di là dell’ossequio pubblico, dovuto e formale – la Carta repubblicana sia deprezzata fino a definirla «di ispirazione sovietica» e si profilino all’orizzonte «riforme» che la colpirebbero a morte.
Dossetti chiede allora ai cristiani di “riconoscere la notte per notte” e di opporre “un rifiuto cristiano” ritenendo che “non ci sia possibilità per le coscienze cristiane di nessuna trattativa“.
Nessuna trattativa. Per trovare queste parole che aiutano a sperare ancora in una via diurna, si deve ricordare Dossetti. Dove sono le “sentinelle” a cui si può chiedere oggi: “Quanto resta della notte“? Walter Fiocchi

sabato 5 dicembre 2009



JERUSALEM -PATRIARCHATUS LATINUS
بطريركية القدس للاتين

Venite a fare con me Natale a Gaza!
“O Bambino di Betlemme, lunga si è fatta la nostra attesa,
e siamo stanchi di questa situazione, stanchi anche di noi stessi”.
Così, carissimi fratelli e sorelle,
supplicavo il Dio-Bambino durante gli interminabili giorni di guerra
che hanno insanguinato lo scorso Natale nella Striscia di Gaza.
Le nostre armi, per resistere alla rassegnazione e allo sconforto,
sono state la preghiera e la comunione tra le Chiese e i cristiani di tutto il mondo.
Un enorme numero di vittime, tra cui centinaia di bambini,
e la distruzione di case e città, hanno trasformato la festa della vita nascente
nel lutto di tanta desolazione e morte.
E dopo un anno, purtroppo, non è certo migliorata la vita della gente di Gaza!
Anche quest'anno, allora,
prendiamo le stesse armi della preghiera e della comunione
per sentirci uniti a chi più soffre e
accogliere “la Grazia di Dio, apportatrice di salvezza!”
Io stesso mi recherò domenica 20 dicembre nella Parrocchia di Gaza per celebrare il Santo Natale e mi piacerebbe portarvi tutti con me quel giorno...
Per questo VI INVITO A FARE ANCHE VOI NATALE A GAZA
raccogliendovi in questa domenica nella comune supplica al Dio della Pace
† Fouad Twal,
Patriarca latino di Gerusalemme

Ritorna ancora a Gaza, Signore!

«Il terrore piomberà su di voi come un turbine» (Proverbi 1,27)

Signore nostro Dio, a Natale, un anno fa, un disastro si è abbattuto su di noi come una tempesta.
Sotto i bombardamenti eravamo affamati e assetati. I nostri bambini piangevano.
Non trovavamo pane per loro nè acqua per placare la loro sete.

Tutti: «Perché, Signore, stai lontano,
ti nascondi nel tempo dell’angoscia?» (Salmo 10,1)

Le finestre e le porte delle nostre case sono state distrutte dalle detonazioni delle bombe
e noi deperivamo nel freddo di dicembre e dell’inverno che avanzava.
I nostri corpi raggelati dalla paura, dalla sete e dalla fame,
non potevano consolare i piccoli che si rannicchiavano su di noi.

Tutti: «Perché, Signore, stai lontano,
ti nascondi nel tempo dell’angoscia?»
«Quello sarà un giorno di tribolazione e d’angoscia,
giorno di calamità e di miseria (Sofonia 1,5)

Morivano gli innocenti, soprattutto i bambini, le donne e i vecchi.
Chi resisteva viveva all’addiaccio, per le strade e nei cimiteri, sotto le bombe, piangendo e urlando,
mendicando pietà, consolazione e protezione.

Tutti: «Voglio dar libero sfogo al mio lamento,
voglio parlar nell’amarezza dell’anima mia.» (Giobbe 10,1)

Ma Il mondo restava indifferente alla nostra pena, muto e lontano da noi.
I carri armati e le bombe ci massacravano e noi ci sentivamo profondamente umiliati.

Tutti: «Voglio dar libero sfogo al mio lamento,
voglio parlar nell’amarezza dell’anima mia.»

«Gioite nella speranza, siate pazienti nella tribolazione,
perseveranti nella preghiera» (Romani 12,12)

E’ trascorso un anno e ancora soffriamo per la fame, la sete, gli stenti,
l’assedio, l’umiliazione e la paura. Tra la schiavitù e la morte non c’è davvero scelta.
E se la morte si imporrà a noi, i nostri cuori ritroveranno il coraggio necessario per affrontare la morte.

Tutti: Signore della Pace, fa piovere la pace su di noi!

Signore, fa che impariamo a sentire il grido delle vittime di tutti i conflitti
come oggi sentiamo quello delle voci che si levano da Gaza.
Perdona la nostra sordità, apri le orecchie e i cuori all’angoscia del nostro prossimo.

Tutti: Signore della Pace, fa piovere la pace su di noi!

E anche noi, con la consolazione che riceviamo da Dio,
fa che possiamo consolare chi si trova in qualsiasi genere di afflizione!» (2 Cor 1,4)

Signore Gesù, quando sei passato da Gaza, fuggendo la minaccia di Erode, noi ti abbiamo protetto.
Ti abbiamo nutrito. Abbiamo riscaldato il tuo corpo indebolito. Ti supplichiamo: ritorna ancora a Gaza!
Non dimenticare il tuo popolo di più di tremila cristiani e un milione e mezzo di musulmani.
Signore della Pace, dona la pace alla nostra terra.
Siamo assetati di giustizia: Vieni Signore Gesù.
Preghiera di Padre Manuel Musallam, 5 novembre 2009